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mercoledì 29 febbraio 2012

Evasione fiscale e mistificazioni

Evasione fiscale e mistificazioni: un po' di dati su cui riflettere

Come sapete, l'attuale presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, ha affermato, in questi giorni, il suo pensiero sullo stato sociale europeo, ritenendolo superato. Allo stesso tempo, l'OCSE ha invitato l'Italia a portare avanti le liberalizzazioni, così come ha consigliato di mettere da parte le tutele al posto fisso nel mondo del lavoro.

In contemporanea, ed in alternativa, piccoli fuochi si alzano per contrastare l'attuale vulgata economicistica ed europeista. Ad esempio, gli allarmi lanciati contro l'ESM, il Meccanismo Europeo di Stabilità, con cui gli Stati europei rischiano di diventare storia passata e le élites di Bruxelles l'unico apparato dominante in Europa. A questo proposito si veda l'articolo su EFFEDIEFFE:

Mobilitiamoci, il pericolo è estremo

Oppure, si veda il lavoro portato avanti dal giornalista Paolo Barnard e altri, relativamente alla divulgazione della MMT, la Teoria Monetaria Moderna, con cui si afferma di poter meglio difendere la peculiarità statale nel produrre e organizzare la ricchezza, di contro alla finanziarizzazione contemporanea ( http://democraziammt.info/ ).

Sempre in questi giorni, il presidente del Consiglio Mario Monti, il non-politico più politico di sempre, il più amato dai sondaggi che neanche Berlusconi..., il loden più lodato, ha mostrato una delle tipiche peculiarità del politicante: il rimpallarsi delle ipotesi di lavoro. Quattro giorni fa, infatti, durante la seduta del Consiglio dei Ministri, eliminava l'idea di un fondo taglia-tasse, finanziabile con la lotta all'evasione fiscale. Ora, invece, presentando i dati 2011 sul recupero di 12 miliardi di euro proprio dalla lotta all'evasione, Monti afferma che se tutti pagano le tasse, queste scenderanno. Impegno questo, a suo dire, ineludibile (anche se spostato in una incerta data futura).

Certo, a chiacchiere siamo tutti bravi. Peccato che, dal 2006 al 2010, ad esempio, il recupero dall'evasione sia più che raddoppiato, passando da 4,4 miliardi di euro a 10,5 miliardi. Nello stesso lasso di tempo, però, la pressione fiscale non è diminuita, se non in maniera minima tra il 2009 e il 2011, crescendo ulteriormente nell'ultimo anno. Relativamente a questa questione, vi invitiamo a leggere un noto articolo dal blog Ashoka's Corner, del gennaio 2012: Pagare tutti per pagare meno?

In considerazione del fatto che la pressione fiscale rimane ancora scandalosamente alta, in Italia, molto più che nel resto d'Europa (oltre il 60% contro il 40-45% medio), a fronte anche del fatto che i dipendenti italiani prendono stipendi più bassi rispetto alla media europea, o che i dirigenti pubblici prendono stipendi molto più alti della media mondiale (avete capito bene: si veda il seguente articolo Gli italiani i meno pagati. Anzi no), e considerando che non ci pare che l'attuale Governo abbia fatto molto per diminuire le spese statali e, soprattutto, gli sprechi pubblici, ci chiediamo dove si voglia andare a parare.

Tutte queste chiacchiere su evasione fiscale e liberalizzazioni sembrano o finiscono per dimostrarsi come fumo sugli occhi e, comunque, motivi di risentimento tra ambiti sociali (sarà mai voluto, tale risentimento?). Si sprecano iniziative dal fiato corto, volte a scovare il ristorante o il negozietto che non rilasciano lo scontrino o il tassista che fa pagare cinque euro in più rispetto al collega. Peccato che nel mese di gennaio 2012, l'Associazione Contribuenti Italiani avesse pubblicato i dati di uno studio sull'impatto delle varie realtà produttive rispetto all'evasione fiscale. Che dice lo studio?

Comunicato stampa 8.1.2012 - Fisco/Contribuenti.it: cresce l'evasione delle Big Company + 14,2% nel 2011

Nel 2011, la sottrazione all'erario ha raggiunto circa i 180 miliardi di euro. Questa cifra va suddivisa tra i 37,8 miliardi delle grandi aziende e multinazionali, i 22,4 miliardi delle società di capitali, i 78,2 miliardi della criminalità organizzata, i 34,3 miliardi del lavoro nero e gli 8,2 miliardi dei lavoratori autonomi e delle piccole aziende. Ora, ipotizzando che, almeno in una certa misura, alcune voci si possano sovrapporre, rimane il fatto che gli ultimi citati, lavoratori autonomi e piccole imprese, incidono notevolmente meno.

L'evasione in Italia è, perciò, dovuta  principalmente alle multinazionali e alle aziende più grandi, alle mafie, ai quasi tre milioni di lavoratori in nero, spesso stranieri extracomunitari.

Eppure il noto spot televisivo contro l'evasione fiscale, anzi!, contro l'evasore fiscale, sembra quasi voler colpire il cittadino medio italiano, accostandolo ai parassiti del mondo animale, quando il vero parassita che sfrutta la società italiana proviene da una delle realtà citate poco sopra. Parlavamo, appunto, di fumo negli occhi, utile a nascondere le vere responsabilità, che sono innanzitutto politiche e manageriali (ad alto livello). Le grandi aziende, che depauperano l'economia italiana, con i loro trasferimenti di utili verso consociate straniere [si veda anche l'intervento del 20 febbraio 2012 Segnalazione televisiva], lo fanno perché sono amministrate da personaggi squallidi e senza alcun rispetto per la comunità nazionale, grazie alla quale hanno potuto prosperare, ma lo possono fare perché c'è stata e c'è una generazione di politicanti che non ha fatto alcunché per controllare e impedire simili operazioni finanziarie. E d'altronde nulla è stato fatto anche sotto il profilo non illegale, ma di certo non morale, non etico, della delocalizzazione (problema che di certo non è solo italiano). Una grande azienda, perciò, se "disturbata", può decidere di andarsene altrove, dove magari poter pagare stipendi di tre quarti od oltre più bassi rispetto alla realtà italiana. Il singolo evasore o presunto tale, invece, non così facilmente può spostare le proprie attività all'estero e quindi rimane l'unico elemento spremibile per dare l'idea, in ambito mediatico, di un intensificarsi dell'azione repressiva statale.

Azione repressiva che, appunto, è al momento solo mediatica, perché non sembrano emersi elementi significativi, nelle decisioni governative, contro l'agire dei gruppi che in maniera consistente producono l'evasione in Italia (come detto: le grandi aziende, le mafie, il lavoro in nero, magari extracomunitario). Se il grosso dell'evasione non viene e non verrà combattuto, gli effetti deleteri si vedranno in pochissimi anni, tanto più a causa dell'errata individuazione dei responsabili. Come commentava un lettore sul sito del Corriere della Sera alla notizia del recupero dei 12 miliardi dall'evasione:

  • Ci vogliamo svegliare? I soldi del 'recupero' da dove arrivano?
    28.02|18:49 ma_basta

    Perchè se arrivano dal MIO FRUTTIVENDOLO che arriva col furgone sotto casa d'inverno alle 5 del mattino per preparare le cassette e adesso non può più nemmeno usare il furgone perchè 'non è a norma' e deve usare una tenda, se arrivano da lui perchè non ha fatto qualche scontrino allora ragazzi sappiate che io non sono d'accordo. Se i soldi del 'recupero' arrivano dal muratore che ha l'asma cronica a forza di respirare cemento e il mal di schiena costante, che ha fatto qualche lavoro in nero per pagare l'università a suo figlio allora NON MI STA BENE. E comunque come è ampiamente dimostrato, questi 'recuperi' faranno solo AUMENTARE I prezzi dei beni. Ve ne accorgerete. Se ne accorgeranno e sarà un duro risveglio, altro che cambiare il modo di vivere degli italiani. Ricordate che spolpando chi fornisce servizi, spolpano sempre gli stessi. Cioè noi cittadini.

Chiaro, no? E' necessario, quindi, ricordare il forte prelievo fiscale che hanno gli italiani, a fronte, tra l'altro, di sprechi pubblici, la cui responsabilità non può venir addebitata alla maggioranza dei cittadini. Andrebbe perciò ribaltata la teoria di Mario Monti (propagandata in queste settimane anche da un altro spot televisivo): ossia, non è vero che i servizi pubblici sono frutto dell'assenza di evasione fiscale, quanto che l'evasione fiscale è figlia della cattiva gestione pubblica sommata all'eccessiva tassazione.

Ma non c'è solo questo. C'è anche l'altro grave scandalo da considerare, ossia quello dei numerosissimi fallimenti imprenditoriali dovuti ai mancati pagamenti o ai ritardi negli stessi, spesso, e in maniera comunque più rilevante, a causa dell'amministrazione pubblica. I recenti dati della CGIA di Mestre aiutano a quantificare il fenomeno: in Italia i giorni di ritardo nei pagamenti sono il doppio rispetto alla media europea e tali ritardi provocano circa un terzo dei fallimenti.

Imprese: un fallimento su tre è causato dai ritardi nei pagamenti

Aggiungiamo che i ritardi in ambito privato sono superiori ai tre mesi, ma raggiungono i sei mesi se a dover pagare è l'amministrazione pubblica. Ma per il Governo di Mario Monti, per i politicanti italiani, per molte testate giornalistiche e, anche, per molti cittadini italiani, evidentemente traviati da certa "informazione", l'evasore, il parassita, sembra essere il cittadino medio italiano.

Il cittadino medio italiano è sia il bersaglio di tale azione propagandistica sia, come detto, la vittima sacrificale dell'azione politica volta a trovare, ad ogni costo, il denaro necessario per pagare gli interessi sui debiti, a vantaggio del sistema bancario, nazionale e internazionale. Colpevolizzarlo è il modo che si è scelto per poterlo indebolire e consumare. Le liberalizzazioni, altra questione centrale negli ultimi mesi (di cui ci occuperemo nei prossimi giorni), sono un'altra maniera di portare avanti tali propositi: inventare una necessità, ancorarla ai tempi di crisi e alla questione della crescita e raccontare una innocua favola sul miglioramento dell'economia, intervenendo sui contorni, senza toccare i piatti principali.

domenica 26 febbraio 2012

Razzismo anti-italiano a Montecitorio

Razzismo anti-italiano a Montecitorio: episodio di disprezzo contro il Tricolore nazionale

Da alcuni giorni circola un video catturato di fronte alla Camera dei Deputati, in piazza Montecitorio a Roma, dove alcuni connazionali sono stati bloccati dalla polizia, non per qualche manifestazione non autorizzata o simili, ma perché, con il Tricolore al collo, a mo' di sciarpa, si sono avvicinati al palazzo per scattare qualche foto.

Come vedrete dal video (caricato su Youtube il 23 febbraio 2012), si è poi presentato un funzionario di grado più alto e, senza dare motivazioni sensate, ha richiesto, per poter proseguire e fotografare Palazzo Montecitorio, l'eliminazione della bandiera nazionale!



Certo, chi non ha a cuore uno dei simboli dell'Italia Unita non si turberà più di tanto dall'episodio, ma forse bisognerebbe prendere in considerazione il contesto, dato che di "servitori dello Stato" parliamo. Il dubbio, di fronte a simili fatti, è di quale Stato parliamo? Soprattutto, chi ha ordinato al funzionario di impedire, a semplici cittadini, di fotografare un palazzo storico, avendo un normale Tricolore addosso?

Perché, vedete, l'unica domanda sensata è il "chi", non il "perché". Non essendoci alcuna manifestazione ed essendosi, i presenti, subito fermati all'alt dei poliziotti, l'unica domanda è "chi" ha tolto un diritto ad un connazionale, infangando allo stesso tempo la bandiera, a cui, presumiamo, ha giurato fedeltà (ma ormai bisogna dubitare di tutto e tutti).

E, comunque, ricordiamo una cosa ai vari tutori dell'ordine: i vostri stipendi e le vostre pensioni sono il frutto del lavoro dei cittadini italiani, a cui dovete tutto, essendo questi l'incarnazione della nazione, a cui, appunto, avete giurato fedeltà. E', per così dire, noioso vedere l'accettazione passiva di scelte anti-italiane, come quando si caricano inutilmente manifestanti per il proprio posto di lavoro o per la propria terra, mentre, magari, in altre occasioni si lascia un po' troppo correre, come nell'immagine sotto, presa a Castelvolturno, nel settembre del 2008. Notato il poliziotto nel cerchio? Sembrava un po' troppo impegnato dietro un prurito al naso. E, d'altronde, immaginiamo nessun superiore gli aveva dato l'ordine di intervenire. Vien da temere: in che mani siamo?

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Ricatto internazionale

Ricatto internazionale: la pseudo-Europa contro la Svizzera

Sintetico articolo sul tentativo di ricatto della pseudo-Europa (Unione Europea) nei confronti della federazione elvetica, al fine di spezzare le sue libertà economiche. Evidentemente, a Bruxelles pensano che nel continente europeo non debbano esserci realtà alternative alla fallimentare pseudo-Europa centralizzata (a rendere il tutto più grottesco, la volontà europeista di abbattere dazi doganali e debiti in favore di nazioni nordafricane: vedere gli articoli dei giorni passati).

  • Accerchiata (Alex Newman, The New American via traduzione su LibertariaNation, 28 novembre 2011):
Nonostante non sia un membro della UE, la Svizzera è sotto una intensa pressione da parte di Bruxelles per aumentare le tasse; dato che molte compagnie lasciano gli stati EU con elevata tassazione e welfare state in favore dei Cantoni svizzeri più business-friendly. E se la Svizzera non si decide a cambiare presto registro, i cosiddetti “eurocrati” minacciano ritorsioni. Il governo svizzero ha discusso per oltre un anno con i boss della UE sulla no-accondiscendenza della Svizzera con il “Codice UE di condotta per la tassazione sulle imprese”. Il fine della UE è di eliminare quello che l’organo sovrannazionale chiama “dannose pratiche di tassazione” – basse tasse che attraggono capitali, business, posti di lavoro e lavoratori che scappano dal super-stato in disgregazione ( http://www.swissinfo.ch/eng/politics/EU_puts_heat_on_Swiss_over_corporate_taxation.html?cid=31645096 ).

Ma il regime tassativo della UE non si applica alla Svizzera. La nazione ha una lunga di storia riguardo l’evitare coinvolgimenti esteri e nonostante l’enorme pressione ha resistito nel non sottomettersi all’”integrazione” continentale. In Svizzera i governi cantonali, molto vicini ai cittadini attraverso il voto, decidono la loro politica delle tasse. La competizione che ne segue tra i 26 Cantoni promuove un ambiente business-friendly di tasse basse, minima interferenza statale e prosperità diffusa. Questa è la ragione per la quale il business internazionale si dirige verso la Svizzera

Il modello svizzero funziona così bene che anche se la UE e l’Euro stanno attraversano una gigantesca crisi e una possibile implosione economica, l’economia Svizzera va bene ( http://thenewamerican.com/world-mainmenu-26/europe-mainmenu-35/9940-euros-failure-imminent-says-the-economist ). Il suo PIL pro capite è circa il doppio di quello della UE e il suo tasso di disoccupazione è la metà. La Svizzera inoltre ha costantemente un surplus di budget, al contrario dei suoi elefantiaci vicini nel baratro del debito pubblico e dei bailout. In verità la Svizzera sta persino aiutando per accantonare l’elemosina per i vicini europei dissipatori. La sua economia è la più competitiva del mondo, secondo il global competitiveness index ( http://thenewamerican.com/economy/markets-mainmenu-45/1853-amid-criticism-switzerland-overtakes-us-as-most-competitive-economy ).

Con una popolazione pesantemente armata di quasi otto milioni di persone, la Svizzera ha mantenuto la sua sovranità e indipendenza durante le due guerre mondiali resistendo su tutti i fronti e anche alla più recente formazione della UE, che adesso circonda completamente la piccola nazione alpina ( http://www.thenewamerican.com/world-mainmenu-26/europe-mainmenu-35/6331-swiss-voters-turn-back-gun-control-referendum ). Con un sistema di governo decentralizzato, gli svizzeri sono stati in grado di preservare la loro libertà nonostante la pressione europea ( http://www.thenewamerican.com/world-mainmenu-26/europe-mainmenu-35/6331-swiss-voters-turn-back-gun-control-referendum ). Ma Bruxelles – che governa su mezzo miliardo di persone – non si arrende. Un report recente minaccia che se non si saranno fatti progressi “soddisfacenti” nel mettere fine ai bassi livelli fiscali nei prossimi sei mesi, non specificate “misure alternative” potrebbero essere in programma ( http://www.swissinfo.ch/eng/politics/EU_puts_heat_on_Swiss_over_corporate_taxation.html?cid=31645096 ).

“Chi credono di essere questi buzzurri non eletti? Fare i bulli con uno stato sovrano fuori la UE per farlo conformare alle loro avide pratiche fiscali. Quello che questo significa veramente, come un’economia pianificata centralmente in stile sovietico, è che la UE non può farcela con la competizione”, ha detto Ian Parker, già leader del Libertarian Party britannico ( http://www.parker-joseph.com/pjcjournal/2011/11/27/eu-bullies-swiss-over-corporate-taxation/ ). Incredibilmente, i capi della UE considerano le basse tasse alle imprese come una forma di sussidio e se gli svizzeri rifiutano di piegarsi alle richieste europee, la punizione potrebbe essere devastante – specialmente perché la Svizzera dipende molto dal commercio internazionale.

“Un giorno Bruxelles farà capitolare Berna. La Svizzera dovrà implementare il codice di condotta o fare concessioni”, ha detto René Schwok  dell’Università di Ginevra. “Sarà  costretta a trovare una soluzione. Per esempio, potrebbe abbassare la tassazione alle imprese svizzere e alzarla per le imprese straniere”. In verità la Svizzera ha lavorato per mantenere relazioni amichevoli con gli stati UE. Ha recentemente firmato trattati con la Gran Bretagna e la Germania promettendo di versare la parte loro supposta dai rispettivi stati – ma non il nome dei clienti tedeschi e britannici delle sue banche. La Commissione Europea tuttavia non ha per niente gradito questi trattati per il fatto che i due stati hanno negoziato senza la UE e schivato molte delle sue richieste ( http://www.swissinfo.ch/eng/politics/foreign_affairs/Rubik_tax_treaties_face_serious_hurdle.html?cid=31638262 ). Per questo la UE sta minacciando di portarla davanti alla Corte di Giustizia europea. I governanti europei stanno aggiungendo pressione alla Svizzera. Il presidente francese Nicolas Sarkozy per esempio si è lamentato della Svizzera per essersi rifiutata di aiutare la Francia di rintracciare presenti evasori fiscali minacciando di fare del piccolo paese alpino un pariah internazionale in caso di non-collaborazione ( http://euobserver.com/19/114176 ). “Non vogliamo più paradisi fiscali”, ha ruggito Sarkozy citando la Svizzera e il Lichtenstein. “Il messaggio è molto chiaro: i paesi che persistono nell’essere paradisi fiscali saranno ostracizzati dalla comunità internazionale”.

E i lobbysti pro-tasse finanziati… dalle tasse e i propagandisti si sono uniti nella condanna. “Potrebbe essere positivo per la UE se la Francia è pronta a usare i muscoli politici contro la Svizzera” ha detto Markus Meinzer dell’associazione finanziata dai contribuenti Tax Justice Network che si oppone alla privacy finanziaria ( http://www.taxjustice.net/cms/upload/pdf/TJN-IS%20Certified%20Audited%20Accounts%202010.pdf ). La UE ha anche ripetutamente richiesto alla Svizzera di accettare automaticamente la valanga crescente di “leggi” promulgate da Brussels in cambio di commerciare liberamente con la UE. Per adesso, comunque, gli svizzeri non hanno ceduto ai bulli. Il partito politico più forte, il partito di destra UDC, continua a mantenere un profilo molto critico contro il crescente apparato europeo e i suoi tentativi di violare la sovranità della piccola nazione. Anche la popolazione si oppone in modo netto al coinvolgimento estero ( http://www.thenewamerican.com/index.php/world-mainmenu-26/europe-mainmenu-35/2509-lisbon-treaty-builds-eu-super-state ).

Ovviamente la UE non è l’unica potenza sofferente che sta facendo atti di bullismo contro la Svizzera ( http://thenewamerican.com/world-mainmenu-26/europe-mainmenu-35/9929-germanys-finances-weak-and-getting-weaker ). L’anno scorso anche il governo USA stava minacciando la nazione per le sue leggi bancarie e le tasse ( http://www.thenewamerican.com/world-mainmenu-26/europe-mainmenu-35/3798-us-terrorizes-switzerland-over-taxes-banking ). Anche l’OCSE – che è essenzialmente diventato un cartello per regimi a welfare spinto – aveva messo nel mirino la Svizzera per le sue libertà economiche ( http://thenewamerican.com/economy/economics-mainmenu-44/9763-us-funded-oecd-qcartelq-seeking-higher-global-taxes ).

Alcuni critici dicono che la UE stia usando la Svizzera come un capro espiatorio per la sua autoprodotta crisi economica. Altri rimprovano i leader europei di minacciare il piccolo paese invece di risolvere i propri problemi – possibilmente usando il modello svizzero che sembra funzionare così bene per la Svizzera ( http://www.swissinfo.ch/eng/politics/EU_puts_heat_on_Swiss_over_corporate_taxation.html?cid=31645096 ).

giovedì 23 febbraio 2012

Ultim'ora

Ultim'ora: l'Unione Europea ridurrà il debito dei Paesi nordafricani?

Nel precedente intervento [20 febbraio 2012], ci chiedevamo come mai, esistendo l'Unione Europea, non si provvedesse a trovare forme di inserimento lavorativo, temporaneo, dei cittadini greci in maggiore difficoltà, a causa della crisi, nelle altre nazioni dell'Unione, limitando magari le presenze extracomunitarie (come sapete, in Italia, al contrario, il Governo auto-imposto di Mario Monti e Giorgio Napolitano sta studiando l'aumento della durata del permesso di soggiorno).

Nello stesso intervento notavamo la decisione di abbattere una grossa percentuale dei dazi doganali tra Nord Africa ed UE, con probabili gravi danni economici per le non floride economie dell'Europa meridionale.

Adesso, arriva una nuova notizia, ossia la possibilità che i debiti dei Paesi nordafricani vengano ridotti, per decisione della stessa Unione Europea, come "segnale di cambiamento" nei rapporti tra le due aree. L'espressione "segnale di cambiamento" suona come se si tratti di una decisione non economica, ma politica. Il che, in tempi di grave crisi economica, è molto curioso. Ossia, quella stessa Unione, che con scarsa serietà ha gestito gli ingressi delle varie nazioni europee nella stessa Unione, e, che con serietà se possibile ancora inferiore ha vigilato sullo stato di salute delle economie nazionali e sulla opportunità delle scelte politico-economiche dei singoli stati (occupandosi con maggiore impegno di quote latte o quantità di arance), ora porta avanti il suo progetto di attenzione, diciamo così, nei confronti di un'area extra-europea. Quella stessa Unione che, in funzione di quanto detto, costringe i cittadini greci alla povertà e costringe la stessa nazione greca (per mano di politici locali asserviti) a dover pagare interessi su interessi per i recenti prestiti fornitigli, ora si concede il lusso di non farsi pagare dei debiti da alcune nazioni non-europee.

Quella stessa Unione, che per mano di alcune delle sue nazioni più in vista ha causato la crescita dell'islamismo in Nord Africa [5 febbraio 2012], ora premia quell'area, ma nulla fa contro il gioco truccato delle agenzie di rating (perché, quando gli USA aumentano ulteriormente il tetto del debito pubblico, non vengono declassati?), nulla fa per una strategia di crescita economica e lavorativa europea, limitandosi a diventare una mostruosa macchina per produrre ulteriori debiti nazionali europei e ulteriori masse povere nelle popolazioni autoctone.

Ma la verità è che l'Unione Europea è solo un club, una sorta di veicolo di potere per alcune élites mondialiste. Quelli che noi chiamiamo, per la gran parte, politici europei, con il loro codazzo di giornalisti, presidenti ed esponenti di fondazioni e lobbisti economici, sono solo amministratori di un potere che non si vuole europeo e, forse, neanche altro, ma è solo l'immagine di sè stesso, autoreferenziale.

Ricordatevi quello che disse l'allora presidente del Parlamento Europeo, Josep Borrell, quando affermò che il futuro dell'Unione Europea è nel Nord Africa [ARCHIVIO 18/01/2006], oppure l'allora ministro dell'Interno italiano, Beppe Pisanu, secondo cui l'UE avrebbe dovuto guardare più all'Africa che all'Europa dell'Est [ARCHIVIO 28/02/2006], oppure ciò che disse l'allora commissario europeo all'allargamento dell'Unione, Olli Rehn, secondo cui l'Unione Europea è allargabile indefinitamente, in quanto definibile da valori come diritti umani e democrazia, piuttosto che da considerazioni d'altro genere [ARCHIVIO 13/04/2006].

A queste élites, che stanno parassitando l'Unione Europea, non sembra importare alcun progetto di crescita, benessere e rispetto delle prerogative dei popoli europei. Le ultime scelte citate devono considerarsi come provocazioni contro questi popoli, non di certo come decisioni volte a migliorare la qualità della vita dei cittadini europei, anche perché la storia degli ultimi dieci anni di unione parla chiaro [in aggiunta, ricordiamo anche alcuni dati sulla povertà nel nostro continente, in confronto con Nord Africa e Medio Oriente: ARCHIVIO 2/03/2008]. A che pro la pace in Europa, se i governanti europei non sono capaci di difendere le economie dell'Unione, ossia il benessere dei suoi abitanti?

  • Ue: verso riduzione debito Nord-Africa (Televideo RAI, 23 febbraio 2012):
Il debito dei Paesi dell'Africa del Nord, come l'Egitto, nei confronti dell'Unione Europea potrebbe essere ridotto. E' quanto si apprende da fonti Ue. "Alcuni Stati membri esamineranno la possibilità di ridurre il debito come segnale di cambiamento" verso i Paesi del Sud del Mediterraneo, fanno sapere le fonti da Bruxelles. La proposta dovrebbe essere presentata al prossimo Consiglio europeo, fissato per il 1° e 2 marzo.

lunedì 20 febbraio 2012

Grecia e Unione Europea

Grecia e Unione Europea: una semplice constatazione (partendo da Mario Monti)



Cercando l'immagine riportata sopra, presente sul blog di Saura Plesio nell'articolo Dalla parte della Grecia, troviamo un nuovo intervento, dove viene citato un articolo dal sito Cobraf su alcune dichiarazioni illuminanti di Mario Monti. Che vi viene detto? Semplicemente che le crisi economiche in Europa servono a smantellare le sovranità nazionali, ad ogni costo, facendo diventare la stessa Unione Europea come il solo rimedio (nonostante la stessa Unione sia la causa o una delle cause del male). Come detto, ad ogni costo.

Nonostante alcuni giornalisti ed autori vengano marchiati come "complottisti" dai media allineati, le parole di Monti possono venir lette nella giusta prospettiva, appunto, solo partendo dai lavori di quelli. Ad esempio, considerate Il più grande crimine di Paolo Barnard e diversi spunti lì presenti.

Ad esempio, una dichiarazione rilasciata da Jacques Attali all'economista Alain Parquez, secondo cui l'euro non è fatto per la felicità della plebaglia europea (pag. 41), oppure un altro economista, Joseph Halevi, che cita François Mitterand, il quale affermava la necessità di maggiori disoccupazione e precariato per togliere potere al popolo (pag. 51), oppure le dichiarazioni di Daniel Janssen, ex- presidente dell'ERT, lobby neo-liberista, che affermava "Da una parte stiamo riducendo il potere dello Stato e del settore pubblico con le privatizzazioni e la deregulation (…) Dall’altra stiamo trasferendo molti dei poteri nazionali degli Stati a una struttura più moderna a livello europeo, con l’unificazione in progresso che aiuta i business internazionali come il nostro" (pag. 71). Dichiarazione, questa, resa durante l'incontro della Commissione Trilaterale del 2000.

Commissione presieduta, oggi, come sapete, per la zona europea, da Mario Monti. Guarda caso.

Ma, come titolavamo, facciamo questo intervento per una semplice constatazione, anche partendo da una notizia di questi giorni: perché, se esiste l'Unione Europea, non viene approntato alcun tipo di programma, a livello continentale, in favore dei cittadini greci in difficoltà? L'UE intende sbloccare gli aiuti europei per lo Stato greco, solo dopo l'accettazione di politiche di fortissima austerità economica da parte del governo ellenico. Perché, nonostante questo, non c'è alcuna politica di accoglienza temporanea per quei greci che maggiormente stanno scontando la crisi?

Ovviamente, nessun interesse ha il fatto che i greci, in quanto cittadini europei, possano spostarsi verso altre nazioni dell'UE. Quello che vogliamo dire è, come mai ci sono flussi d'immigrazione programmata da nazioni extracomunitarie, ma non si è provveduto a programmi eccezionali per inserire momentaneamente i greci nel mondo del lavoro in Italia, piuttosto che in Germania o in Francia o altrove?

Perché dobbiamo continuare a prendere cani e porci in giro per il mondo, lasciando in difficoltà le genti greche, aspettando che qualcuno di loro, di proprio iniziativa, e se le condizioni glielo permettono, decida di espatriare? Esiste o non esiste una qualche Unione propriamente Europea, che non sia solo quel che sembra, un club economico guidato da una ideologia economistica liberista?

Non si spiega, d'altronde l'attivazione dell'accordo di libero scambio tre UE e Marocco, con la possibilità per le merci marocchine di venir vendute su suolo europeo, senza oltre la metà dei dazi doganali sino ad ieri presenti. Perché dobbiamo sentire imbecilli europeisti che blatterano di "sviluppo economico del Marocco e sua stabilizzazione politica", nel mentre che Atene brucia, e nel mentre che, così facendo, si mettono in pericolo molte economie euro-mediterranee? Quale accidenti di "potere" permette a questi usurpatori di decidere in maniera così scriteriata sulla pelle degli europei?

Ma, soprattutto, che stiamo facendo noi, europei, per impedire tutto questo?

  • Arance del Marocco, via libera della Ue "E' la fine dell'agricoltura siciliana" (Salvo Catalano, La Repubblica ed. Palermo, 17 febbraio 2012):
Adesso il rischio, per i produttori siciliani, è di trovare sui mercati siciliani un chilo di arance a 17 centesimi al chilo. Passa a Strasburgo l'accordo tra Unione Europea e Marocco sulla liberalizzazione di alcuni prodotti ortofrutticoli e ittici. L'opposizione degli europarlamentari dei Paesi mediterranei non è bastata: i sì sono stati 369, contro 225 no e 31 astenuti. "È la fine dell'agricoltura siciliana", tuona Alessandro Chiarelli, presidente di Coldiretti Sicilia. L'accordo prevede l'eliminazione immediata del 55 per cento (dal 33 per cento attuale) dei dazi doganali sui prodotti provenienti dal Marocco. Mentre i dazi in uscita su frutta, verdura e pesce prodotti nei paesi dell'Unione Europea verranno ridotti del 70 per cento solo nei prossimi dieci anni. L'accordo, comunica Coldiretti, dovrebbe entrare in vigore da maggio.

Numeri che, tradotti in euro, fanno paura agli agricoltori. Critiche piovono da tutte le associazioni, da Coldiretti a Cia, Confagricoltura e Copagri. "Oggi  -  spiega Chiarelli  -  le arance dal Marocco sbarcano a Palermo a 30, 35 centesimi al chilo. Un prezzo che, grazie agli attuali dazi doganali, equivale più o meno a quelli applicati sulle arance siciliane. In futuro potrebbero arrivare a 17, 18 centesimi al chilo". Una corsa al ribasso insostenibile per i produttori dell'Isola. Discorso simile per i limoni, il cui prezzo al chilo potrebbe scendere, secondo Coldiretti, "a 15 centesimi al chilo contro i 30 attuali", e le zucchine, la cui quotazione
precipiterebbe "anche a 40 centesimi contro i 90 centesimi di oggi".

Il Parlamento europeo, dopo le preoccupazioni espresse dalle associazioni di categoria e da alcuni settori dell'Ue, ha posto delle misure di salvaguardia per determinati prodotti sensibili, come fragole, pomodori, cocomeri e aglio. Nell'elenco non comparirebbero gli agrumi. "Sarebbe un fatto gravissimo  -  denuncia Chiarelli  -  la dimostrazione che i gruppi industriali del Nord Europa fanno lobby su quello che conviene a loro, riuscendo a difendere, ad esempio, i prodotti in serra olandesi".

La maggioranza dei politici europei approva l'accordo che, scrivono, "svolgerà un ruolo chiave per lo sviluppo economico e la stabilizzazione politica del Marocco, mentre creerà nuove opportunità per l'industria agricola della Ue". Non ci stanno, invece, i deputati dei Paesi mediterranei. In prima fila sul fronte del no, spagnoli e portoghesi. Lo stesso relatore del testo, il francese Josè Bovè, dei Verdi, contrario all'accordo, ha ritirato il suo nome dalla relazione. Mentre l'europarlamentare del Pdl, Giovanni La Via, lamenta "diverse defezioni tra i deputati italiani" al momento del voto. "Non si può difendere  -  accusa La Via  -  l'agricoltura di un Paese e di una regione a parole e poi non essere presenti al momento dei fatti".

Di "guerra tra poveri" parla Rosario Crocetta, europarlamentare del Pd, che ha votato no [come sapete, su Euro-Holocaust reputiamo il concetto di "guerra tra poveri" profondamente errato, ndr]. "Una Germania che si scopre improvvisamente filomediterranea  -  afferma Crocetta  -  è riuscita ad imporre un accordo che favorisce le sue industrie a danno dell'agricoltura meridionale e dei consumatori marocchini". Nella risoluzione, il Parlamento Europeo si sofferma sulla necessità di "applicare rigorosamente i contingenti" e sull'obbligo per i prodotti non europei di "conformarsi alle norme dell'Unione in materia di misure sanitarie". Più controlli, dunque, anche per evitare frodi. Proprio su questi punti le associazioni di categoria chiedono, adesso, l'impegno del governo nazionale. Confagricoltura siciliana annuncia prossime manifestazioni di protesta a cominciare dall'1 marzo.

  • Agricoltura: Trematerra, difficoltà per accordo UE-Marocco (ANSAmed, 16 febbraio 2012):
''L'accordo commerciale UE-Marocco approvato oggi dal Parlamento Europeo potrebbe mettere in seria difficolta' il comparto ortofrutticolo e della pesca del meridione e della nostra regione''. Lo afferma, in una dichiarazione, l'assessore regionale [calabrese, ndr] all'Agricoltura, Michele Trematerra, secondo quanto informa una nota dell'ufficio stampa della Giunta.

''L'intesa, infatti - aggiunge - liberalizza, in parte, il commercio di prodotti agricoli e di pesca, mitigato molto blandamente da una risoluzione che esprime una serie di preoccupazioni legate alle possibilita' di frodi e di violazioni delle norme previste dal testo. L'accordo con il Marocco, che ha ricevuto il via libera dal Parlamento con 369 voti a favore, 225 contrari (tra cui la delegazione calabrese) e 31 astensioni, prevede l'aumento delle quote di scambio per una serie di prodotti che potranno essere importati a tariffe doganali basse, o pari a zero, e rappresenta una tappa verso un accordo di libero scambio, inserito nei patti Euromediterranei. Ha l'obiettivo di aumentare il commercio fra l'Unione e il Marocco e sostenere la transizione democratica che e' iniziata in seguito alla Primavera araba. La maggioranza dei deputati afferma, infatti, che l'accordo dovrebbe aiutare a risolvere i problemi sociali, economici e di sicurezza del Paese. Pur comprendendo lo spirito politico dell'accordo - rimarca ancora Trematerra - non ne condividiamo assolutamente le modalita' con cui e' stato concepito''.

''E' inammissibile - dice ancora Trematerra - che metodi di produzioni e modalita' di controllo dei prodotti non armonizzate con la legislazione Europea possano concorrere con prodotti e produttori come quelli calabresi che hanno fatto della sicurezza alimentare e dell'eccellenza produttiva la loro missione di vita. Non siamo contrari al libero mercato, ma le regole di produzione, compreso il costo della manodopera, devono essere uguali per tutti e la UE non puo' risolvere le problematiche di avvio della democrazia negli stati mediterranei a scapito delle nostre regioni meridionali, che nella agroalimentare e nella pesca hanno la loro potenzialita'''.

Trematerra invita, dunque, il ministro Catania ''molto sensibile - afferma - ai problemi dell'ortofrutta, forte anche della sua esperienza Europea, ad intraprendere tutti i passaggi necessari ad attivare misure di contenimento dell'accordo che grave danno potrebbero portare alle aziende calabresi. Spero che il metodo dell'intesa bilaterale, di antica memoria e non strategico, sia solo una errata valutazione congiunturale non la modalita' scelta dall'Europa per avviare gli accordi di scambio Euromediterranei''.

Segnalazione televisiva

Segnalazione televisiva: due esempi negativi di capitalismo italiano ai tempi della crisi (evitando la scusa della crisi)

Se non avete visto l'ultima puntata della trasmissione Presadiretta, vi consigliamo di recuperarla sul sito http://www.presadiretta.rai.it/. La puntata, andata in onda stasera, ossia il 19 febbraio 2012, si intitola Recessione e tratta principalmente delle recenti vicende delle aziende italiane Sigma-Tau e Omsa. Vicende utili per capire come funziona un certo capitalismo, non solo italiano.

La Sigma-Tau, multinazionale farmaceutica con consociate in vari Paesi stranieri, compresi gli USA, è un ottimo esempio di realtà in crescita, dal punto di vista produttivo ed economico, ma che decide di dismettere sia alcuni stabilimenti italiani, sia alcuni centri di ricerca, sempre italiani. Non altrettanto con i centri all'estero, verso cui, è il timore di molti, sembra sempre più spostarsi l'interesse dell'attuale dirigenza. A questa simil-delocalizzazione temuta, per così dire (in quanto la Sigma-Tau non sembra voler aprire altrove nuovi centri, ma solo togliere alla casamadre italiana, per puntare sulle consociate), si aggiunge il fortissimo sospetto di trasferimenti illeciti di valore societario dall'Italia all'estero, Portogallo in particolare. La ragione di tutto questo? Piuttosto che rilanciare la casamadre italiana, sfruttare le agevolazioni all'estero e fare cassa il più possibile (ora che il vecchio fondatore, Claudio Cavazza, è morto e non può più intervenire. Anche se nella trasmissione Presadiretta sentirete una rappresentante dell'azienda affermare che il defunto era dello stesso avviso dei suoi successori. Tanto, non può parlare...).

Altra vicenda, quella dell'Omsa, facente parte della multinazionale italiana Golden Lady Company, con la chiusura dello stabilimento di Faenza, improvviso e senza tavolo di trattativa, dovuta al trasferimento in Serbia, dove la società ha sia agevolazioni ed aiuti statali, sia prezzi concorrenziali e sostanziale arbitrarietà di decisione sui contratti dei lavoratori, per la gran parte donne, spesso assunte in funzione delle loro vicende personali, ossia meglio se ricattabili (ragazze-madri, ecc.). Come emerge dalla trasmissione di Rai3, la delocalizzazione avviene, non solo perché gli stipendi sono di circa 250 euro mensili, considerati bassi anche per la media serba, ma anche perché l'attuale Governo serbo concede aiuti pubblici nell'ordine di circa 3000 euro per ogni nuovo posto di lavoro avviato. Un po' come dire che almeno un anno di lavoro viene pagato non dall'azienda italiana, ma dagli stessi cittadini serbi, senza che questi almeno abbiano garanzie sulla permanenza dell'azienda nel territorio, né che ci siano garanzie sui singoli contratti dei lavoratori. E così, si parassita sia il lavoro italiano, prima, poi quello straniero, in un secondo tempo.

Tali esempi sono alcuni tra i tanti, sicuramente e purtroppo troppi, fattibili negli ultimi anni in Italia, e negli ultimi 20-25 anni se consideriamo tutto l'Occidente. Forse sarebbe il caso di incominciare, specie se si vive in un dato luogo e una data vicenda viene vissuta da vicino (non necessariamente in prima persona), tener memoria del "chi", del "come", del "perché" e del "quando". Ricordate il documentario Roger & Me di Michael Moore? Se non l'avete ancora visto, è il caso che provvediate. E ricordatevi che racconta vicende degli anni '80. Come a dire: non dite che non vi avevano avvertito!

  • Svelata dal fisco la finta crisi della Sigma Tau (Salvatore Cannavò, Il Fatto Quotidiano, 19 febbraio 2012):
Ricordate i dipendenti della Sigma Tau che hanno fermato il pullman della Roma calcio facendo scendere Francesco Totti? La ricerca di visibilità alla vertenza, dopo che l’azienda ha aperto la procedura di cassa integrazione per 569 dipendenti, era il frutto della rabbia e della disperazione di chi ha sempre contestato che i conti fossero in rosso e che l’azienda non potesse rilanciarsi seriamente. A confortare quella radiografia provvede ora il “Processo verbale di constatazione” che l’Agenzia delle Entrate ha redatto nella sede della società farmaceutica, la seconda per importanza in Italia, il 30 luglio 2010 e che sarà oggetto stasera dalla trasmissione Presadiretta di Riccardo Iacona in onda alle 21,30 su Rai 3 (l’inchiesta è stata curata da Rebecca Samonà e Elena Stramentinoli) ( http://www.presadiretta.rai.it/dl/portali/site/puntata/ContentItem-c1485053-e53c-4380-aa63-151ab4d022cb.html?homepage ). Un documento poderoso, 117 pagine, e nel quale gli ispettori del fisco contestano alla Sigma Tau una procedura di evasione fiscale non solo particolarmente sofisticata, per quanto comunemente diffusa, ma tale da pregiudicare i bilanci del gruppo e giustificare, così, la cassa integrazione.

La procedura sospetta si chiama “Transfer pricing” e consiste in un trasferimento illecito di valore da una società del gruppo a una consorella estera che pagherà le tasse al posto della prima. Ma se la consorella estera è collocata in un paradiso fiscale il guadagno è notevole. Sigma Tau è il secondo operatore farmaceutico in Italia e ha consociate in Francia, Svizzera, Olanda, Portogallo, Spagna, Germania, Regno Unito, India, Stati Uniti e Sudan. Insomma è un colosso che oltre a produrre direttamente i farmaci li commercializza in Italia e all’estero. Ma è proprio sugli affari realizzati con le consociate che si sono concentrati i riflettori degli ispettori fiscali. La consociata portoghese, Defiante, ha infatti sede nell’isola di Madeira, territorio portoghese anche se situato 900 chilometri più a sud nell’Oceano Atlantico, noto paradiso fiscale. Si tratta di una società che si occupa prevalentemente di acquistare licenze e brevetti per poi rivenderli.

Per la Defiante, la Sigma Tau ha svolto anche l’attività di produzione e rivendita di prodotti (il Bentelan o il Betnesol per esempio) assumendosi costi e rischi che sarebbero dovuti essere adeguatamente compensati. Gli ispettori si sono chiesti se “le determinazioni dei prezzi di trasferimento siano conformi alla normativa in materia di transfer pricing” stabilite dalla legge. La risposta è stata negativa perché secondo i verbalizzanti “la Sigma Tau avrebbe erroneamente quantificato (…) i componenti di reddito derivante dalle transazioni intercorse con diverse società appartenenti al medesimo Gruppo”. Facendo un confronto con società comparabili si scopre, ad esempio, che mentre il livello medio di profittabilità dell’attività in questione è del 6,6 per cento, la Sigma Tau nel 2007 subisce una perdita del 16, 1 per cento. “I prezzi di vendita applicati alla Defiante non permetterebbero di far fronte ai rilevanti costi di produzione” in contro tendenza rispetto ai risultati ottenuti con le altre consociate.

Facendo i raffronti con società analoghe e comparabili gli ispettori hanno quantificato in 11,55 milioni di euro i minori ricavi che la Sigma Tau ha contabilizzato in Italia evadendoli al fisco. I minori ricavi del 2007 sono già la metà delle denunciate da Sigma Tau nel 2010 pari a 20 milioni di euro. Defiante, inoltre, come mostrano gli approfondimenti fatti da Presadiretta moltiplica tra il 2000 e il 2010 il suo patrimonio netto portandolo da 31 a 310 milioni di euro. Nello stesso periodo il patrimonio dell’azienda italiana, passa da 123 a 34 milioni di euro. Solo che a Madeira, sede della Defiante, praticamente non si pagano le tasse e solo recentemente sono state introdotte aliquote dell’ 1, 2 e 3 per cento. L’Iva, invece, è al 13 per cento, la più bassa d’Europa. In Italia, invece, Sigma Tau ha avviato una ristrutturazione pesante con la cassa integrazione e il ridimensionamento del centro di ricerca. “Che ne dice il governo e il ministro Passera?”, chiede Riccardo Iacona. Il caso vuole che Passera sia tirato in ballo in più aspetti.

Non solo perché come ministro è incaricato di gestire le crisi aziendali, ma anche per il suo passato da banchiere. È stata la “sua” Banca Intesa, infatti a finanziare, con 300 milioni di euro, l’acquisto delle attività statunitensi legate alle malattie rare della Enzon, acquisto che ai lavoratori è sembrato l’avvio di uno spostamento all’estero (negato decisamente dall’azienda). Banca Intesa possiede poi il 5 per cento di Sigma Tau Finanziaria Spa.
Infine, il teatro di questa probabile “furbata” è il paradiso fiscale di Madeira lo stesso da cui (ne hanno scritto Mario Gerevini sul Corriere della Sera e Vittorio Malagutti sul Fatto Quotidiano) la famiglia Passera ha fatto rientrare una consistente liquidità, superiore a 10 milioni, parcheggiata in attesa di impieghi più redditizi.

domenica 19 febbraio 2012

Prendendole dai teppisti turchi

Prendendole dai teppisti turchi: il silenzio del centro sociale berlinese Scherer8

Certi fatti sono esemplari, perché rendono concrete certe sensazioni e previsioni, trasformandole, inizialmente, in impressioni, le quali, in un secondo tempo, potranno divenire anche certezze (e, scommettiamo, lo diverranno, a meno di determinati "cambi di paradigma").

Ci riferiamo ad un episodio come quello occorso al centro sociale degli Autonomi al numero 8 di Schererstrasse, a Berlino, dove, un paio di settimane fa, gli appartenenti della locale banda di strada degli "Street Fighters", in gran parte turchi, hanno compiuto un raid, danneggiandone gli interni. Il tutto dopo alcuni altri episodi di intimidazione e violenza, occorsi ad alcuni ospiti del centro stesso.

Quello che è esemplare è il silenzio degli Autonomi di Scherer8, i quali, a differenza di passate denunce contro nazisti o poliziotti, stavolta hanno preferito tenere un profilo basso, anzi "minerario". Nonostante le richieste di interviste da parte di giornalisti, gli Autonomi hanno, stavolta, chiuso tutte le porte (non essendoci riusciti con gli Street Fighters?...).

Schererstrasse si trova nel quartiere di Wedding, uno dei più poveri di Berlino, con una percentuale di autoctoni europei (considerando anche i non tedeschi) di poco più del 50% della popolazione. Quartiere che, come altri simili, vede le proprie strade noiosamente intervallate solo da internet-café, sale-giochi e kebabari. E' questa la quotidianità degli Autonomi di Scherer8, e, proprio perché è questa, gli Autonomi hanno fatto una scelta. Potevano farne di differenti, ad esempio avrebbero potuto montare il caso, denunciando i giri criminali dei teppisti turchi, oppure, ma non si pretende tanto, difendersi o contrattaccare. Hanno, invece, preferito la scelta del "cane con la coda tra le zampe".

Nonostante il silenzio mediatico degli appartenenti a Scherer8, sul blog del centro è uscito un commento, anche in lingua inglese, in cui costoro non danno la loro versione dei fatti. Si limitano ad affermare che tutto quello che è stato riportato sui mezzi di comunicazione e, persino, tra i commenti di siti, anche se d'area, come Indymedia, sono frutto di costruzioni arbitrarie e tendenziose, utili per chi ha dei punti di vista "borghesi" o "xenofobi".

Ecco, sono episodi del genere, che fanno intuire che un certo mondo, quello di certa sinistra antagonista, multiculturalista, multietnicista, col tempo diverrà come certi pugili: solo qualche secondo e la forza di gravità completerà il lavoro del pugile rivale, facendo crollare a terra la vittima. Chi è il pugile rivale? Chiunque voglia prendersi le strade e, in un mondo frammentato come l'attuale, i competitori sono numerosi. Finché non cambierà il paradigma.

  • Angriff aus der falschen Richtung (Thorsten Schmitz, Süddeutsche Zeitung, 11 febbraio 2012):
Am Tag nach dem Interview schreibt der Sozialarbeiter eine Email. "Bitte nennen Sie meinen Namen nicht. Ich möchte keinen Besuch bekommen. . ." Der Sozialarbeiter, ein sehr freundlicher Mann, der schon viele brenzlige Situationen erlebt hat, fürchtet ungebetenen Besuch von den "Streetfighters".

Das ist eine Gang aus dem Stadtteil Wedding. Auf YouTube-Videos sieht man sie in martialischer Pose, die signalisieren soll: Der Wedding gehört uns. In der Schererstraße betreiben die "Streetfighters" ein Vereinshaus. Es spricht viel dafür, dass in dem Club nicht nur Backgammon gespielt wird.
"Wir fürchten uns alle vor denen"

Die Nachbarin mit den zwei Tüten in der Hand kommt gerade von der Arbeit und will nur noch in die warme Wohnung. Als man sie auf die "Streetfighters" anspricht, vergisst sie die Kälte. "Drogen werden da gehandelt. Wir fürchten uns alle hier vor denen. Wenn Sie wirklich wissen möchten, was hier passiert, dann müssen sie riechen. Die kiffen von morgens bis nachts, ich lass schon immer die Balkontür zu." Die Nachbarin ist mit einem Türken verheiratet. Das, sagt sie, "sollten Sie auch noch wissen für Ihren Artikel".

Die junge Künstlerin ist gerade nach Wedding gezogen, Ihre Miete in Mitte war unbezahlbar geworden. Jetzt sehnt sie sich nach der heilen Welt am Hackeschen Markt zurück. Sie steigt aufs Fahrrad, eine Ausstellungseröffnung in Mitte besuchen. Sie sagt: "Hier herrscht die türkische und die arabische Mafia."

Drei Stimmen aus Wedding. Aus einem Teil Berlins, in dem jede Straße gleich auszusehen scheint: Spielsalon, Internetcafé, Dönerbuden. Internetcafé, Dönerbude, Spielsalon. Das kennt man: Die Stimmen und das Straßenbild.

Autonome fürchten sich vor Straßenbanden

Neu ist: Dass sich jetzt auch die Autonomen Berlins vor Straßenbanden fürchten, die Bewohner des linken Wohnprojekts in der Schererstraße 8 zum Beispiel. Sie wohnen direkt gegenüber der "Streetfighter"-Zentrale.

Am vergangenen Wochenende hat es in der Schererstraße geknallt. Etwa 30 Mitglieder der "Streetfighters" sind nach Polizeiangaben in das Haus der Alternativen eingedrungen, haben mit Baseballschlägern Fensterscheiben und Mobiliar von Kneipe und Info-Laden zertrümmert. Einen Tag später wurden zwei Musiker, die in dem linken Hausprojekt ein Konzert geben sollten, attackiert und verletzt.

Wenn man die Globalisierungs- und Atomkraftgegner aufsucht, kommt man bis zum Hofeingang, dann wird man wieder nach draußen gebeten. Man ist auch gegen Journalisten hier. Die Visitenkarte darf man dalassen. Man werde zurückgerufen, wenn die Bewohner ein Gespräch mit der Zeitung okay finden, sagt eine junge Frau mit Rastalocken. Der Rückruf kommt nie.

Ein Polizist, dessen Namen man nicht nennen darf, weil er nicht autorisiert ist, mit der Presse zu sprechen, sagt zum Überfall auf das linke Wohnprojekt nur: "Wenn das Nazis gewesen wären, hätten Sie längst Ihr Gespräch gehabt."

Die Fensterfront haben die Bewohner des Hauses, das mal besetzt war und jetzt gemeinsam gekauft werden soll, notdürftig mit Spanplatten repariert. Ein Kioskbesitzer erzählt, der Streit zwischen den Linken und den "Streetfighters" habe im letzten Sommer begonnen. Zwei Bandenmitglieder hätten gegen das Haus uriniert, daraufhin habe ein Bewohner eine Flasche auf die Wild-Pinkler geworfen.

Die Fenster des "Streetfighters"-Clubs gegenüber sind zugeklebt mit Plastikfolien. Man soll nicht sehen, was drinnen passiert. Menschen, die den Club von innen kennen, sagen, der Raum bestehe aus Sofas und Tischen, ein Boxsack hänge von der Decke, Hanteln fürs Gewichtheben lägen herum.
"Präsident" der "Streetfighters" wurde von den "Hells Angels" überfallen

Angemietet hat den Ladenraum der "Präsident" der "Streetfighters", der Kurde Ahmet A. Er ist der Polizei bekannt. Vor ein paar Wochen ist er von Mitgliedern der Berliner "Hells Angels" überfallen worden. Die meisten der 23 "Streetfighters" sind wegen Gewaltdelikten mit dem Gesetz in Konflikt geraten. In einem Polizeibericht heißt es, die jungen Männer seien "heranwachsende Straftäter" und hätten "zumeist türkischen Migrationshintergrund".

Auffallend ist, dass die Bewohner der Schererstraße 8 sich nicht zum Zoff mit den türkischen Jugendlichen äußern möchten. Auf ihrer Internetseite flehen sie: "Liebe Leute, kommt NICHT bei uns vorbei. Es ist aus unserer Sicht wirklich nicht hilfreich. Wir freuen uns, dass ihr solidarisch sein wollt! Tut das aber NICHT heute und NICHT durch Konfrontation."

Die Sprachlosigkeit der linken Hausbewohner über die Gewalt der überwiegend türkischen "Streetfighters" hat womöglich einen einfachen - absurden - Grund. Im Internet kursiert auch noch eine frühere Version dieser Stellungnahme. Darin heißt es: "Da es sich weder um Nazis noch um Bullen handelt, sind die üblichen aktionistischen Mittel nicht anwendbar. Wir werden auf Euch zukommen und um Unterstützung bitten, wenn wir wissen, wie Ihr uns helfen könnt."

Der Sozialarbeiter kennt einige Leute aus dem Hausprojekt. Er sagt: "Die sind verwirrt, dass sie nicht von Nazis angegriffen werden, sondern von Migranten. Das passt nicht in ihr Weltbild." Es heißt, die "Streetfighters" hätten von den Alternativen Schutzgeld erpresst. Die Polizei kann das nicht bestätigen.

Nach einer Nazi-Attacke schwiegen die Autonomen nicht

In einem linken Internetforum haben sich jetzt auch Bewohner des Hausprojektes geäußert - mit harter Kritik an ihren Genossen. Es sei ihnen unverständlich, dass man nicht mit der Presse reden dürfe. Das Hausprojekt habe sich schon "seit Wochen" gegen Schutzgeldforderungen der "Streetfighters" gewehrt. "Das Schweigen um die Erpressungen" müsse gebrochen werden. "Nur Transparenz" könne "den Würgegriff des organisierten Verbrechens" lösen.

Die Mehrheit der Bewohner des Wohnprojekts hält offenbar nichts von Transparenz. Auch beim zweiten Versuch, mit ihnen ins Gespräch zu kommen, bleiben die Türen verschlossen. "Verpiss Dich!", sagt ein Bewohner des Projektes, als man um Einlass und um ein Gespräch bittet.

In linken Internetforen hat das Schweigen der linken Opfer eine Flut von Reaktionen ausgelöst. Auf "indymedia" schreibt ein Blogger unter der Überschrift "Willkommen in der Realität", dass er keine Lust mehr habe auf linke Wohnprojekte, weil er ihnen nicht mehr glaube: "Für Euch sind das Arabs oder was immer, jedenfalls Leute, mit denen Ihr nichts zu tun haben wollt. Da seid Ihr kein Stück anders als die anderen Kartoffeln. Ihr integriert Euch nicht in die Gegend. Aber Ihr tretet als Besatzer auf. Ihr tut so, als ob die Straße Euch gehört." Leute, so schreibt der Verfasser, "ich meine es gut mit Euch, ich teile Eure Ideale, aber was sich hier autonom nennt, das ist ein Haufen von Träumern."

Vor zwei Jahren war das linke Hausprojekt schon einmal Grund für einen Zwischenfall. Damals zog eine Gruppe von Neonazis vor die Schererstraße 8. Fenster wurden eingeschmissen, Transparente hochgehalten, die Hausbewohner als "linke Zecken" beschimpft. Damals schwiegen sie nicht. Der Angriff wurde öffentlich gemacht, im Internet die Gruppe "Freie Nationalisten Mitte" als Urheber genannt.

Die Dämmerung bricht ein. Über dem Vereinshaus der "Streetfighters" hängt seit ein paar Stunden ein Transparent: "Wir, die Streetfighters, haben keine Probleme mit den Leuten von Scherer8." Der Sozialarbeiter vermutet, dass das Plakat nicht von den "Streetfightern" geschrieben wurde. "Jemand hat denen gesagt, die sollen das aufhängen, jetzt, wo die Presse kommt." Der Sozialarbeiter erzählt auch, dass ihm türkische und arabische Jugendliche berichtet hätten, sie seien von "Streetfighter"-Mitgliedern angesprochen worden, sich der Gruppe anzuschließen. Sie würden mit dem Versprechen gelockt, dort "viel Geld" zu verdienen.
Vor dem Haus der "Streetfighters" parken Mercedes-Limousinen

Vor dem Vereinshaus parken zwei Mercedes-Limousinen, gegenüber steht ein großer Lkw in zweiter Reihe - eine Kohlelieferung für die Öfen im linken Hausprojekt.

Im Eingang ihres Fahrradgeschäftes "Radhaus Wedding" steht Felicitas Rotzinger. Das Geschäft liegt Wand an Wand mit dem Vereinshaus. Rotzinger steht oft an der Eingangstür, "schauen, was so los ist hier". Es ist viel los in der Schererstraße, sagt sie. Im Sommer seien Jugendliche mit Baseballschlägern durch die Straße gelaufen, und immer wieder kämen tätowierte Männer in teuren Limousinen, verschwänden im Vereinshaus, und nach ein paar Minuten verließen sie wieder die Straße. Einer habe "Hells Angels" auf seinem Nacken tätowiert gehabt.

Ihr Partner Elmar Müller sagt: "Ein ständiger Druck lastet auf einem hier, dass etwas passieren kann." Vor zwei Jahren sind sie mit ihrem Fahrradladen in die Schererstraße gezogen, da stand das Vereinshaus noch leer. Zu Schutzgeldzahlungen seien sie nicht aufgefordert worden. Einschüchtern würden sie sich aber nicht lassen: "Wenn da einer käme", sagt Felicitas Rotzinger, "würden wir das sofort der Polizei melden."

  • Stellungnahme der Bewohnerinnen der Scherer8 - English Version (dal blog dell'Hausprojekt Scherer 8 http://scherer8.blogsport.de/, 12 febbraio 2012):
Since the events of the weekend of the 3rd and 4th February we have hardly said anything publicly. We made this decision, because we very clearly did not expect that the institutions and the media in this cold, inhuman country would have anything helpful to add to our position, because they do not want to or are not able to at all. This perception has been proven to us impressively in the last days.
Because what has happened since then?
Cops with and without uniform moved back and forth in front of our house, ogled our place and the posters on the housefront, ogled through the windows, giggling, making jokes. Such a secret joy on the side of the cops does not surprise us.
What else should we expect?
Postings appeared on indymedia, in which people mixed together information from the police​ticker with an article from the Tagesspiegel. Shortly afterwards a far-fetched posting about racketeering appeared, which was boldly written in our name. The press quotes indymedia-comments, indymedia-​authors quote the press, the press quotes each other and so forth.
Twisted facts, false reports, malice, sensationalism, contrived and half​baked info: all salary-​ and ego-​writers, from the indymedia comments to the cops-​ticker and further on to the shithouse-​press, from the slightly left-​wing to the bourgeois media and further on to the nazi­blogs; all view the mash​-up as the appropriate principle and the highest journalistic standard: „The more stupid, the more media“.
Out of the most articles and comments gush racist and xenophobic threats and insults, ignorance, resentment, open hate, interested disinterest, the whole uglyness of the conditions.
In this, the motive of „left-​wing do-​gooders become victims of criminal foreigners“ seems to fit perfectly into a middle-class worldview; a dream for right-​wing populists and neo­fa­scists. Whoever takes this motive as his own, makes himself an amplifier of these ideologies, which we deeply oppose.

„The almost unsolvable task is to not let oneself be made stupid, neither by the power of the others nor by the own powerlessness.“
-- T. W. Adorno Minima Moralia. [la citazione è quasi divertente, ndr]

sabato 18 febbraio 2012

Martiri europei: Erik Tornblom

Martiri europei: Erik Tornblom

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Nota preliminare: con l'espressione "martiri europei" intendiamo sia europei propriamente detti, sia appartenenti alla varie comunità discendenti da europei, sparse per il mondo.

***

Abbiamo accennato alla morte del diciassettenne statunitense Erik Tornblom nel precedente intervento [11 febbraio 2012]. Ora entriamo nei dettagli. Il ragazzo, dopo avere dato un passaggio in auto agli afro-americani Marcus Reymond Robinson e Roderick Sylvester Williams Jr, viene da questi costretto ad allontanarsi verso una zona isolata e, qui, assassinato con un colpo di pistola alla testa. Secondo quanto emerso durante il dibattimento, i due neri uscirono di casa con la precisa intenzione di rapinare e uccidere un bianco. Uno qualunque.

Ora, lo sviluppo della vicenda. Robinson è stato nel frattempo condannato alla pena di morte, non ancora eseguita, e Williams alla prigione a vita. A questo punto, entra in gioco una nuova legge dello stato della Carolina del Nord, in cui il tutto è avvenuto. Tale legge, il Racial Justice Act, permette, ai difensori di un imputato, di sfruttare le statistiche relative alle condanne a morte e alla identità etnica e razziale sia dei condannati, sia delle vittime, per valutare se la condanna a morte non sia frutto di un qualche pregiudizio razziale "statale".

Ossia, partendo da quante condanne a morte vengono comminate agli appartenenti di questa o quella comunità razziale, incrociate con quante condanne a morte vengono comminate in casi in cui le vittime sono appartenenti a questa o quella comunità razziale, e considerando anche la modalità di composizione razziale delle varie giurie, i difensori di un imputato possono "impugnare" tali statistiche per rimettere in discussione la condanna e, perlomeno, farla sostituire con una normale pena detentiva, anche se a vita.

I difensori di Robinson è quello che, appunto, stanno cercando di fare e, nei prossimi giorni, dovrebbe arrivare una decisione relativamente alle loro richieste. Con quali possibilità?

Il Racial Justice Act viene utilizzato per contestare la composizione delle giurie, laddove gli imputati siano afro-americani, in quanto i giudici tenderebbero ad allontanare i giurati di pelle nera, prediligendo i bianchi. Per la condanna a morte di Robinson, i giurati neri erano il 18% del totale, quasi in linea con la popolazione del North Carolina, dove i neri sono il 21%. Ma secondo i sostenitori del RJA, sembra che le proporzioni razziali non bastino, dato che per giungere alla composizione della giuria, nel caso Robinson, nel conteggio finale tra quanti giurati sono stati accettati e quanti allontanati, i neri sono stati rifiutati oltre tre volte più dei bianchi. Ciò, evidenzierebbe, a loro dire, un qualche pregiudizio razziale, a danno dell'imputato.

Nelle ultime settimane, differenti analisi hanno considerato la questione posta dall'utilizzo del Racial Justice Act e delle relative statistiche. Secondo il pubblico ministero Jonathan Perry, ad esempio, le statistiche del RJA riguarderebbero solo una piccola parte di tutte le cause finite con condanna a morte, impedendo, in tal modo, la presa in considerazione di ragioni differenti, rispetto a quelle razziali, per la formazione delle giurie. Dello stesso avviso, Christopher Cronin, del dipartimento di scienze politiche della Methodist University, secondo cui le giurie venivano formate, non su basi razziali, quanto ideologiche, dato che molti dei giurati allontanati lo erano in quanto avversi alla pena di morte e, in funzione di questo, considerati meno affidabili da giudici di opposta idea giurisprudenziale. Oltre a questi fattori, altri elementi discriminanti erano, ad esempio, la fedina penale del giurato. Tutti elementi non presi in considerazione dal Racial Justice Act.

Non sappiamo come andrà a finire la vicenda, ma ci sembra che l'idea del Racial Justice Act tenda a schiacciare il caso in questione e, forse ogni altro, sotto il peso di altri casi più o meno simili, tutti valutati ideologicamente. Ideologicamente, in quanto sembra assumere più importanza l'ambito della corte che l'accadimento in sè, e la sequenza di mille altri giudizi che non la singola vicenda. Ossia, il fatto perde importanza e tende ad assumere valore l'idea di società che uno possiede, indipendentemente dalla realtà concreta. Forse è anche per questo che sembra perdere importanza il perché dell'omicidio di Erik Tornblom. E forse è per questo che di Erik Tornblom su internet si trovi solo una foto (tra l'altro rintracciabile su un sito identitario come A Million Points of Light, Darkened), mentre dell'assassino numerose di più. Direte, ma è così spesso! E' vero, lo è! Nella società dello spettacolo, l'omicidio e la vicenda personale dell'omicida assumono valore d'intrattenimento, sia che si tratti di violenza grafica dei film, sia che si tratti di informazione giornalistica. Ma proprio per questo, proprio perché la società occidentale preferisce raccontare maggiormente il persecutore rispetto alla vittima, il Racial Justice Act sfuma nell'oscenità...

  • Death penalty case puts racism on trial in North Carolina (Kate Dailey, BBC, 8 febbraio 2012):
In North Carolina, the Racial Justice Act seeks to remedy years of inequity on death row. But can racism be regulated?
In 1991, 18-year-old Marcus Reymond Robinson and a friend convinced Erik Tornblom, 17, to give them a ride home from a gas station.
Robinson and his friend then pulled a gun on Tornblom, forced him to drive to a field, took his car and his money and shot him in the head.
A jury later convicted Robinson, who is black, of pulling the trigger on Tornblom, who was white. The prosecution presented evidence that Robinson said he wanted to kill a "whitey" ( http://www.fayobserver.com/articles/2012/01/30/1153982?sac=Home ).
He was sentenced to death and scheduled to be executed in 2007. But like many death row convicts, he has survived past that date, and continues to appeal his sentence ( http://www.nytimes.com/2011/11/01/us/death-row-inmates-wait-years-before-execution.html ).
Last week, he appeared in a North Carolina courtroom as the first death row inmate to present evidence under North Carolina's Racial Justice Act (RJA), a controversial law designed to compensate for bias in the judicial system.
He and his legal team are hoping the new law will offer him relief in the form of life in prison without parole.
In the process, they're putting racism itself on trial.
'Wild disparities'
Critics of the death penalty have long argued that it is applied in an uneven and unjust fashion.
"Currently, only about 1% of the people who are accused of intentional murder are receiving the death penalty. There are wild disparities," says Malcolm Hunter, one of Robinson's lawyers and executive director of the Center for Death Penalty Litigation.
"I could show you the summaries of 50 cases any year in North Carolina and say 'I want to pick out the two or three that get the death penalty', and you'd never be able to do it."
A series of studies over the past 30 years show that race is often a significant factor in who gets the death penalty: that black convicts are more likely to receive the death penalty than white ones, that white victims are more likely to result in a death sentence than black ones ( http://www.jstor.org/pss/1143133 ) + ( http://www.nytimes.com/2011/11/01/us/death-row-inmates-wait-years-before-execution.html ).
For Shirley Burns, the mother of Robinson, the idea of sentencing bias isn't just an academic exercise. Her other son, Curtis, was killed in 2006.
His killer wasn't eligible for the death penalty but could have served life in prison. Thanks to a plea bargain, he is currently serving a 22-year sentence.
"Punishment for a crime is not wrong, but the way that it is dealt to different people is wrong," says Ms Burns.
Though it is currently unconstitutional to seek the death penalty for racially biased reasons, defendants must prove intentional bigotry to make their case.
That's a difficult order, says Frank Baumgartner, a professor of political science at the University of North Carolina.
"You would have to get someone to say I did this on purpose, and I did this for the reason of racial bigotry," he says. "It's almost never done."
But by looking at several cases over time, broader patterns of systemic bias emerge.

In the 1987 Supreme Court case McClesky v Kemp, justices weighed whether these statistical patterns could be used to prove bias in a death penalty appeal.
In a 5-4 decision, the justices decided against the use of this data, noting that the matter was one "best presented to the legislative bodies" who could choose to pass specific laws addressing this concern ( http://law2.umkc.edu/faculty/projects/ftrials/conlaw/mccleskey.html ).
In 2009, the legislature in North Carolina did just that.
Data defence
The Racial Justice Act (RJA) allows death penalty prisoners to use statistical patterns of injustice, not just the facts of an individual case, to prove bias.
A similar but weaker law exists in Kentucky, and has yet to be put to use ( http://www2.journalnow.com/news/2011/dec/25/wsmain01-nc-ky-diverge-on-racial-justice-ar-1749116/ ).
Under North Carolina's RJA, Defendants are eligible for a life sentence without parole if they can show that they were more likely to receive the death penalty because of their race or the race of their victims.
They can also, as in the case of Marcus Robinson, try to prove racial bias in how the state used their "peremptory challenges" during jury selection.
These challenges allow lawyers for both the prosecution and the defence to strike a certain amount of potential jurors without cause, as long as in doing so they adhere to federal laws against discrimination.
Barbara O'Brien, a law professor from Michigan State University, studied the role of race in peremptory jury strikes in North Carolina from 1990 to 2010.

At Robinson's RJA hearing, she testified that, on average, North Carolina prosecutors in death penalty cases excluded qualified black jurors at more than twice the rate of qualified non-black jurors.
For Marcus Robinson's jury pool, qualified blacks were rejected 3.5 times more.
"Being black does predict whether or not the state will strike the potential juror, even when controlling for these other variables," she said.
The final jury seated in Robinson's case had nine white members, two black, and one Native American. The rate of black members on the jury, 18%, was not much different to that of North Carolina's black population, about 21%.
But under the RJA, the final makeup of the jury is not at issue. Instead, it's what role the state played to get to that point.
"Absent of other things, naturally the prosecution will want less blacks, defence will want more. The question is whether we should allow the prosecution to bleach juries," says Mr Baumgartner.
"Should the state, on our behalf, engage in a racially discriminatory pattern of behaviour?"
Colour blind justice?
For the family of Erik Tornblom questions about systemic bias and judicial fairness seem far removed from the death of their son. He is not a statistic, they say, and neither is his killer.

"What do people in Michigan have to do with us in North Carolina?" Patricia Tornblom, Erik's stepmother, asked after the first day in court. The family wore buttons that read "Justice is color blind".
To them, the only racial bias that matters should be the one that Robinson displayed when seeking out a white victim.
The prosecution cannot make this argument. They cannot provide details of the murder and argue that the death penalty was well deserved. They can only present their own statistics expert, as well as evidence from the judge and prosecutor in Robinson's original trial ( http://fayobserver.com/articles/2012/02/06/1155593 ).
Both men maintain that race was not a factor in the state's jury selection process. More judges are expected to testify to similar effect.
But the Racial Justice Act fundamentally redefines the way the judicial system views racism. For years, the courts only saw racism as a deliberate act, done with malice.
The RJA says that racism has more to do with subtle shifts and built-in prejudices that permeate what should be a fair process.
"People can be motivated by race without even realising it," said defence attorney James Ferguson in his opening arguments. Later, he presented expert witnesses testifying to that same claim.
The hearing is expected to wrap up within the week, after which Judge Greg Weeks will make a ruling.
His decision as to whether or not Robinson qualifies for a new sentence will help shape the way that the law is interpreted in the future, and will reveal how far-reaching the consequences of the RJA could be for death row inmates, state prosecutors and the people of North Carolina.
Either way, his decision is expected to face appeals, and to serve as a historic moment in the ongoing debate over how American courts deal with race, justice and death.

  •  Racial Justice Act hearing: Political scientist says juror ideology, not racism, can explain study's results (Paul Woolverton, The Fayetteville Observer, 14 febbraio 2012):
A political scientist testified at the Robinson Racial Justice Act hearing Monday that juror ideology, not racism, can explain the results of a statistical study that said local and North Carolina prosecutors have dismissed black jurors more frequently than whites from capital murder trials.
Polls repeatedly have found that black Americans are likely to be politically liberal, oppose the death penalty and mistrust the criminal justice system more than whites and other racial groups, said Christopher Cronin of the Methodist University political science department, in testimony for the prosecution.
There has been previous prosecution testimony that black jurors cited in the statistical study were peremptorily dismissed not because of their race, but because they expressed reservations about the death penalty, had criminal records or other factors that made them undesirable to the prosecution. [...]

  •  Racial Justice Act hearing: Retired statistics professor disputes prosecution's testimony (Paul Woolverton, The Fayetteville Observer, 15 febbraio 2012):
An assistant district attorney argued Tuesday that a study claiming racial bias in North Carolina's capital murder trials can't be trusted.
Jonathan Perry, a prosecutor from Union County, gave closing arguments in the Racial Justice Act hearing in Fayetteville. Perry said a Michigan State University study was based on a too limited sample of death penalty cases to provide meaningful results.
Perry is helping the Cumberland County District Attorney's Office fight a Racial Justice Act claim from death row inmate Marcus Reymond Robinson of Fayetteville. Perry handled most of the testimony from statistics experts in the 2 1/2-week hearing.
Perry also said that the statistical technique used to produce the study's results, called logistic regression, is not able to detect numerous nonracial reasons that a person might be peremptorily struck from a jury. [...]

Further, the study looked only at 173 trials from 1990 to 2010 that resulted in death penalties, Perry said, when there were 696 capital murder trials in that period.
All the trials should have been examined, Perry said. [...]

sabato 11 febbraio 2012

Concetti ideologici 2

Concetti ideologici 2: il razzismo dei bianchi

Uno dei concetti che innervano profondamente il multietnicismo, almeno in alcune nazioni come gli USA, è che solo i bianchi possano essere razzisti, indipendentemente da ciò che possa significare l'esserlo (ma, d'altronde, se lo si potesse realmente specificare, meglio ancora caso per caso, non sarebbe un concetto ideologico, ma un fatto). Si afferma ciò seguendo un fallace ragionamento, secondo cui solo chi è dominante in una data società può essere razzista, mentre chi non lo è non può esserlo. A ciò, può venir associato, di volta in volta, questo o quell'altro evento del passato, tra i più diversi e diversamente opinabili, sia rispetto all'argomento, sia rispetto agli studi storici.

Da qui, appunto, nasce la menzogna del razzismo dei bianchi, come fatto sociale, come fatto statisticamente rilevante, come orizzonte d'esperienza quotidiana per molti appartenenti a differenti comunità etniche. Si crea il monolite razzistico bianco, in cui ogni evento realmente definibile come discriminatorio o violento si somma a fatti storici, quali guerre, invasioni, colonialismi, leggi nazionali, abitudini sociali passate, delle più differenti epoche e società, a cui si aggiungono episodi contemporanei tra i più diversi, più o meno valutabili sotto l'ottica della difficoltà dei rapporti tra autoctoni e allogeni. Tutto diventa riflesso di tutto: il semplice cittadino europeo o nordamericano, preoccupato per l'attuale incapacità politica di fornire serie politiche di natalità o di contenimento dell'immigrazione, finisce nello stesso calderone degli schiavisti cattolici, ebrei e protestanti, che, nel corso di tre-quattro secoli fa, acquistavano schiavi africani da altri schiavisti, arabi o africani.

Il razzismo, in questo modo, viene trasformato in fatto statistico, non reale. Mancando, come manca, palesemente, una qualche legislazione definibile come razzista, ossia fortemente discriminatoria a favore di un gruppo e a sfavore di altri, il razzismo diventa funzione, in senso matematico, della percentuale di cittadini dei diversi gruppi etnici e della percentuale di successo o insuccesso sociale degli stessi appartenenti ai vari gruppi etnici. Già da questo, si dovrebbe intuire che il razzismo sbandierato è un fatto non reale, perché la statistica, se e per quanto precisa, dovrebbe anche dire il come e il perché di ogni singolo esempio possibile, affinché sia corretta. Mancando questo, la statistica, riportante il razzismo, non è reale: individua solo alcune costanti, al massimo, da cui si deriva artificiosamente l'idea dell'esistenza di un razzismo sociale.

Ma le costanti non sono razzismo. Forse anche per questo il tutto viene sempre puntellato dai pochi episodi violenti o di palese discriminazione rintracciabili: un anglo-africano ucciso in Inghilterra negli anni '90; una decina di turchi uccisi da neonazisti nel corso di diversi anni; due senegalesi uccisi a Firenze; ecc. Poco altro, meno di quel che si pensi. Tali episodi vengono poi fortemente mediatizzati e strumentalizzati, indipendentemente dai protagonisti delle vicende, dalle motivazioni, ecc. Non altrettanto avviene con analoghi episodi d'ordine inverso, dove i bianchi sono vittime, non così pochi come si può pensare, data la poca mediatizzazione degli stessi o lo scarso ricordarli da parte degli stessi mezzi d'informazione (mai sentito parlare di Zebra Murders, tanto per fare un esempio?).

Le costanti in oggetto, non essendo razzismo, sono semmai il segnale di una incrinatura nell'ordine sociale. Una incapacità della società, nel suo complesso, di far fronte a determinate situazioni e problematiche. Se la società non è razzista, ossia non pratica esplicitamente il razzismo, non essendoci una organizzazione della stessa, con leggi e norme, che permetta il razzismo, questo diventa, necessariamente, un fatto episodico. Ma non può diventare un fatto statisticamente rilevante, in quanto non tutti gli episodi vengono valutati sotto tutti i punti di vista. L'anziano che ha insultato degli africani a Firenze, giorni dopo l'uccisione dei senegalesi, è razzista in quanto ha insultato degli africani? Qualcuno conosce quell'anziano? Può dimostrare chi è e da cosa è partito per giungere a quel qualcosa che è l'insulto agli africani? L'episodio cosa dimostrerebbe?

Certo, chi pensa che i bianchi siano razzisti affermerà che l'episodio dimostra il razzismo dei bianchi, ma tale dimostrazione dovrà basarsi sempre sull'idea, fallace, che il vecchio è razzista, in quanto bianco, in quanto socialmente dominante. Il che è anche assurdo, perché è da dimostrare che quell'uomo, solo perché bianco, è anche socialmente dominante. Potrebbe essere benestante, ma potrebbe anche avere una pensione di solo 600 euro mensili. Oppure avere una dignitosa pensione, ma nulla più. Potrebbe essere qualunque cosa. Rimane il fatto che l'episodio è divenuto rilevante in quanto c'è stato l'insulto agli africani, dopo poco tempo dall'uccisione di altri africani. Non perché fosse protagonista quel cittadino italiano, di cui, appunto, non possiamo essere certi del suo razzismo, se non, al massimo, nell'episodio in questione. E, d'altronde, nulla sappiamo sulle motivazioni che hanno portato, giorni prima, all'uccisione dei senegalesi da parte di Gianluca Casseri!

Perciò, mancando, spesso, prove, articolate e chiare, che dimostrino la presenza di intenzioni e volontà razzistiche dietro episodi valutati come razzisti, e mancando anche la dimostrazione della dominazione sociale di molti degli accusati di razzismo, data la natura fortemente frammentata dell'attuale società occidentale, che resta del "razzismo" dei bianchi? E' più "socialmente dominante" il vecchio fiorentino che insulta gli africani per strada o un rapper di colore? E' più "razzista" il vecchio fiorentino in questione o un rapper di colore, che tratta tutte le donne come puttane? Tanto per fare qualche esempio...

In realtà, e badate bene che non è una provocazione, l'idea che i bianchi siano razzisti e che lo siano perché socialmente dominanti è razzismo.

Tale idea è il nascondere dietro al "razzismo dei bianchi" tutta una infinita serie di problematiche, nelle società occidentali, prodotte dall'assenza di ogni senso del limite nel vivere sociale e nell'economia, dall'individualismo nell'accezione ultra-competitiva del capitalismo contemporaneo, dall'urbanizzazione progressiva e disordinata, dalla degradazione del politico e dall'esaltazione dell'economico, dalla fluidità sociale spinta fin dentro l'individuale, con lo smantellamento di ogni comunità organica reale e non ideologizzata, ecc. Il "razzismo dei bianchi" è uno (non il solo, ma sicuramente uno) dei modi in cui questa poltiglia chiamata società occidentale maschera la sua natura informe, la sua incapacità di gestire il reale in maniera positiva per il grosso dei propri abitanti, con tutto il suo peso di frustrazioni, risentimenti, fallimenti, tragedie.

Il "razzismo dei bianchi" serve alla cattiva coscienza dell'Occidente per verniciarsi come democratica, anche a costo, razzisticamente, appunto, di insultare una gran parte dei propri abitanti [si vedano ARCHIVIO 27/02/2009  e ARCHIVIO 03/04/2009]. D'altronde, l'Occidente non è così come non è dominato dal grosso dei propri cittadini (e qui, pensiamo, non c'è bisogno di specificare oltre).

Essendo una società frammentata, quella occidentale può benissimo, e lo fa, razzisticamente accusare persino il grosso dei propri cittadini. Poco importa che chi domina realmente tale società sia di pelle bianca come questi ultimi. Per tutto il resto differiscono o tendono a differire sempre più. Da ciò, inoltre, deriva anche la possibilità, per allogeni più o meno radicati nelle nazioni occidentali, di utilizzare e sfruttare tale accusa. Può essere (esclusi tutti quei casi dimostrabili come violentemente discriminatori ad opera di bianchi) un modo per mettersi in evidenza socialmente, per sfruttare determinate situazioni di disagio (altrimenti definibili) o altro ancora. Qualche esempio recente?

La studentessa afro-americana Khalilah N. Ford, che inventa liste di studenti afro-americani minacciati di morte da parte di ignoti emuli degli autori di linciaggi di neri di un secolo fa, con la scusa che uno strano episodio precedente non avrebbe prodotto indignazione. Giorni prima, infatti, era stato trovato un cappio nell'Università Wisconsin-Parkside. Il cappio sarebbe simbolo, per alcuni, di quei linciaggi e ogni cappio appeso o lasciato in luoghi pubblici indicherebbe minaccia razzista contro i neri. Ma, appunto, quel primo cappio, se di minaccia realmente si è trattato, nessuno sembra averlo preso in considerazione. Quindi, l'intervento della Ford. Il risultato è stato un gran polverone sul pericolo razzista, con la Ford sulla bocca di tutti, risoltosi, una volta scoperto il tutto, nell'espulsione della stessa ragazza dal campus universitario (e la possibilità, in futuro, di nuove e più attente indagini prima di gridare al "razzista, razzista"!).

Oppure, la deputata laburista e di colore, Diane Abbott, che si lascia scappare, su un noto social network, in un dialogo con altri appartenenti a minoranze etniche, che i bianchi applicano sempre una politica del "divide et impera" nei confronti degli altri gruppi etnici, per poi ritrattare tutto, affermando che fosse un semplice esempio storico. Peccato che dal dialogo non derivi immediatamente la certezza di tale ipotesi, così come l'Abbott non è nuova ad espressioni perlomeno curiose (le infermiere nordeuropee non sarebbero in grado di fare il loro lavoro, quando incontrano degli africani, non avendo mai visto dei neri?!).

Oppure, ancora, l'assassino afro-americano Marcus Reymond Robinson (su cui, forse, torneremo in altra occasione), reo di aver ucciso un ragazzo bianco, spinto da motivazioni razziste provate, che sfrutta il delirio ideologico del Racial Justice Act, legge del North Carolina con cui è possibile utilizzare le statistiche su pena di morte e identità razziale di accusati e vittime, per impedire le condanne a morte degli afro-americani, riconvertedole in carcere a vita.

Ossia (per chiudere il cerchio) come sfruttare le statistiche, tacciando i bianchi di razzismo, salvando il culo ai razzisti neri e vivere tutti infelici e scontenti nella grande e democratica società aperta d'Occidente...

  • The Flaw in this Racial Hoax: She Spelled One Name Right--Her Own (Mark Bauerlein, Minding the Campus, 7 febbraio 2012):
Another racial hoax on campus surfaced this week, this one at University of Wisconsin-Parkside.  WTMJ reported on Feb 2nd ( http://www.todaystmj4.com/news/local/138603764.html )that a noose had been found in a residence hall on the previous afternoon, then threatening notes had been sent to the person who reported the initial incident the next morning, along with other African American students.

The university moved swiftly, with investigations and meetings involving UW-Parkside police, campus public safety officers, the "office of diversity and inclusion," and the dean of students.  The university claimed that "the individual who reported the first incident is cared for," and administrators held meetings with 30 students "to hear their concerns."

One day later, WTMJ recounted student reactions ( http://www.todaystmj4.com/news/local/138658244.html ).  One targeted student said, "I'm all cried out.  I don't know where to go from here."  Another said, "Oh you scheduled to die in two days.  I don't know where to go.  I don't want to go to class.  I don't want to graduate anymore.  Why?  Because I fear I'm going to die."  The school beefed up security and added five UW-Milwaukee officers to patrol the residence halls.  Students had to start signing in and out of the dorms.

Then came this story two days later ( http://www.todaystmj4.com/news/local/138737649.html ).  A student confessed that she made up the threatening letters, although she says she had nothing to do with the original rubber-band noose.  She carried out the hoax, she claimed, because the original threat, the noose, wasn't taken seriously enough.  (It isn't fully clear that the string of rubber-bands did, in fact, signify a noose.)  She has been removed from campus and is facing charges of disorderly conduct and obstructing an officer.  She sent one threatening note to herself, and one reason she was suspected by the police was that her name was the only name spelled correctly on the "hit list."

UW-Parkside Interim dean of Students says that "the school is re-evaluating how it handles racist incidents in the future."  One wonders what this means.  Meanwhile, we can speculate on how a student concluded that insufficient attention to a hate crime warranted upping the situation by fabricating death threats and bringing the entire campus under fear and surveillance.

It's a curious development.  Think about it.  The student didn't object to the presumed initial neglect by contacting the administration, contacting reporters, protesting to student groups, or in any other way working through channels to highlight how awful the "noose" event was.  If she had, others would have listened and responded.  But instead, she adopted the same type of crime, amplifying it to dangerous degrees, interrupting lives, mobilizing police forces, and prompting disturbing news stories.  That she frightened African American students--we shouldn't dismiss their fear as overwrought; death threats are shocking--that she became the instrument of terror, and felt entirely right and proper in doing so speaks to more than just one individual's distorted sense of truth and justice.  We should extend the case to the climate of race on college campuses today.

  • Diane Abbott: 'White people love playing divide and rule' (Matthew Holehouse, The Telegraph, 5 gennaio 2012):
Miss Abbott, the Labour MP for Hackney North and Stoke Newington, was responding to a commentator who said she disliked the “lazy” and "monolithic" use of the term “black community” during coverage of the Stephen Lawrence murder trial.

Bim Adewunmi, a freelance journalist, wrote on Twitter that she found many black "leaders" shown in the media to be out of touch with the people they purport to represent.

Abbott, the shadow public health minister, responded to say the comments were “playing into a ‘divide and rule’ agenda” that is as “old as colonialism”. She said black people should not “wash dirty linen in public.”

Nick Clegg, the Deputy Prime Minister, said the comments were "stupid and crass" and called on her to apologise.

Conservative MP Nadhim Zahawi called on Ms Abbott to step down.

“A healthy society should not tolerate any form of racism. DAbbott should apologise and resign or Ed M must sack her,” he wrote on Twitter.

A Labour spokesman said the party disagreed with the tweet, but restated its support for Abbott.

Bim Adewunmi, a freelance journalist, wrote on Twitter: “I do wish everyone would stop saying ‘the black community’ though. WHICH ONE?”

She added: “Same with ‘black community leaders’ they wheel out whenever someone black gets stabbed.

“I hate the generally lazy thinking behind the use of the term. Same for ‘black community leaders’."

Miss Abbott, who ran for the Labour leadership in 2010, responded: “I understand the cultural point you are making. But you are playing into a “divide and rule” agenda.”

Miss Adewunmi replied: “I find it frustrating that half the time, these leaders are out of touch with the black people they purport to represent.”

Miss Abbott responded: “White people love playing ‘divide & rule’. We should not play their game. #tacticasoldascolonialism.

She added: “Ethnic communities that show more public solidarity and unity than black people do much better #dontwashdirtylineninpublic.”

Paul Goodman, a former Conservative MP, urged Miliband to sack Miss Abbott.

"Imagine how the Guardian or the BBC would react if a Conservative MP said that "black people love playing 'divide and rule'," he wrote on the Conservative Home blog ( http://conservativehome.blogs.com/leftwatch/2012/01/diane-abbott-says-that-white-people-love-playing-divide-and-rule-miliband-should-sack-her.html ).

"They would be right to so so. Such an MP would be maligning their fellow citizens on a racist basis. This is exactly what Abbott has done.

Kofi Mawuli Klu from African think tank Panafriindaba, said: “Diane knows better. In our anti-colonial struggle we had white people on the side of black people. We have always had the support of white people on our side.

“We should be really very precise and we should not be making statements that smack of racial generalisations. Abbott should clarify her comment.”

Dr Evan Harris, the former Liberal Democrat MP, said: “The reason that it was a wrong comment was that it made a generalisation. Not that the allegation was offensive or directed at an individual in an abusive way, but she implied, perhaps because she had reached her 140 character limit on Twitter, it was all white people. It classed all people with a racial group with a criticism."

He said he thought it wrong that she be called to resign. “She clearly has not broken the law. The beauty of social media is that if you say something offensive it comes back to you straight away.”

Miss Abbott later deleted the comments and said they had been taken out of context. She said: "Refers to nature of 19th century European colonialism. Bit much to get into 140 characters."

A Labour party spokesman said: "We disagree with Diane's tweet. It is wrong to make sweeping generalisations about any race, creed, or culture. The Labour party has always campaigned against such behaviour, and so has Diane Abbott."

Asked about the comments on Sky News she said: "I think the tweet has been taken out of context and some people have misinterpreted it maliciously." She then answered her phone and walked off camera.

She later apologised, saying: “I understand people have interpreted my comments as making generalisations about white people. I do not believe in doing that. I apologise for any offence caused.”

Abbott, a Cambridge graduate and opponent of war in Iraq and Afghanistan, risked her left-wing credentials and her safe seat when it emerged she sent her son James to the elite City of London School, which then charged fees of £10,000 a year.

She once claimed that "blonde, blue-eyed Finnish girls" at her local hospital in east London were unsuitable as nurses because they had "never met a black person before".

She was defended today by veteran left-winger George Galloway, who tweeted: "Diane Abbott has been my friend for 25 years; only the obtuse would think her a 'racist'."