eh cookies

domenica 3 dicembre 2017

Il pericolo nazista...

Il pericolo nazista...

Brevemente, in questi giorni la cagnara mediatica è ripresa con un vociare scomposto di grave pericolo nazista/fascista/nazifascista/neonazi/ecc., dopo l'incursione pacifica di alcuni skinheads in una associazione immigrazionista e dopo una bandiera del Secondo Reich tedesco (quindi fine '800) alla parete di una Caserma dei Carabinieri di Firenze. Su Repubblica si scrive che quella del Veneto Fronte Skinheads è "un'irruzione in pieno stile squadrista, ma con una pacatezza inquietante", dimenticando le mille irruzioni violente da parte dei centri sociali di sinistra e ancora di più da parte delle sempre più potenti bande e mafie straniere. Il delirio totalmente disconnesso dalla realtà non può che portare al disastro e alla tragedia.

Non a caso gli imbecilli progressisti hanno fatto (ma poi per quanto? Mezz'ora? Un'ora?) il digiuno pro-ius soli, dimenticando i 600 morti sul posto di lavoro, oppure i terremotati, oppure l'oltre 30% di disoccupazione giovanile, ecc. L'intrattenitore Fabio Volo litiga con Matteo Renzi non per gli stipendi o per le pensioni, ma sempre per lo ius soli.

Una generazione arida ha distrutto la voglia di sopravvivere del popolo italiano e si illude di poter avere una specie di verginità morale lasciando che l'Italia sparisca effettivamente, in favore di masse straniere incontinenti (fenomeno che spiega perché ci sia chi guarda con nostalgia al fascismo, ecc. Ma si fa finta che sia solo voglia di violenza, di demonizzazione in demonizzazione).

Poi, ovviamente, capitano quei piccoli casi che esemplificano la follia di quest'epoca. L'afro-americana Shuri Henry era attiva nella propria comunità, sia a livello sociale che politico, essendo stata anche collaboratrice del nuovo governatore democratico del New Jersey Phil Murphy. A febbraio, poche settimane dopo l'insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, sul proprio profilo Facebook scrisse che "l'America stava rapidamente diventando una nuova incarnazione del Terzo Reich", con faccine piangenti annesse.

A Novembre, mentre stava organizzando un incontro pubblico sul tema della violenza sulle strade (chissà con quale impostazione ideologica e con quali colpevoli morali preconfezionati), è stata uccisa proprio durante una rapina in strada. Gli autori dell'omicidio sono stati tre giovani afro della sua comunità. Tra questi, un diciottenne dal pittoresco nome di Supreme Allah jr. (Teens charged with felony murder in deadly carjacking in Newark, ABC7NY, 25 novembre 2017) (Poetic Justice: Black Lives Matter Supporter Shuri Henry Gunned Down by Fellow Blacks in Newark on Thanksgiving, Stuff That Black People Don't Like, 27 novembre 2017)

Quest'epoca finirà molto male. E certamente finirà nel ridicolo.

mercoledì 1 novembre 2017

No Tinc Porc

No Tinc Porc: una Catalogna indipendente a che pro?

No, il titolo non è sbagliato. Come ricorderete, subito dopo la strage islamica del 17 agosto di quest'anno, a Barcellona ci fu la consueta manifestazione vacua e formale, col solito blaterare sul non farsi cambiare dagli eventi e banalità, per lo più false, del genere. Il grido e il motto più presente fu "no tinc por", che in catalano significa "non ho paura".

Ma forse, questi strani indipendentisti, questi strani "identitari" (virgolette obbligate in questo caso), dovrebbero, e temiamo domani dovranno effettivamente, gridare "no tinc porc", perché questa strana loro voglia di staccarsi dal resto della Spagna, come se stessero subendo chissà quali ingiustizie, si somma però al lasciare crescere al loro interno fin troppo ampie sacche islamiche e allogene in genere (ecco perché il gioco di parole).

Durante la manifestazione del 18 agosto, accorse le varie autorità spagnole e monarchiche, nonostante il lutto, qualche manifestante catalano preferì fischiare il re Felipe VI oppure il presidente Mariano Rajoy, oppure si preferì fischiare una cittadina per aver esposto alla finestra la bandiera spagnola. Forse intendevano questo per non lasciarsi distrarre dalla vita quotidiana, ossia infischiarsene degli islamici, fischiando gli altri spagnoli.

Ricorderete che nei mesi precedenti, in Catalogna e a Barcellona vennero fatte manifestazioni contro il turismo, che snaturerebbe l'identità locale (e questo ci può stare: vedasi Venezia). Ma, allo stesso tempo, forte anche dell'influsso negativo dell'attuale sindaco ultra-progressista di Barcellona, Ada Colau, ci sono state anche manifestazioni pro-immigrati, al grido di confini aperti e nessun freno alla follia immigrazionista. Un controsenso ridicolo, che si somma all'assurdità di una accelerazione nel processo indipendentista senza spiegazioni serie. Certo, c'è il sospetto di un sostegno interessato dei soliti circoli mondialisti, ma passiamo oltre, per il momento.

Rimane il fatto che è totalmente assurdo pretendere di allontanarsi da gente vicina e con cui si è convissuto in pace per secoli (no, il franchismo non giustifica un bel niente), per poi imbarcare milioni di allogeni e alloctoni senza alcun legame, sognando chissà quale delirio. E i primi gravidi segnali si sono visti proprio con la strage di agosto, perché i famosi Mossos d'Esquadra, la polizia catalana, ha evitato di informare, il 16 agosto, cioè il giorno prima della strage, le autorità centrali madrilene, dell'esplosione ad Alcanar, vicino Barcellona, che interessò il "quartier generale" da cui partì il gruppo terroristico alla volta di Barcellona, derubricando il tutto in semplice incidente casalingo, senza valutare il "chi" e poi l'eventuale "perché", con gli esiti tragici che conosciamo. (E poi ci si chiede perché quei terroristi abbiano colpito proprio Barcellona, Alfredo Mantovano, Tempi, 1 ottobre 2017)

D'altronde, basta leggere il seguente articolo e i dati in esso riportati per capire la follia catalana che è anti-spagnola, ma anche anti-catalana. Accogliessero, accogliessero. Qualcosa rimarrà, ma probabilmente non la Catalogna che desiderano.

P.S.: il rabbino capo di Barcellona, Meir Bar-Hen, dopo l'attentato ha dichiarato che Barcellona, ma anche la Spagna, ma anche il resto d'Europa, sarebbero perdute a causa dell'immigrazione islamica. (Il rabbino di Barcellona: "Ebrei, tornate in Israele", Luca Romano, Il Giornale, 19 agosto 2017) La domanda è: la sua comunità cosa ha fatto per impedire questo? E cosa ha fatto invece la comunità giudaica per tutte quelle eventuali scelte o leggi pro-immigrazioniste, in Spagna e nel resto dell'Occidente?

Secondo l’Ucide, Unione delle comunità islamiche di Spagna, alla fine del 2016 nel paese di re Felipe V vivevano 1.919.141 musulmani, pari al 4 per cento di tutta la popolazione. Di quei quasi due milioni di musulmani 515.482 risiedevano in Catalogna, regione dove vivono 7 milioni e 523 mila persone. Questo significa che in Catalogna i musulmani rappresentano il 6,4 per cento della popolazione, mentre nel resto della Spagna sono il 3,58 per cento: la densità dei musulmani in Catalogna è quasi il doppio di quella nel resto della Spagna. Secondo i dati più recenti, nel paese iberico esistono 1.264 luoghi di culto islamici (moschee e sale di preghiera), 109 dei quali possono essere indicati come aderenti alla tendenza salafita, cioè l’interpretazione fondamentalista dell’islam che in molti casi è risultata propedeutica all’adesione da parte di molti al jihadismo e alle organizzazioni del terrorismo islamista. Secondo dati incrociati della polizia spagnola e di quella catalana, delle 109 moschee di tendenza salafita censite su tutto il territorio spagnolo ben 79 sorgono in Catalogna, dove i luoghi di preghiera islamici sarebbero 256. Nella comunità autonoma governata dagli indipendentisti di Carles Puigdemont una moschea su tre sarebbe salafita, mentre nel resto della Spagna solo una su 30. Nel 2006 le moschee salafite in Catalogna erano 36: in dieci anni sono più che raddoppiate. E non abbiamo ancora detto tutto. Gli spagnoli convertiti all’islam risultano essere circa 70 mila, 20 mila dei quali si sono convertiti negli ultimi sei-sette anni. Di costoro, 7 mila sono catalani. Secondo l’Observatorio islamico de Perpignan, il 70 per cento dei 7 mila convertiti catalani proviene dalla sinistra radicale della Cup e dalla sinistra indipendentista storica dell’Erc, due dei tre principali partiti catalani che hanno promosso il referendum secessionista dell’1 ottobre (l’altro è il PdeCat di Puigdemont, erede del centrista CiU). Sommati insieme questi due partiti non raccolgono più del 20-25 per cento dei voti in una normale elezione catalana. La Guardia civil ritiene che il 40 per cento di questi 7 mila convertiti sia esposto a un processo di radicalizzazione, e che il 5 per cento di questi ultimi (cioè circa 140 persone) rappresenti una minaccia reale per la sicurezza dello Stato.
Un vuoto da riempire
La Catalogna è stata colpita dal terrorismo jihadista il 17 e 18 agosto scorsi, con gli attentati di Barcellona e di Cambrils che hanno causato 16 morti innocenti. Prima di allora erano stati sventati attacchi imminenti nell’aprile 2015, quando la polizia catalana aveva arrestato 11 terroristi (cinque dei quali spagnoli convertiti all’islam), nel 2008 quando furono bloccati undici jihadisti (nove dei quali pakistani) che volevano compiere attentati suicidi nella metropolitana di Barcellona, e nel 2006 quando l’operazione Sciacallo portò all’arresto di 20 jihadisti nei pressi di Tarragona, in seguito prosciolti a causa di errori di forma nell’inchiesta.

I dati di fatto di cui sopra, compreso il terreno fertile nel quale sono maturati attentati terroristici riusciti e sventati, sono il prodotto delle politiche dei partiti pro-indipendentisti che hanno governato la Catalogna negli ultimi vent’anni, e della militanza ideologica della sinistra antisistema che si raccoglie nella Cup. Gli uni e l’altra hanno favorito l’islamizzazione della Catalogna in funzione antispagnola, per di più corteggiando le persone sbagliate all’interno della comunità musulmana. Come ha scritto tempo fa Luis del Pino su Libertad Digital: «La politica di immersione educativa in catalano e la marginalizzazione del castigliano hanno agito da freno all’immigrazione proveniente dai paesi latinoamericani. Se sei peruviano e vuoi lavorare in Spagna, perché complicarti la vita andando in un posto dove obbligano te e i tuoi figli a imparare una nuova lingua? Meglio andare altrove. Questo fenomeno ha creato un vuoto in Catalogna e i posti di lavoro che non sono occupati da immigrati latinoamericani tendono ad essere coperti da immigrati di altri paesi, principalmente nordafricani e pakistani. E non solo gli immigrati latinoamericani si sono trovati dissuasi dall’andare in Catalogna, ma il governo regionale ha adottato una politica intenzionalmente orientata a premiare l’immigrazione proveniente dal Marocco». Esecutore esemplare di questa politica è stato Angel Colom, che nel 1996 lasciò Erc per approdare a CiU, il partito che ha quasi sempre governato la Catalogna. Di lì a poco fu nominato responsabile dell’immigrazione del Cdc (uno dei due partiti federati in CiU), presidente della Fondazione Nuovi Catalani e ambasciatore ufficioso della Generalitat in Marocco. In questa veste costui ha incoraggiato l’immigrazione marocchina in Catalogna, ha stretto rapporti con le comunità islamiche nella regione allo scopo di guadagnarle alla causa indipendentista, ha visitato un gran numero di moschee dove ha spiegato che nella Catalogna indipendente per gli immigrati sarebbe diventato più facile ottenere la piena cittadinanza. In un’occasione Colom ha dichiarato a El País nel 2012: «Non si può costruire uno stato catalano senza la partecipazione dei catalano-marocchini».

Nel 2014 il governo catalano ha approvato un Piano Marocco 2014-2017 col quale di fatto offriva al governo di Rabat il controllo dell’islam in Catalogna e prometteva di introdurre l’insegnamento dell’arabo e del tamazigh in orario scolastico e di far votare gli immigrati alle elezioni.

In occasione del referendum consultivo sull’indipendenza del 2014 i nazionalisti catalani hanno proposto ai musulmani di istituire seggi per il voto presso le moschee, e in alcuni casi hanno incontrato risposte positive. Alla vigilia del referendum del 1° ottobre scorso la Commissione islamica, massimo organo di rappresentanza dei musulmani in Spagna, ha diffidato le moschee catalane dall’ospitare iniziative filo-indipendentiste, consapevole delle conseguenze negative che avrebbe avuto per la presenza dell’islam in Spagna.

«Noi conquisteremo municipi»
Per portare avanti il loro programma gli indipendentisti si sono appoggiati a personaggi equivoci. Per un certo periodo braccio destro di Colom è stato l’imam Noureddin Ziani, presidente dell’Unione dei centri culturali islamici in Catalogna, organizzazione che aveva sede negli stessi locali della Fondazione Nuovi Catalani. Nel 2013 Ziani è stato espulso dalla Spagna su istanza dei servizi segreti, accusato di spionaggio e di complicità con l’islam radicale. Ziani era infatti molto legato a Mohamed Attaouil, fondatore di una moschea nei pressi di Girona nota come punto di riferimento dei salafiti radicali di tutta Europa, e di Abdelwahab Houizi, imam a Lerida noto per essere stato registrato mentre teneva il seguente discorso ai suoi correligionari a proposito degli indipendentisti: «Loro si appoggiano a noi per ottenere voti, ma non sanno che quando ci lasceranno votare voteremo tutti per i partiti islamici, perché noi non siamo né di destra né di sinistra. Noi conquisteremo municipi, e a partire da lì, grazie alle competenze dell’autonomia, cominceremo a impiantare l’islam». Il 15 novembre 2012 Houizi interveniva pubblicamente insieme a Noureddin Ziani e ad altri imam radicali, fra i quali Mohamed et-Takkal, responsabile della moschea Al Forkan di Villanueva y Geltrú, successivamente espulso dalla Spagna a causa del suo estremismo, a un evento promosso dalla Fondazione Nuovi Catalani a Barcellona. La moschea di Villanueva y Geltrù era ben conosciuta da Abdelbaki Es Satty, l’imam di Ripoll ucciso il 16 agosto scorso dalla esplosione delle bombole del gas con le quali stava preparando un attentato contro la Sagrada Familia. Es Satty utilizzava la moschea Al Forkan come base di reclutamento e di indottrinamento di combattenti che venivano inviati a combattere in Iraq al tempo dell’occupazione anglo-americana, e più recentemente in Siria e Iraq per conto dell’Isis e altri gruppi estremisti. Risiedeva, almeno fra il 2003 e il 2005, nello stesso appartamento dell’imam Mohamed Mrabet, poi arrestato nel contesto dell’operazione Sciacallo, e dove soggiornò anche Belgacem Bellil, l’algerino che nel novembre 2003 si lanciò con un camion carico di esplosivo contro la base dei carabinieri italiani a Nassiriya. I terroristi che gravitavano sulla moschea di Al Forkan sono inoltre coinvolti negli attentati di Madrid e Casablanca del 2003. Nonostante tutto ciò, ancora nel maggio di quest’anno l’Asamblea nacional catalana (Anc), un’importante organizzazione indipendentista, ha promosso un evento propagandistico rivolto ai musulmani proprio nella moschea di Al Forkan.

Perché diventare salafiti
Mrabet, arrestato nel 2006 e condannato nel 2009, è stato assolto in Cassazione insieme a cinque compagni nel 2011. Suo avvocato era Jaume Asens, vicesindaco di Barcellona e uno dei fondatori di Podemos, eletto nelle liste di Barcelona en Comù. Asens è stato anche un dirigente della Ong specializzata in problemi della casa creata da Ada Colau, sindaco di Barcellona. Altro esponente politico della sinistra radicale catalana specializzato nella difesa di musulmani accusati di terrorismo è Benet Salellas, che ha ottenuto l’assoluzione di un sodale di Mrabet ed è membro del parlamento catalano per conto della Cup.

Così spiega le conversioni di estremisti di sinistra catalani all’islam salafita lo studioso Vicente Salafranca: «La Spagna per loro è la patria del cattolicesimo, dei grandi eroi esaltati da alcuni storici, eroi che forgiarono la loro leggenda attraverso la fede in Cristo. Rinunciare al cattolicesimo per loro è un modo di rinunciare alla Spagna. Effettivamente molti di loro si sono fatti musulmani per odio verso le tradizioni spagnole».

domenica 29 ottobre 2017

Harvey SchWeinstein: l'altra questione...

Harvey SchWeinstein: l'altra questione...


















Nessuno si offenderà se lo chiameremo Schweinstein, giusto? Comunque, non ancora finite le polemiche sulle decine e decine di molestie o stupri completi aventi per colpevole uno dei produttori più conosciuti dell'Hollywood democratica e multietnica filo-Clintone e filo-Obama, c'è un aspetto che sarebbe il caso di ritirare fuori. Un paio di settimane fa o giù di lì, stavamo leggendo per semplice curiosità la pagina di Wikipedia in lingua inglese dedicata a Schweinstein, quando notiamo due spunti interessanti: nel 2009 il produttore, oltre a far realizzare un film in cui portava avanti la tesi che la colpevolezza di Roman Polanski, nel suo noto stupro con droga di una ragazza tredicenne, fosse un po' dubbia, si univa alla scellerata compagine opposta all'estradizione negli Stati Uniti dello stesso Polanski. (Thierry Fremaux enlists Harvey Weinstein in Polanski petition, Jeremy Kay, Screen Daily, 28 settembre 2009) L'altro spunto invece era la polemica innescata da un articolo del critico cinematografico conservatore Kyle Smith, che dalle pagine del New York Post attaccò in due riprese il lavoro di Schweinstein, definendolo anti-cattolico.

Ora, se il riferimento a Polanski è ancora presente, il riferimento a Kyle Smith è sparito. E' invece ancora presente nella pagina in francese e in quella in portoghese (dove c'è anche il riferimento ad una dichiarazione del 2015 dello stesso Schweinstein che, ritirando il Premio Umanitario presso il centro Simon Wiesenthal, -non ridete... fatte i bravi...- in cui, oltre a dire che i giudei dovrebbero essere compatti come la mafia, dice che è necessario prendere a calci i cosiddetti "antisemiti". Chiaro ragazzi? Niente adesivi, sennò Harvey si distrae dalle sue attività abituali). (Harvey Weinstein Urges Jews to Take on Anti-Semites: "Kick These Guys in the Ass", Scott Feinberg + Tina Daunt, The Hollywood Reporter, 24 marzo 2015) Non c'è (e forse non c'è mai stata) in quelle italiana e spagnola (e altre non ne abbiamo controllato).

La polemica sul New York Post iniziò con la recensione di Smith del film "Philomena", dallo stesso critico considerato noioso, ridicolo sotto vari punti di vista, disonesto intellettualmente e anti-cattolico. (‘Philomena’ another hateful and boring attack on Catholics, Kyle Smith, The New York Post, 21 novembre 2013) Qualche giorno dopo, Harvey Schweinstein compra una pagina a colori sul New York Times per far presente che tutti i critici hanno salutato il suo film positivamente, mentre Smith è l'unico ad aver espresso una diversa opinione (curiosa iniziativa, no? Tranquilli, Smith è ancora al New York Post).

Smith, ovviamente, ha risposto rilanciando e ricordando quanti film anti-cattolici siano usciti per iniziativa di Schweinstein. Inoltre, dato che il film "Philomena" riguardava un caso problematico di adozione, Smith ha fatto presente che, per quanto problematici possano essere i casi di adozione nell'Irlanda degli anni '50, oggi si preferisce risolvere il tutto con gli aborti. Ognuno dovrebbe saper giudicare da solo. (Harvey Weinstein’s ‘Philomena’ attack ad, Kyle Smith, The New York Post, 7 dicembre 2013) Non solo, ma Smith ha anche lanciato, in entrambi gli articoli, la provocazione sul perché non ci sia lo stesso coraggio dissacratore nei confronti di ambienti religiosi giudaici o islamici. Ai posteri l'ardua sentenza...

P.S.: la questione Schweinstein, anche se se ne parla poco, ha prodotto un piccolo fiume carsico di risentimenti e sospetti intra-etnici. Il giornalista del Los Angeles Times e del New York Times, Mark Oppenheimer, proveniente da ambiente giudaico americano, il 9 ottobre, quando erano ben iniziate le voci sul caso Schweinstein, mise le mani avanti e sul suo blog personale infiocchettò la questione come se fosse il ritratto di un giovane emarginato riuscito ad avere successo, ma incapace di misurare i propri modi e le proprie pulsioni in un ambiente a lui estraneo. (The Specifically Jewy Perviness of Harvey Weinstein, Mark Oppenheimer, Tablet Magazine, 9 ottobre 2017). L'articolo uscì alle 13.30 (quale fuso orario, se costa est od ovest, non sappiamo), ma la mattina dopo, alle 10.47 (ora di New York) uscì finalmente l'articolo di Ronan Farrow, in cui vennero dati i dettagli sul caso. (From Aggressive Overtures to Sexual Assault: Harvey Weinstein’s Accusers Tell Their Stories, Ronan Farrow, The New Yorker, 10 ottobre 2017) A quel punto Oppenheimer nel pomeriggio chiese genericamente scusa per la superficialità di quanto da lui scritto. Evidentemente la questione è più grossa di quanto da lui infiocchettato. Ma la cosa continua altrove, nei mille rivoli di internet, dove molti considerano la questione o fonte di piacere per "nazisti" o addirittura complotto ordito da gruppi e personaggi anti-giudaici. Forse anche perché nel frattempo si sono aggiunte nuove accuse contro Roman Polanski, perché anche il fratello di Harvey, Bob, è stato accusato, perché anche un altro regista di famiglia giudaica, James Toback, è stato citato da circa duecento donne. C'è di che far nascere uno stereotipo. Inoltre, in più occasioni è comparso nel gruppo anche il faccino molliccio di Woody Allen, forse per i sospetti di pedofilia che aleggiano su di lui. A chiudere il cerchio, non a caso, Ronan Farrow è figlio di Mia Farrow.

Secondo P.S.: il documentarista Michael Moore, dopo qualche giorno di silenzio, ha affermato che il caso avrà un effetto profondo nella società statunitense, demolendo il potere gerarchico dell'uomo bianco. Chissà se stava pensando davvero a Schweinstein o al suo nuovo film, prodotto da Schweinstein e che dovrebbe andare in porto senza problemi, nonostante tutto (sia mai!), e dedicato indovinate a chi? (Michael Moore on Harvey Weinstein Scandal: ‘It’s a Profound Cultural Moment’, Matt Fernandez, Variety, 13 ottobre 2017)

Terzo P.S.: eh, sì! Quella nella foto, è Rula Jebreal, la palestinese-israeliana che ricomparve poco tempo fa nella televisione italiana al grido di "uomo-bianco-cattivo". (Rula, la talebana dello ius soli E chi la critica è un "nazista", Paolo Bracalini, Il Giornale, 16 settembre 2017) Nella foto, Schweinstein la sorregge, con mano ferma, forse nella sua lotta contro gli uomini bianchi cattivi, con buona pace di Michael Moore.

domenica 30 luglio 2017

La gogna pubblica per gli italiani

La gogna pubblica per gli italiani

L'avrete notato tutti che il controllore ferroviario Davide Feltri, che nei giorni scorsi accusò un africano di averlo accoltellato, risultando poi non vero l'episodio in questione, viene ferocemente dato in pasto al pubblico ludibrio sui mezzi di comunicazione, con forte sdegno dei soliti personaggi politici o giornalisti progressisti. Tutti a gridare allo scandalo e ad accusare l'uomo di aver cercato di rovinare la vita di qualcun altro, per di più un "povero immigrato".
In pratica continua la telenovela, forte di un giro multimilionario di denaro e di un sostegno più o meno palese di più attori, nazionali ed internazionali, in cui l'immigrazione viene dipinta come un problema quasi necessario, di cui si devono far carico gli autoctoni, dimenticandosi delle proprie necessità. Detto altrimenti, se tutto il fiume di parole e di sporco denaro in favore del crescente numero di extracomunitari fosse stato messo a disposizione per sostenere la natalità autoctona negli ultimi 10 o 15 anni, più due o tre ulteriori dettagli socio-economici post-crisi, le cose forse sarebbero state diverse e migliori.
Ma la telenovela deve continuare come pretenderebbero i cani da guardia del multietnicismo e i vari parassiti che di questo vivono, per cui, come nel caso di Fermo, dove un'aggressione ai danni di un italiano venne trasformata subito da alcune autorità pubbliche in un omicidio razzista, adesso la folle denuncia di un controllore, esasperato per le continue tensioni e violenze sui treni del lodigiano, viene trasformata in un atto quasi razzista. Non viene detto esplicitamente, ma la cagnara è tale che il messaggio lo si riconosce subito, anche perché l'episodio viene inserito, specie in televisione, in trasmissioni o servizi riguardanti genericamente l'immigrazione.
Ebbene, escludendo che il controllore sia semplicemente un mitomane, lo stesso ha comunque ancora oggi il sostegno dei colleghi e dei sindacati, che ribadiscono essere il suo un gesto impulsivo, folle, quello che volete, ma dovuto ad una situazione pessima sotto il profilo dell'ordine pubblico e della sicurezza dei passeggeri e dei lavoratori delle ferrovie italiane. Un gesto, in un certo senso, di ribellione e di denuncia. (Lodi, il controllore sospeso difeso dai sindacati, Flavia Mazza Catena, Il Giornale, 30 luglio 2017)

Non solo: ma i servizi in cui l'uomo è stato attaccato sembravano quasi passare oltre la denuncia di quei problemi. Peccato che in questi giorni arrivino anche le notizie, tra le ultime, di un albanese che, trovato senza biglietto a Firenze, abbia affermato avere una bomba pronta ad esplodere, oppure un ivoriano che, trovato ancora senza biglietto in un bus nel senese, abbia accoltellato l'autista e sia poi stato bloccato dai carabinieri. (Firenze: falso allarme bomba su un treno AV, arrestato l'autore, un cittadino albanese, Firenze Post, 29 luglio 2017) (Siena, immigrato accoltella autista del bus: carabinieri lo fermano sparando, Sergio Rame, Il Giornale, 29 luglio 2017)
Evidentemente, l'allarme bomba non provoca il blocco del servizio pubblico ed evidentemente accoltellare un autista non è odio, per certuni. In realtà, tutti coloro che prendono i mezzi pubblici sanno che i senza biglietto non hanno colori particolari, ma altrettanto sanno che chi reagisce con violenza è meno probabile sia italiano. Con buona pace dei cretini multietnicisti.

Forse, la ridicola commissione alla Camera chiamata "Jo Cox", presieduta e composta da certi orpelli costosi e inutili, dovrebbe occuparsi anche di questa forma di odio, fermo restando che mettere di mezzo un sentimento umano è roba schifosa, degna del totalitarismo in costruzione accelerata (e il discorso è lungo e delicato). Il fatto che abbiano dovuto chiamare questo spreco di denaro pubblico con il nome di qualcuno non facente parte dell'Unione Europea (neanche ai tempi della sua morte, ad essere onesti) e non italiana, la dice lunga su come devono raccattare martiri per il proprio progetto genocida. E a proposito di odio: ma Laura Boldrini, che presiede questa pagliacciata, ha chiesto scusa per i fatti di Fermo?

domenica 4 giugno 2017

Una piccola nota sulla partita di Champions League

Una piccola nota sulla partita di Champions League

Piccola nota avvelenata, sulla partita di Champions League di ieri sera. Ha vinto il Real Madrid (contro la Juventus), squadra che, per non dispiacere il recente sponsor mediorientale Fly Emirates, ha tolto la croce dal proprio logo, come peraltro si poteva notare anche nella partita di ieri. Una forma di prostituzione, insomma. Piccola aggiunta, gli applausi durante l'uscita del nordafricano Karim Benzema, personaggio che a quanto pare normalmente non godrebbe neanche a Madrid di grandi simpatie, oltre che in Francia, di cui ha il passaporto (antipatie dovute al suo atteggiamento culturale abituale, per così dire: disprezzo per chi gli dà da mangiare), ma che ieri si è potuto godere un attimo di simpatia del pubblico madrileno. La folla, d'altronde, nessuno pretende che pensi.

Come la folla juventina a Torino, accalcatasi in piazza San Carlo per vedere la partita in questione. Non si sa ancora cosa sia successo di preciso (e la cosa non è un dettaglio, ovviamente), ma sembra sia bastato un niente (un botto natalizio fuori tempo, una transenna caduta pesantemente, un procurato allarme fatto per gioco o chissà cos'altro), perché una paura irrazionale scatenasse una fuga precipitosa, col risultato di oltre 1500 feriti, alcuni dei quali gravi.

Ora, una fuga di quelle dimensioni (con ferito praticamente uno su dieci dei presenti nella piazza) denota che la paura terroristica esista, anche dove nessuno ha ancora conosciuto il terrorismo. Si ha evidentemente introiettato abbondantemente quanto successo (e succedeva, vedi Londra, sempre ieri sera) altrove. La cosa ridicola, scommettiamo, in aggiunta, è che di tutta quella folla, feriti o non feriti, solo una porzione, non maggioritaria, saprebbe inquadrare correttamente il problema terroristico, che non è il fiume di distinguo patetici che abitualmente tocca ancora sentire, ma semplicemente la presenza sempre più massiccia di comunità straniere in Occidente, all'interno delle quali può crescere, sempre più indisturbato, qualunque germe conflittuale alloctono, culturale o religioso che sia.

In pratica, irrazionalmente vive la folla, irrazionalmente subisce, irrazionalmente, quando è il caso, muore. Ma, d'altronde, chi dà le giuste coordinate perché le folle siano più razionali, oggigiorno, nell'Occidente che conosciamo?

Gli italiani non vogliono più fare certi lavori?

Gli italiani non vogliono più fare certi lavori?

Brevissimamente. Da una intervista dell'anno scorso, un passaggio interessante, sia per quanto viene detto dall'intervistato (il magnate egiziano Naguib Sawiris), sia, incidentalmente, per quanto dice l'intervistatrice. L'intervista venne citata da molti perché di fatto prospettava una sorta di colonizzazione e di sostituzione etnica della Basilicata, ma, appunto, c'è qualcosa d'altro, perciò in parte la riproponiamo anche noi.

[...] Perché sono sempre di più i migranti che fuggono dall’Egitto? 

«Perché la situazione economica è pesante: il tasso di cambio incerto che spaventa gli investitori, il collasso del turismo, la burocrazia. Però attenti, in Egitto non mancano i posti lavoro: la gente scappa perché vuole salari migliori di quelli egiziani, sogna 2000 euro al mese, 10 volte quanto prende in patria. Otto anni fa, dopo un terribile naufragio, offrii 10 mila posti di lavoro affinché la gente non rischiasse più la vita. Si presentarono solo in 28, il salario era egiziano».

Difficile biasimare chi sogna… 

«Partono in modo illegale, rischioso. L’UE dovrebbe creare zone sicure per i migranti, corridoi legali, quote. Se accetta tutti indiscriminatamente finirà per incoraggiare flussi indiscriminati e infiltrazioni dell’Isis o dei Fratelli Musulmani». [...]

domenica 21 maggio 2017

20 maggio 2017 e tre manifestazioni

20 maggio 2017 e tre manifestazioni

Eh, sì! Ieri, 20 maggio 2017, le manifestazioni di rilievo erano tre:

  • Milano: la marcia genocida pro-stranieri, con personalità politiche ed associazioni e gruppi di ogni risma, dai centri sociali di sinistra al cattolicesimo più ipocrita.
  • Umbria: la marcia del Movimento 5Stelle, in favore del reddito di cittadinanza.
  • Roma: la Marcia per la Vita, organizzata per lo più dai gruppi cattolici più allarmati dal calo di natalità e dalle ideologie gender e di morte.

I mezzi di comunicazione di massa, mai come in questa occasione, hanno parlato solo della prima marcia, accennando solo alla seconda ed evitando, in maniera pressoché completa, la terza. Non solo: alcune delle personalità politiche più in vista hanno partecipato alla marcia genocida milanese, di fatto esprimendosi per una loro idea di futuro, in cui il popolo italiano non è compreso, ma nessuno ha partecipato alla marcia romana. Quello che è avvenuto ieri, e il modo in cui è stato presentato, indica chiaramente quale sia l'idea di futuro e quale sia la priorità per chi appartiene alla galassia liberal-progressista-radicale.

Il genocidio è una realtà in atto, permessa dalla confusione socio-culturale dominante tra i cittadini italiani, che si riflette nell'assenza di un voto politico centrato, ma è anche un progetto di fatto di un certo mondo culturale e politico, che ormai preferisce le proprie fantasie sugli immigrati alla dolorosa realtà attuale del reale popolo italiano.

Gli sponsor del genocidio contro gli autoctoni, italiani od europei, di solito dicono che non si può disconoscere la realtà dell'immigrazione e la presenza degli stranieri, non-europei in particolare. Dagli atti compiuti quotidianamente, invece, è evidente che costoro disconoscono il problema della natalità e della sopravvivenza demografica degli autoctoni, inventandosi, giorno dopo giorno, futuri meticci a loro immagine e somiglianza, ossia liberal-progressisti-radicali, senza radici di alcun genere. Peccato che, invece, la realtà concreta degli allogeni in Europa e nel resto dell'Occidente, dica tutt'altro, ossia la riduzione delle realtà autoctone e l'espandersi di realtà alloctone. Basti pensare al clamoroso reportage uscito in Francia in questi giorni, post-sbornia elettorale pro-Macron, dove risulta che in una zona di Parigi, nell'ultimo anno, hanno iniziato, arabi ed africani, a cacciare le donne, impedendo loro di circolarvi liberamente. Questo nella Parigi che ha votato al 90% per Macron (non a caso? Ognuno per i propri, contrastanti ed anti-patriottici interessi?) ed anche questo nell'indifferenza dei soliti liberal-progressisti-radicali (Paris: des femmes victimes de harcèlement dans les rues du quartier Chapelle-Pajol, Cécile Beaulieu, Le Parisien, 18 maggio 2017) . Per quanto tempo lasceremo che a governare l'esistente siano liberal-progressisti-radicali, il cui futuro, indipendentemente dalle misere apparenze contemporanee, è già segnato, ossia la completa sparizione dalla Storia?