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sabato 24 novembre 2012

Segnalazione televisiva: L'Ultima Parola [Rai2]

Segnalazione televisiva: L'Ultima Parola [Rai2]

Probabilmente molto di voi la conosceranno, ma, per chi non la conoscesse, vi invitiamo a seguire, ogni venerdì in seconda serata, la trasmissione tv condotta da Gianluigi Paragone (proprio lui: l'ex direttore della Padania).

Non è la prima stagione, ma da quest'anno, ci sembra, sia stata innestata una marcia in più, lasciando spazio a molte voci alternative rispetto ai soliti nomi, gruppi di interesse e circoli di idee (comunque ugualmente presenti) per quanto riguarda l'informazione politico-economica. Quindi, se volete sentire nella televisione pubblica italiana Paolo Barnard (sito), l'economista Alberto Bagnai (si vedano anche il suo sito e il blog Goofynomics), Claudio Massera (del blog ByoBlu), Daniel Estulin, ecc., non dovete che accendere la tv su Rai2 e seguirne le puntate.

L'Ultima Parola [Rai2]

venerdì 23 novembre 2012

L'aggressione agli attivisti del Teatro Valle al ghetto ebraico di Roma e l'aggressione ai tifosi del Tottenham

L'aggressione agli attivisti del Teatro Valle al ghetto ebraico di Roma e l'aggressione ai tifosi del Tottenham: suvvia! Nessuno si è fatto una certa domanda?!

Come sapete, il 14 novembre scorso varie manifestazioni si sono svolte a Roma [19 novembre 2012] per protestare contro l'abusivo Governo Monti. Tra gli episodi legati a quella giornata, ce n'è uno collaterale, che ha fatto discutere solo una piccolissima porzione dei mezzi d'informazione mainstream e una porzione un po' più consistente nella controinformazione. Tale episodio è quello dell'aggressione razzista da parte di ebrei romani ai danni di alcuni attivisti del capitolino Teatro Valle, ripreso in un video. Gli attivisti sono stati bloccati senza una ragione chiara, semplicemente perché trovati a passare per il ghetto, dopo le citate manifestazioni, e malmenati e insultati. La ragione sarebbero stati ipotetici slogan pro-Palestina, lanciati alcune ore prima ad opera di non identificati manifestanti, ma subito negati dal grosso degli stessi manifestanti. (Roma, attivisti del Teatro Valle occupato aggrediti nel quartiere ebraico, Lorenzo Galeazzi, Il Fatto Quotidiano, 19 novembre 2012)

Nel video e dalle testimonianze risulta evidente come gli aggressori pretendano che il quartiere venga tenuto lontano da presenze e opinioni ritenute "estranee" al quartiere stesso, il tutto condito da minacce di morte espresse di fronte a numerosi abitanti del ghetto, per niente turbati da quanto vedevano accadere sotto i loro occhi. Nei giorni successivi, ci sono state delle richieste di chiarimento e di pacificazione da parte di appartenenti alla comunità ebraica romana, con alcune negazioni (non esisterebbero le ronde ebraiche, nonostante sia una cosa risaputa in ambito romano, tanto da venir confermata dalla Questura) e dubbi un po' fragili sul video (Aggrediti al ghetto di Roma, comunità ebraica: “Solidarietà, da noi nessuna ronda”, Lorenzo Galeazzi, Il Fatto Quotidiano, 20 novembre 2012) (Aggressione al ghetto, telecamere di sorveglianza davanti alla scena, Lorenzo Galeazzi, Il Fatto Quotidiano, 22 novembre 2012)

Della notizia, come detto, si è parlato poco. Se cercate su Google News troverete solo gli articoli del Fatto Quotidiano e uno quasi depistante di Repubblica, in cui si preferisce accusare ipotetici "agenti" [si veda foto sotto ("Aggrediti dagli agenti al Ghetto" La denuncia degli occupanti del Valle, La Repubblica, 19 novembre 2012], e quasi nient'altro.

Non altrettanto si può dire per l'aggressione avvenuta nella notte tra il 21 e il 22 novembre, quando, sempre a Roma, alcune decine di italiani mascherati hanno assalito un pub nel centro cittadino, ospitante numerosi tifosi della squadra inglese del Tottenham. Inizialmente si è parlato di teppismo tra tifoserie, dato che ore dopo il Tottenham avrebbe incontrato la squadra della Lazio, per poi orientarsi su spiegazioni differenti.

Il Tottenham, infatti, è la squadra più seguita dagli ebrei in Inghilterra. Inoltre, durante la partita sarebbero stati scanditi slogan anti-ebraici, da parte dei tifosi laziali, ed è stato mostrato uno striscione pro-Palestina. Considerando che sono stati arrestati anche tifosi romanisti (normalmente rivali dei laziali, ma non stavolta), accusati di aver partecipato al raid al pub, sembra chiaro che la motivazione non è calcistica. La notizia, però, è nelle prime pagine di tutti i quotidiani e fortemente rilanciate dalle televisioni nazionali.

Ora, la domanda che dicevamo nel titolo è: non ci verrete a dire che dietro il raid e gli slogan allo stadio non c'entri l'aggressione contro i ragazzi del Teatro Valle? Non che questi ultimi siano legati agli autori dei primi (non lo crediamo minimamente. Crediamo anzi si tratti di "gruppi" molto differenti e distanti tra loro), ma non si venga a dire che l'episodio del ghetto (gli appartenenti ad una minoranza che pretendono con la violenza un territorio separato in città) e l'indifferenza dei mezzi di informazione per lo stesso non abbiano fatto salire il sangue al cervello a qualcuno?! Non prendiamoci per i fondelli, per cortesia! Soprattutto, evitiamo le ipocrisie!

P.S.: qualcuno può pensare che i recenti fatti mediorientali c'entrino. In parte, probabilmente sì, ma come fatto scatenante ci riesce difficile crederlo, uno, perché il raid è avvenuto in prossimità della tregua tra palestinesi e israeliani, due, perché quelli citati sopra sono tutti episodi romani.

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lunedì 19 novembre 2012

Lacrimogeni dal Ministero della Giustizia e repressione

Lacrimogeni dal Ministero della Giustizia e repressione: metafora del genocidio

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Certi fatti vanno presi in maniera mortalmente seria. I tempi attuali sono lo sviluppo dei decenni passati [si veda 15 ottobre 2012] e sono nutriti dal sangue versato, e mai vendicato, in quei decenni (Mattei in primis). L'Italia "democratica" è la terra di Kronos. Kronos, che si era liberato, castrandolo, del padre Urano, il quale eliminava i propri figli gettandoli nel Tartaro, porta avanti la stessa prassi genocida, divorando la sua progenie.

L'Italia attuale è il frutto di scelte e idee basate sull'individualismo estremo, sul dominio parassitario di caste (dalla politica alla magistratura) dispendiose, inerti e prone a decisioni anti-italiane e non-italiane, così come sul reiterarsi di ritornelli ideologici del secolo passato, buoni per confondere. Tale Italia ha preferito lo spreco del potente alla crescita economica e all'indipendenza nazionale. Tali cose sono ormai, pur senza risultati apprezzabili, storia nota. Tale Italia ha anche preferito pasteggiare (sull')oggi, piuttosto che creare le premesse di crescita futura per il proprio popolo. Meglio la macchina potente oggi che il figlio domani. Sarebbe interessante fare un confronto, ad esempio, tra denaro pubblico sprecato per tenere in piedi la FIAT nel corso dei decenni (col rischio attuale che venga scippata agli italiani dall'attuale dirigenza filo-USA di Elkann-Marchionne) e denaro pubblico messo a disposizione per la natalità e le famiglie italiane.

Servirebbe uno Zeus, che avveleni Kronos, vorace e inerte, rigenerando la nazione. Servirebbe uno Zeus, nato sul Monte Liceo, affinché il genocidio cessi e si passi dal mondo dell'indistinto alla distinzione e all'ordine autentico.

Ma per il momento, Kronos lancia lacrimogeni sugli studenti del liceo, come a Roma il 14 novembre scorso. E lo fa dal Ministero di Giustizia, per portare il caos (Caos, padre di Urano).

Lancia lacrimogeni dall'alto, una finestra e il tetto, come i cecchini in guerra sparano dall'alto. Come i cecchini stranieri portavano il caos nelle strade libiche e lo portano oggi nelle strade siriane, affinché i Governi non graditi all'Occidente vengano spazzati via o rischino ciò.

I lacrimogeni, certo, non uccidono, ma la metafora è chiara e il messaggio è chiaro: domina ancora Kronos e ancora i figli verranno divorati. I lacrimogeni scendono dall'alto, sparati dalle "autorità", sulla gioventù in marcia alla manifestazione, come (immagine figurata di) promessa di futuro sterminio dei rivoltosi. In linea con l'Italia genocida attuale.

Le "autorità" affermano che ci sia stato un solo lacrimogeno, lanciato da circa 100-150 metri e rimbalzato sulla finestra in alto del Ministero, spezzandosi poi in tre parti. Peccato che nei video che circolano non ci siano scie sino alla parete del Ministero (che razza di lacrimogeni sono quelli che emettono fumo solo rompendosi?); peccato che ci sia una quarta scia, proveniente dall'alto (probabilmente il tetto del Ministero) e chiaramente generatasi dopo le altre tre; peccato che il ministro Anna Maria Cancellieri abbia parlato di lacrimogeno a strappo, ossia lanciato a mano (da 100-150 metri?). Ecc.

La versione delle "autorità" è chiaramente falsa.

Oggi, il Giornale riporta le dichiarazioni del padre di uno studente arrestato per quelle manifestazioni e i relativi tafferugli. Il padre si dice preoccupato, afferma che bisogna essere responsabili verso la società, teme che si torni ai livelli di violenza degli anni '70. Afferma, inoltre, che serve la repressione (compresa per suo figlio) e che "il mondo non si cambia con le bombe-carta". ("Mio figlio è un violento il gip sbaglia a scarcerarlo", Mariateresa Conti, Il Giornale, 18 novembre 2012)

Non sappiamo a quale mondo si riferisca questo padre e cosa intenda per cambiamento. Certo è che gli anni '70 hanno confermato la frammentazione della società italiana, prima di tutto ideologicamente, per quanto in maniera terminale (dato il grande riflusso immediatamente successivo). L'errore che è stato compiuto allora, nel farsi della Storia, che noi, oggi, in epoca post-tangentopoli e di politica non e anti-rappresentativa, subiamo in una fase avanzata, è stato quello di non capire le manovre in atto (spesso e volentieri straniere). Non capire, cioè, che la sovranità nazionale e l'indipendenza della Nazione, dello Stato e, quindi, anche del Popolo erano in pericolo, preferendo guardare ad essi secondo il proprio preferito prisma ideologico e culturale, acuendo quello stesso pericolo [ancora 15 ottobre 2012].

Ora, quel padre potrebbe anche dire che, tanto più, il figlio non dovrebbe perdere tempo in manifestazioni, per di più violente, ma studiare la realtà storico-sociale, in maniera da cambiarla politicamente e culturalmente. Potrebbe... Ma le dichiarazioni che ha rilasciato sono solo, in realtà, auto-assolutorie. Si è dipinto come buon padre di famiglia, che rifiuta la violenza e che mette il lavoro al primo posto, davanti a qualunque eccesso. Arriva anche a chiedere ai protagonisti degli anni di piombo di dichiarare l'insensatezza delle azioni violente degli anni '70.

Nessuna parola sulla realtà. Nessuna parola sul fatto che in quel Ministero, da cui è partita la provocazione dei fumogeni, segga un Ministro mai eletto, di un Governo mai eletto, il cui scopo e la cui azione quotidiana sono sostenere l'opera finale di annichilimento della sovranità e ricchezza nazionali. Nessuna parola sul sistema usuraio dei prestiti agli Stati, dove non tanto per i debiti, quanto per i relativi interessi ci si impoverisce. Nessuna parola sulla classe media dimezzatasi negli ultimi dieci anni, né sul fatto che l'austerità imposta da governanti non eletti acuirà tale disastro socio-economico.

La gran parte delle manifestazioni sono inutili, forse, ma riteniamo più gravi le parole di un padre impaurito, che vorrebbe il figlio studiare (o parcheggiarsi all'università) come se fossimo vent'anni fa. Non lo siamo. Oggi è in corso una guerra economica contro il popolo italiano. Mario Monti ciancia ripetutamente di stato di guerra causato dagli evasori, mentendo sulle reali responsabilità, che sono prima di tutto delle autorità nazionali degli ultimi vent'anni almeno [2 aprile 2012 e 3 aprile 2012], le quali hanno prosperato sulle esose tasse degli italiani, senza gestire virtuosamente i beni pubblici e senza garantire servizi dignitosi ai cittadini. Dimostrazione ulteriore: dall'anno scorso, pur con la politica dell'austerità di Monti, il debito pubblico è salito ulteriormente, il che significa ulteriori interessi da pagare, ossia meno ricchezza per i cittadini italiani, compreso quel padre che è tanto preoccupato per le manifestazioni.

Su tutto questo, il buon padre non ha alcunché da dire. In questo, il buon padre, se non persegue il male, contribuisce a sostenerlo.

A ciò si aggiungono le forze dell'ordine. In qualche servizio televisivo capita di sentire appartenenti alla polizia o ai carabinieri ripetere il ritornello del lavoro: "sto lavorando", "questo è un lavoro", ecc. Ora, idealmente, di esponenti delle forze dell'ordine che vogliono solo lavorare non ce ne facciamo granché. Chi sceglie nella vita simili strade dovrebbe avere una missione, ossia l'ordine, che non è dato solo dagli ordini dei superiori scodinzolanti davanti ai magistrati (ferme restando le forti limitazioni italiane, dato che le indagini può avviarle solo la magistratura) o ai politici, ma anche da certi atteggiamenti più o meno visibili.

Alcuni di questi atteggiamenti sono però eclatanti, come quelli di questi giorni, ma vanno in senso contrario all'ordine. Lanciare, come cecchini (figurativamente parlando), fumogeni sulla testa dei propri figli (sia figurativamente che letteralmente parlando) non è ordine, come manganellare chi è disarmato non è ordine.

Giustificare certe azioni col "lavoro" non è dignitoso. Giustificare certe azioni con cause di forza maggiore, invece, significa, oggigiorno, appoggiare la guerra della casta parassitaria (politica in primis) contro il popolo italiano, forze dell'ordine comprese, che infatti, anche loro (schizofrenicamente), a volte si ritrovano a manifestare (manifestazioni di categoria, ovviamente).

Un paio di anni fa, se ricordiamo bene, ci fu una manifestazione di pastori sardi, nessuno dei quali bardati da caschi o altra protezione. Salirono comunque gli animi, quando uno dei pastori rimase ferito gravemente ad un occhio per il lancio, ad alzo zero, di un lacrimogeno sparato da un poliziotto. Se ricordiamo bene, il pastore sardo perse poi l'occhio. Ora, chiunque sa, anche senza dimestichezza con le campagne, che la pastorizia è lavoro vero, fatto di sudore della fronte, ma anche di conti da gestire. Doppia fatica, perciò. Con quella doppia fatica vengono anche pagati gli stipendi dei poliziotti e dei carabinieri, così come i ben più ricchi stipendi di magistrati e politici, grazie ai quali poliziotti e carabinieri vengono spesso aizzati o (contradditoriamente) in altre occasioni le loro azioni vengono rese inutili (scarcerazioni assurde o leggi mal predisposte o mal interpretate che ne vanificano l'operato).

La storia dell'Italia moderna è fatta di tradimenti ideali e concreti, di morti tragicamente simboliche (ci si informi come veniva trattato Giovanni Falcone prima di morire, in certi ambienti, oppure come sono state portate avanti le indagini sulla strage in cui morì Paolo Borsellino), di disprezzo crescente per la Nazione e per i cittadini.

L'appartenente alle forze dell'ordine che accetta un certo tipo di ordine o che, di sua iniziativa, porta avanti un certo tipo di condotta (violenta o, in altri ambiti, corrotta) forse scende a patti col suo vissuto quotidiano e vivacchia, ma prepara la strada per le tragedie future, in linea con quelle passate. Tragedie che investono il popolo che dovrebbe proteggere. Tragedie che investono anche i suoi conoscenti e amici e parenti. Tragedie che colpiscono anche i suoi figli.

Il poliziotto o il carabiniere (o il militare, ecc.) che difende, ciecamente, questo stato di cose, opera per Kronos, lasciando che i propri figli vengano divorati.

Noi, però, invochiamo Zeus...

mercoledì 14 novembre 2012

L'ordalia come futuro promesso alla gioventù

L'ordalia come futuro promesso alla gioventù: l'imbarbarimento sociale avanza

"Per me non ho tenuto un euro"
(Vincenzo Maruccio, ex-capogruppo Italia dei Valori alla Regione Lazio)

Un interessante articolo è stato proposto di recente dal sito anarchico COMIDAD, in cui si fa un accostamento non così peregrino, ossia quello tra il fenomeno dell'indebitamento personale e quello della dipendenza dal gioco d'azzardo, il tutto riferito alla gioventù italiana. Il concetto accennato nell'articolo, in sintesi, è che, per precisi interessi di gruppi economici, con la solita acquiescenza dell'attuale classe politica, ancora al potere, i giovani italiani vengano abituati all'idea di vivere dipendendo da quel tipo di legame asfissiante che è il debito, per tutta la loro esistenza e per qualunque aspetto della stessa. In ciò, il gioco d'azzardo è una sorta di metafora di tale vita all'insegna del debito e dell'indebitarsi.

In entrambi i casi abbiamo a che fare con modalità dell'esistenza in cui non esiste l'autonomia dei singoli o dei gruppi e in cui il loro benessere sconta tale assenza, a meno di, statisticamente difficili, se non improbabili, colpi di fortuna. L'indebitamento personale, in generale nella società contemporanea, è l'introiezione del liberismo economico come unico orizzonte dell'esperienza e delle sue figure dominanti, di cui si tenta di goderne la luce riflessa proprio coll'indebitarsi, ma è proprio col debito che si finisce per ampliare e confessare la propria subalternità a quelle figure e a quel sistema di vita. Il gioco d'azzardo è la versione accellerata di tutto questo.

In ciò, il gioco d'azzardo è anche ordalia. Il tentativo di fare il grande salto in un istante, per passare dall'altra parte (dalla parte dei vincitori), non è diverso dal rischiare la vita per dimostrare di avere ragione (avendo la divinità dalla propria parte). Ora, se l'ordalia poteva, forse, avere un suo senso in tempi antichi, oggi esprime la solitudine della società rispetto alle élites dominanti e il dibattersi degli individui (non solo i giovani, per quanto loro siano i più fragili), non per dimostrare il proprio valore o per difendere il proprio onore o qualcosa di sacro, ma per meramente esistere, nell'unico modo che il liberismo ha saputo/voluto sviluppare, ossia economicamente. E scommettere sul futuro, piuttosto che costruirlo, non è civiltà, ma barbarie.

P.S.: parlando di gioco d'azzardo non parliamo di forme patologiche, perché riteniamo che possa essere un errore. Il gioco d'azzardo, come fenomeno sociale in espansione, è, di per sé, preoccupante.

P.P.S.: la citazione in apertura dell'ex-esponente dell'IDV è ovviamente ironica, dato che il giovane politico (poco più che trentenne), su circa un milione di euro sottratti al partito, quindi alla collettività, circa 100.000 li avrebbe persi giocando al videopoker...

  • Il progetto per le nuove generazioni: gioco d'azzardo e debiti (COMIDAD, 8 novembre 2012):
Lo Stato biscazziere è oggi affiancato anche da grossi gruppi privati, come ad esempio la Glaming, società specializzata in giochi online, di proprietà della Mondadori; ciò grazie ad una delle tante leggi "ad aziendam" del Buffone di Arcore. L'offerta di gioco d'azzardo quindi aumenta e si diversifica, anzi pare sia l'unico settore in sicura crescita. [1]
Nei mesi scorsi vi sono state una serie di iniziative a livello di amministrazioni locali per cercare di limitare la presenza di slot machine in luoghi prossimi a scuole o frequentati da studenti. Ma niente paura. Sono in arrivo le slot machine online. L'annuncio del nuovo business è stato lanciato trionfalmente dall'AAMS, l'Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato. [2]
Inoltre, secondo una ricerca del CNR di circa due anni fa, la media degli studenti, anche minorenni, coinvolti nel gioco d'azzardo si avvicina ormai alla soglia del 50%, e risulterebbe in aumento:
"Dal 2008 al 2009 la percentuale di studenti tra i 15 e i 19 anni che dichiarano di aver giocato in denaro almeno una volta negli ultimi dodici mesi è aumentata dal 40% al 47%", spiega Sabrina Molinaro, ricercatrice Ifc-Cnr e responsabile Espad (European school project on alcohol and other drugs) per l'Italia, "l'aumento maggiore è fra le ragazze, passate dal 29 al 36%, i maschi passano invece dal 53 al 57%. Tra questi studenti, nonostante il divieto di legge, circa 550.000 sono i minorenni, corrispondenti al 43% dei minori scolarizzati (dati 2009, in crescita rispetto al 38% del 2008)". [3]
Gli studenti rappresentano attualmente anche uno dei maggiori target dei servizi finanziari. L'anno scorso ha fatto scalpore la proposta del senatore Pietro Ichino di aumentare drasticamente le tasse universitarie, compensandole con la possibilità per gli studenti di accedere a "prestiti d'onore". La proposta di Ichino è in linea con le indicazioni del Fondo Monetario Internazionale, che da tempo persegue questo modello di finanziarizzazione dell'Università. [4]
In effetti anche grandi gruppi bancari come Unicredit, Intesa-San Paolo, BancoPosta e BNL già si muovono in questa direzione, con una serie di offerte finanziarie per studenti. Unicredit mette a disposizione una gamma di servizi finanziari per offrire agli studenti la possibilità di gestire la propria "indipendenza" (sic!). Il tutto è corredato da una ricca scelta tra vari tipi di carta di credito. [5]
La finanziarizzazione degli studi non si ferma al settore universitario. BancoPosta, in collaborazione con Deutsche Bank, offre finanziamenti anche per studenti delle scuole superiori, e persino delle elementari, anche se, per il momento, non è ancora possibile far indebitare direttamente i bambini. [6]
C'è qualche dubbio sul fatto che la Scuola sia solo una vittima innocente di questa finanziarizzazione della condizione studentesca. Qualche malpensante infatti potrebbe sospettare che l'introduzione nella didattica scolastica di termini come "credito" e "debito", sia stata una sorta di manipolazione subliminale per far familiarizzare inconsapevolmente gli studenti con la prospettiva di indebitamenti molto più onerosi ed insidiosi. [7]
L'agenzia di rating Moody's ha rilevato lo scorso anno che negli USA, dove il business dei prestiti agli studenti ha avuto la maggiore espansione, questo settore finanziario è uno di quelli in maggiore sofferenza, anche perché i prestiti ottenuti ufficialmente per fini di studio spesso hanno destinazioni improprie. Per Moody's questa però non è una buona ragione per fermare il business, come dimostra la sua attuale diffusione anche in Italia. Del resto, se i prestiti a studenti finiscono nel gioco d'azzardo, ciò che si perde con una mano, lo si riprende con l'altra. [8]
Pare che ci sia una sorta di affinità elettiva tra banche e casinò, tanto che nel gergo finanziario è entrata una nuova espressione: casino-banking, per indicare una strategia rischiosa di investimento basata su titoli tossici. Il casino-banking ha comunque la rete di protezione dei fondi pubblici di salvataggio. [9]
Ma il rapporto tra banche e casinò non va inteso solo in senso figurato. L'intreccio tra banche e gioco d'azzardo in Italia è per ora poco evidente, anche se l'inchiesta giudiziaria sui rapporti tra la Banca Popolare di Milano e la società di gioco d'azzardo Atlantis Bplus ha gettato un piccolo squarcio di luce sul fenomeno. I virtuosi tedeschi in questo settore sono invece all'avanguardia, visto che Deutsche Bank è entrata in grande stile nel business del gioco d'azzardo a Las Vegas. [10]


[1] http://www.mondadori.it/Press/Comunicati-stampa/2011/NASCE-GLAMING-LA-SOCIETA-DI-MONDADORI-PER-I-GIOCHI-ONLINE
[2] http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/gioco-in-trentino-e-allarme-studenti.aspx
http://casinoaams.net/slot-machine-online-arriva-la-conferma-di-aams
[3] http://www.moebiusonline.eu/fuorionda/Adolescenti_azzardo.shtml
[4] http://www.pietroichino.it/?p=17452
http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.imf.org/external/pubs/ft/fandd/2005/06/barr.htm&prev=/search%3Fq%3Dschool%2Bfinancial%2Bimf%26hl%3Dit%26biw%3D960%26bih%3D513%26prmd%3Dimvns&sa=X&ei=yGOVUI_0HYXNswbB9YGABw&sqi=2&ved=0CDAQ7gEwAQ
[5] http://www.economyonline.it/2010/03/29/come-ottenere-un-prestito-anche-se-si-e-studenti/
https://www.unicredit.it/it/giovani/pensatoperte/iprodottiperglistudentiuniversitari.html
[6] http://denaro.it/blog/2012/08/31/sostegno-agli-studenti-patto-con-deutsche-bank-fino-a-5mila-e-per-famiglia/
[7] http://www.liceoscientificomoro.it/cartellasalvaguai/creditiEdebiti.htm
[8] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.changinghighereducation.com/2011/08/moodys-looks-at-student-debt-problems.html&prev=/search%3Fq%3Dmoody%2527s%2Bdebt%2Bstudents%26hl%3Dit%26prmd%3Dimvns&sa=X&ei=s1CZULTcEczHsgb1_IGoDg&ved=0CFcQ7gEwBQ
[9] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.wallstreetandtech.com/regulatory-compliance/casino-banking-quant-schools-bad-banks-c/240000623&prev=/search%3Fq%3Dbanks%2Bcasino%26hl%3Dit%26biw%3D960%26bih%3D513%26prmd%3Dimvns&sa=X&ei=sqSaUO--Cc_DtAbRwoD4Cg&ved=0CJ8BEO4BMAs
[10] http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-05-30/inchiesta-ponzellini-domiciliari-064150.shtml?uuid=AbpgTXkF
http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.thelocal.de/money/20101215-31817.html&prev=/search%3Fq%3Ddeutsche%2Bbank%2Bgambles%2Bcasino%26hl%3Dit%26prmd%3Dimvns&sa=X&ei=h6GaUJfrD8busgb4yoDQCw&ved=0CIUBEO4BMAg

L'iceberg sommerso dei potenti

L'iceberg sommerso dei potenti: gli abusi sui minori

E' il grande segreto della più potente industria cinematografica mondiale, quella hollywoodiana. Ed è anche il suo problema principale, sia per il passato, che per l'oggi, che per il futuro. Chi dice questo, a proposito di pedofilia e abusi su minori, è Corey Feldman, uno degli ex-ragazzini prodigio del cinema statunitense ("Goonies", "Ragazzi perduti", "Stand by me", ecc.), chiamato anche "uno dei due Corey", come un altro ragazzo prodigio e suo amico, quel Corey Haim morto per droga nel 2010, forse per dimenticare in che maniera era stato costretto a vivere, nei suoi anni adolescenziali, nella comunità hollywoodiana, venendo "passato di mano in mano".

La denuncia che Feldman, ma anche Alison Arngrim, co-protagonista del telefilm "La casa nella prateria", e qualche altro, hanno portato avanti nel 2011, non sembra avere smosso eccessivamente la frenetica attività della Mecca del cinema o dei grossi circuiti televisivi statunitensi. D'altronde Feldman non ha voluto citare nomi, compreso il potente produttore che potrebbe aver condotto alla morte, molti anni dopo, il suo amico Haim.

Hollywood e l'industria dell'intrattenimento in generale, quindi, non solo dominano le menti della gioventù occidentale, ma ne gestiscono parzialmente anche i corpi, sia per il loro diffondere determinati stili di vita, sia più direttamente, abusandone.

Generalmente, i nomi che circolano ufficialmente sono relativamente pochi e non grandissimi, per quanto di successo, e legati a produzioni spesso per ragazzini, come "School of Rock" o "Sesame Street" (notizia di questi giorni, le accuse di rapporti sessuali con un ragazzo, allora minorenne, al doppiatore afro-americano Kevin Clash. Proprio ieri, gli avvocati della presunta vittima hanno affermato che i rapporti, consensuali, non sarebbero avvenuti quando il ragazzo aveva 16 anni, ma quando ormai era maggiorenne. Curioso cambio di versione, nel giro di poco tempo). Ma le vicende dei due Corey o di Alison Arngrim dimostrano che si tratta di un fenomeno più vicino alle grosse produzioni di quanto si creda. La Arngrim, che ora è portavoce dell'organizzazione Protect, per la difesa dell'infanzia, afferma che la prassi abituale è sempre e solo la stessa, ossia l'omertà. Chiunque lavori o abbia a che fare con l'industria dell'intrattenimento non vuole che certe voci o accuse emergano. L'iceberg deve rimanere sommerso. D'altronde, basterebbe ricordare, per capire come in certi casi l'iceberg può anche emergere, senza risultati importanti, la vicenda del regista Roman Polanski, stupratore di una minorenne, drogata per permetterne l'abuso, e difeso a spada tratta da numerosi personaggi pubblici, compresi François Mitterand, Woody Allen (non ne dubitavamo), Pedro Almodovar e, purtroppo, altri (può stupire qualcuno - si veda più avanti -, ma Daniel Cohn-Bendit ha criticato tale difesa).

Secondo Paul Peterson, altro ex-giovane attore, stavolta negli anni '50 e '60, che ugualmente ha vissuto il problema della pedofilia sulla propria pelle, molti di quelli che lui conobbe, suo malgrado, in quel periodo, sono ancora in circolazione. Peterson, che attualmente è presidente dell'organizzazione A Minor Consideration, per la difesa dei diritti dei giovani attori, afferma che il problema è sempre lo stesso, ossia la paura di rovinare la propria carriera impedisce che certe accuse emergano. Secondo Peterson, la pedofilia ad Hollywood è parte di un circuito internazionale, che non conosce confini (lo dovremmo sapere, ormai, che tutto coincide), né rispetta alcuno. (Recent Charges of Sexual Abuse of Children in Hollywood Just Tip of Iceberg, Experts Say, Meagan Murphy, FoxNews, 5 dicembre 2011)

Spostandoci in Gran Bretagna, come sapete, è esplosa la polemica sulla vicenda del conduttore della BBC Jimmy Savile, morto nel 2011 e accusato di abusi su minori, sia per le protezioni e amicizie potenti, sia per i conferimenti onorari che ebbe in vita dalla Corona britannica e dalla Chiesa Cattolica (Perché "cospirazione" è un termine peggiorativo di alcune élites, Wayne Madsen, Strategic Culture Foundation via Comedonchisciotte, 30 ottobre 2012 - 11 novembre 2012).

Lo sviluppo della vicenda è interessante: l'indagine su Savile è parte di una indagine più ampia, che sta toccando altri personaggi importanti. Ma tra i nomi emersi, uno è stato immediatamente espunto, quello di Lord McAlpine, noto politico conservatore, in quanto l'accusatore ha semplicemente ammesso di essersi confuso (?! - anche in questo caso, curioso cambio di versione. Intendiamoci, se simili casi sono troppo spettacolarizzati, sono anche possibili accuse infondate per ragioni opinabili, o altri tipi di esasperazioni. La questione è chiaramente problematica). Il tutto ha scatenato una reazione contraria, e forse più dura, rispetto al modo in cui era iniziata la vicenda su Savile. Infatti, l'ex direttore della trasmissione della BBC Newsnight, Peter Rippon, originariamente era stato accusato di censura per non aver permesso che un servizio sulle accuse a Savile andasse in onda, tanto da lasciare l'incarico il mese scorso. Adesso, Newsnight, che ha trasmesso il servizio su McAlpine il 2 novembre, viene attaccata per le ragioni opposte, portando alle dimissioni del direttore generale della BBC, George Entwistle. Queste si accompagnano alla minaccia di una ristrutturazione radicale e strutturale dell'intera emittente televisiva. (Bbc, ristrutturazione radicale dopo le dimissioni del direttore Entwistle, AGI, 11 novembre 2012) Poi... uno pensa male...

Le voci che circolano sulla questione pedofilia sono numerose e, spesso, incontrollate (se cercate, tanto per rimanere nel Regno Unito, troverete molto su Tony Blair e Gordon Brown, compresa l'implicazione nella strage di Dunblane, nel 1996, dove morirono sedici bambini) e non tutte sono sufficientemente circonstanziate. Se molto sappiamo sulla Chiesa Cattolica (a riprova, drammatica doppiamente, del suo potere calante), meno su altre realtà (per quanto, ad esempio, negli ultimi anni le comunità ortodosse ebraiche siano assurte alle cronache, con i casi, ad esempio, di Brooklyn e di Israele, "paradiso per pedofili" secondo la polemica definizione dell'israeliano Consiglio Nazionale per l'Infanzia). Meno sappiamo su quanto vi sia di vero, ma molto di temuto, sulla vicenda del mostro di Marcinelle, Marc Dutroux, e delle protezioni e complicità, anche ad altissimo livello politico e istituzionale, di cui avrebbe goduto (solo voci?).

Tornando alla Chiesa Cattolica, ogni tanto capita di trovare ipotesi, comunque timide, di letture alternative, magari ridimensionanti i molti casi di abuso su minore. In realtà, col passare degli anni sembra evidente che la gran parte dei casi segnalati sono purtroppo autentici. Diventa perciò interessante lo studio, unico nel suo genere (per le altre realtà religiose o ideologiche o sociali non esiste alcunché di comparabile, a detta degli stessi autori. E anche questo è degno di rilievo), volto a comprendere le cause del perché degli abusi ad opera di sacerdoti cattolici negli USA, e realizzato, nell'arco di alcuni anni, dal John Jay College of Criminal Justice di New York, assieme al Dipartimento di Giustizia statunitense. Tale studio evidenzia differenti spunti: i preti autori delle violenze non presentano, per la gran parte dei casi, disturbi comportamentali tipici dei pedofili propriamente detti. In pratica, la confusione sessuale e personale dei casi in questione è stata sufficiente per compiere tali atti. La spiegazione? Lo stile di vita emerso dalla seconda metà del Novecento, improntato a permissivismo e libertà sessuale, ma anche il diverso atteggiamento sociale e culturale nei rapporti con le istituzioni e le personalità religiose, ha trovato impreparati i preti cattolici.

La gran parte delle violenze denunciate (ricordiamo che parliamo di preti statunitensi), infatti, riguardano il periodo che va dai primi anni '60 alla metà degli anni '80. Le gerarchie non sono state capaci di preparare i nuovi religiosi in maniera adeguata ai nuovi tempi. D'altronde, per dirla tutta, la stessa Chiesa Cattolica (ricordiamoci che è quella del Concilio Vaticano II) si è adeguata, in senso lato e per altro verso, ai nuovi tempi, con i risultati che abbiamo visto. Altra cosa interessante, una ragione per l'esplosione di tutti quei casi, nel lasso di tempo citato, è data dalla maggiore attenzione delle gerarchie ecclesiastiche agli autori delle violenze, piuttosto che alle vittime. Anche ciò ci sembra un adeguamento ai tempi (genocidi) attuali. (The Causes and Context of Sexual Abuse of Minors by Catholic Priests in the United States, 1950-2010, John Jay College Research Team, maggio 2011) [in PDF] [nella ricerca, alle pagine 20 e 21, trovate brevi spunti sulle principali altre religioni presenti negli USA]

Dicevamo i tempi. Se dagli anni '60 in poi molte cose sono cambiate è stato per numerose ragioni. Ogni attività umana, ogni nuova forma mentis, ogni abitudine è condizionata sia da scelte e azioni precedenti, sia dalle correnti di pensiero, di massa o minoritarie o sotterranee sviluppate in precedenza. Lo studio che abbiamo citato sulla Chiesa Cattolica, se è stato ben condotto, lascia intendere, ben al di là dello stesso ambito cattolico nordamericano, che la pedofilia è problema soprattutto moderno, degli ultimi decenni (il che non significa che non esistesse prima, ovviamente. A poco vale citare Gilles de Rais, che d'altronde, venne messo a morte). Altra annotazione che si può fare è che, fermo restando che le vittime sono tutte ugualmente bisognose di rispetto e attenzione, così come ogni atto di violenza su minori va combattuto e, altrettanto, ogni forma di reiterazione di tali atti e perversioni è intollerabile, bisognerebbe capire se tali violenze sono il frutto di disordini (chiamiamoli) individuali (e di che tipo, dato anche quel che si è detto sui preti cattolici nello studio citato) o, in qualche modo, sono associabili a forme "ideologiche". Interessante, da questo punto di vista, un veloce excursus che riproponiamo più avanti integralmente, lasciandovi con la domanda fondamentale: questo problema, per come si sta presentando da qualche decennio a parte, quasi sempre tragico e con effetti di lungo periodo devastanti, che normalmente viene presentato come la faccia nascosta di realtà quotidiane (la famiglia, l'oratorio, i campi estivi, l'attività sportiva, la scuola, ecc.), è realmente tale o è anche (soprattutto? Originariamente? Ecc.) derivante da scarti socio-culturali avvenuti negli ultimi decenni e secoli rispetto alla morale e all'etica condivise precedentemente? E, ripetiamo, non stiamo parlando dell'atteggiamento nei tempi antichi o nel medioevo, sia per le differenti aspettative di durata media della vita (se si campava, in alcuni casi, sino a trent'anni, era un po' difficile che dai 12-13 anni non si potesse essere pronti ad un matrimonio. Comunque dal Medio Evo in poi anche la questione dell'età venne regolamentata, per impedire eccessi), sia per l'atteggiamento complessivo della società. Parliamo di come dietro (e a partire dal)la maggiore tolleranza degli ultimi decenni, anche rimanendo ai soli rapporti tra uomo e donna eterosessuali e adulti, sia stato nascosto alla vista un gelido iceberg, il cui contorno apparente è solo quello dei titoli sui quotidiani su maestri e preti o, piuttosto, qualcosa d'altro, come teme qualcuno e come fanno pensare le notizie che provengono dal centro dell'impero? Dietro le crescenti libertà della maggioranza è potuta proliferare l'abiezione di alcune minoranze? E, anche in ciò, tutto coinciderebbe.

  • Chi vuole la pedofilia? Gli ambigui proclami di tanti "cattivi maestri" (Bruto Bruti, L'Ottimista via Centro San Giorgio, 14 aprile 2010) 1:
   Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), che può essere considerato il profeta dell'educazione relativista e illuminista, ha cinque figli dalla sua compagna e, poiché questi sono figli reali e non astratti come L'Emilio, egli se ne libera rapidamente depositandoli, dopo ogni nascita, nell'ospizio dei trovatelli. Quest'uomo che crede nella assoluta bontà delle sensazioni e ignora la tendenza umana al piacere disordinato ed egoistico, a Venezia si compra per pochi franchi una bambina di dieci anni per allietare sessualmente le sue serate 2.

    Dacia Maraini, sulla scia di filosofi illuministi che praticavano sesso anche con i figli, ha sostenuto che l'incesto è una pratica naturale 3.

    Gerd Koenen (teorico del '68) scrive: «Negli asili infantili più radicali le attività sessuali divennero parte integrante dei giochi» 4.

    Jean-Paul Sartre (1905-1980), Simone de Beauvoir (1908-1986), Michel Foucault, Jack Lang, futuro ministro francese, firmarono una petizione in cui si reclamava la legalizzazione dei rapporti sessuali coi minori 5.

    Daniel Cohn-Bendit, capogruppo dei Verdi al Parlamento Europeo, raccontò addirittura di avere sperimentato e favorito la pedofilia e il sesso coi minori a scuola, come insegnante. Poi, diventato europarlamentare, ha detto che si trattava di un'opera di fantasia. Ma anche fosse stata un'opera di fantasia, qual'era l'obiettivo? Certamente quest'opera non favorisce la condanna della pedofilia 6.

    Oggi, Aldo Busi, forse il più venduto autore omosessualista italiano, spesso ospite di programmi televisivi e radiofonici, candidato nelle liste radicali, scrive: «È probabile che nella mia omosessualità ci sia una forma di attrazione non verso i maschi, ma verso l'odio che mi suscitano tutti gli uomini, odio che il fare sesso con loro non fà che aumentare». Dopo di che spiega che l'età per rapporti omosessuali che lui ritiene lecita è a partire dai tredici anni, in quanto a questa età un ragazzo, secondo lui, sarebbe adulto, e libero di decidere di avere rapporti con un altro uomo 7.

    Nichi Vendola, oggi governatore della Puglia, in una intervista del 1985 a Repubblica affermava: «Non è facile affrontare un tema come quello della pedofilia ad esempio, cioè del diritto dei bambini ad avere una loro sessualità, ad avere rapporti tra loro, o con gli adulti, e trattarne con chi la sessualità l'ha vista sempre in funzione della famiglia» 8.

    Il 27 ottobre 1998, i radicali organizzarono un convegno, nelle aule del Senato, la cui presentazione così recitava: «Essere pedofili [...] non può essere considerato un reato; la pedofilia [...] diventa reato nel momento in cui danneggia altre persone» 9. Come dire che la pedofilia è lecita purché il bambino sia consenziente e la legge lo permetta...

    L'internazionale dei gay e delle lesbiche (ILGA) ha collaborato politicamente e culturalmente con i pedofili americani (NAMBLA: North American Man-Boy Lovers Association) per dieci anni, prima di separarsi da questo movimento 10.

    Il filosofo omosessualista Mario Mieli (1952-1983) sosteneva la funzione redentiva della pedofilia (la sua opera è considerata la Bibbia dei gay e a lui sono intitolati molti circoli gay). Nell'opera di Mieli vengono considerate esperienze redentive, da promuovere, la pedofilia, la necrofilia e la coprofagia 11.

    Le associazioni omosessualiste (COC) fondate da Jef Last (1898-1972; pedofilo, omosessuale e amico di André Gide) nei Paesi Bassi hanno voluto e ottenuto la depenalizzazione dei contatti sessuali con giovanetti al di sopra dei dodici anni. Nel 1990, infatti, erano stati depenalizzati, nei Paesi Bassi, i contatti sessuali (etero e omo) con individui sopra i dodici anni: la condizione era il consenso del giovane o della giovane e il nulla osta dei genitori 12.

Note

1 Articolo apparso sul sito http://www.lottimista.com, il 14 aprile 2010 con il titolo «Chi vuole la pedofilia? Gli ambigui proclami di tanti "cattivi maestri"». Reperibile anche alla pagina web

http://segnideitempi.blogspot.com/2010/04/chi-vuole-la-pedofilia.html

2 Cfr. R. Guiducci, La Storia di un contestatore sconfitto, pagg. 1-68 (pag. 32); in J.-J. Rousseau, Le Confessioni, Introduzione di Roberto Guiducci; traduzioni e note di Felice Filippini, Biblioteca Universale Rizzoli, aprile 2001, pag.28.

3 Cfr. F. Agnoli, su Il Foglio, del 26 maggio 2007.

4 Ibid.

5 Ibid.

6 Ibid.

7 Ibid.; A. Busi, Manuale per il perfetto papà, Mondadori 2001.

8 Ibid.

9 Vedi pagina web

http://www.qrd.org/qrd/orgs/NAMBLA/1993.se.to.ilga

10 Cfr. G. Rossi Barilli, Il Movimento Gay in Italia, Feltrinelli, 1999, pag. 93.

11 Cfr. M. Mieli, Elementi di critica omosessuale, Feltrinelli, 2002, pag. 255.

12 cfr G. J. M. Van den Aardweg, «Matrimonio omosessuale e affidamento a omosessuali», in Studi Cattolici, Anno XLII, n. 449/50, 1998, pag. 507.

domenica 4 novembre 2012

Sulla morte di Lech Kaczyński e del suo entourage

Sulla morte di Lech Kaczyński e del suo entourage: in quei giorni, si diceva che...

Sul blog di Nessie si riparla della morte di Lech Kaczyński, della moglie e di alcuni altri esponenti governativi e militari polacchi, avvenuta nell'incidente del loro aereo, diretto a Smolensk, in Russia. L'occasione è data dalla notizia, al momento negata, della presenza di esplosivo nell'area di caduta dell'aereo.

I test che sono stati effettuati non danno risultati sicuri nell'immediato e si devono attendere diversi mesi prima di un qualche tipo di certezza. Quindi, per ora, probabilmente niente esplosivo. Ora, incidente o no, dei giorni in cui esso avvenne, si è parlato poco di un'altra questione, non così piccola, ma che troviamo strano non sia stata sviscerata maggiormente. Andiamo per date...

Il 17 settembre 2009, il piano per il sistema missilistico statunitense in Polonia viene abbandonato dal Governo statunitense. Le reazioni sono le più diverse: Russia e Paesi euro-occidentali plaudono alla cosa, ritenuta utile per migliorare i rapporti tra i rispettivi Paesi. I politici polacchi si dividono, tra quelli come Donald Tusk, favorevole al nuovo corso, e come Kaczyński, contrario. L'opinione pubblica polacca è sostanzialmente favorevole all'abbandono del progetto (secondo il quotidiano Rzeczpospolita, il 48% dei polacchi è favorevole, contro il 31% dei contrari; secondo l'agenzia SMG/KRC, il 50% è favorevole, contro il 36% dei contrari). I contrari temono che la propria nazione sia marginalizzata e messa in pericolo.

A fine marzo 2010, esce un articolo del Wall Street Journal, in cui vengono riportate alcune dichiarazioni di un esponente (anonimo) dell'amministrazione polacca per il nucleare, in cui si afferma che la Polonia avrebbe la capacità di costruire armi nucleari. (Poland Finds Nuke Material Behind Sofa, Marcin Sobczyk, The Wall Street Journal, 26 marzo 2010) Donald Tusk reagisce subito alle dichiarazioni, affermando che in Polonia non esistono armi nucleari.

Il 12 aprile 2010, inizia a Washington il summit sul nucleare, a cui anche la Polonia viene invitata. La ragione dell'invito, che ha sorpreso molti, è data dalla presenza di un reattore nucleare polacco, potenzialmente utilizzabile per lo sviluppo di armi. Nel precedente articolo del WSJ, ci si domandava se, durante il summit, Barack Obama avrebbe chiesto a Kaczyński di non portare avanti la costruzione di alcun ordigno nucleare (nonostante la risposta di Tusk). Ma, come sapete, Kaczyński muore due giorni prima.

Ora, incidente o no, a chi ha giovato la morte di Kaczyński? Probabilmente un po' a tutti. La Polonia deve restare un piccolo Paese (vedere anche Lo strano caso polacco, InformazioneScorretta, 12 aprile 2010).

giovedì 1 novembre 2012

Martiri italiani: Enrico Mattei

Martiri italiani: Enrico Mattei

  • Testo aggiornato in data 4 novembre 2012: vedere più avanti

Il 27 ottobre scorso si è avuto il cinquantesimo anniversario dell'uccisione di Enrico Mattei, fondatore e presidente dell'ENI. Il momento in cui venne assassinato (il suo aereo venne fatto esplodere in volo poco prima del suo ritorno a Milano, dopo un viaggio di lavoro in Sicilia) era delicato, in quanto stava entrando nelle grazie dell'allora Presidente degli USA, John F. Kennedy, con tutti i possibili effetti che ciò avrebbe potuto produrre.

Debora Billi, nel blog Petrolio, riporta alcune dichiarazioni dello storico Daniel Yergin, affermante proprio questa simpatia di Kennedy per Mattei. Yergin afferma, però, anche che la morte dell'italiano fu un semplice incidente aereo. (Omicidio Mattei: non sono state le sette sorelle?, Debora Billi, Petrolio, 31 ottobre 2012)

Le dichiarazioni di Yergin, in realtà (e tralasciando le sciocchezze su quello che lui definisce "incidente"), non hanno alcunché di clamoroso. In Il golpe inglese, Cereghino e Fasanella riportano stralci dagli archivi britannici, in cui chiaramente si evince la preoccupazione d'oltremanica per l'atteggiamento dell'allora Governo statunitense rispetto agli italiani (The National Archives/Public Record Office - Foreign Office 371/163741). L'amministrazione statunitense, probabilmente seguendo la Dottrina Kennedy (La freedom doctrine di John F. Kennedy: cooperazione allo sviluppo e disarmo nell'Europa Mediterranea, Cristian Rossi, Franco Angeli ed., 2006), intendeva dare maggior spazio all'Italia, come ad altre nazioni alleate, nell'ottica di rapporti internazionali che meglio riuscissero a tener conto della decolonizzazione in corso. Ciò, ovviamente, in vista di un contenimento dell'influenza sovietica e comunista, a livello internazionale (oltre che di ragioni interne statunitensi)

Perciò, è possibile che sia Mattei che Kennedy (ucciso un anno e un mese dopo) siano stati assassinati in quanto visti, in certi ambienti capitalistici e politici, come pericolosi per un ordine basato su élites ristrette (di poche nazioni dominanti). Entrambi sembravano portare avanti una idea politica (perché Mattei agiva politicamente) alla pari con i propri interlocutori e senza svendersi (Mattei che pagava meglio il petrolio rispetto alle compagnie dominanti, a tutto beneficio del proprio Paese; Kennedy, unico presidente USA arrivato ad un passo dalla guerra con l'Unione Sovietica, ma capace di invertire la rotta diplomaticamente... e senza certi costi, ecc.).

Intendiamoci, ci sono anche delle contraddizioni e delle problematiche. Ad esempio, aveva ragione Kennedy a criticare Eisenhower per il mancato appoggio ai movimenti anti-coloniali in Africa? D'altra parte, è vero o non è vero che Mattei spingeva, come riporta il documento citato degli archivi britannici, per l'uscita dell'Italia dalla Nato?

Come è possibile, allora, che Mattei stesse per essere ricevuto con tutti gli onori a Washington? O, forse, ciò era possibile proprio per questa maggiore indipendenza italiana? Certo è che, due giorni prima della sua morte, il britannico Financial Times titolava "La scena italiana. Il signor Mattei dovrà andarsene?" (The italian scene. Will Signor Mattei have to go?, Financial Times, 25 ottobre 1962)

Aggiornamento del 4 novembre 2012: in un articolo ospitato su Comedonchisciotte, che minimizza il ruolo di John F. Kennedy come avversario del mondo finanziario (JFK fu ucciso perché ostacolava la FED?, Tom Woods, Tomwoods.com via traduzione su Comedonchisciotte, 25 ottobre 2012 / 2 novembre 2012), si dice, tra i commenti, che l'emissione di moneta voluta da Kennedy incideva per solo l'un percento rispetto alla massa monetaria complessiva gestita dalla Federal Reserve. Al contempo, non si esclude il complotto omicida contro il Presidente statunitense, ma più per ragioni politiche/geopolitiche. Per quanto l'emissione voluta da Kennedy possa essere stata percentualmente non così rilevante, non ci sembra che si debba escludere a priori che, simbolicamente, possa aver reso di malumore qualcuno. In ogni caso, sia la morte di Kennedy che quella di Mattei, furono utili anche e soprattutto politicamente, per rimanere in solchi simili al passato. Sempre tra i commenti citati, si fa riferimento sia ad alcune dichiarazioni di Benito Livigni, assistente di Mattei ed ex-dirigente ENI, che fa un parallelo tra le due morti (Benito Livigni al V° Congresso di Senza Bavaglio, 5 video [la dichiarazione che ci interessa è nel video 3, dal quarto minuto circa]), sia all'organizzazione Permindex, accusata da molti di essere dietro sia all'uccisione di Kennedy, sia ad alcuni attentati contro il Generale De Gaulle, sia alla morte dello stesso Mattei (La Permindex: i sicari della Corona, Solidarietà via Movisol, gennaio 1995). E tenete presente che la Permindex, guarda caso, fu allontanata dall'Italia, con l'accusa di azioni sovversive, proprio nel 1962.

lunedì 15 ottobre 2012

Concetti ideologici 4: la lotta di classe

Concetti ideologici 4: la lotta di classe

"Con la concorrenza universale la grande industria costrinse tutti gli individui alla tensione estrema delle loro energie. Essa distrusse il più possibile l'ideologia, la religione, la morale, ecc. e quando ciò non le fu possibile ne fece flagranti menzogne. Essa produsse per la prima volta la storia mondiale, in quanto fece dipendere dal mondo intero ogni nazione civilizzata, e in essa ciascun individuo, per la soddisfazione dei suoi bisogni, e in quanto annullò l'allora esistente carattere esclusivo delle singole nazioni. [...] In generale essa creò dappertutto gli stessi rapporti fra le classi della società e in tal modo distrusse l’individualità particolare delle singole nazionalità. E infine, mentre la borghesia di ciascuna nazione conserva ancora interessi nazionali particolari, la grande industria creò una classe che ha il medesimo interesse in tutte le nazioni e per la quale la nazionalità è già annullata... [...] 
(F. Engels, K. Marx "L'ideologia tedesca")

Con l'"Ideologia tedesca" il materialismo storico ha uno scatto in avanti e diventa la maniera privilegiata per vedere e indagare l'esistente, secondo l'ottica marxista e comunista. I due autori, in quest'opera, si staccano dall'indagine filosofica per affermare la centralità, necessaria, delle condizioni esistenti di vita, specie lavorative. L'uomo non è ciò che pensa e crede e sente, ma pensa, crede e sente in funzione di ciò che fa o, meglio, in funzione di ciò che viene costretto a fare.

Dal brano che abbiamo citato, è altresì evidente che marxismo e comunismo sono consci, da subito, che il grande capitalismo è (anche) globalismo, sia come sconfinamento di fatto, sia come progetto voluto e imposto. Nonostante ciò, marxismo e comunismo, pur volendosi altro rispetto alle "filosofie", finiscono per prospettare la "lotta di classe", ossia una applicazione ideologica di uno stesso schema a tutte le realtà esistenti. La "lotta di classe" è il risultato "filosofico" di una indagine che si pretende scientifica e universale. La neutralità scientifica, unica ragione per la pretesa universalità marxista e comunista, finisce per sporcarsi proprio con la "lotta di classe", non riuscendo ad essere un mezzo di indagine utile a chiunque sia insoddisfatto dell'esistente (perlomeno date certe condizioni socio-economiche). L'idea di "lotta di classe", producendo campi avversi in qualunque realtà possibile, impedisce la valutazione di dinamiche di potere non legate necessariamente al lavoro e alle condizioni materiali, contribuendo anche ad impedire reazioni adeguate rispetto ad eventuali dinamiche negative.

Ciò spiega il perché il Novecento abbia visto l'espandersi, allo stesso tempo, dei sostenitori della "lotta di classe" e del miglioramento delle condizioni dell'esistenza, nel mentre, però, che aumentava il potere delle élites globali e si preparava il grande riflusso che, nonostante (i goffi tentativi attuali di) indignados e occupy-wall-street, perdura ancora. Nonostante marxismo e comunismo abbiano già ab origine la coscienza del pericolo derivante dal dominio globalista, l'idea di "lotta di classe" ha finito per costituire un ostacolo (non il solo) per la comprensione e per la difesa da quel dominio.

Il miglioramento delle condizioni dell'esistenza nel secolo passato ha costituito un bivio, di cui sembrerebbe essere stata scelta la strada sbagliata. L'espansione della classe media avrebbe potuto creare contrappesi alternativi a qualunque potere, in questo proseguendo sul solco delle varie rivoluzioni "occidentali" degli ultimi secoli. Ma la classe media, invece di porsi su questo solco, ossia, invece di prendere il meglio delle rivoluzioni "occidentali", ne ha preso il peggio, ossia il cupio dissolvi (sotto tutti i profili: culturale, identitario, sociale, economico, ecc.), arrivando all'oggi, col dissolvimento di se stessa, da cui deriva anche l'espansione del declino economico per fasce sempre più ampie di cittadini.

D'altra parte, i sostenitori occidentali delle rivoluzioni "orientali" hanno, appunto, portato avanti la "lotta di classe", se non altro come spunto polemico, figura retorica, evocazione. In Italia, il farlo ha impedito di individuare le autentiche manovre di potere, perché nel mentre che queste avvenivano, i "lottatori di classe" stazionavano tra università ed esterni di fabbrichette, ma dov'erano mentre venivano martirizzati Mattei, Pasolini e Moro? Se Pasolini era almeno buono all'uso in quanto "comunista e frocio", che cosa ne fu degli altri due? E dello stesso Pasolini, quanti erano realmente consapevoli di quali potevano essere le possibili ragioni della sua morte (se non di "incidente" si trattò)? Questi soli tre esempi danno l'idea di come le manovre di potere erano sconosciute e di conseguenza anche detentori del potere, seconde linee, obiettivi. Troppo persi dietro la "lotta di classe" e "di liberazione dei popoli" per notare che venivano gettati semi, anche sanguinari, da cui sarebbe derivato lo smantellamento della sovranità nazionale, con tutto il corollario di impoverimento economico, ulteriore servaggio nei confronti di poteri e Paesi stranieri, distruzione delle culture tradizionali (quanti di quelli che hanno pianto il Pasolini "comunista e frocio" lo hanno pianto anche come conservatore?), ecc. Certo, si sarebbe potuto provare a portare avanti una strada "sudamericana" alla rivoluzione, ma si era schiacciati, sotto ogni punto di vista e non solo in Italia, tra Ovest ed Est, senza possibilità alcuna per altri punti cardinali (figurarsi, allora, men che meno il Nord!).

Le migliori condizioni di vita avrebbero dovuto anche migliorare il popolo, ma il popolo, ogni popolo occidentale, ha preferito la dissoluzione, avvenuta nel modo più curioso possibile, ossia soffocandosi sotto sempre nuovi bisogni, mode, pulsioni, viaggi materiali e immateriali, identità artificiali, oggetti, ecc. O, apparentemente in alternativa, ma, in realtà, in maniera complementare, dietro nuovi progetti solidali, internazionali, umanitari. Ovviamente, in nome del progresso. Non della libertà. I borghesi, la classe media, l'italiano medio, ecc., venivano visti dai "lottatori di classe" come naturali nemici, per quanto il secondo Novecento abbia poi visto una costante dissoluzione di quegli stessi lottatori, sempre meno avversi a quei loro nemici e sempre più tra loro simili. I "lottatori di classe" hanno abboccato all'amo come il resto della società italiana: le migliori condizioni di vita hanno via-via spento ogni afflato rivoluzionario. Il comunismo "istituzionale" è divenuto sempre meno alternativo, sino a sciogliersi nel pantano politico degli ultimi venti-venticinque anni. (Sbarazzarsi della Sinistra - da Sinistra, Tonguessy, Appello al Popolo, 11 ottobre 2012)

Ora, se per chi non è comunista (chi può esserlo, oggigiorno?) ciò non è una tragedia, è tragico, questo sì, che in tutti i decenni passati un mondo politico alternativo, o apparentemente tale, di grandi dimensioni e di forte presenza a tutti i livelli sociali, non abbia contribuito a produrre una controstoria del Novecento italiano che non fosse solo ideologica. Certo, è anche possibile che sia stato proprio questo suo innervarsi in una Italia dominata da padroni esteri e istanze sempre più straniere a rendere i "lottatori di classe" sempre meno tali, non solo il venir meno di certe condizioni socio-economiche e culturali. Ma anche in questo appare subito una delle mancanze della "lotta di classe", ossia il sostanziale disinteresse per l'aspetto identitario, per cui quando Pasolini morì, morì da "comunista e frocio", ossia morì menomato, senza che le autentiche istanze dei suoi discorsi e scritti degli ultimi anni di vita potessero avere seguito o ricevere autentico interesse. La scomparsa del mondo contadino, che sconvolgeva Pasolini, veniva vissuta da altri solo all'interno di un discorso sulla "lotta di classe" e sulle classi subalterne (proletari o potenzialmente tali, come i contadini, in una Italia in cui i contadini iniziavano a sparire come nel resto dell'Occidente). Non erano un mondo (come in realtà lo erano). Il mondo progressista, piuttosto, era troppo preso anche da altre cose, come aborto, divorzio, ecc., per preoccuparsi dell'identità di chicchessia. Di nuovo, il progresso e non la libertà.

Avendo ridotto l'identità alla sovrastruttura e reso la società il campo di battaglia della struttura, il popolo finisce per non esistere, tanto quanto non esiste nel globalismo liberista, dove diventa solo massa consumatrice. L'ideologizzazione dei discorsi sulla società e l'eliminazione progressiva della dignità del discorso identitario, patriottico, nazionale, etno-culturale hanno prodotto il vuoto attuale. Non essendo possibile un discorso nazionale, non è altrettanto possibile la difesa della sovranità nazionale. Non essendo possibile un discorso identitario, non è altrettanto possibile difendersi da istanze straniere. (La seconda morte della patria, Stefano D'Andrea, Appello al Popolo, 6 dicembre 2011) Non ci si stupisca, perciò, se i decenni del secondo Novecento non hanno visto una produzione saggistica o articolistica appena minima riguardo quello che avveniva realmente in Italia. Troverete, sicuramente, migliaia di articoli e centinaia di volumi che mettono in luce alcuni aspetti della Storia nazionale, anche sotterranea, ma quanti in maniera organica? Quanti, avendo la possibilità, hanno messo mano ad ogni aspetto storico inquietante e, considerando il popolo italiano nella sua interezza e per se stesso, senza costruzioni ideologiche, hanno provato a valutare l'impatto complessivo e organico della presenza di certi personaggi politici o non politici (da Cefis ad Amato), di certe uccisioni (da Mattei a Falcone e Borsellino), di certe scelte politiche in dati momenti (dall'ambiguità del centrosinistra rispetto alle tv berlusconiane alla tolleranza sostanziale rispetto all'immigrazione di massa, dal non aver creato contrappesi decenti al precariato lavorativo sino al Meccanismo Europeo di Stabilità)? Si è giunti all'oggi impreparati, con tanti appunti sparsi, ma senza tracce univoche o univocamente condivise almeno da chi si dice insoddisfatto dell'esistente.

Nel frattempo, è crollato l'Est, che è divenuto un incerto altro Ovest. Da quel crollo, negli ultimi vent'anni, l'Ovest originario ha intensificato il progetto di delocalizzazione verso qualunque Altrove a buon prezzo, già iniziato uno o due decenni prima. Anche in ciò, i pochi, pochissimi, "lottatori di classe", nel frattempo rimasti, non hanno avuto molto da ridire, né per quello che ciò produceva e produce nelle società occidentali (fine del lavoro), né per quello che produceva o può produrre altrove (se non in quei casi denunciati di sfruttamento dei lavoratori e solo per quello; d'altronde l'industrializzazione è, per alcuni, un destino, preannunciante altro. Beati loro...). In Italia, in particolare, questo ventennio ha forse concluso lo smantellamento non solo della sovranità nazionale (anche grazie al cappio dell'Unione Europea), ma anche della ricchezza e della capacità di produrre ricchezza [ARCHIVIO 17 ottobre 2007].

La crisi economica e sociale di questi ultimi anni è il coronamento finale di quanto seminato nel Novecento. Il progresso (consumistico e/o internazionalista, liberale o socialdemocratico o comunista e post-comunista) ha condotto ad un'epoca apparentemente sregolata, dove la necessità di regole vere viene lasciata a chi ha prodotto questa stessa epoca (chi ha voluto l'Unione Europea così com'è? Chi ha voluto le Nazioni Unite? Ecc.). E non è un problema di "lotta di classe". E', per l'ennesima volta nella storia delle diverse culture umane, un problema di volontà politica, quindi di libertà. Eppure l'idea di "lotta di classe" ritorna nei discorsi di qualcuno, così come permangono ancora residuati polemici (neanche ideologici) come "fascista", "antifascista", ecc., gridati da una tribù urbana contro l'altra. Per tornare all'Italia, sarebbe bastato essere un po' più attenti a certe morti del Novecento (quelle citate sopra), ché l'Italia si sarebbe risparmiata molti errori. Altro che "lotta di classe" o manifestazioni tra aule universitarie e fabbrichette (tra l'altro, col passare degli ultimi anni, sempre più chiuse) o lanci di estintori in piazza! Si sarebbe dovuto inquadrare storicamente quello che avveniva nei propri confini per compiere i passi necessari per rimanere liberi.

Sempre in Italia e sempre negli ultimi vent'anni (e più), ci si è accontentati di storie di tangenti e corruttele, vere o presunte, per anni e anni e in migliaia e migliaia di articoli di giornale e servizi televisivi e post su internet, ma i "lottatori di classe", se realmente avessero voluto portare avanti tentativi di difendere il lavoro e la dignità dei lavoratori e dei cittadini, avrebbero anche dovuto inquadrare tutto quello spettacolo di arresti, accuse, polemiche, su uno sfondo più ampio, senza necessariamente godere (tribalmente) per come quello spettacolo veniva inquadrato (verso il centro e verso destra, ma meno verso sinistra).

Uno sfondo più ampio per capire quanto quella vera o presunta corruttela influisse realmente nei processi democratici o nelle fortune dell'economia nazionale, oppure se i discorsi attorno ad essa possano aver sviato da questioni più importanti.

Separando, da una parte, le vicende che hanno condotto alla fine della Prima Repubblica e ai primi anni della Seconda e, dall'altra, il resto degli anni a noi più vicini, si dovrebbe intuire come le divisioni ideologiche, ormai già al tempo residuali, siano state una delle cause, se non la causa, per il successo mediatico e retorico dell'annientamento della vecchia classe dirigente italiana, così come quella vicenda, a sua volta, sia stata una delle cause, se non la causa, che ha permesso un nuovo successo mediatico all'insegna della crisi istituzionale, politica, culturale ed economica italiana che stiamo conoscendo negli ultimi anni.

Detto altrimenti: l'ideologia residuale non ha permesso di capire cosa abbia realmente significato la fine della Prima Repubblica. Oltre a ciò, le vicende fraintese della Prima Repubblica sono servite per creare (o hanno creato solo involontariamente? Bella questione) l'immagine di una Italia allo sbando da decenni (invece che da anni, al limite), permettendo con più facilità, prima, un ricambio generazionale politico ormai chiaramente molto discutibile e, successivamente, giustificando il Governo tecnico e il definitivo dominio europeista e atlantico.

L'attuale crisi economica (e politica, soprattutto) è iniziata, ormai, nel lontano 2008. Lontano, perché allora, e per un paio di altri anni, era più facile sentir parlare di riorganizzazione della finanza internazionale e del sistema bancario, maggiori controlli sia della finanza "visibile" sia del sistema delle "dark rooms" et similia, presenza maggiore dello Stato in campo economico, messa in discussione del potere delle agenzie di rating, ecc. Passati quei due-tre anni, nulla è accaduto. Si perde tempo con gli slogan internazionali alla "siamo il 99%", nel mentre che (pochi esplicitamente, qualche altro sotto-sotto, tutti gli altri forse indifferenti, intontiti o che) si invidia singole realtà come Argentina o Islanda, ognuna delle quali, per conto proprio, secondo la propria indole, si governa da sé. In nessuno dei due casi c'è stato bisogno di paradisi-in-terra. Si tratta di realtà ancora in divenire, ovviamente, ma, come è ovvio, le cose o le si fanno o non le si fanno, ferma restando la terza possibilità: i totalitarismi ideologici. Ognuno, naturalmente, in questo terzo caso avrà le proprie preferenze. Scioccamente... Meglio sarebbe non avere preferenze ed essere solo italiani (in quanto italiani. Oppure francesi in quanto francesi, tedeschi in quanto tedeschi, ecc.).

Anche perché il globalismo (solo economico?) potrebbe sapersi insinuare quasi ovunque, come affermava l'economista e storico Antony C. Sutton: Wall Street and the Rise of Hitler e Wall Street and the Bolshevik Revolution, i tre volumi di Western Technology and Soviet Economic Development, ecc. Ora, se rimane problematica l'idea di un contributo significativo all'ascesa hitleriana (non solo per la Seconda Guerra Mondiale e il suo esito, ma anche per tutti i decenni successivi di demonizzazione, che sembrano nascondere qualcosa ancora da indagare. Tanto per cambiare...), la questione dei rapporti da capitalisti e bolscevismo, per quanto in un primo momento più difficile da credere, risulta meno problematica per come la Storia del Novecento si è poi svolta, non essendoci stato, tra Occidente liberale e Oriente comunista, l'approssimarsi di un vero punto di rottura.

Sutton porta ulteriormente avanti una idea non nuova (ad esempio, già nel 1967 uscì il volume del giornalista Marcello Lucini "Chi finanziò la Rivoluzione d'Ottobre?", Editrice Italiana), ossia che la Rivoluzione del 1917 sia stata possibile anche grazie a finanziamenti di capitalisti statunitensi e occidentali in genere, allo scopo di spazzare via, guarda caso, l'alterità zarista da un'Europa sulla via del capitalismo. Ma Sutton aggiunge che proprio lo sviluppo successivo, anche industriale, dell'Unione Sovietica sia stato reso possibile dal denaro di Wall Street. La stessa Guerra Fredda non sarebbe stata altro che una gigantesca macchina sforna-contratti (l'economia di guerra senza la guerra. Vi dice nulla la guerra al terrorismo? Vi dicono nulla i rapporti tra Occidentali e Arabi?).

Ora, se una tale ipotesi risultasse corretta, significherebbe che tutta la Storia del Novecento (occidentale e non solo e non solo quella del Novecento) non andrebbe letta secondo le risibili idee della "lotta di classe", ma secondo la lotta "ideale" tra globalismo e popoli. Tutta la Storia degli ultimi cento anni andrebbe rivista completamente, e non sarebbe una storia di classi sociali piegate dal Potere, ma del potere di piegare la realtà, là dove i popoli non sanno ancorarsi ad essa per difenderla e difendersi. Dove muoiono i popoli di carne e sangue e confini nazionali, là prospera l'Idra dalle molte teste.

martedì 9 ottobre 2012

Il Consiglio d'Europa consiglia...

Il Consiglio d'Europa consiglia... ovvero, Giacomo Santini del PDL sollecita il voto per gli stranieri

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La scorsa settimana, il Consiglio d'Europa (che, ricordiamo, è organizzazione distinta dall'Unione Europea, avendo solo scopo propagandistico dirittoumanista, senza vincoli per gli Stati europei) ha approvato la risoluzione 1897 (2012), con lo scopo di dare delle linee guida per rendere gli Stati maggiormente democratici. I punti toccati sono i più vari, dal consigliare un uso appropriato delle risorse amministrative per la macchina democratica ad una maggiore trasparenza nell'uso dei fondi per le campagne elettorali, ecc.

Tra i punti citati, uno è stato proposto dalla Commissione Immigrazione, avente come attuale presidente il senatore del PDL (e forzitaliota dei primi tempi) Giacomo Santini [foto sopra], che, col documento 13029, ha affermato che il concetto di "volontà del popolo" sarebbe mutato, divenendo (solo?) espressione della volontà elettorale, la quale, a sua volta, dovrebbe essere anche, dato il fenomeno immigratorio di massa degli ultimi 10-20 anni, espressione delle comunità allogene, sia per ciò che concerne un loro presunto diritto al voto, sia per ciò che concerne il potenziale aumento di personalità allogene tra i rappresentanti eletti, e il cui riconoscimento sarebbe, appunto, una condizione per una democrazia più compiuta.

Il tutto, continuando curiosamente a chiamare gli stranieri "migranti", come se si trattasse di girovaghi globali, pur parlando di diritti di cittadinanza, e, ancora più rilevante, senza alcuno spunto riferibile ad una qualche preminenza degli autoctoni o almeno delle loro culture (schiacciate dall'unica non-cultura dei diritti umani e dell'elettoralismo democratico), così come senza punti fermi rispetto ad istanze non solo non europee, ma almeno potenzialmente contrarie persino all'ideologia dei diritti umani (e, d'altronde, se aumenteranno significativamente i portatori di questa o quella istanza contraria, chi dovrebbe difendere cosa?). E se qualcuno pensa che le cose andranno per il meglio... Certo... tutto, di questi tempi, fa sperare per il meglio...

Doc. 13029 della Commissione Immigrazione del Consiglio d'Europa (27 settembre 2012) [in inglese]

Risoluzione 1897 (2012) "Ensuring greater democracy in elections" del Consiglio d'Europa (3 ottobre 2012) [in inglese]

P.S: Giacomo Santini è uno di quelli che il non-democraticamente eletto "Monti deve continuare a lavorare".

P.P.S: a proposito e a mo' di esempio, ma gli USA multietnicisti degli ultimi 20-30-40 anni sono più o meno democratici di un tempo?

martedì 2 ottobre 2012

ACIdenti stranieri

ACIdenti stranieri: sugli incidenti stradali, le RC Auto e certi corsi di guida

La notizia, di alcune settimane fa, che l'ACI avrebbe organizzato corsi di guida per stranieri è stata un po' ingigantita, nonostante sia da discutere ugualmente, tanto da far temere patenti gratuite per tutti gli allogeni circolanti in Italia. Non è propriamente così, trattandosi di un corso annuale, previsto per tre anni, dedicato a circa tremila stranieri complessivi, già forniti di patente, presa in Italia o all'estero. Corso il cui scopo dovrebbe essere il trasformare i 3000 selezionati in "ambasciatori" della guida sicura nelle comunità immigrate (Stranieri, corsi di guida da 1,5 milioni di euro, Sicurauto, 31 agosto 2012).

Ciò non toglie che il tutto sia comunque una presa per i fondelli (degli italiani). Il corso, che sarà accompagnato anche dalla creazione di un call-center dedicato, avrà un costo di un milione e mezzo di euro, e che sarà gratuito per gli stranieri partecipanti, è stato pensato per rimediare ai dati che stanno provenendo dall'incidenza delle varie nazionalità negli incidenti stradali in Italia.

Se gli italiani sono coinvolti in incidenti stradali per il 6,4%, gli stranieri lo sono per il 13,5%, ossia più del doppio, in particolare tunisini, ucraini, romeni, marocchini e moldavi e, ancor di più, egiziani, peruviani, albanesi e cinesi. Coinvolti significa (lo specifichiamo, dato che alcuni usano tale espressione per dissimulare la realtà) sia vittime, sia, soprattutto, autori e causa dei sinistri.

In pratica, tale corso dovrebbe, magicamente, trasformare i tremila "ambasciatori" in taumaturghi capaci di modificare stili di guida, stili di vita e forma mentis dei circa due milioni e mezzo di allogeni che quotidianamente guidano sulle strade italiane. Ciò che non fa lo Stato italiano, ossia controllare l'effettiva capacità di questi guidatori (naturalmente parliamo di coloro che hanno preso la patente fuori dai confini italiani), viene lasciato ai consigli di una manciata di più o meno volenterosi, perché al limite di questo si tratterà. Consigli, piuttosto che controlli: bella prospettiva!

Ma c'è un ulteriore aspetto che va considerato, per meglio mettere a fuoco la questione generale del rapporto tra stranieri e (maggiore) incidenza percentuale negli incidenti. Nei mesi scorsi, Walter Citti dell'ASGI (Associazione studi giuridici sull'immigrazione) e l'Onlus Avvocati Per Niente (nome interessante) hanno inviato alla Commissione Europea una denuncia contro lo Stato italiano, dopo analoghe denunce in alcuni tribunali italiani contro compagnie assicurative, per discriminazione, in quanto alcune compagnie applicavano (applicano?) tariffe differenziate in funzione della cittadinanza e della nazione d'origine. Anche l'UNAR (l'ufficio nazionale anti-discriminazioni) ha inviato una raccomandazione per l'abolizione delle tariffe differenziate (Repertorio n.16 del 31 gennaio 2012: adozione di una raccomandazione generale ai sensi dell'art. 7, comma 2, lettera E) D.LGS N. 215/2003 in materia di tariffe differenziate per nazionalità delle polizze RCA) [in PDF].

La raccomandazione dell'UNAR riporta, a pagina 5, una considerazione dell'ANIA (Associazione nazionale imprese assicuratrici) affermante che tali differenziazioni sono basate su dati statistici relativi alla differente sinistrosità registrata, utilizzati alla pari di altri dati, come l'incidenza dell'età o il luogo di circolazione prevalente. Ossia, non si tratta di una qualche forma di discriminazione per causa dell'origine etnica e nazionale, ma per causa del comportamento rilevato statisticamente sulle strade italiane.

Ma l'UNAR, in spregio alla logica e ai dati rilevati (come detto, gli stranieri causano il doppio degli incidenti stradali rispetto agli italiani), afferma, tra pagina 8 e 9, che non si possono ammettere "cause di giustificazione" e differenze di trattamento, neanche se per finalità legittime e con mezzi proporzionati, in quanto la differenziazione è, in sostanza, anche secondo l'ordinamento italiano e comunitario, una discriminazione (conta l'ideologia rispetto alla realtà concreta, in altre parole).

Di fronte a tale presa di posizione ideologizzata dell'UNAR (a sua volta prodotto ideologico), non si capisce perché fare dei corsi particolari come quelli dell'ACI per stranieri, se l'origine nazionale non dovrebbe contare alcunché. O esiste il problema e il problema ha rilevanza statistica, quindi può incidere nell'apertura di una assicurazione automobilistica, oppure non esiste. Non è che se esiste tale problema e tale dato, con una parola magica essi scompaiono, lasciando sul campo solo altri dati statistici.

Perché un napoletano è tenuto a pagare di più, in quanto automobilista a Napoli, mentre un cinese o un egiziano, pur essendo statisticamente, a livello nazionale, più predisposti ai sinistri, no? E non solo non pagano di più, ma la società italiana butta 1,5 milioni di euro per pretesi corsi miracolosi di guida in favore di costoro!

Nella lettera di risposta della Commissione Europea (risposta del 17 aprile 2012 a Walter Citti dell'ASGI) [in PDF], Karel Van Hulle afferma, sì, che la cittadinanza non dovrebbe avere rilevanza, rispetto ad esempio a fattori come l'esperienza di guida; afferma, sì, che i cittadini comunitari non possono avere differenze di trattamento tra di loro; ma, specifica anche che, per gli extracomunitari, ciò ugualmente vale avendo permesso di soggiorno di lungo periodo. Non per tutti gli extracomunitari in generale (come quasi viene fatto credere in certi articoli: RC auto differenziata per nazionalità, Commissione Ue: è discriminatoria, Sabrina Bergamini, Help Consumatori, 10 maggio 2012).

Certo, nonostante tutte queste considerazioni, rimane e rimarrà un punto da chiarire: se chi commette più incidenti dovesse essere statisticamente rilevato, nei prossimi anni, come comunitario oppure soggiornante di lungo periodo, UNAR, ACI, associazioni varie e Stato italiano continueranno a prendere per i fondelli i cittadini italiani, come stanno facendo ora?

domenica 30 settembre 2012

[Segnalazioni librarie] Elogio delle frontiere e Limite

[Segnalazioni librarie] Elogio delle frontiere (di Régis Debray) e Limite (di Serge Latouche)

Presentiamo due recenti e agili volumi di noti autori d'Otralpe, come il discusso Régis Debray o l'altrettanto discusso, pur per ragioni differenti, Serge Latouche, uno dei maggiori esponenti dell'idea di decrescita economica.

Elogio delle frontiere

"I nostri "senza frontiere"  vogliono cancellare l'inconveniente di essere nati?"

Debray, pur provenendo politicamente dalla sinistra rivoluzionaria (mai del tutto risolto l'enigma su chi portò alla cattura e uccisione di Ernesto Che Guevara) e pur appoggiando attualmente l'inutile Front de Gauche dell'altrettanto inutile Jean-Luc Mélenchon, ha idee particolari su ciò che concerne i sistemi di credenze necessari per tenere assieme una società e una cultura. In una intervista di alcuni anni fa, ad esempio, affermava che non ci si può sbarazzare dell'ethnos, così come il demos, inteso come comunità costituita da una certa convinzione, non può bastare. Ci deve essere una certa nostalgia per qualcosa di ideale e passato e inserito nella propria storia, affinché si guardi avanti, rivoluzioni comprese. Per lui, le rivoluzioni sudamericane del Novecento erano nazionalismo in marcia sotto la bandiera rossa (Tous les hommes ne sont pas frères, intervista di Elisabeth Lévy a Régis Debray, Causeur, 12 marzo 2009).

Nel presente volume, uscito in Italia la scorsa primavera, Debray sintetizza l'idea che tra muri invalicabili o livellamenti globalizzanti esista una terza possibilità, ossia il confine. La frontiera prosegue in ambito socio-culturale ciò che la pelle è per il singolo essere vivente, ossia quel qualcosa che permette l'individuazione dello stesso, la sua sopravvivenza e, al contempo, lo scambio equilibrato con l'esterno e col diverso.

Ciò che è vivo è separato. Ciò che è morto non necessita di confini. Non è un caso che nella Genesi Dio separi la luce dalle tenebre. Non è un caso che sia Zeus a separare il maschile dal femminile. Non è un caso, aggiungiamo noi, che Remo muoia nel momento in cui si oppone alla creazione dei confini di quella che diverrà Roma.

Scrive Debray: "Il contorno amputa, certo, ma per meglio includere, e ciò che un io o un noi perdono in superficie, lo guadagnano in durata. [...] Il perpetuarsi di un'entità, collettiva o individuale, si sconta con una ragionevole umiliazione: quella di non essere a casa propria ovunque".

L'internazionalismo non vuole sentire ragioni, però. I vari -ismi degli ultimi secoli (dal liberalismo all'islamismo, ecc.) sono un "palliativo allo sradicamento". Gli -ismi attualmente ancora esistenti, ci sembra, lo siano in funzione del denaro, non di qualcosa di più profondo. Possono pretendere meno frontiere e più passaggi liberi, proprio perché col denaro possono comprare qualsiasi cosa. Ed è proprio il "denaro, che si infuria di fronte a tutte le barriere e non tollera l'eccezione culturale. La frontiera ha cattiva stampa, perché difende i contropoteri. [...] Sono coloro che non posseggono nulla ad avere interesse ad una demarcazione chiara e precisa. [...] La frontiera - per quanto poco - rende uguali potenze disuguali".

Limite

"Darsi dei limiti è il gesto che distingue la civiltà dalla barbarie"

Latouche, in questo volumetto, pubblicato da poche settimane, costituente una sorta di sintetica rassegna sull'idea di limite applicata ad ogni aspetto dell'esistenza, conclude affermando che la decrescita, da progetto economico, deve essere ormai più ambizioso, in quanto la dismisura economica inquina tutta la società, divenendo dismisura morale, culturale, tecnologica e scientifica, ecc. Il progresso senza limiti distrugge le libertà, distrugge le differenze, distrugge le culture, distrugge, in una parola, il mondo.

"Gli uomini fanno veramente comunità solo nella prossimità e percependo la loro differenza dagli altri", tanto che Latouche afferma che la frase di André Gide ("i pregiudizi sono i pilastri della civiltà") sia veritiera. Per quanto i pregiudizi non debbano essere eccessivi, la loro assenza totale è, per Latouche, assolutamente vergognosa. In qualche maniera, l'attacco culturale ai pregiudizi è il segno di uno smantellamento dell'etica e della morale dalla società. Un pregiudizio va discusso. Un limite va discusso. L'assenza di essi è invece il dominio della trasgressione infinita (trasgressione orizzontale), che nasconde il dominio del più forte (trasgressione verticale).

La trasgressione verticale non è il dominio di una autorità riconosciuta localmente, ma quello di una classe di potere sradicata, spesso invisibile, non perché inconoscibile o nascosta, quanto perché dissimulante i propri interessi e scopi dietro classi politiche e mezzi di informazione compiacenti (il famoso "Soros filantropo" di gadlerneriana memoria). Dominio cresciuto grazie al costante smantellamento degli Stati e dei confini nazionali, così come delle culture. Non a caso, come dice Latouche, "non esiste nessun progetto politico che punti a mantenere il legame sociale" (per la Thatcher la società semplicemente non esisteva, ad esempio). Ma non esiste alcun interesse per il legame sociale, proprio perché non c'è prossimità.

Non è un caso che la democrazia divenga fasulla (in Italia s'avanza lo spettro di un Monti-bis, magari senza elezioni politiche), in quanto essa "può funzionare soltanto se la politeia è di piccole dimensioni e fortemente ancorata a valori specifici". Sostituendo la cultura locale con bisogni sradicanti, gioco facile ha il dominio dei globalizzatori, i quali drogano quel che rimane della società con la non-cultura dell'illimitato, la quale cresce soprattutto sui singoli e i sogni/deliri/incubi di costoro, con tutti i disastri etici e morali che conosciamo. La non-cultura dell'illimitato è etnocida, è genocida, ma anche distruzione, follemente cieca, dei limiti naturali e delle riserve naturali. E' indifferente alla seconda legge della termodinamica, nonostante si dichiari la più scientifica delle culture conosciute. Boriosa sino all'eccesso, la non-cultura dell'illimitato non ammettendo limiti, quasi ammette il proprio infantilismo, secondo cui tutto dovrebbe essergli dovuto, anche l'impossibile. I dominanti, così come i dominati attuali, vivono improntati all'idea del sempre possibile e del sempre dovuto. Si acquista tutto, pur non avendo denaro (debiti, rate, ecc.), pur avendo già tutto (consumismo, obsolescenza, ecc.), pur non avendone bisogno (infelicità programmata, secondo le confessioni del pubblicitario francese Frédéric Beigbeder).

Il risultato è l'inquinamento sia della natura, sia della mente e dello spirito. Il vecchio proverbio del "troppo stroppia" non è più ascoltato, ma non di meno è veritiero. Ma i dominanti non se ne avvedono e già, piano piano, avanza la loro soluzione, in linea con quanto finora conosciuto: la sostituzione degli esseri naturali con esseri artificiali. Arti e organi artificiali, dominio farmaceutico, ogm, ecc., preludono ad una sempre nuova "creazione" della natura da parte dell'uomo (e anche la società multietnicista e la tolleranza sessuale sono propedeutiche a ciò?), anche in questo caso indifferente a qualunque limite. "Secondo i greci, gli Dei precipitavano nell'abisso della dismisura coloro che volevano perdere" (Alain Caillé). Chi pagherà il conto?

venerdì 28 settembre 2012

Il nuovo mondo...

Il nuovo mondo... per chi si accontenta di poco, di niente, di...

A metà settembre, si è tenuto ad Orvieto l'annuale incontro delle ACLI, dal titolo "Cattolici per il bene comune" e in cui si è discusso tra l'altro di cooperazione internazionale, riduzione delle spese militari e, mai che manchi, concessione della cittadinanza agli allogeni (insomma, i soliti ritornelli), ecc. (ACLI: le 5 sfide per il futuro dell'Italia, PGC, Unimondo, 18 settembre 2012).

Tra gli intervenuti, Pierluigi Bersani e Pier Ferdinando Casini. Per quest'ultimo, ambiguamente e incoerentemente, servirebbe una politica per la famiglia, al momento mancante, conseguentemente... bisogna concedere la cittadinanza agli stranieri. Ma la natalità italiana? Se volete chiedere a Casini... auguri...

Bersani, invece, è più esplicito: la cittadinanza agli allogeni è la questione prioritaria per il Partito Democratico. Dopo questa confessione, che in tempi normali dovrebbe essere considerata imbarazzante, il segretario del PD afferma: "Deve essere chiaro in che mondo immaginiamo l’Italia: nel mondo nuovo o nel vecchio?".

Il vecchio mondo sarebbe, per non andare troppo indietro nel tempo, costituito da gente come: Enrico Mattei, Gian Maria Volonté, Pier Paolo Pasolini, Aldo Moro, Arturo Toscanini, Federico Fellini, Enrico Fermi, Luciano Berio, Indro Montanelli, Giorgio De Chirico, ecc., ecc. Volendo andare più indietro nel tempo potete sbizzarirvi ancora di più, da Giulio Cesare a Leonardo Da Vinci, da Raffaello Sanzio a Gabriele D'Annunzio, da Alessandro Volta a Giuseppe Mazzini, ecc., ecc.

Nel preteso nuovo mondo... potete trovare Antonella Clerici, Mario Balotelli, Belen Rodriguez, Sergio Marchionne, Lapo Elkann, Guzzanti (uno/a qualunque), ecc. E naturalmente anche Pierluigi Bersani e Pier Ferdinando Casini. Ossia due che nulla hanno prodotto di significativo nella vita e per la patria, ma che hanno goduto di e prosperato su quanto è stato prodotto da quel mondo passato. Ora, perché tanta inutilità umana deve poter pretendere impunemente di prefigurare mondi futuri?

domenica 23 settembre 2012

Esempi di reazione alla crisi

Esempi di reazione alla crisi: l'Italia delle piccole imprese

Per riprendere l'attività del blog dopo la pausa estiva, diamo qualche esempio delle risposte che la società civile sta fornendo per impedire lo smantellamento imprenditoriale della realtà italiana.

Iniziamo da quella che è l'iniziativa più importante, ossia il "fare rete", indicante l'aggregarsi, a livello produttivo, tra aziende di medio-piccole dimensioni, con lo scopo di affrontare con maggiore forza il mercato, senza perdere ognuna la propria specificità e identità, evitando, perciò, il vecchio schema della fusione. Attualmente, secondo dati aggiornati a luglio 2012, oltre 2100 aziende sono "in rete", di cui circa 450 nella sola Lombardia.

Il recente convegno di Monza, organizzato da Confindustria Monza e Brianza, e dedicato al tema in questione, ha confermato come tale forma di aggregazione produttiva sia una risposta di peso alla crisi economica, nonostante le titubanze di molti, avvezzi al vecchio individualismo imprenditoriale e timorosi di perdere la propria libertà. Ma le risposte che stanno arrivando, al momento, sembra siano tutte positive, proprio per la natura del "fare rete", che permette a ciascun imprenditore di rimanere tale, senza indietreggiare di fronte ad altri o senza necessità di manager esterni.

D'altronde, come riportava Nicola Porro sul Giornale di qualche mese fa, le aziende più in salute sono quelle con un "padrone" e non quelle con i "manager" (e la recente polemica tra Della Valle e Marchionne sulla FIAT è sintomatica).

E d'altronde, "padrone", più che "manager", indica identità imprenditoriale, ossia capacità di immedesimarsi in un progetto, sentirlo proprio e portarlo avanti. C'è una enorme differenza tra rischiare soldi propri, magari nel territorio che ci ha visto crescere, almeno professionalmente, e gestire soldi altrui, in un qualunque luogo di passaggio.

A ciò, si aggiungono le mancanze della politica e, soprattutto, dei gruppi bancari, rispetto alle numerose emergenze prodottesi con la crisi [2 aprile 2012]. Qualche mese fà, l'assessore veneto allo Sviluppo Economico, Marialuisa Coppola, si è lamentata per come le banche, chiamate ad appoggiare il piano anti-crisi del Veneto (soprannominato "piano anti-suicidi"), abbiano frenato l'attivazione del piano stesso. Non a caso, sempre alcuni mesi or sono, in Emilia-Romagna, la CNA ha avviato una campagna pubblicitaria, imputando ai ritardi dello Stato nei pagamenti e alle banche i numerosi suicidi avutisi negli ultimi due anni [2 aprile 2012 e 29 febbraio 2012].

Ma come dicevamo, ci sono alcune iniziative per tentare di ovviare ai ritardi e alle pecche politico-bancarie. Un altro piccolo esempio viene da Treviglio, in provincia di Bergamo. Se lo Stato italiano è incapace di riorganizzare il sistema scolastico in funzione delle necessità produttive nazionali, ecco riunirsi gli artigiani e piccoli impreditori trevigliesi, allo scopo di confrontarsi tra di loro e avviare, quindi, un confronto anche con le famiglie e con le scuole sul territorio, sensibilizzandole su cosa serva nel mondo del lavoro attuale e ipotizzando una riqualificazione dei programmi, in modo da superare, nel territorio e per il territorio, la mancanza di lavoratori specializzati.

Un altro esempio lo segnala Debora Billi su Crisis: starebbe crescendo un interessante fenomeno di investimento privato scavalcante il sistema bancario. In pratica, chi ha qualche gruzzoletto da investire, piuttosto che depositarlo in banca o acquistare azioni, preferirebbe associarsi con qualche piccolo imprenditore, di cui senta di potersi fidare, in maniera da produrre ricchezza reale da lavoro reale.

  • Monza. Contratti Reti d’Impresa, per Confindustria esperienza da sostenere (Matteo Speziali, Monza e Brianza News, 19 settembre 2012):
 Reti d'impresa? Un'opportunità, anzi oggi forse la vera opportunità per combattere la poca competitività delle aziende italiane sui mercati sempre più globali. Questa la tesi emersa dal convegno organizzato da Confindustria Monza e Brianza il 17 settembre presso l'Hotel de la Ville a Monza dal titolo "Reti d'Impresa, un'esperienza da sostenere".

Un momento di confronto e approfondimento esaustivo che ha toccato da diversi punti di vista la questione delle reti d'impresa: da quello fiscale con Marco Maiolo, commercialista, a quello legale con Giorgio Corno, avvocato, passando per quello economico con il professor Angelo di Gregorio. E non è mancato il parere delle banche con Anna Fusari della Banca Europea Investimenti (BEI) e con i rappresentanti del Banco Popolare, Camilla Crea, Paolino Donnnarumma e Regina Corradini. Ne è uscita una tendenza a favore di questo tipo di aggregazione d'impresa :«Fare rete, nonostante le difficoltà del legislatore è oggi una possibile valida risposta alla crisi – ha ben sintetizzato ilpubblico - reti impresa confindustria 2012 professor Di Gregorio che ha aggiunto – La vera barriera, però, è la questione culturale: bisogna vedere se e quanti imprenditori oggi hanno la preparazione e la mentalità per fare "rete"».

E il messaggio, lanciato ad unisono dai relatori che si sono succeduti, è sbilanciato proprio a favore dei contratti di rete. D'altronde solo in Lombardia c'è il più alto numero di aziende coinvolte nel contratto di rete: 448 su un totale nazionale di 2136 (dati luglio 2012).

Presenti al convegno lo stato maggiore della più antica Confindustria d'Italia: Renato Cerioli, il presidente, Massimo Manelli, il direttore e Francesco Ferri, alla guida del gruppo giovani imprenditori. «Le imprese per rimanere sul mercato devono puntare sulla qualità dell'innovazione, sullo sviluppo oltre che sulla flessibilità e sulla originalità dei loro prodotti – ha evidenziato Cerioli – Oggi in più si deve cooperare, formalizzando questo impegno attraverso il contratto di rete che è una forma di aggregazione che possono attuare tutte le imprese indipendentemente dal settore e dalla loro grandezza».

Competitività è la parola d'ordine. «Essere più competitivi per resistere e crescere in un mercato globale – ha ben evidenziato Ferri – Le aziende devono avere ben chiari i loro obiettivi e quindi realizzare attraverso il contratto di rete un programma comune. Nella Rete, il piccolo imprenditore deve consapevolmente rinunciare a un piccolo, ma culturalmente e psicologicamente non insignificante, pezzetto della sua individualità, per concorrere a un progetto comune basato su una precisa strategia di ampio respiro. Da questo punto di vista,-ha ricordato Ferri- anche i semplici incentivi economici sembrano insufficienti a superare la barriera costituita dal gap culturale del nostro sistema produttivo, ma le Reti sono oggi l'unica soluzione a disposizione delle PMI per superare il nanismo e la scarsa competitività e per riuscire a competere sui mercati internazionali alla pari con le imprese tedesche, inglesi e francesi».

Ospite anche Aldo Bonomi, vicepresidente di Confindustria che nel suo brillante intervento ha rievocato i numero di aggregazione in "rete" che a livello nazionale sono stati raggiunti e ha affermato: «Occorre accelerare i processi di innovazione sia organizzativa che produttiva. È ormai superata la convinzione che 'piccolo è bello' e cresce la consapevolezza che è utile mettersi in rete per affrontare la competizione globale. Collaborare con altre realtà imprenditoriali, unire conoscenze e risorse».

Confindustria Monza e Brianza ha attivato uno sportello per affire una consulenza alle aziende che volessero attivare una contratto di rete e usufruire dei incentivi messi a disposizione dal fondo d'Impresa. Per maggiori informazioni cliccare qui ( http://www.mbnews.it/images/stories/2009/allegati/Fondimpresa_contributi%20a%20fondo%20perduto%20per%20le%20imprese%20che%20hanno%20sottos.pdf ).

Le testimonianze: Almax e Infrabuild

A conclusione del convegno che si è svolto lunedì 17 settembre sul contratto delle reti d'impresa, due le testimonianza a cui è stato dato spazio: Almax con Massimiliano Guerrini, titolare-amministratore della pelletteria Almax di Scandicci (Firenze), azienda del distretto toscano che produce borse e valigie per le griffe del lusso e a Infrabuild con Marco Brivio. Proprio quest'ultimo con altre 10 aziende lombarde ha costituito una delle prime reti in Italia. «Siamo tutti imprenditori di seconda generazione (tranne uno che è di 4°), e abbiamo trovato conveniente "associarci" per dare vita a un progetto denominato Eco Village, ovvero stiamo mettendo a sistema la pluriennale esperienza e le competenze delle singole imprese, per lo sviluppo di soluzioni innovative di filiere nel campo delle costruzioni, infrastrutture e della mobilità esostenibile ». Fatturato aggregato totale della rete Infrabuild nata nel gennaio 2011 è di 50 Milioni di euro, con 250 dipendenti collocati geograficamente in Lombardia tra la provincia di Monza, Varese e Bergamo. Per maggiori informazioni visitare il sito http://www.infra-build.it

  • La reazione dei Piccoli, 2mila aziende fanno rete (Dario Di Vico, Corriere della Sera, 26 aprile 2012):
Duemila piccole imprese fanno un movimento. Sono tante infatti le aziende italiane finora coinvolte nelle reti di impresa. Secondo il registro Unioncamere a far data il 10 aprile erano stati formalizzati dal notaio 313 contratti di rete che avevano interessato un totale di 1.648 imprese. Ma è stima comune degli addetti ai lavori che altri contratti siano in dirittura d'arrivo, possano essere stipulati già dalla prossime settimane e di conseguenza la stima di 2 mila è più che plausibile. E comunque stiamo parlando delle imprese che hanno steso un vero e proprio contratto legale, se volessimo contare le reti di collaborazione stabili ma informali il numero salirebbe e di molto.

Dati a parte, non era affatto scontato che le reti di impresa decollassero. Eppure è successo. Si può discutere sulla velocità del cambiamento e sull'effettivo impegno di tutta la rappresentanza ma la notizia è che i Piccoli hanno cominciato a mettersi assieme. Hanno rotto un tabù e hanno cominciato a capire che si può fare impresa anche in un altro modo, non solo da single. Le reti sono la proposta giusta perché non chiedono di rinunciare al protagonismo imprenditoriale, né di farsi da parte e lasciare il campo a manager esterni (come prevedevano progetti avanzati in passato dalla stessa Confindustria). Sono una via dolce all'aggregazione e alla crescita dimensionale e comunque hanno permesso di superare quella che il garante delle piccole e medie imprese Giuseppe Tripoli chiama «la storica visione isolazionista del piccolo imprenditore». Laddove la formula delle classiche fusioni continua a non convincere artigiani e commercianti perché di due imprenditori ne rimane in gioco solo uno, le reti ce l'hanno fatta.

Le tipologie di contratto sono le più diverse. C'è, ad esempio, la rete verticale come nel caso dell'Esaote (biomedicale) dove la società capofila ha stretto in un contratto i suoi fornitori con l'obiettivo di consolidare la filiera, responsabilizzarla e coinvolgerla in una forma di partenariato. Qualcosa del genere ha fatto la Gucci che ha favorito la nascita di una rete di imprese fornitrici di pelletteria senza farne parte direttamente ma con l'intento di renderle più strutturate e più attente al raggiungimento degli standard qualitativi necessari alle sue produzioni d'eccellenza. Del tutto differente è invece il caso della bolognese Racebo, una rete au pair tra aziende della componentistica per motociclette. Ognuna è specializzata in una nicchia ma soffriva di scarsa visibilità e basso potere di negoziazione. Si sono messe assieme, possono andare con qualche orgoglio al Motorshow e scambiarsi tra di loro le informazioni necessarie per fidelizzare la clientela. Altro caso di scuola è quello di 33 aziende oil & gas della Basilicata, piccole imprese fornitrici dei grandi gruppi petroliferi come Eni e Total che estraggono in zona. Unendosi in Rete Log i Piccoli lucani che assicurano una serie di servizi accessori hanno potuto integrarsi e presentare ai loro committenti un'offerta più strutturata.

Quelle ricordate però sono alcune delle tipologie possibili. La Confindustria nazionale, per seguire/promuovere il fenomeno e catalogare le novità, ha costituito un'apposita agenzia guidata dal vicepresidente Aldo Bonomi e affidata a Fulvio D'Alvia. Le cinque organizzazioni che hanno dato vita a Rete Imprese Italia (l'assonanza lessicale non è casuale) non si sono date (ancora) una vera e propria struttura nazionale e affidano la promozione ai territori. Di particolare rilievo è l'esperienza di Lecco con i «Men at work», un progetto nato in un ristorante e che ha coinvolto 23 imprese prevalentemente meccaniche, alcune concorrenti tra loro, che hanno saputo collaborare per aprirsi nuovi mercati. Commenta D'Alvia: «Quando si va dal notaio formalmente si stende un contratto di aggregazione organizzativa ma di fatto si intraprende un percorso per diventare più moderni e più competitivi». Non è un caso, infatti, che il contratto di rete preveda la stesura di un business plan e quindi obblighi i contraenti a programmare azioni e obiettivi della filiera.

Per limitarsi a segnalare i casi più singolari va ricordata la rete creata a Verona da 18 piccole aziende con meno di 10 dipendenti nel campo della trasformazione dei funghi in Veneto, Lombardia e Trentino e che coltivano l'ambizione di conservare la leadership italiana in questa particolare nicchia dell'agroalimentare. Un caso altrettanto interessante è «Baco» nato a Bologna per iniziativa di Unindustria. Quattro aziende della riabilitazione medica e dell'ortopedia hanno formalizzato una rete che mette assieme mille addetti e ha un obiettivo impensabile: conquistare, grazie a un accordo raggiunto con la Federazione cinese dei disabili, il mercato della disabilità che nel Paese di Mao conta numeri monstre (circa 83 milioni di persone interessate). Commenta Tripoli: «Tutti questi casi dimostrano la forza della cooperazione tra imprese. Solo unendosi gli imprenditori coinvolti possono porsi degli obiettivi che altrimenti sarebbero irraggiungibili. Quindi siamo di fronte a un fenomeno culturalmente nuovo ma che ha già solidi risvolti economici».

Dal punto di vista delle politiche industriali va ricordato come nella manovra del 2010, conosciuta più per i tagli che per le misure pro-crescita, l'allora ministro Giulio Tremonti avesse insistito per inserire una posta pluriennale di 48 milioni di euro destinata proprio a incentivare le reti defiscalizzando gli utili reinvestiti. Per poterne usufruire, le aziende devono sottoscrivere un contratto di rete, devono chiudere il bilancio in utile e sono esentate dal pagamento delle tasse solo sui profitti accantonati. Di quelle risorse del 2010 sono ancora rimasti da erogare fondi residui per 14 milioni nell'anno in corso e altrettanti per il 2013. Qualcosa del genere stanno ora facendo Regioni - come la Lombardia - che nei bandi di gara prevedono incentivi per le start up. «Ma al di là delle risorse stanziate - osserva D'Alvia della Confindustria - la norma del 2010 è servita ad accendere i riflettori e attirare l'attenzione delle imprese». Non è poco.

  •  Ce lo dice la crisi: le aziende familiari meglio dei colossi (Nicola Porro, Il Giornale, 19 maggio 2012):
La prima sensazione che si ha guardando alla Borsa italiana è lo sconforto. Tutta intera vale la metà di Apple. Ma è il mercato borsistico occidentale ad aver perso appeal. l' Economist notava proprio ieri che anche New York e Londra, i due mostri sacri del mercato, non sono più molto sexy.

Non attirano matricole e anzi il numero delle società quotate è drammaticamente sceso. Il settimanale britannico lo dice proprio nel giorno della quotazione di Facebook: una bomba. Con la quale però non si cambiano le sorti della guerra capitalistica.

Guardando al nostro misero listino si fanno però delle scoperte niente male. Che danno l'idea dei poteri nel piccolo capitalismo tricolore. Ebbene forse non tutti notano come la Campari, a forza di farsi bere, oggi a Piazza Affari valga ben di più della blasonata Mediobanca. Oppure che la Tod's sia, in certi momenti di Borsa, più pesante della terza banca italiana e cioè il Monte dei Paschi di Siena. E ancora la Ferragamo ( che a differenza dei politicamente corretti di Prada ha preferito coraggiosamente sbarcare a Milano invece che ad Hong Kong) abbia una capitalizzazione quasi doppia rispetto a Finmeccanica.

È chiaro come i prezzi di Borsa non rappresentino tutto. E che il gioco su chi valga di più oggi, non necessariamente varrà anche domani. Si possono però trarre alcune prime conclusioni.

1. Come sottolinea l' Economist le grandi società con molti piccoli azionisti diffusi sul mercato non vivono un momento di gloria oggi. Si preferisce una via italiana alle private company . E cioè meglio un padrone di un manager.

2. Le aziende di maggiore successo sul mercato azionario sono quelle che riescono più facilmente a sganciarsi dall'Italia. Abbiamo fatto solo tre esempi, ma ne potremmo fare centinaia sulla forza delle nostre imprese che vivono di esportazioni. Nel nostro piccolo club inoltre il timone di comando è solidamente in mano ai proprietari che hanno maggioranze forti delle loro società quotate.

3. Il fatto che Della Valle valga più di Profumo, che Garavoglia doppi Pagliaro e che Ferragamo guardi dall'alto Orsi, è una delle ragioni per le quali assistiamo a un certo rimescolamento negli assetti di potere del capitalismo italiano. Prima o poi le azioni si contano per il loro peso effettivo. [...]

  •  Suicidi, manifesti choc della Cna "Crisi, a noi il prezzo più alto" (Libero, 28 aprile 2012):
Due manifesti choc sono comparso sui muri di Reggio Emilia. E' quello della Cna che ha l'obiettivo di sensibilizzare la politica sul crescente numero di suicidi tra gli imprenditori. "Credevo di investire nella mia azienda ma lo Stato mi ha investito dei suoi mancati pagamenti", c'è scritto sulla foto di un imprenditore di spalle che si incamina su un binario morto. Sull'altro manifesto una donna sul tetto di un palazzo: "Credevo di poter volare. Ma la mia banca mi ha tagliato le ali".

"Ci rendiamo conto che il manifesto è scioccante, ma è anche un modo per esorcizzare un rischio, per dire agli imprenditori che se stanno fallendo non è per loro incapacità, ma per la situazione economica. E non sono soli, noi siamo con loro", ha spiegato al Resto Del Carlino il presidente dell'associazione Tristano Mussini che ha dato appuntamento agli artigiani e ai piccoli imprenditori al sit in organizzato a Reggio Emilia il Primo maggio in piazza Martiri del 7 Luglio. "Sono trent’anni che Cna non fa scelte così forti. Ma la difficoltà di artigiani e aziende è estrema. Lo Stato rallenta con i pagamenti e, di conseguenza, le banche diminuiscono le loro disponibilità. E gli artigiani sono quelli che pagano il prezzo più alto".

  • Crisi, il Veneto vara la delibera anti-suicidi. Banche permettendo (Marco Sarti, Linkiesta, 25 aprile 2012):
Nato qualche giorno fa, era stato ufficialmente presentato come il “Piano straordinario contro la crisi”. Ma il provvedimento varato dalla Regione Veneto per sostenere le aziende in difficoltà è stato subito ribattezzato dalla stampa locale la “delibera anti-suicidi”. Un intervento sostenuto e gestito in prima persona dall’assessore regionale allo Sviluppo Economico Marialuisa Coppola, per venire incontro alle esigenze dei piccoli e medi imprenditori veneti a un passo dal fallimento. E che adesso, come denuncia la stessa Coppola, rischia di perdere buona parte della sua efficacia per la poca disponibilità dimostrata dagli istituti bancari coinvolti.

Presentato lo scorso 18 aprile, il Piano della Regione prevede l’attivazione di finanziamenti agevolati a favore di tutte le imprese in difficoltà. A spiegare il perché del provvedimento era stato il titolare regionale dello Sviluppo economico: “Siamo preoccupati di vedere le nostre imprese boccheggianti per mancanza di liquidità, costrette a chiudere perché i debitori non pagano e le banche non arrivano in loro aiuto”.

Ecco così l’idea, concretizzata attraverso l’intervento di Veneto Sviluppo, la società finanziaria partecipata al 51 per cento dalla regione Veneto e al restante 49 per cento da undici gruppi bancari. L’erogazione di finanziamenti da 25 fino a 500mila euro (con un tetto di 300mila euro per le imprese artigiane non manifatturiere) per tutte le aziende in crisi. Un servizio di emergenza, pensato per aiutare gli imprenditori che vantano crediti insoluti maturati negli ultimi 18 mesi, anche con le pubbliche amministrazioni. Quelli ancora in attesa dei rimborsi per gli investimenti fatti. Persino tutti quegli imprenditori che pur avendo già stipulato contratti di fornitura si trovano impossibilitati - per mancanza di liquidità - ad acquistare le materie prime necessarie per far fronte agli impegni.

Finanziamenti dedicati a imprese operanti nei settori dell’industria, del commercio, dell’artigianato, del turismo, per un totale di 700 milioni di euro. Chiaro l’obiettivo della Regione Veneto: “Ci aspettiamo che il sistema dia la necessaria iniezione di liquidità a favore della nostra realtà produttiva, a fronte di una crisi di cui non riusciamo ancora a vedere la fine”.

Per l’attivazione della delibera anti-suicidi si pensava a tempi rapidi. Già lunedì scorso Palazzo Balbi aveva attivato il numero verde a cui rivolgersi per avere maggiori informazioni sul piano straordinario. Ma al momento di perfezionare i meccanismi di finanziamento, sono iniziati i problemi.

La denuncia arriva dallo stesso assessore Coppola, che nei giorni scorsi ha incontrato nella sede di Veneto Sviluppo le banche partner dell’iniziativa. Come racconta il Corriere della Sera nella sua edizione locale, il vertice avrebbe avuto un esito tutt’altro che positivo. “Avrei veramente voluto che andasse in altro modo” ha raccontato l’assessore con amarezza ai giornalisti presenti. “La Regione - le sue parole - ha attuato uno sforzo che tutti hanno compreso e apprezzato, ma non ho avuto la sensazione di sostegno condiviso da parte degli istituti bancari e dai confidi. Forse giochiamo una partita diversa, ma qui non c’è chi vince e chi perde. Perde il Veneto”.

Il problema? “La sensazione - attacca le banche Marialuisa Coppola - è che abbiano interpretato l’iniziativa come una buona occasione per chiedere ulteriori garanzie di allentamento dei criteri di concessione del credito e porre una serie di cavilli e tecnicismi per rendere poco fluida l’erogazione delle risorse”. Come se non bastasse, i rappresentati degli istituti bancari avrebbero chiesto più tempo per avviare il meccanismo dei finanziamenti alle imprese in difficoltà, lamentandosi dello “scarso rendimento del rischio di questa forma di investimento”.

Nonostante le difficoltà, la Giunta veneta assicura di non voler abbandonare il progetto. “Vigileremo con scrupolo e attenzione - la promessa di Coppola - affinché non vi siano inutili perdite di tempo e questo strumento possa realmente funzionare a sostegno delle nostre aziende”. Istituti bancari permettendo.

  • E a Treviglio gli artigiani si riuniscono - L'imperativo è: cambiare la scuola (Dario Di Vico, Corriere della Sera, 24 aprile 2012):
Se credete alla possibilità che una nuova mentalità da classe dirigente possa nascere dal basso ascoltate questa storia. La scena si svolge dopo l'ora di cena a Treviglio, in provincia di Bergamo, nell'auditorium della locale Cassa rurale. A discutere animatamente di lavoro e scuole professionali sono più di un centinaio di artigiani e in mezzo a loro si staglia la figura del professor Giulio Sapelli.

L'ASSEMBLEA - Il motivo che ha spinto i piccoli imprenditori di Treviglio ad organizzare l'assemblea è la carenza sul territorio di manodopera specializzata. C'è bisogno di fabbri, elettricisti, idraulici e falegnami e la scuola non li sforna. Eppure non solo gli artigiani bergamaschi li accoglierebbero a braccia aperte ma sarebbero ben contenti di passar loro il testimone. In sostanza si cercano oggi dei tecnici che domani diventino a loro volta degli imprenditori. Contrariamente ad altre zone d'Italia il lavoro non manca, la crisi non ha demolito il mercato locale e seppur stringendo la cinghia gli artigiani resistono e guardano avanti.

LE FAMIGLIE - A prendere l'iniziativa dell'assemblea sono state cinque famiglie di artigiani. I fratelli Daz che hanno un'impresa di idraulica, Giuseppe Bellini che si occupa di impianti elettrici, Roberto Aresi che ha una falegnameria modello, il fabbro Angelo Riva e i fratelli De Ponti che mandano avanti un'azienda di lavori stradali e movimento terra. I lungimiranti artigiani di Treviglio hanno in media tra i 30 e i 40 anni, le loro aziende non superano i 15 addetti e fatturano un paio di milioni a testa. Ma, ed è questo che fa la differenza, sentono di essere classe dirigente. Un Napoleone dei nostri tempi direbbe che nel loro armadietto c'è il famoso bastone da maresciallo, il professor Sapelli non ha potuto fare a meno di guardarli ammirato e di spiegare loro: «La nuova politica siete voi, qualsiasi partito votiate. Siete voi che vi state incaricando di tenere insieme una comunità e di ricostruire un'etica del lavoro».

LE SCUOLE - I tecnici che servono alla piccola industria non si trovano per una serie di motivi, tutti seri. Innanzitutto le scuole professionali che esistono hanno abdicato al loro ruolo, professori e studenti condividono in fondo la stessa demotivazione. Frequentarle è l'ultimo tenue contatto che tiene i ragazzi attaccati al sistema scolastico ma il legame si fa sempre più debole e il passaggio successivo altro non è che l'abbandono scolastico. Quando le cose vanno meglio sono le famiglie a spingere perché i loro figli spostino sempre di più l'entrata nel mondo del lavoro e inseguano una scolarità elevata che però non dà contropartite reali in termini di occupabilità.

I GENITORI - Spiega Sapelli: «Luisa, una mia vecchia amica che ha un'impresa nel Canavese, mi ha raccontato che quando fa un colloquio di lavoro il candidato si presenta con la mamma. Ed è lei che interviene sempre obiettando che le 6.30 è troppo presto per alzarsi, che se c'è rumore in fabbrica non va bene e via di questo passo». La stessa dinamica la si ritrova a Treviglio e anche qui i falegnami si sono trovati a fare colloqui d'assunzione a ragazzi accompagnati da genitrici iperprotettive. «C'è una mutazione antropologica della famiglia anche di estrazione operaia, magari vivono con 1.100 euro al mese ma non vogliono che il figlio lavori in un ambiente rumoroso. Per lui sognano il mitico camice bianco».

ARTIGIANI - Come se ne esce? Gli artigiani di Treviglio hanno cominciato con un'assemblea ma sono solo all'inizio. Vogliono parlare con le famiglie, contattare i professori, riqualificare i programmi e in caso addirittura creare dal nulla un nuovo istituto professionale fatto con i fiocchi. «Sia chiaro noi non stiamo proponendo alle nuove generazioni un piccolo mondo antico - dice il falegname Aresi -. I nostri sono mestieri che sono diventati moderni e non hanno paura di prendere dalla tecnologia tutto ciò che serve. Prima le famiglie lo capiscono e meglio sarà».

  • Economia reale: ora i soldi degli italiani bypassano le banche (Debora Billi, Crisis, 10 agosto 2012):
Altre rivelazioni sconcertanti ( http://crisis.blogosfere.it/2012/07/ferragosto-2012-uscire-dalleuro-tornare-allautarchia.html ), ma in un certo senso molto positive, mi arrivano da insider di istituti finanziari (no, non il cuggino che fa il cassiere in filiale).

Sembra che i soldi degli italiani stiano bypassando gli istituti bancari. I risparmiatori tolgono i loro risparmi dagli investimenti tradizionali -mercato borsistico, immobili, o bond di qualsiasi Paese- e... li prestano direttamente alle aziende italiane in difficoltà.

Funziona così: l'amico con la piccola impresa o il laboratorio artigiano si lamenta delle difficoltà ad ottenere fiducia dalla banca, anche se la sua azienda è produttiva e ha ordinativi ( http://crisis.blogosfere.it/2009/10/banche-i-soldi-meglio-alla-vecchietta-che-allazienda.html ). L'amico col gruzzoletto da parte, che non sa più dove diamine investire i suoi soldi, si convince della bontà delle argomentazioni e si offre di intervenire al posto della banca.

Siccome è vietata ai privati l'attività finanziaria, i due si recano dal notaio ed il primo cede al secondo una piccola quota dell'azienda, l'1 o il 2%, in cambio dell'investimento.

Attenzione: non si tratta di usurai o mafiosi che cercano di impadronirsi delle aziende, ma a quel che mi dicono di accordi onesti fatti tra parenti, amici e conoscenti. Entrambe le parti hanno da guadagnare: le aziende ricevono l'agognato denaro liquido, e i risparmiatori rischiano volentieri per un'attività "concreta", invece che in fumose e oggi ancora più rischiose operazioni finanziarie. La scarsa simpatia (eufemismo) di tutti verso le banche contribuisce a convincerli.

Sembra che la cosa si stia diffondendo a macchia d'olio. Enormi quantità di denaro, frutto degli ancora consistenti risparmi degli italiani, si stanno riversando nelle piccole imprese di amici e parenti senza che le banche siano minimamente coinvolte: economia reale che aiuta economia reale.

L'insider finanziario con cui ho parlato, era invece per niente contento della piega che sta prendendo la faccenda.