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sabato 31 marzo 2012

I due marò arrestati in India sono innocenti

I due marò arrestati in India sono innocenti: analisi tecnica sulle incongruenze del caso

L'Alta Corte del Kerala ha rinviato, nelle scorse ore, la decisione sul ricorso italiano, con cui si chiede che il caso dell'uccisione di due pescatori indiani sia di pertinenza italiana, in quanto la nave Enrica Lexie era in acque internazionali e, proprio per tale ragione, non è competente un tribunale indiano.

I due soldati italiani, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, continuano a rimanere in stato di fermo, tra l'altro accusati "moralmente", dal giudice indiano P.S. Gopinathan, di avere compiuto un atto di terrorismo.

Aspettando di vedere come andrà avanti la vicenda dei due nostri connazionali, vi consigliamo la lettura sia dell'articolo che seguirà, sia dell'analisi di Luigi Di Stefano, perito di parte civile ai tempi dell'inchiesta su Ustica, segnalata nell'articolo stesso, con cui si forniscono numerosi elementi per dubitare fortissimamente della versione dei fatti presentata da parte indiana, tanto da poter ritenere i due marò innocenti.

Di fronte a questi elementi, alcuni dei quali evidenti, si fa anche più grave l'ingenuità delle autorità italiane, che si sono fatte portare via due loro concittadini, senza indizi realmente fondati, fermati probabilmente solo per ragioni politiche interne indiane. Se questa è l'Italia che si sta facendo rispettare all'estero, è proprio il caso di dire che siamo in alto mare.

Crisi Italia/India - Vicenda della petroliera Enrica Lexie (Analisi tecnica) (dell'ing. Luigi Di Stefano) [in PDF]

  • Ora basta, sui nostri Marò l’India dice troppe falsità (Arduino Paniccia, Linkiesta, 26 marzo 2012):
(Arduino Paniccia è professore di Studi Strategici all' Università di Trieste; l'articolo è scritto in collaborazione con Andrea Castelli, consulente nel settore Difesa)

Apprendiamo che alcuni giorni fa un giudice dell’Alta Corte di Kerala avrebbe equiparato la presunta sparatoria attribuita ai Fucilieri di Marina italiani ad un atto terroristico. Tale scellerata esternazione del magistrato indiano forse intende soddisfare strategie politiche locali, ma noi non intendiamo in questa sede inoltrarci nelle nebbie che circondano le elezioni in quella regione, quanto piuttosto dimostrare che l’affair Enrica Lexie si è sviluppato seguendo un disegno improntato alla falsificazione (spesso maldestra) delle prove. La disamina degli atti e delle dichiarazioni ufficiali della Polizia, della Guardia Costiera di Kochi, dei testimoni locali e dei giudici di Kerala porta ad un'unica verità: i nostri due Marò non hanno sparato al peschereccio St. Anthony, come da loro dichiarato sin dagli esordi di questa incresciosa vicenda. Chi scrive non da oggi crede a quanto detto dai due Fucilieri, mantenendo una posizione che qualcuno in Italia sembra non condividere, a partire da Giuliana Sgrena, che, dalle pagine del Manifesto, in sostanza chiosa che gli sforzi per riportare a casa i nostri ragazzi sono solo un tentativo di fargliela passare liscia.

Sgrena pare non considerare le troppe e macroscopiche contraddizioni nelle quali gli investigatori e magistrati del posto paiono indulgere. Un esempio tra i molti: i verbali della polizia e della Guardia Costiera di Kochi riportano che il peschereccio St. Antony con le due vittime a bordo è rientrato in porto alle 18:20. A quell’ora il sole a Kochi era ancora abbastanza alto, essendo tramontato alle 19:47. Dunque, secondo le autorità il mesto ritorno del peschereccio sarebbe avvenuto alla luce del sole. Peccato che i filmati delle televisioni locali che registravano l’evento siano stati girati alle 22:30, in piena notte, come attestato dagli stessi reporter indiani e riscontrabile su youtube.

Incuriositi da questa sensazionale incongruenza siamo andati a leggere l’esaustiva analisi di Luigi Di Stefano, uno specialista accreditato, e abbiamo scoperto una lunga serie di menzogne, estrapolabili dalle dichiarazioni ufficiali e dalle “prove” sin qui rese pubbliche dalle autorità di quel paese. Secondo la Guardia Costiera il modesto peschereccio, con una velocità a malapena di 6.5 nodi, magicamente si sarebbe trasformato in un motoscafo d’altura in grado di giungere in porto alla fantastica velocità di 20 nodi, quattro ore e quaranta prima della Enrica Lexie, che alla discreta velocità di 14 nodi sarebbe arrivata solo alle 23:00. I nove pescatori superstiti, appena a terra, dichiarano di non aver visto nulla, in quanto tutti a dormire sotto coperta, ad eccezione dei due sfortunati colleghi. Pochi giorni dopo miracolosamente riacquistano la memoria e ricordano tutto, incluso il colore e la forma della Enrica Lexie. Che è però identica ad altre tre navi in zona (come ben visibile nelle foto postate da Di Stefano). Ben diverso sarebbe invece il peschereccio descritto dai nostri Fucilieri, verso il quale avrebbero sparato solo colpi di deterrenza senza mai colpirlo, come previsto dalle regole di ingaggio definite per le operazioni di maritime security.

Mentre anche l’analisi tecnica dimostra che i Marò non hanno sparato al St. Antony, cosa della quale non abbiamo mai dubitato, resta profondo il rammarico per il comportamento delle autorità indiane, rappresentanti di una nazione che abbiamo sperato di poter annoverare tra gli alleati più forti e affidabili dell’Occidente e della Nato in quella parte del pianeta e che invece scopriamo volersi porre al di fuori della comunità internazionale violando una lunga serie di regole e convenzioni comuni. L’India, che pure siede all’Onu e ha firmato accordi con molte nazioni, inclusa la nostra, ha deciso di non riconoscere più questi trattati e di ignorare per esempio il “Diritto di Bandiera” (che copre l’operato di militari all’estero), di ignorare il Codice Internazionale della Navigazione”, di ignorare perfino le proprie leggi, attirando in porto l’Enrica Lexie con l’inganno, ovvero senza garantire all’equipaggio la consapevolezza di essere indagati: la Guardia Costiera infatti ha chiamato via radio tutte le navi in zona invitandole a rientrare a Kochi per “identificare una barca di pirati” che la stessa avrebbe catturato.

Della cinque navi in zona quattro hanno messo la prua al largo eclissandosi macchine avanti tutta e solo la nostra, con una deprecabile ingenuità imputabile solo alla certezza di non essere colpevoli di alcun misfatto, ha risposto all’invito, un vero raggiro, seguito dal “rapimento” dei due Marò e dal sequestro illecito delle loro armi. L’analisi tecnica di Di Stefano continua con un esame dei calibri e delle armi che secondo gli indiani sarebbero state impiegate, dimostrando anche in questo caso imbarazzanti contraddizioni. A questo punto non rimane che domandarci perché. Che tipo di partita si sta giocando a Kerala e sulle sue coste? Per i pescatori di Kochi l’essere bersaglio di tiri di fucileria non è purtroppo cosa straordinaria, il conflitto permanente con lo Sri Lanka ha causato a quella comunità decine e decine di vittime, per le quali nessuno ha mai pagato e il dubbio che i poveri caduti del St. Anthony siano da ascrivere a quel contesto bellico si combinano con la precipitosa fuga della Olimpic Flair, nave greca identica alla Enrica Lexie e con a bordo guardie armate (a sua volta nelle stesse ore vittima di un assalto di pirati), facendoci pensare che ad essere sospettati della morte dei due pescatori devono essere almeno altri due attori, dai quali però le autorità indiane si sono tenute a inspiegabile distanza. Singolare invece lo slancio nel perseguitare i due militari italiani, spintosi fino al punto di proibire ai tecnici del Ros Carabinieri di essere presenti alla prova balistica.

E cosa dovrebbe dimostrare questa tanto attesa prova balistica? Che le armi dei due marò hanno sparato? Ma lo sappiamo già! Cosa altro dovrebbe rivelarci, visto che le uniche indicazioni interessanti avrebbero dovuto provenire da un più serio esame autoptico dei corpi delle due vittime, così rapidamente cremati nel giro di poche ore, dopo la frettolosa perizia di un anatomo-patologo poco competente? A questo punto dobbiamo solo aspettarci che, complice l’assenza forzata dei nostri esperti, anche i risultati delle prove balistiche vengano manipolati, col fine di dimostrare che i colpi mortali sono stati sparati dagli italiani. Dunque questa faccenda è partita con il piede sbagliato e viene gestita unilateralmente dagli indiani, con fini diversi da quello di accertare la verità ed assicurare alla giustizia i veri colpevoli. Forse l’obiettivo è ingraziarsi la folta comunità di pescatori, una fetta importante dell’elettorato, dando loro in pasto dei colpevoli plausibili quasi a titolo di compensazione per i numerosi morti causati dal confronto con lo Sri Lanka. O forse per lanciare un messaggio trasversale ai numerosi armatori le cui navi, tra collisioni e comportamenti discutibili, stanno causando problemi ad una attività di pesca locale che si spinge ben oltre le acque territoriali indiane.

Comunque sia, i nostri non c’entrano, non hanno sparato al St. Anthony e tutti faremmo bene a convincercene, evitando di anche solo considerare le tesi folli sostenute dagli indiani e smettendo anche di accarezzare l’ipotesi che forse i nostri hanno ucciso ma che comunque vanno giudicati da giudici italiani. I nostri non hanno ucciso nessuno, sono Fucilieri di Marina e se c’è una cosa che un Fuciliere di Marina sa fare, per definizione, è sparare col fucile da una nave, piazzando colpi di deterrenza pochi metri a prua o a poppa di una imbarcazione che si avvicina secondo un profilo di minaccia. Pensare che Salvatore Latorre e Massimiliano Girone abbiano sparato per uccidere oltre ad essere malvagio è perfino illogico: per quale ragione due Fucilieri del San Marco avrebbero dovuto desiderare la morte di due innocenti pescatori indiani? Oggi, a elezioni avvenute, la speranza è che i riflettori sulla vicenda si spengano, lasciando alla diplomazia e al lavoro sotterraneo dell’ottimo Staffan de Mistura le chance di riportare a casa prima possibile i due Marò, senza mancare però di farci affiancare in maniera più determinata da Onu e Ue.

Sembra infatti che i vertici di queste due organizzazioni abbiano scordato che la lotta alla pirateria, e quindi anche la presenza di militari armati a bordo di navi mercantili, è in accoglimento delle linee guida dell’Imo (International maritime organization - organismo Onu preposto alla disciplina dei traffici marittimi) ed in ottemperanza alle disposizioni Ue e Nato in materia di contrasto alla pirateria al largo del Corno d’Africa. È perlomeno singolare che queste due organizzazioni non abbiano sin dall’inizio agito concretamente e tempestivamente contro le decisioni indiane, abbandonando l’Italia a gestire la crisi senza alcun supporto, salvo poi pronunciarsi in maniera piuttosto tiepida e con colpevole ritardo attraverso la bocca di Catherine Ashton, alto rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza dell'Unione Europea, incolore baronessa britannica i cui meriti e competenze ci sono tuttora misteriosi.
 
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Inviato da Roberto Orsi il 26 marzo 2012 - 21:07 [commento condivisibile di un lettore all'articolo di Paniccia, ndr]

Chi si fa pecora, il lupo se lo mangia. Noi abbiamo voluto diventare pecore? Ecco che stiamo diventando le vittime perfette dei lupi. Siamo rimasti i soli a credere nel "diritto internazionale", che viene sempre e sistematicamente usato contro i nostri interessi e per difendere i diritti dei banditi e delle organizzazioni criminali (vedi Lampedusa).

venerdì 30 marzo 2012

Elezioni USA 2012

Elezioni USA 2012: comunque finirà, sarà peggio per gli elettori

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Ci vogliono ancora alcuni mesi per la scelta definitiva del candidato repubblicano, che contenderà la nomina presidenziale a Barack Obama, così come per l'elezione vera e propria, ma è già evidente come le poche illusioni di una alternativa credibile al sistema di potere vigente a Washington siano praticamente svanite. Se Obama è l'unico candidato del Partito Democratico, la scelta per i repubblicani è formalmente ancora tra quattro contendenti, ossia Mitt Romney, Rick Santorum, Newt Gingrich e Ron Paul. Purtroppo, il quarto è il meno mediatizzato e, dalle notizie più recenti, sembra che la raccolta fondi a suo favore stia giungendo ad un'impasse che non lascia, ovviamente, presagire alcunché di buono.

Ron Paul, comunque non ancora ritiratosi, è l'unico candidato il cui programma prospetti una scarto importante rispetto alle politiche degli ultimi decenni, così come rispetto agli altri candidati, di entrambe le formazioni. E' economicamente libertario; è libertario anche per quanto riguarda i temi della sicurezza nazionale (arrivando anche all'idea di sciogliere FBI e CIA); vuole la fine delle missioni militari all'estero, con il rientro dei soldati, utilizzabili in territorio statunitense anche per frenare massicciamente l'immigrazione clandestina; è contrario all'aborto e all'eutanasia, ma vuole la depenalizzazione delle droghe, che considera un problema medico. Paul rappresenta un buon connubio di libertarismo e conservatorismo, desideroso di ripristinare quelle libertà civili dell'America profonda, sempre più messe in pericolo a causa, prima, dell'espandersi del potere delle lobbies e delle multinazionali, poi, a causa delle politiche post-11 settembre.

Come detto, purtroppo Paul, non solo incomincia ad accusare difficoltà nel raccogliere fondi per la sua campagna, ma è anche il meno coccolato dei candidati, da parte dei poteri forti. L'unico miliardario che ci risulti abbia finanziato nei mesi scorsi Paul è stato Peter Thiel, co-fondatore di PayPal e primo investitore in Facebook. Per il resto, calma piatta.

Certo, Paul rappresenterebbe una rivoluzione notevole per gli attuali USA, con un ribaltamento delle preoccupazioni governative e federali rispetto alla geopolitica attualmente perseguita, così come rispetto alla pervasività di Washington nella vita dei singoli cittadini. Nulla del genere, invece, troverete tra le proposte degli altri candidati. Non solo. Secondo l'US Budget Watch, legato al Comitato per un budget federale responsabile, organizzazione non-governativa e bipartisan, il cui nome dice tutto, Paul è l'unico, tra i candidati repubblicani, il cui programma promette una riduzione del debito pubblico nazionale [dossier dell'US Budget Watch sulla possibile incidenza sul debito pubblico dei programmi dei candidati repubblicani nel 2012 - in PDF].

Facciamo un confronto velocissimo, ora, con l'attuale presidente, il democratico Barack Obama, con due semplici fatti: il debito pubblico statunitense (senza considerare quello privato) era al 76% nel 2008 e nel 2011 al 102%, con una crescita prevista, nel 2012, al 107%, e, nel 2013, al 112%, secondo il Fondo Monetario Internazionale. Altra prospettiva inquietante deriva dalla decisione dell'amministrazione Obama di aumentare da 18 mesi a 5 anni il periodo di conservazione di informazioni riservate su singoli cittadini, indipendentemente che costoro siano o no colpevoli di un reato o solo sospettati o nulla di tutto questo!

Tornando alla scelta dei candidati repubblicani e alla raccolta fondi per le prossime elezioni, come vedete dall'immagine di sopra, alla fine del 2011 i candidati che maggiormente avevano avuto donazioni da miliardari erano stati Obama e Mitt Romney, il quale è attualmente il più probabile rivale dell'attuale presidente. Come segnalato nell'articolo del blog Geopoliticamente, le ultime elezioni degli USA hanno sempre visto vincere i candidati alla Camera o al Senato con più fondi a disposizione. Precisazione: l'articolo citato parla di un 94% alle elezioni di mid-term del 2010, quando in realtà, controllando l'articolo da cui deriva il dato (su Polifact), in realtà la percentuale corretta è dell'85%, dato comunque rilevante.

A quanto pare, queste elezioni saranno comunque il coronamento di un processo di élitarizzazione della politica statunitense, dove a raccogliere le risorse e gestire il consenso, e perciò a decidere chi dovrà essere il nuovo presidente (o burattino, che dir si voglia), saranno poche centinaia o migliaia di persone. Alcuni dati, che troverete in un altro articolo, rilanciato da Comedonchisciotte, parlano di un aumento, rispetto al 2008, del 1600% di annunci televisivi sponsorizzati dai super PAC, comitati di azione politica a sostegno di questo o quel candidato e legati spesso a qualche miliardario o gruppo di potere. Comitati che non sono tenuti, per legge, a pubblicare l'origine dei finanziamenti per il proprio candidato.

Da parte sua, Obama, che nel 2008 si fece vanto di aver vinto grazie a piccoli contributi di una moltitudine di persone comuni, ha già fatto sapere agli elettori più danarosi, per voce di Jim Messina, direttore della sua campagna elettorale, che Obama ha messo da parte i "populisti" e che non intende correre contro quella industria che ha reso ricco il suo rivale Romney, ma solo contro lo stesso Romney. In ogni caso, una certa retorica sui piccoli contributi c'è ancora, ma sembra perdere smalto, dato che sono usciti fuori alcuni dettagli su come funzioni il meccanismo di raccolta. Negli ultimi mesi del 2011, su una spesa complessiva di circa 20 milioni di dollari per la campagna pro-Obama, ben 8 milioni sono serviti per cercare, convincere e sollecitare i potenziali piccoli finanziatori a finanziare il presidente democratico. Non esattamente una mobilitazione genuina!

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  • Come la politica dei super ricchi è diventata la politica statunitense (Ari Berman, Tom Dispatch via Sin Permiso via Comedonchisciotte, 16 febbraio 2012):

In un momento in cui è diventato un cliché dire che Occupy Wall Street ha modificato il dialogo politico della nazione – spostando l’attenzione verso la lotta del 99% -, la politica elettorale e le elezioni presidenziali del 2012 sono in mano quasi esclusivamente all’1%. Anzi, più precisamente, allo 0,0000063%, la percentuale corrispondente ai 196 donatori individuali che hanno contribuito per quasi l’80% ai fondi raccolti dai super PAC (comitati di azione politica) nel 2011, ciascuno versando 100.000 dollari o più.

Questi comitati di azione politica, nati dalla sentenza Citizens United della Corte Suprema nel gennaio del 2010, possono raccogliere quantità illimitate di soldi da persone, corporazioni o sindacati, al fine di appoggiare od opporsi a un candidato politico. In teoria i super PAC sono proibiti dalla legge e non possono coordinarsi direttamente con i candidati, ma in pratica non sono altro che un losco prolungamento delle campagne politiche, e svolgono tutte le funzioni di una campagna tradizionale, senza alcun tipo di rendicontazione.
Se il 2008 è stato l’anno del piccolo donatore ( http://prospect.org/article/can-money-be-force-good ), quando molti esperti politici (io incluso) avevano previsto che la fusione delle organizzazioni di base con l’attivismo cibernetico avrebbe trasformato il modo in cui si faceva campagna elettorale, il 2012 è “l’anno del grande donatore”, in cui la bontà di un candidato si misura in base alla quantità di soldi su cui può contare il suo Super PAC ( http://www.politico.com/news/stories/0212/72307.html ). “In questa campagna, ogni candidato ha bisogno dei propri multimilionari”, ha scritto Jane Mayer sul New Yorker ( http://www.newyorker.com/online/blogs/newsdesk/2012/02/leader-of-the-pacs.html ).
“È davvero la svendita degli Stati Uniti”, ha affermato l’ex candidato presidenziale ed ex presidente del Partito Democratico, Howard Dean: “Siamo stati venduti da cinque magistrati, grazie alla sentenza Citizens United.” In realtà, la nostra democrazia è stata venduta al miglior offerente già da molto tempo, però nelle elezioni del 2012 l’esplosione dei super PAC ha reso cosciente l’opinione pubblica dell’eclatante disuguaglianza all’interno del nostro sistema politico, così come il movimento Occupy ha messo in luce l’iniquità economica. Entrambi, naturalmente, vanno a braccetto.
“Sconfiggeremo il potere dei soldi con il potere del popolo”, ha detto Newt Gingrich, dopo aver perso contro Mitt Romney in Florida alla fine di gennaio. Gingrich, personificazione più pura del complesso industriale delle lobby, ha fatto questa dichiarazione nonostante la sua candidatura sia appoggiata da un super PAC finanziato da due donazioni di 5 milioni di dollari da parte del magnate dei casinò di Las Vegas, Sheldon Adelson. Sarebbe stato più divertente se le primarie presidenziali del Partito Repubblicano non fossero un caso di studio di una contesa con abbondante denaro e poca partecipazione.
Il Wesleyan Media Project ha recentemente reso noto un aumento del 1.600% negli annunci televisivi patrocinati da gruppi di interesse in questa tornata rispetto alle primarie del 2008 ( http://mediaproject.wesleyan.edu/2012/01/30/group-involvement-skyrockets/ ). E la Florida ha dimostrato essere sinora il vero campo di battaglia dei super PAC. Qui il Super PAC di Romney, Restore Our Future (Ricostruiamo il nostro futuro, ndt), ha speso più di quello di Gingrich, Winning Our Future (Conquistiamo il nostro futuro, ndt), con un rapporto di cinque a uno. Solo nell’ultima settimana di campagna Romney e i suoi alleati hanno trasmesso 13.000 annunci televisivi in Florida, mentre quelli di Gingrich sono stati solo 200. Il 92% degli annunci sono stati di natura negativa, con le due parti terze impegnate ad attaccare Gingrich, il quale, ironicamente, è stato un fervente difensore della sentenza Citizens United.
Con l’eccezione della candidatura di Ron Paul e la sorprendente vittoria di Rick Santorum nello Iowa – dove non ha speso praticamente niente, visitando però tutte le 99 contee dello stato – i candidati repubblicani e i loro super Comitati di Azione Politica alleati hanno abbandonato le campagne tradizionali e la politichina corrotta e misera delle basi. Al suo posto, hanno deciso di spendere il proprio bottino di guerra nella televisione.
I risultati sono già visibili nelle prime elezioni primarie e nelle assemblee elettorali: una valanga di denaro e un elettorato smobilitato. È, senza dubbio, una coincidenza il fatto che, rispetto al 2008, la partecipazione in Florida sia calata del 25%, e che, in quest’occasione, al momento meno repubblicani abbiano votato in tutti gli stati, ad eccezione della Carolina del Sud. Secondo i politologi Stephen Ansolabehere e Shanto Iyengar, i messaggi televisivi negativi contribuiscono a “un’implosione politica di apatia e allontanamento”. Il giornalista del The New York Times, Tim Egan, ha definito quest’era post-Citizens United, “democrazia sotto metanfetamina” ( http://opinionator.blogs.nytimes.com/2012/01/05/newts-shop-of-horrors/ ).
Le primarie dello 0,01%
Al momento ci sono oltre 300 super PAC registrati presso la Commissione Elettorale Federale. Quello finanziato dal maggior numero di piccoli donatori appartiene a Stephen Colbert, che ha convertito il proprio programma televisivo in un brillante spazio di commenti sulla deformazione dello scenario dei super PAC. La super PAC satirica di Colbert, Americans for a Better Tomorrow, Tomorrow, ha raccolto più di un milione di dollari da 31.595 persone, tra le quali 1.600 hanno donato 1 dollaro ciascuna ( http://www.colbertsuperpac.com/ ). Si può considerare un raro esempio di potere del popolo nel 2012.
A parte questo caso, i super PAC da entrambe le parti sono finanziati dall’1% dell’1% ( http://www.nytimes.com/interactive/2012/01/31/us/politics/super-pac-donors.html?src=tp ). Il super PAC di Romney, Restore Our Future, fondato dal consiglio generale della sua campagna del 2008, è in testa al gruppo, avendo raccolto trenta milioni di dollari, e il 98% dei donatori ha dato 25.000 dollari o più. Dieci milioni di dollari sono arrivati da soli dieci donatori che hanno contribuito con un milione ciascuno. Tra loro vi sono tre amministratrici di fondi di copertura e il repubblicano Bob Perry di Houston, principale finanziatore nel 2004 di Swift Boat Veterans for Truth , i cui calunniosi annunci pubblicitari hanno fatto un eccellente servizio, distruggendo le prospettive elettorali di John Kerry ( http://articles.latimes.com/2004/aug/24/opinion/ed-swiftpress24 ). Il 65% dei fondi versati nel super PAC di Romney nel secondo semestre del 2011 sono arrivati dal settore finanziario, dalle assicurazioni e dalle proprietà immobiliari, conosciuti anche per essere i colpevoli della crisi economica del 2007-2008 ( http://motherjones.com/mojo/2012/02/mitt-romney-super-pac-wall-street-donor ).
La campagna di Romney ha ottenuto il doppio dei fondi del suo super PAC, il che è più di quanto si possa dire di Rick Santorum, il cui Super PAC – Red, White & Blue (Rosso, Bianco e Blu, ndt) – ha raccolto e speso più del proprio candidato. Il 40% dei due milioni di dollari che ha intascato sinora Red, White & Blue è stato donato da una sola persona, Foster Friess, un multimilionario conservatore, amministratore di fondi di garanzia e cristiano evangelico del Wyoming ( http://www.nytimes.com/2012/02/09/us/politics/foster-friess-a-deep-pocketed-santorum-super-pac-backer.html ).
Sulla scia delle scomode vittorie di Santorum in Colorado, Minnesota e Missouri, il 7 febbraio Friess ha dichiarato al New York Times di aver ottenuto un altro milione di dollari per il super PAC di Santorum da un altro donatore (anonimo) e che avrebbe aumentato la propria donazione, ma non ha voluto dire di quanto. E non ci sarà modo di saperlo sino alla prossima divulgazione di informazioni sulla campagna che avverrà fra tre mesi, quando quasi sicuramente le primarie repubblicane saranno già state decise.
Per adesso, il ricco sponsor di Ginrich, Adelson, si è impegnato a continuare ad appoggiare la sua debole campagna, però ha anche fatto capire che se l’ex relatore del Senato continuasse a perdere, lui sarebbe disposto a donare altri soldi per la stupenda super PAC di un Romney candidato presidente. E si tenga a mente che non c’è niente nella legge post Citizens United che possa fermare un donatore come Adelson - impegnatissimo nell’evitare che l’amministrazione Obama contrasti un attacco israeliano contro gli impianti nucleari iraniani ( http://www.thedailybeast.com/articles/2012/01/18/is-gingrich-s-hard-line-on-palestine-paid-for-by-sheldon-adelson.html ) - di donare 100 milioni di dollari, o nel caso, la cifra che desidera.
Prima di Citizens United, la quantità massima che una persona poteva donare a un candidato era di 2.500 dollari, un comitato di azione politica 5.000 e un comitato di un partito politico 30.800. Adesso invece non esistono limiti per i super PAC, e ciò che è più preoccupante è che qualsiasi donatore può apportare in modo illimitato ai 501c4 – organizzazioni che l’IRS definisce come “leghe civiche o organizzazioni senza fini di lucro, che funzionano esclusivamente per la promozione del benessere sociale”, e a peggiorare le cose c’è il fatto che detto contributo sarà per sempre segreto. In questo modo, la politica statunitense sta scendendo sempre più nelle tenebre e le 501c4 stanno rapidamente guadagnando influenza come delle “super PAC fantasma”.
Una recente analisi realizzata dal Washington Post ha scoperto che, al costo di 24 milioni di dollari, il 40% degli annunci televisivi dell’attuale corsa presidenziale venivano da questi gruppi di “servizio pubblico”, senza essere tassati ( http://www.washingtonpost.com/politics/secret-money-is-funding-more-election-ads/2012/02/03/gIQAfTxEuQ_story.html ). Anche Karl Rove, fondatore del PAC American Crossroads (Crocevia Americani) - un super PAC conservatore che si dedica ad attaccare i candidati democratici e il governo Obama - ha un 501c4 chiamato Crossroads GPS. Ha raccolto il doppio dei soldi del suo gruppo confratello, tutti da donazioni le cui fonti rimarranno segrete per gli elettori statunitensi. In questo modo, questa fonte segreta di fondi per la corruzione dei multimilionari, adesso prende il nome di servizio pubblico.
L’industria della difesa dei profitti
Nel suo libro Oligarchy, il politologo Jeffrey Winters chiama questi gruppi di attori sproporzionatamente ricchi e influenti nel sistema politico col nome di “industria della difesa dei profitti”. Se volete sapere come questa classe ricca, che ha prosperato durante i governi Bush e Clinton, ha trovato il modo di eliminare quasi tutto quello che non le piace durante gli anni di Obama, basta osservare la forma in cui adesso l’1% dell’1% controlla il nostro sistema politico.
Questo semplice fatto spiega perché gli amministratori degli hedge fund pagano un’aliquota di imposte minore rispetto ai loro impiegati, o perché gli Stati Uniti siano l’unico paese industrializzato senza un sistema sanitario universale, o perché il pianeta continua a riscaldarsi a un ritmo senza precedenti mentre non si fa niente per combattere il problema. I soldi comprano le elezioni e in genere, indipendentemente da chi venga eletto, quasi sempre comprano anche un condizionamento.
Nelle elezioni del 2010 l’1% dell’1% rappresentava il 25% di tutte le donazioni legate alla campagna – un totale di 774 milioni di dollari -, e l’80% di tutte le donazioni ai partiti Democratico e Repubblicano, la percentuale maggiore dal 1990 ( http://sunlightfoundation.com/blog/2011/12/13/the-political-one-percent-of-the-one-percent/ ). Nelle elezioni del 2010 per il Congresso, secondo il Center for Responsive Politics (Centro per le Politiche Dinamiche, ndt), il candidato che ha speso di più ha vinto l’80% delle sfide alla Camera e l’83% di quelle al Senato ( http://www.opensecrets.org/news/2010/11/bad-night-for-incumbents-self-finan.html ).
Ai mezzi di comunicazione piacciono le storie dei partecipanti più deboli, però oggi essi hanno dieci volte meno possibilità di vincere. Considerando il costo per il funzionamento delle campagne e la contropartita che si ottiene spendendo più del proprio avversario, non è strano che quasi la metà dei membri del Congresso sia milionaria e che la ricchezza media netta di un senatore degli Stati Uniti sia di 2,56 milioni di dollari ( http://www.nytimes.com/2011/12/27/us/politics/economic-slide-took-a-detour-at-capitol-hill.html?_r=2&pagewanted=all ).
L’influenza dei super PAC era già evidente nel novembre del 2010, appena nove mesi dopo la sentenza della Corte Suprema. John Nichols e Robert McChesney di The Nation hanno segnalato che nel 2010, nei 53 distretti della Camera dove l’organizzazione Crossroads aveva speso più dei candidati dei Democratici, i repubblicani hanno avuto la meglio in cinquantuno occasioni ( http://www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=1&ved=0CC4QFjAA&url=http%3A%2F%2Fwww.thenation.com%2Farticle%2F165733%2Fafter-citizens-united-attack-super-pacs&ei=Jd82T9HWKOX40gGn2uzDAg&usg=AFQjCNGzAbGb2jtYTGiFxWoLIJvV6B1XYQ&sig2=aj2I ). Comunque, quest’ultima elezione è risultata essere solo una prova della stravaganza monetaria rappresentata dalle elezioni del 2012.
Quest’anno i Repubblicani stanno scommettendo sul vantaggio ottenuto dai Super PAC, quando i costi della sfida presidenziale e di tutte le altre contese per gli incarichi federali aumenteranno dai 5 miliardi di dollari del 2008 ( http://www.tomdispatch.com/blog/175478/tomgram%3A_engelhardt,_the_1%25_election/ ) a 7 miliardi fino a novembre scorso ( http://www.pri.org/stories/politics-society/government/estimated-cost-of-2012-campaign-6-billion3276.html )(le elezioni del 2000 sono costate “solo” 3 miliardi di dollari). In altre parole, i soldi che verranno spesi durante questa tornata elettorale saranno più o meno l’equivalente del PIL di Haiti.
Il mito dei piccoli donatori
Nel giugno del 2003 il candidato presidenziale Howard Dean sconvolse la classe politica avendo raccolto 828.000 dollari in un solo giorno attraverso Internet, con una media di 112 dollari a donazione. Dean, di fatto, ottenne il 38% del totale dei fondi della sua campagna con donazioni pari o inferiori ai 200 dollari, e mise le basi di quella che molti considerarono una rivoluzione dei piccoli donatori nella politica statunitense.
Quattro anni dopo, Barack Obama raccolse dai piccoli donatori un terzo dei fondi della sua campagna da 745 milioni, mentre Ron Paul, sulla sponda repubblicana, arrivò al 39% ( http://www.cfinst.org/Press/Releases_tags/10-01-08/Revised_and_Updated_2008_Presidential_Statistics.aspx ). Gran parte della campagna di Paul fu finanziata on line dalle “money bombs” grazie alle quali i sostenitori entusiasti riuscirono a racimolare milioni di dollari in successioni rapide e coordinate. La quantità di denaro raccolta con le piccole donazioni da Obama, in particolare, generò la speranza che la sua campagna avesse trovato il modo di spezzare l’abbraccio mortale dei grandi donatori nella politica statunitense.
Vista retrospettivamente, l’utopia dei piccoli donatori che circonda Obama sembra ingenua. Nonostante tutta l’attenzione dei media che incensano i suoi piccoli donatori, il candidato ha raccolto la maggior parte dei suoi soldi da grandi donatori (oggi, di solito, i membri titolari del Congresso raccolgono meno del 10% dei propri fondi in campagna dai piccoli donatori, e queste somme calano quando si arriva a livello statale o governativo). Tra i principali contribuenti di Obama ci sono impiegati di Goldman Sachs, JP Morgan Chase e Citigroup, difficilmente portabandiera degli ideali del piccolo donatore. Per ovvi motivi, la campagna ha deciso di evidenziare nella propria narrativa il ruolo dei piccoli donatori contro quelli grandi, e continua a farlo anche nel 2012
Curiosamente, tanto Obama, quanto Paul, di fatto, hanno raccolto più denaro dai piccoli donatori nel 2011 che nel 2008, rispettivamente il 48% e il 52% dei totali ( http://cfinst.org/Press/PReleases/12-02-08/Small_Donors_in_2011_Obama_s_Were_Big_Romney_s_Not.aspx ). Eppure, nell’era dei Super PAC, quei soldi già non hanno lo stesso impatto. Anche Dean dubita che la sua campagna anti-establishment, realizzata su Internet nel 2004, oggi avrebbe lo stesso successo. “I Super PAC hanno fatto si che le campagne di base siano meno efficaci”, dice: “Si può ancora fare una campagna di quel tipo, però il problema è che oggi uno può essere sopraffatto dalla televisione e da volgari pubblicità che arrivano per posta […] c’è stato un forte cambiamento rispetto al 2008.”
Obama è un candidato dalla doppia personalità. E per questo la sua campagna elettorale è altrettanto schizofrenica. I suoi portavoce affermano di aver raccolto il 98% dei fondi dai piccoli donatori e che Obama sta “costruendo la campagna di base più forte della storia statunitense”, secondo il direttore della campagna, Jim Messina. Ma le brillanti statistiche e la retorica che le accompagna sono molto ingannevoli. Degli 89 milioni di dollari raccolti nel 2011 dall’Obama Joint Victory Fund (Fondo Congiunto per la Vittoria di Obama, ndt), una collaborazione tra il Comitato Democratico Nazionale (DNC) e il gruppo a sostegno di Obama, il 74% è arrivato da donazioni di 20.000 dollari o più e il 99% da donazioni superiori ai 1.000 dollari.
La campagna conta con 445 “bundlers” (definiti dalla campagna “raccoglitori volontari di fondi”), che riuniscono i soldi dei suoi amici ricchi e li impacchettano per Obama. In questo modo, nel 2011 sono stati raccolti almeno 74,4 milioni di dollari a favore di Obama e del DNC. Sessantuno di quei bundlers hanno raccolto 500.000 dollari o più. Nel 2011 Obama ha partecipato a 73 eventi per raccogliere fondi, 13 solo nel mese scorso, e il prezzo per partecipare era quasi sempre di 38.500 dollari a persona ( http://www.tomdispatch.com/blog/175478/tomgram%3A_engelhardt,_the_1%25_election/ ).
Nonostante questo, né l’aumento dei contributi da parte dei piccoli donatori e neppure quello ottenuto dai grandi eventi per il finanziamento sono stati sufficienti a dargli un vantaggio sui repubblicani nella raccolta fondi. È per questo che la campagna di Obama, che sino a poco tempo fa era assolutamente contraria ai super PAC, all’improvviso ha mollato la presa e ha manifestato il proprio supporto a un super PAC a favore di Obama, chiamato Priorities USA.
Un giorno dopo l’annuncio che la campagna, così come quella dei suoi rivali repubblicani, sarebbe stata rinforzata da un super PAC, Messina ha parlato presso l’esclusivo Core Club di Manhattan, dove “ha assicurato a un gruppo di donatori democratici dell’industria dei servizi finanziari che Obama non avrebbe demonizzato Wall Street, avendo limitato le pretese dei populisti nella sua campagna per la rielezione”, ha informato Bloomberg Businessweek: “Messina ha detto al gruppo di donatori di Wall Street che il presidente pensa di correre contro Romney, non contro l’industria che ha reso milionario l’ex governatore del Massachusetts." ( http://www.businessweek.com/news/2012-02-10/obama-campaign-chief-messina-seeks-to-assure-wall-street-donors.html )
In altre parole, non aspettiamoci un ritorno convincente del tema “Il popolo contro i potenti” nella campagna del 2012, nonostante Romney, nel caso sia il candidato, sarebbe particolarmente vulnerabile a simile linea d’attacco. In fin dei conti, sinora la sua campagna ha raccolto solo il 9% dei contributi dai piccoli donatori, molto meno del senatore John McCain, che ottenne il 21% nel 2008, e di George W. Bush, col 26% nel 2004.
Nel quarto trimestre del 2011 Romney ha raccolto molti più fondi rispetto a Obama dalle principali compagnie di Wall Street, con un rapporto di 11 a 1. i tre principali contributi alla sua campagna sono giunte dai dipendenti di Goldman Sachs (496.430 dollari), JPMorgan (317.400 dollari) e Morgan Stanley (227.850). Le banche sono cadute in disgrazia presso il pubblico, ma i loro soldi per le campagne elettorali sono indispensabili per la classe politica e pertanto continuano a essere potenti come lo sono sempre stati nella politica statunitense.
In un recente spezzone del suo spettacolo, Stephen Colbert ha segnalato che la metà dei soldi (67 milioni di dollari) raccolti dai Super PAC nel 2001 proveniva solo da 22 persone ( http://latimesblogs.latimes.com/showtracker/2012/02/stephen-colbert-says-super-pacs-buying-democracy.html ). “Equivale alla sette milionesima parte dell’1 per cento”, più o meno lo 0,0000063%, ha detto Colbert mentre spruzzava con un estintore la sua calcolatrice che faceva fumo: “Credo che Occupy Wall Street dovrà cambiare tutto questo”.

  • Chi c’è dietro le campagne presidenziali negli Stati Uniti (Geopoliticamente, 3 febbraio 2012):
Cosa hanno in comune Obama e Romney? Entrambi vantano, tra i propri fans, una folta schiera di miliardari. I quali non lesinano ricche donazioni per sostenere l’immagine dei propri beniamini in vista delle presidenziali di novembre.
Cerchiamo di capire di chi i candidati alla casa Bianca sono i burattini.
Questo articolo del Washington Post rivela che Romney ha ricevuto 42 donazioni alla sua campagna da parte di miliardari ( http://www.washingtonpost.com/politics/in-race-for-campaign-funds-from-billionaires-romney-outpaces-obama/2011/12/01/gIQAxQLsXO_story_1.html ). Obama non è molto indietro, con almeno 30 sostenitori a nove zeri. Rick Perry (ritirato) e John Huntsman seguono rispettivamente con 20 e 12. Nessuno ha puntato su Ron Paul.
Il più ricco donatore di Romney è il finanziere John Paulson, 16 miliardi di dollari di patrimonio e oltre un milione donato all’ex governatore del Massachusetts; seguono l’immobiliarista Donald Bren (12 miliardi) e l’editore Sam Zell (5 miliardi).
Il più ricco donatore di Obama è l’industriale di origine russa Len Blavatnik (10,1 miliardi), il quale ha foraggiato anche Romney. Altri sovventori sono Peter Lewis, presidente della compagnia di assicurazioni Progressive, l’ex CEO di Google Eric Schmidt (7 miliardi) e il finanziere John Doerr (2,2 miliardi). Tuttavia il contributo maggiore è giunto da un non miliardario, e precisamente dal produttore di Hollywood Jeffey Katzenberg, 800 milioni di patrimonio, che ha donato al presidente in carica ben 2 milioni.
In ogni caso, non è un mistero che il mondo di Wall Street abbia scelto Romney ( http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/02/elezioni-americane-wall-street-sceglie-romney/188578/ ).
Che una campagna elettorale più “ricca” possa far pendere l’ago della bilancia per un candidato piuttosto che per un altro è risaputo, soprattutto negli Stati Uniti. Come non è un mistero che i donatari, una volta eletto il proprio favorito, si aspettino un “dividendo” politico dal loro investimento.
I ragazzi di Occupy Wall Strett ci ricordano che nel 2010 il 94% dei candidati vincitori delle elezioni di mid-term aveva avuto a disposizione più soldi rispetto agli avversari sconfitti ( http://www.politifact.com/truth-o-meter/statements/2011/oct/17/occupy-wall-street/occupy-wall-street-protesters-sign-says-94-percent/ ). Questo offre un’idea dell’importanza del fattore $ nel processo democratico d’oltreoceano. E non vi è dubbio che un ruolo di primo piano nella macchina del consenso spetti alle cosiddette lobby.
Oggi a Washington sono registrate 1.900 società di lobbying nelle quali lavorano oltre 11.000 lobbisti a tempo pieno. Tutto alla luce del sole, in virtù di quel primo emendamento della Costituzione che garantisce a tutti i cittadini la libertà di stampa e d’espressione. O meglio, di una interpretazione estensiva di tale norma affermata dalla Corte Suprema in una controversa pronuncia del 21 gennaio 2010, in cui si dice che non c’è limite ai finanziamenti elettorali da parte delle grandi aziende ( http://www.nytimes.com/2010/01/22/us/politics/22scotus.html ). Unica condizione: deve avvenire tutto nella massima trasparenza, ragione per cui dati di cui sopra sono perfettamente reperibili da chiunque. Ma le lobby sanno come aggirare anche questo limite.
La decisione della Corte ha contrariato lo stesso Obama, secondo cui “questa sentenza offre alle lobby un potere ancora superiore a Washington, mentre indebolisce l’influenza dei semplici cittadini che possono versare solo modesti contributi ai loro candidati”. Solo nel 2009, ad esempio, i lobbisti hanno speso per influenzare la politica 3,49 miliardi di dollari ( http://www.ritholtz.com/blog/2010/07/2009-lobbying-expenses-3-49-billion-dollars/ ). Cifre di cui la gente comune non potrà mai disporre.
In altre parole la Corte Suprema, i cui giudici sono a maggioranza filorepubblicani perché nominati in passato da Reagan e da Bush padre e figlio, ha incluso nel concetto di libertà d’espressione il diritto delle multinazionali di finanziare i candidati al Congresso o alla Casa Bianca, pagando di tasca propria tutti gli spot necessari a farli eleggere.
Sono così nati i Super-PAC. I PAC (Political Action Committees) sono dei comitati d’azione politica attraverso i quali i cittadini possono contribuire allo svolgimento delle elezioni federali. Fino al 2010 potevano ricevere finanziamenti limitati, ma la sentenza della Corte Suprema ha aperto la strada ad una valanga di soldi privati. I Super PAC sono attivamente impegnati nelle primarie repubblicane in corso, pur non avendo alcun legame ufficiale con i singoli candidati. E proprio in virtù di questa distanza formale possono permettersi fare cose che i candidati stessi non farebbero, come attaccare e distruggere in tv l’immagine dei propri avversari: pensiamo alla martellante campagna denigratoria che Restore Our Future, il Super PAC vicino a Romney, ha scatenato contro Newt Grinrich ( http://www3.lastampa.it/focus/primarie-presidenziali-usa-2012/articolo/lstp/440815/ ).
Ad aggravare la situazione si aggiunge il fatto che, per una serie di cavilli legali, i Super PAC possono mantenere segreti i nomi dei finanziatori fino a dopo le elezioni, alla faccia della trasparenza.
Ancora più controversi sono i legami tra lobby economiche e il Tea Party, movimento populista anti-Stato e anti-regole che condivide con il capitalismo il solo obiettivo di far fuori Obama ( http://www.nytimes.com/2011/03/31/us/politics/31liberty.html?pagewanted=all ). C’è chi lo chiama Koch Party, dal nome dei due magnati meno trasparenti del capitalismo americano: le loro aziende guadagnano tanto, inquinano tantissimo, non sono neppure quotate in borsa ( http://blogcritics.org/politics/article/tea-party-a-koch-industry/ ). E sottobanco finanziano l’agitazione popolare nato dalla pancia dell’America delusa. C’è da riflettere.
L’azione dei Super PAC comporta effetti facilmente immaginabili. Da un lato, il sistema democratico viene di fatto drogato dall’iniezione di finanziamenti senza eguali, dietro i quali si celano grossi centri di interesse, più o meno gli stessi che questa crisi l’hanno provocata. Dall’altro, la qualità del confronto politico si sta “italianizzando”, ossia sta scadendo a mero scontro frontale senza contenuti.
Conscio di questa realtà, per mantenere la sua aura trasparenza (e per ingraziarsi quel cosiddetto 99% di OWS) Obama ha annunciato che non accetterà più donazioni da lobby ( http://www.politifact.com/truth-o-meter/statements/2012/jan/04/barack-obama/barack-obamas-campaign-says-they-dont-accept-lobby/ ). Tuttavia si tratta di fumo negli occhi per due ordini di ragioni. Primo, dipende dalla definizione che lo stesso Obama vuole dare al termine “lobbysta”. Secondo, i gruppi di interesse e lo avevano abbandonato già da tempo.
D’altra parte il presidente in carica non è immune da colpe. Nel 2008 rifiutò di accontentarsi del finanziamento pubblico della sua campagna elettorale per sfruttare la straordinaria mobilitazione di base a sostegno della sua candidatura. Se avesse rinunciato alle donazioni, la sua scelta avrebbe vincolato lo sfidante repubblicano McCain a fare lo stesso. Invece Obama accettò a man bassa dei contributi che arrivavano copiosi, polverizzando tutti i record in termini di piccole elargizioni di cittadini, ma aprendo la strada anche a quelle grandi da parte di soggetti più facoltosi.
Molti si stupiranno nell’apprendere che le vituperate BP ( http://www.politico.com/news/stories/0510/36783.html ), Exxon, Chevron ( http://voices.washingtonpost.com/44/2008/08/07/report_exxon_execs_gave_more_t.html ), Goldman Sachs ( http://www.opensecrets.org/orgs/toprecips.php?id=D000000085&type=P&sort=A&cycle=2008 ) e le Big Pharma ( http://money.cnn.com/2008/03/04/news/companies/pharma_votes/index.htm?postversion=2008030714 ), solo per fare alcuni nomi, hanno dato più soldi ad Obama che McCain. E quando Obama ha cercato di riformare la norma sui finanziamenti questo è stato il risultato ( http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,2001015-2,00.html ).

  •  2012: The year of the big donor (Kenneth P. Vogel, Politico, 1 febbraio 2012 [ http://www.politico.com/news/stories/0212/72307.html ]):
[...] And a lesser-noticed fact in the Obama filings was that, while the campaign raised $18 million from small donors, it spent $8 million on fundraising — doing the kind of pricey grass-roots outreach like telemarketing, direct mail and online advertising needed to generate all those small checks. [...]

  • Donations to super PAC supporting Ron Paul take dive (Laura Strickler, CBS News, 20 marzo 2012):
The super PAC supporting Ron Paul called Endorse Liberty has taken a dive in both donations and spending in February compared to January.
Endorse Liberty raised $282,466 in February compared to $2.3 million in January. Meanwhile the super PAC spent $135,869 in February compared to $2.9 million in January.
Notably missing from the super PAC donors to Ron Paul is the billionaire donor Peter Thiel (venture capitalist who was first investor in Facebook) who had given Endorse Liberty $2.6 million to date. Thiel gave nothing in February. A spokesperson for Thiel, Jim O'Neil, told CBS News that the billionaire still supports Ron Paul for president. When asked if any additional Thiel donations would be forthcoming, O'Neil said he'd look into it.
The super PAC had $206,777 in cash on hand going into March according to Federal Eleciton Commission records.
Seventy percent of Endorse Liberty's money in February came from Margaret McMahon, of San Antonio, Texas, who gave $200,000.
The last nine expenditures for Endorse Liberty since February 21st were small dollar ad buys for online advertising with Facebook according to FEC records.

  • Ron Paul is the Only Candidate Who Will Cut Spending (Kurt Nimmo, Infowars, 25 febbraio 2012):
Ron Paul is the only candidate serious about reducing the deficit and the national debt.

This fact was recently underscored by a study released by the Committee for a Responsible Federal Budget, a bipartisan think tank ( http://politicalticker.blogs.cnn.com/2012/02/24/tax-and-spending-proposals-under-a-microscope-seeing-nothing-but-red/ ).

Newt Gingrich’s tax and budget plans would add $7 trillion to the debt over the remainder of the decade and Rick Santorum would do about the same.

Mitt Romney’s tax-cut and spending proposals would keep the deficit and debt on keel.

Ron Paul would reduce spending and slowly eliminate the debt by zeroing out a host of federal agencies. He would work to bring back honest money and sane economic policies by getting rid of the Federal Reserve – a prospect opposed by both sides of the establishment political party now ruling the roost in Washington.

“I think Ben Bernanke is a student of monetary policy,” said the declared Republican front-runner Mitt Romney last year, “he’s doing as good a job as he thinks he can do…  I’m not going to spend my time going after Ben Bernanke ( http://www.economicpolicyjournal.com/2011/04/mitt-romney-in-not-going-to-focus-on.html ). I’m not going to spend my time focusing on the Federal Reserve.”

Earlier this week, ABC News commentator Jonathan Karl was asked which candidate will reduce spending the most and he said Ron Paul.

He looked a bit sheepish about it but had to tell the truth despite the concerted effort by the establishment media to ignore Ron Paul.

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=7VvQIt7wiiI

  • I servizi segreti Usa potranno spiare anche i non sospetti (Maurizio Molinari, La Stampa, 24 marzo 2012):
L’amministrazione Obama accresce i poteri dell’intelligence per la sorveglianza sui cittadini americani che non hanno compiuto reati, al fine di scongiurare attentati da parte di jihadisti interni come quello avvenuto a Tolosa da parte di un francoalgerino. La decisione è stata adottata dal ministro della Giustizia Eric Holder e assegna al Centro nazionale per il controterrorismo la possibilità di conservare per cinque anni i dati personali su singoli cittadini, a prescindere dal sospetto di un loro coinvolgimento in attività violente o terroristiche. Si tratta di una considerevole estensione dei limiti precedentemente in vigore - che erano di 18 mesi - e a determinarla è stata l’indagine interna svolta dal ministero della Giustizia sulle carenze di prevenzione che nel 2009 consentirono due gravi atti di terrorismo: la strage di Fort Hood, in Texas, dove il maggiore Nidal Malik Hasan uccise 13 militari e il tentativo di far esplodere sul cielo di Detroit nel giorno di Natale un aereo passeggeri da parte del nigeriano Umar Faruk Abdulmutallab.

Sebbene Hasan sia un cittadino americano, di origine palestinese, e Abdulmutallab invece sia nigeriano, in entrambi i casi gli investigatori hanno rilevato che l’assenza di dati specifici su di loro ha ostacolato il lavoro di prevenzione del controspionaggio. Nel caso del giovane nigeriano, che non riuscì a far esplodere una microbomba nascosta negli indumenti intimi, il consolato Usa a Lagos aveva ricevuto addirittura una segnalazione di allarme ma a causa dei regolamenti vigenti non era stata inserita in tempo utile nelle banche dati del controspionaggio. Le nuove norme puntano a scongiurare la ripetizione di simili lacune e Robert Litt, consigliere legale del Direttore nazionale dell’intelligence James Clapper, assicura che «stiamo tentando di ottimizzare l’uso delle informazioni che il governo già possiede al fine di proteggere tutti i cittadini».

Sebbene i dettagli sul funzionamento della nuova banca dati non siano stati rivelati, il Centro nazionale per il controterrorismo potrà copiare da tutti gli archivi governativi esistenti informazioni su qualsiasi cittadino americano, aggiungerne altri trovati in maniera indipendente, e conservarli per cinque anni di tempo dando vita ad una mole di dati senza precedenti sulla popolazione nazionale. All’indomani degli attacchi dell’11 settembre 2001 l’amministrazione Bush prese in considerazione la creazione di un centro «Total Information Awareness» per accumulare in maniera analoga tutte le informazioni elettroniche sui cittadini ma la resistenza del Congresso di Washington lo bloccò, soprattutto a causa delle resistente dei democratici che in questo caso hanno invece reagito con prudenza. A opporsi con determinazione sono piuttosto le associazioni per la difesa dei diritti civili. Marc Rotenberg, direttore dell’«Electronic Privacy Information Center» parla di «rischi di intrusione in informazioni private contenute nelle transazioni eseguite con le carte di credito» mentre Michael German, dell’Unione per le libertà civili, sostiene che l’errore «è nell’estendere a tutti i cittadini americani i metodi di sorveglianza elettronica adoperati nei confronti degli stranieri sospetti».

La decisione del ministero della Giustizia di far conoscere i nuovi regolamenti sembra tesa a rassicurare l’opinione pubblica sulla protezione da attentati commessi da jihadisti interni simili a quello di Tolosa. Ed a confermare l’accresciuta sorveglianza arrivano le rivelazioni dell’Associated Press sul fatto che almeno dal 2008 la polizia di New York infiltra ambienti dell’ultrasinistra al fine di identificare fiancheggiatori e sostenitori di gruppi terroristi.

martedì 27 marzo 2012

La banca degli immigrati condannata per razzismo

La banca degli immigrati condannata per razzismo: se il buongiorno si vede dal mattino...

E' un piccolo caso, curioso al momento, e per il futuro vedremo che cosa rappresenterà, quello che vede condannata per razzismo Extrabanca, la prima banca italiana creata soprattutto per gli extracomunitari. Nata un paio di anni fa e con due sedi a Milano e Brescia, ora vede due suoi dirigenti venir condannati per molestie razziste contro un dipendente di origini senegalesi. Secondo la sentenza del Tribunale di Milano, datata 22 marzo, Cheikh Tidiane Gaye sarebbe stato fatto oggetto di insulti razzisti in almeno un paio di occasioni.

Ad accomunare gli episodi le aspirazioni di Gaye, sia politiche che lavorative. Sarebbe cioè stato insultato sia a causa della sua candidatura con la Lista Pisapia alle elezioni comunali milanesi del 2011, uno dei tre stranieri della lista, ma non eletto [qui la lista] [qui invece una intervista riguardo la sua candidatura], sia a causa del suo ambire ad un posto manageriale in banca. Non essendoci dettagli maggiori, non sappiamo se possa aver giocato, nella questione, anche una certa sfrustrazione di Gaye.

Nella sentenza, si fa riferimento, a pagina 2, a non ben chiare minacce contro la banca (da parte di Gaye o altri?) e, a pagina 4, a testimoni a difesa degli accusati. In entrambi i casi, il giudice Fabrizio Scarzella non avrebbe tenuto conto di questi elementi.

Quello che però ha fatto Scarzella è definire come "prodromica a una migliore gestione da un punto di vista linguistico, etnico e funzionale, dei rapporti commerciali con una clientela prettamente straniera" la presenza tra i dipendenti di oltre il 50% di stranieri. Quindi, se gli allogeni dovessero continuare ad aumentare in Italia, per una "migliore gestione" dei "rapporti" con gli stranieri, gli italiani dovrebbero farsi da parte?

Sentenza del Tribunale di Milano del 22 marzo 2012, N.R.G 16945/2011 [in PDF]

  • Extrabanca, la "banca degli immigrati", condannata per razzismo (Elvio Pasca, Stranieri in Italia, 26 marzo 2012):
Si presenta come il primo istituto di credito dedicato agli immigrati, ma intanto Extrabanca rimedia una condanna per razzismo dal Tribunale di Milano. Il suo presidente Andrea Orlandini e un altro dirigente avrebbero infatti insultato ripetutamente un dipendente italiano di origine senegalese, Cheikh Tidiane Gaye.

Gaye è stato candidato alle comunali del 2011 in una lista civica che sosteneva Pisapia. In quell’occasione, si legge nella sentenza, il presidente di Extrabanca, Andrea Orlandini, avrebbe tentato di dissuaderlo dicendogli che era come  “gli zingari e i musulmani che ..vogliono rovinare Milano”, che lui e un altro dipendente di colore erano “due negri africani” che stavano “creando troppi problemi”, che “avere troppi negri non poteva giovare alla banca” e quindi era meglio assumere “una persona con un colore più chiaro”.

Non è tutto. Gaye, che aspirava a un posto manageriale, si era sentito rispondere da un altro dirigente di Extrabanca che “gli stranieri pretendono troppo, soprattutto quelli che hanno la cittadinanza ...devono sapere che sono ospiti”. Inoltre, uscendo da riunioni con persone di colore, la stessa persona aveva pronunciato altre frasi a sfondo razzista prendendosela con i “negroni”, e parlando di “extracomunitari in modo dispregiativo”.

Si tratta, scrive il giudice Fabrizio Scarzella, di “molestie, o, quantomeno, di comportamenti indesiderati a sfondo razziale aventi lo scopo e, sicuramente, l’effetto di violare la dignità personale del ricorrente e delle altre persone di colore o, comunque, straniere, presenti in azienda”. Il fatto che i colpevoli ricoprono funzioni apicali, inoltre, “comprova la diretta riconducibilità delle condotte in esame all’azienda resistente”.

Il giudice ha quindi ordinato a Extrabanca “l’immediata cessazione dei comportamenti illeciti”, il pagamento delle spese legali e di un risarcimento di cinquemila euro al dipendente, assistito in giudizio dagli avvocati Alberto Guariso e Livio Neri. L’istituto di credito dovrà inoltre affiggere  presso la sua sede di Milano un comunicato che cita la sentenza e la carta dei valori dell’istituto e invita tutto il personale ad “astenersi, nei rapporti tra colleghi e nelle riunioni di lavoro, da espressioni volgari od offensive a sfondo razziale”.

Extrabanca: "Sentenza ingiusta e surreale, ricorreremo in appello"

In una nota diffusa in serata, Extrabanca definisce “del tutto ingiusto” il provvedimento del giudice e annuncia che ricorrerà in appello.

L'azienda ricorda che “ha 34 dipendenti, ben 19 dei quali sono espressione di 14 diverse comunità straniere” e  dice che “un’accusa di discriminazione, per chiunque conosce la vita vissuta della Banca, è addirittura surreale  tanto più che inutilmente la stessa ha chiesto che venissero ascoltati tutti i dipendenti". "Purtroppo – si legge ancora nella nota - la vicenda è stata trattata dal Giudice in modo “sommario”, anche in ragione del rito adottato, ma manifestamente non coerente con le risultanze acquisite al giudizio".

"Il Presidente di Extrabanca è stato accusato, per esempio, di aver scoraggiato la candidatura del dipendente alle elezioni comunali. Ebbene – sostiene l'istituto di credito - è provato da fatti oggettivi, e risulta dagli atti di causa, che il Presidente non  solo gli ha dato il proprio voto, ma ne ha attivamente appoggiato la candidatura e suggerito a più persone  di votarlo".

Una circostanza, quest'ultima, che però il giudice nella sentenza definisce "irrilevante" e "non dirimente", perchè "comunque incerta e in ogni caso inidonea ad annullare o giustificare l'illiceità delle condotte" di Orlandini e del dirigente.

martedì 20 marzo 2012

Falsa promessa di permessi di soggiorno

Falsa promessa di permessi di soggiorno: un caso isolato?

  • Testo aggiornato in data 26 marzo 2012. Vedere più avanti

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La notizia è comparsa praticamente solo sul romano Il Messaggero, senza che il resto d'Italia si sia accorto di qualcosa. Nella giornata di ieri, alcune centinaia di tunisini si sono radunati di fronte alla sede di una ONLUS, ubicata in viale Manzoni a Roma [foto sopra]. L'organizzazione in questione, il cui nome non è rintracciabile al momento sul quotidiano romano, né altrove, avrebbe annunciato su internet come ottenere il permesso di soggiorno per ragioni umanitarie e la voce diffusasi nella comunità tunisina avrebbe ingigantito il tutto, spingendo persino molti tunisini abitanti in altri Paesi europei a spostarsi verso la capitale italiana, sperando addirittura in una sanatoria.

Al momento, c'è una indagine per capire se si sia trattato di un tentativo di truffa o altro. Partiamo però dal presupposto che di malinteso si sia trattato o, forse, di malinteso "voluto". Sappiamo benissimo che sino alla seconda metà degli anni '90 l'immigrazione in Italia era minima (un indicatore sono le richieste d'asilo, salite improvvisamente dal 1998 [8 gennaio 2012]), per poi aumentare di colpo. Quasi da un anno all'altro, alcune aree europee ed extracomunitarie si sono accorte dell'esistenza del nostro Paese. Se alcune nazioni hanno visto mutamenti storici produrre la spinta necessaria a far emigrare parti della loro popolazione, non sempre è stato così. Ad esempio, i nordafricani non hanno di certo atteso la recente fasulla rivoluzione araba per iniziare a spostarsi a milioni in Europa, Italia compresa. Quindi, che cosa è successo? Tralasciamo i Paesi di vecchia immigrazione, spesso con un passato coloniale a giustificazione della presenza di numerosi stranieri. E allora? Satelliti e internet hanno provocato tutto questo, facendo sognare l'Europa occidentale a molti? Molto probabilmente questi ultimi fattori hanno influito molto, ma crediamo che ciò sia stato possibile in funzione di altri elementi.

Indubbiamente ha contato il processo della globalizzazione, con le aziende che da un lato delocalizzavano e dall'altro abbassavano la qualità del lavoro dipendente, lasciando spazio alla venuta degli immigrati. Ma abbiamo la sensazione che il collante vero, che ha permesso a masse ampie di immigrati di incontrare le necessità deleterie dell'impreditoria globalizzata, ma anche di incontrare la favola dell'Europa aperta al resto del mondo, siano state le associazioni e organizzazioni per i diritti umani, confessionali o ideologiche. Da un certo momento in poi, è come se si fosse giunti ad un certo grado di cottura, ottimale perché gruppi ampi di stranieri potessero trovare attraente e conveniente spostarsi verso l'Europa e l'Italia.

Ecco, questo è un sospetto, che sappiamo essere di molti altri, da valutare, ed è, probabilmente, una storia ancora tutta da scrivere. Quella, cioè, di come l'associazionismo abbia agito, più o meno volutamente, per facilitare l'arrivo in massa di stranieri nelle nostre terre e di come sia divenuto, per interessi propri, un elemento fondamentale nell'opera di sostituzione etnica delle popolazioni europee. Ossia nell'opera di genocidio anti-italiano e anti-europeo.

Ecco perché il caso romano citato fa venire più di un dubbio.

NOTA AGGIUNTA IN DATA 26 MARZO 2012: sono passati alcuni giorni, ma senza ulteriori novità. Altri tunisini sono, nonostante tutto, arrivati a Roma, nella convinzione di ricevere il permesso di soggiorno. Bisognerebbe capire come mai, quando l'informazione era errata si diffondeva tra più nazioni europee, mentre non sembra essere avvenuto lo stesso con l'informazione corretta. Questo è il punto più importante della vicenda, considerato in aggiunta al ruolo avuto dall'ONLUS, il cui nome è uscito fuori. Si tratta del Forum delle Comunità Straniere in Italia, con sede in via Santa Croce in Gerusalemme 106 a Roma. Intanto i Radicali, per voce di Rita Bernardini, chiedono la solita regolarizzazione dei clandestini. Quindi, seguendo il pensiero radicale, basta una diceria perché arrivino in massa degli stranieri dall'estero, che subito le autorità italiane dovrebbero sentirsi in dovere di accoglierli? E' questo il contrasto all'immigrazione? Tanto varrebbe sancire per legge l'abolizione dei confini nazionali.

  • Tunisini da tutta Europa oggi a Roma «C'è la sanatoria!». Ma è un bluff (Laura Bogliolo, Il Messaggero, 19 marzo 2012):
In mano 20 euro, nel cuore la speranza di riuscire ad avere il permesso di soggiorno pagando. Sono venuti da tutta Europa, dall'Olanda, dalla Francia e dalla Germania e questa mattina si sono dati appuntamento a viale Manzoni a Roma, davanti alla sede di una Onlus. Oltre duecento tunisini, all'improvviso, sono apparsi vicino alla stazione Termini, decisi ad avere un futuro migliore. Ma il viaggio della speranza, ancora una volta, si è infranto davanti a un sogno che si è polverizzato.

Tutto nasce da un annuncio sul web che richiamava l'attenzione sulle procedure per ottenere il permesso di soggiorno per ragioni umanitarie. Procedure svolte dalla Onlus alla quale ci si può iscrivere pagando 20 euro. La voce si è sparsa in tutta Europa, il tam tam velocissimo su internet, ha coinvolto la comunità tunisina e ha ingigantito la notizia relativa al rilascio dei permessi di soggiorno: «C'è una nuova sanatoria!» la frase che ha iniziato a circolare online e sugli sms dei tunisini. Confusione, caos e rabbia da parte degli stranieri arrivati a Roma. La folla di tunisini in viale Manzoni ha richiesto l'intervento delle forze dell'ordine: non si capiva cosa stesse succedendo. Solo dopo diverse ore la situazione si è normalizzata: in strada sono rimaste decine di transenne messe sui marciapiedi per cercare di creare una fila ordinata (VIDEO http://www.ilmessaggero.it/video.php?id=15270 ).

Le indagini. L'Ufficio Immigrazione della Questura diretto da Maurizio Improda è subito intervenuto per cercare di verificare quanto stesse succedendo. Gli agenti stanno indangando sulla Onlus e sull'annuncio circolato sul web. In pratica si parlava di procedure per il rilascio di permesso di soggiorno per motivi umanitari e della possibilità di avere un attestato di domilicio, documento che poteva servire per l'iter di richiesta del permesso. L'Ufficio Immigrazione ha dato il via alle indagini per verificare se possa esserci una condotta illecita o se si è trattato semplicemente di un malinteso.

Centinaia di tunisini in fila. A raccontare il viaggio della speranza dei tunisini è Ouiem Abidi, 24 anni, italo-tunisina, la stessa ragazza che ad aprile aveva aiutato i suoi connazionali nell'emergenza a Termini, quando la stazione si era trasformata in una piccola Lampedusa. «E' iniziata a circolare la voce della possibilità di ottenere il permesso di soggiorno a Roma - spiega Ouiem, interprete di lingua araba presso il Tribunale penale di Roma (VIDEO INTERVISTA http://www.ilmessaggero.it/video.php?id=15269 ) - i miei connazionali mi hanno detto di aver trovato online un annuncio di una Onlus romana che avrebbe aiutato a ottenere i documenti». La voce si è ingigantita. «Addirittura molti di loro credevano che ci fosse una nuova sanatoria e sono venuti da tutta Europa» aggiunge Ouiem che questa mattina era in viale Manzoni per cercare di aiutare i suoi connazionali. Alla fine gli agenti dell'Ufficio Immigrazione della Questura hanno spiegato la situazione agli stranieri e sono stati invitati a presentarsi alle questure di appartenenza per accertare la propria condizione.

Il politicamente corretto...

Il politicamente corretto... è un vento sottile: Concetti ideologici 3

  • Testo aggiornato in data 21 marzo 2012. Vedere più avanti.

L'8 marzo scorso, festa della donne, su Striscia la Notizia è andato in onda un servizio su uno stalker straniero, sorpreso a perseguitare una liceale italiana. L'inviato Valerio Staffelli e la sua troupe hanno seguito l'immigrato per un po', documentandone i continui appostamenti e tentativi di approccio, sempre rimandati al mittente dalla giovane studentessa. Ma non è dell'episodio in sé che vogliamo parlare, quanto di un momento particolare. Staffelli, ad un certo punto, si avvicina all'uomo e gli fa presente che non può continuare ad importunare la ragazza. L'uomo balbetta, prova a giustificarsi. Verso il minuto 4'50'' l'immigrato, però, fa presente a Staffelli che la troupe di Striscia la Notizia non dovrebbe riprenderlo in volto.

Il servizio è effettivamente andato in onda senza che il volto dell'uomo fosse visibile. Curioso come il politicamente corretto venga immediatamente recepito da chiunque, specie dai peggiori, così come venga poi rispettato anche dai meglio intenzionati. Il politicamente corretto, braccio armato dell'ideologia dei diritti umani, sembra essere un vento sottile, capace di penetrare in ogni fessura. E più una società è piena di crepe...

Il servizio dell'8 marzo 2012: Un caso di stalking

NOTA AGGIUNTA IN DATA 21 MARZO 2012: perché utilizziamo, per questo episodio, il concetto di "politicamente corretto"? Qualcuno probabilmente avrà trovato improprio tale uso, dato che il politicamente corretto indica, sinteticamente, una particolare attenzione per una certa minoranza, di qualunque natura, partendo dal presupposto che tale minoranza sia (più) debole rispetto ad una (contrapposta) maggioranza (indipendentemente dalle ragioni o dalle colpe delle varie parti). Ora, riteniamo che il politicamente corretto indichi sia l'atteggiamento in questione, sia la forma mentis che si viene a creare in funzione di quel continuo atteggiamento. Tale forma mentis, però, è in linea con un modo di esperire la realtà e di organizzarla che altro non è se non l'ideologia dei diritti umani. L'apparente eccezionalità del politicamente corretto, che prevede la detta attenzione per l'appartenente ad una minoranza, è destinata a sciogliersi piano-piano nel mare dei diritti umani, annullando in un futuro prossimo la particolarità della minoranza.

Questo perché i diritti umani prevedono l'assenza di privilegi, così come di differenze. In questo sfumare della particolarità nell'omogeneità dei diritti umani sta, a nostro parere, la vera natura del politicamente corretto. Il politicamente corretto è un ponte verso l'omogeneità. Nient'altro. Nel caso di Striscia la Notizia, la sensazione che abbiamo avuto è di esserci trovati di fronte ad un esempio concreto di quello sfumare che dicevamo, dove l'attenzione per ciò che è minoritario (la minorenne o l'immigrato), non solo ha già lasciato indietro nel tempo una cultura organica della maggioranza, ma sta diventando quella cultura non-organica e ideologica dei diritti umani, dove tutto è ovattato. Quasi insignificante. Il molestatore viene denunciato e affrontato senza particolari patemi, così come egli stesso si lascia portare via dalle forze dell'ordine senza conflitti, non prima di aver fatto presente i suoi diritti di privacy.

Sì, ritieniamo che l'espressione "politicamente corretto" sia la più adatta per definire questo quotidiano post-moderno.

lunedì 19 marzo 2012

Fahrenheit 451

Fahrenheit 451: pillole di totalitarismo

"Incontreremo una gran quantità di persone sole e sofferenti nei prossimi giorni, 
nei mesi e negli anni a venire. E quando ci domanderanno
 che cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: 
Noi ricordiamo. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi." 
(Ray Bradbury "Fahrenheit 451")

Sul blog Saura Plesio, nell'articolo del 16 marzo Strasburgo, Cassazione, Divina Commedia: solo coincidenze? si fa notare una coincidenza che non ci era sfuggita, ossia la concordanza tra Parlamento europeo e Corte di Cassazione italiana relativamente alla questione del riconoscimento delle unioni tra partner omosessuali. Quello a cui non avevamo pensato, invece, era il riferimento alla diatriba mediatica sulla richiesta di censura contro la Divina Commedia dantesca da parte di un gruppuscolo integralista ebraico, Gherush92, che reputa Dante Alighieri razzista, sia contro gli ebrei, sia contro i maomettani, sia contro gli omosessuali.

In realtà, la proposta integralista di Gherush92 risale al 6 gennaio [Via la Divina Commedia dalle scuole ovvero razzismo istituzionale mascherato da arte], quindi un paio di mesi prima dei pronunciamenti citati in precedenza. E' anche vero che, stranamente, è solo negli ultimi giorni che tale proposta è diventata di dominio pubblico, dopo il lancio di alcune agenzie stampa e di alcuni quotidiani e siti.

Gherush92 si presenta come ONG pot-pourri, dedicata a differenti temi quali i diritti umani, lo sviluppo sostenibile e la risoluzione dei conflitti. Basta, però, dare un'occhiata agli articoli presenti nel loro sito http://www.gherush92.com/ per notare come ci sia una particolare inclinazione polemica contro la cultura europea e il cristianesimo in particolare. D'altronde il nome dell'organizzazione ha un che di recriminatorio, essendo un riferimento all'esilio (gherush in ebraico moderno) del 1492 degli ebrei dalla Spagna riconquistata. Ora, Gherush92 si presenta come consulente speciale dell'ECOSOC. Va specificato che tale consulenza sembrerebbe essere episodica e non continuata, essendosi verificata (la consulenza, non la partecipazione, già avvenuta nel 2001) solo nel caso della conferenza di Durban sul razzismo, avvenuta nell'aprile del 2009. Proprio a conclusione di quest'ultima, Gherush92 rilascia, per bocca di tale Valentina Jappelli, una nota di disappunto nei confronti della risoluzione finale, in quanto non adeguata per combattere "secoli di razzismo", dato che "oggi, le vittime del razzismo sono le stesse di 500 anni fa"... [1]

La presa di posizione rimane schiacciata in una visione ebraicocentrica, con in aggiunta solo l'orpello della minoranza zingaresca. Posizione peraltro infondata, oggigiorno. Evidentemente.

Maurizio Blondet, sul sito EFFEDIEFFE [ma si può leggere l'articolo anche su Rischio Calcolato], polemizza con tale organizzazione, ovviamente rilevandone l'identità religiosa e culturale, che altrove, per timidezza?, non si è evidenziata, e facendo riferimento non solo agli articoli su Dante Alighieri, ma anche ad altri presenti sul sito dell'ONG, pur senza richiamarli esplicitamente. In particolare, stupisce Blondet (e non è il solo) l'idea degli esaltati di Gherush92 che dal cristianesimo e dalla sua cultura nascano razzismo e persecuzioni, ma anche distruzione della flora e della fauna mondiali. I tipi di Gherush92, con sprezzo del ridicolo o con malafede, imputano al cristianesimo molte delle tare imputabili semmai a tutta una serie di eventi di lungo corso, in cui si intreccia una larga parte della storia occidentale successiva all'Impero Romano, dello stesso ebraismo, del mondo maomettano, su fino alla modernità globalizzata, non più solo europea ed eurocentrica. D'altronde, non si capisce perché si dovrebbe vietare un'opera importante, ma comunque apprezzata da un numero limitato di persone, mentre altrettanto non si dovrebbe fare per la Torah ebraica, come fa notare Blondet, o per il Corano maomettano, entrambi ricchi di passaggi razzisti o minacciosi, con in più l'aggravante di essere letti avidamente da milioni di persone.

Il furore integralista di Gherush92, strano per una organizzazione che sulle agenzie stampa viene definita "di ricercatori e professionisti" (chi, poi?), fa emergere una certa propensione alla diffidenza per l'arte in genere:

[...] L’arte forse è il più raffinato e subdolo strumento di comunicazione, il più potente veicolo di diffusione e il mezzo più suadente per l’incitamento all’odio: belle immagini, splendide forme e versi accattivanti si fanno veicolo di messaggi intolleranti. [...] In conclusione, conta più l’arte o conta più il razzismo? [...] [2]

Un passo del genere, che a qualcuno può apparire solo polemico, in realtà lascia intuire un disprezzo per tutto ciò che può esondare dai concetti fissati definitivamente dalla propria idea di mondo, dalla propria ideologia. Ai tipi di Gherush92, che sembrano voler difendere la specificità culturale contro l'universalismo cristiano, sfugge che l'arte ha proprio costituito un baluardo espressivo contro l'universalismo, inteso negativamente, e continua ad esserla, se intesa correttamente e non solo come intrattenimento, secondo la moda contemporanea. Per quanto contradditorio possa sembrare, l'arte cristiana dei secoli cristiani non parlava solo del cristianesimo, forse anche per la natura particolare della civiltà europea, insofferente a qualunque dato fissato definitivamente o, per meglio dire, imposto definitivamente, così come per la natura stessa del cristianesimo, non basato su libri, quanto su eventi e persone. La prospettiva di Gherush92 è invece in linea con l'idea di imposizione totalitaria, perché in essa conta il concetto più della forma culturale.

O meglio, i tipi di Gherush92 si nascondono dietro il concetto universalmente imposto (il politicamente corretto), accusando altri di universalismo, ma colpendone le forme culturali (un'opera letteraria), ossia specifiche, magari secondo propri pregiudizi culturali (diffidenza per l'arte), perciò specifici.

Che abbiano anch'essi pregiudizi culturali o (persino peggio) non li abbiano, fa, appunto, capolino un'idea totalitarista. Il totalitarismo è artisticamente afono. Conosce solo il dettato, l'elenco, la parola d'ordine. Tutto il resto va cancellato o piegato all'idea. Che differenza ci possa essere tra la proposta di Gherush92 e il rogo dei libri da parte dei nazisti è questione di lana caprina. Che differenza ci possa poi essere rispetto alla prospettiva formulata da Ray Bradbury in "Fahrenheit 451" è ancor meno rilevante, perché non c'è. I tipi di Gherush92 desiderano né più né meno quello che la società totalitaria, raccontata da Bradbury, predisponeva, ossia eliminare la singolarità e la contradditorietà del racconto in maniera da eliminare ogni singolarità e contradditorietà umana. 

I vigili del fuoco di "Fahrenheit 451" bruciano i libri per impedire che il pensiero in essi contenuto turbi l'ordine imposto, il quale è stato imposto affinché il pensiero umano non turbi l'umanità stessa. L'umanità elimina, cioè, se stessa. Nell'opera di Bradbury, invece, gli umani resistenti all'ordine imposto preferiscono ricordare, ossia apprendere i e dai libri, nonostante la contradditorietà in essi presente.

Per i resistenti, gli uomini-libro, ossia per gli uomini liberi, non resistere significherebbe accettare un eterno presente di insignificanti serial televisivi, dove nulla avviene realmente, una continua necessità di pillole per sfuggire alla depressione, un crescente presentarsi di tic fisici, spesso segnali di qualche turba sessuale.

Nel film omonimo di François Truffaut, una carezza annoiata al proprio seno di una donna rivela, non una libertà, quanto uno sfogo inutile. Aldous Huxley, in un altro dei romanzi distopici del Novecento, che sembrano anticipare i sogni totalitaristici del presente, ossia "Il mondo nuovo", scrive:

"Man mano che la libertà politica ed economica diminuisce, la libertà sessuale ha tendenza ad accrescersi a titolo di compenso... e il dittatore sarà bene accorto a incoraggiare questa libertà. Aggiungendosi al diritto di sognare sotto l'influenza della droga, del cinema, della radio, essa contribuirà a riconciliare costoro con la schiavitù che è il loro destino."

Rivedendo il film di Truffaut, ci è venuto in mente questo concetto di Huxley. La sessualità degradata a singolo sfogo, mai in competizione con l'ordine esistente. D'altronde, pensandoci bene, quando mai, nella storia umana, le vicende sessuali del singolo hanno realmente messo in discussione l'ordine stabilito, indipendentemente dall'identità sessuale di quello? Neanche forse per un Enrico VIII, nella cui vicenda, secondo qualcuno, avrebbe contato di più una malattia come quella della sindrome di McLeod. Eppure, oggi, la sessualità del singolo diventa uno degli indici più importanti della democraticità di una certa società. Da un certo punto di vista, la sessualità è un nulla storico, per quanto non lo sia dal punto di vista culturale, essendo interessante lo studio di come le varie società umane vivono questo aspetto dell'esistenza umana.

Ma per il politicamente corretto, ossia per il totalitarismo avanzante contemporaneo, la sessualità è sempre meno una questione di differenza culturale e sempre più un orizzonte uniforme di estesa accettazione. Il totalitarismo attuale sa bene che la "scopata" di qualcuno con chicchessia, essendo entrambi maturi e consapevoli, non cambierà la storia mondiale. Ed al totalitarismo attuale interessa proprio questo: che la storia non possa essere decisa da chicchessia, se non dal totalitarismo stesso.

E così torniamo alle coincidenze tra Parlamento Europeo, Cassazione italiana e richieste censorie contro Dante Alighieri. La libertà sessuale ed omosessuale viene mostrata come diritto umano, come progresso, ben sapendo che la società, accettando tale libertà, non diventa migliore rispetto a prima. Questo indipendentemente da considerazioni culturali o religiose specifiche, dove la sessualità può avere particolare importanza. Quello che il politicamente corretto impone non ha alcun concreto effetto sull'ordine, ossia su cosa sono le autorità europee e alcune autorità nazionali delle varie nazioni europee ed occidentali, e come agiscono e quali sono i loro scopi. Il politicamente corretto non rimette in discussione la NATO, i rapporti tra nazioni europee e USA, l'esportazione della democrazia, il precariato, le delocalizzazioni, ecc. Il politicamente corretto, anche nella declinazione multietnicista [ARCHIVIO 27/02/2009 e ARCHIVIO 03/04/2009], svia e zittisce. Afferma la diversità, ma a furia di divieti nei confronti delle diverse opinioni. O di pillole [9 marzo 2012]. Come in "Fahrenheit 451".

NOTE

[1] [si veda la pagina 4 del seguente documento, con le annotazioni finali delle varie ONG]   
VALENTINA JAPPELLI, of Gherush 92 Committee for Human Rights, said there was concern and
disappointment that the final declaration was approved before listening to the proposals of civil
society - further, the document was inadequate to fight centuries of racism because it did not
analyse the problem in its historical context. Today, the victims of racism were still the same as they
were 500 years ago. There should be an international convention against the crime of Anti-Semitism,
another against the crime of Anti-Romanism, and guidelines for the protection of cultural diversity.

[2] dall'articolo Una risposta ai lettori della Divina Commedia e una riflessione: da dove viene la Shoah? del 29 gennaio 2012.

martedì 13 marzo 2012

Macellazione halal/kosher in Francia

Macellazione halal/kosher in Francia: i dati che stanno emergendo in queste settimane

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Partiamo da un intervento sul blog di Miguel Martinez, intitolato Macellazione halal e mistificazione scientista. In esso si ricorda quanto affermato dal primo ministro francese François Fillon, che consiglia ad ebrei e maomettani di superare il loro attaccamento alla macellazione degli animali secondo pratiche tradizionali, superate ormai dalla scienza contemporanea, applicata, ovviamente, a tutti gli aspetti del vivere quotidiano.

L'intervento di Martinez è, come dire, poco ficcante, forse perché non affronta o non vuole affrontare il perché nella religione maomettana (dell'ebraismo non se ne occupa) ci sia tale prescrizione, nonostante tale aspetto rimanga il quadro di riferimento della questione stessa. Lascia intatto il presupposto religioso, senza discuterlo. Lo tiene in pratica per buono (e d'altronde il titolo lo lasciava intuire). Eppure un punto interessante lo tocca, ricordando che le macellazioni chiamate halal e kosher si pretendono rituali e, quindi, rimandano ad atti che originariamente, in tempi passati, erano centellinati. Il rito presupponeva la misura. Contrariamente a ciò, l'uso di carne oggi, al di là delle modalità di macellazione o di culture interessate, è notevolmente più ampio ed è destinato a crescere (crisi economica, picco petrolifero, risorse mondiali calanti permettendo...).

E' un punto interessante in quanto verrebbe da pensare che, se si vuole favorire l'aspetto rituale, perciò religioso, di queste forme di macellazione, bisognerebbe anche contribuire a ridurre l'uso della carne nell'alimentazione quotidiana, facendo diventare questo un evento più raro. Martinez fa presente che i francesi mangiano molta più carne degli egiziani o dei bengalesi (certo, avrebbe potuto anche fare il confronto con israeliani o con qatarioti, con differenze non così rimarchevoli). Come a dire che la quantità conta più della qualità/modalità. Che gli occidentali consumino ancora molta più carne di altre aree e culture del mondo è sicuro, peccato che tale spunto non cambi la questione.

Non di tutto il globo terracqueo parliamo, infatti, ma solo della Francia e delle questioni che quelle macellazioni pretese rituali stanno ponendo ai francesi (o, tutt'al più, agli altri europei). Che il bengalese in Bangladesh mangi una quantità irrisoria di carne rispetto al francese non ha alcun interesse. Conta, invece, che nell'Ile-de-France il 100% delle macellazioni siano halal o kosher (escludendo dal conteggio, ovviamente, i suini) e che nessuno abbia informato la popolazione locale di questo, dando la possibilità di scegliere tra carne "normale" alla francese o carne "rituale" alla moda islamico-ebraica.

A questa denuncia, fatta da personaggi legati al Front National, se n'è aggiunta un'altra, ancora più documentata, dopo la pubblicazione, da parte del quotidiano Le Point, di alcune pagine da un documento riservato del ministero dell'Agricoltura, secondo cui la quantità di macellazioni eseguite secondo la modalità islamico-ebraica stanno aumentando a dismisura su tutto il territorio francese, tanto da interessare, nel 2010, il 40% delle uccisioni di bovini adulti, il 58% di ovini, il 26% di vitelli e il 22% di caprini [immagine sopra, tratta da Le Point]. Il tutto a fronte di una richiesta di mercato di solo il 10% per carni halal o kosher.

Tale modalità pretesa come rituale, ossia con sgozzamento dell'animale, porta ad una sofferenza dello stesso maggiore rispetto a modalità differenti, che non prevedano l'eliminazione completa del sangue (anche se sulle varie tipologie di uccisione, ovviamente, c'è di che discutere). Il dossier proveniente dal ministero dell'Agricoltura francese conferma l'aspetto della sofferenza dell'animale, a cui si somma quello relativo ai rischi igienici, dato il pericolo di infezione da Escherichia coli.

Un medico veterinario, Alain de Peretti, a dicembre 2011, lanciò un allarme contro tali macellazioni rituali, facendo presenti alcuni rischi dovuti proprio allo sgozzamento senza stordimento dell'animale. Rischi che possono portare, a certe condizioni, al rigurgito del contenuto dello stomaco nell'esofago, oppure, dato il continuare a respirare dell'animale anche dopo il taglio, alla diffusione di batteri, con in aggiunta la caduta delle difese immunitarie e l'aumento delle tossine. La lunghezza dell'agonia, con il forte stress dell'animale morente, porta anche a spasimi violenti, con defecazioni e minzioni nel luogo della macellazione, con relativo pericolo di infezioni.

Le Point ha pubblicato ieri un'intervista a Yves-Marie Le Bourdonnec, macellaio di lusso per grandi chef, il quale sembra voler gettare un po' d'acqua sul fuoco delle polemiche. Secondo Le Bourdonnec non ci sono grandissime differenze tra una modalità di macellazione e l'altra, rituale o non rituale, anche se la prima può causare maggiore stress all'animale. Eppure Le Bourdonnec aggiunge qualcos'altro che spiega molto: lo sgozzamento (come nella modalità rituale) è il metodo più comodo per le macellazioni di massa. Più grande è il mattatoio e più numerosi sono gli animali da uccidere, maggiore è la convenienza nell'uso dello sgozzamento. Stordire per bene l'animale affinché non soffra necessita di più tempo. Ecco perché sono aumentate le macellazioni rituali halal e kosher.

Ed è grottesco, ma neanche tanto, dati i tempi che corrono, che, in questo campo, il massimo dello sfruttamento industriale coincida con la ritualità di due religioni desertiche. Tout se tient.

P.S.: se arrivati a questo punto vi state chiedendo cosa pensiamo dell'aspetto propriamente religioso della faccenda, vi rispondiamo che, al momento, ci interessa relativamente poco. Non è abitudine di questo blog discutere delle abitudini di altre aree del mondo, in altre aree del mondo. Lo è, semmai, qualora vengano esportate in Europa, con tutto quel che ne segue. Di solito non in positivo.

  • Viande halal: ouverture d'une enquête préliminaire après la plainte du FN (La Croix, 25 febbraio 2012):
Le parquet de Nanterre a ouvert vendredi une enquête préliminaire, après le dépôt la veille d'une plainte contre X par le Front National sur les conditions de vente de la viande halal en France, a-t-on appris samedi de source judiciaire, confirmant une information du Monde.

Le parquet de Nanterre a confié l'enquête à la Brigade de répression de la délinquance économique (BRDE), a-t-on appris de même source.

Jeudi, l'avocat Wallerand de Saint Just, porte-parole de la candidate du FN à la présidentielle Marine Le Pen, avait déposé à Nanterre une plainte visant des faits de tromperie et d'actes de cruauté envers les animaux "à la requête de deux associations, l'une de protection des consommateurs et l'autre de défense des animaux".

Dans le texte de la plainte, on peut lire : le dossier produit par l'avocat "démontre qu'en région parisienne, tous les abattages sont à 100% halal, que certainement une grande partie de la viande consommée en région parisienne est halal alors que cette proportion atteindrait 23% en France".

Il "apporte aussi la démonstration que le consommateur n'est en aucun cas averti de cet état de choses", ajoutait M. de Saint Just, qui agit en sa qualité d'avocat des associations "Coordination francilienne de protection des consommateurs" et "Association francilienne de protection et de défense des animaux" et de leur représentant légal, Jean-François Jalkh, conseiller régional FN de Lorraine.

Marine Le Pen a lancé la polémique samedi en affirmant que "l'ensemble de la viande qui est distribuée en Ile-de-France, à l'insu du consommateur, est exclusivement de la viande halal".

Mardi, elle a assuré que trois des quatre abattoirs franciliens (le quatrième étant voué au porc, donc non halal) abattent les animaux selon ce rite.

Nicolas Sarkozy s'était rendu mardi à Rungis pour y affirmer que "c'est une polémique qui n'a pas lieu d'être. 200.000 tonnes de viande sont consommées chaque année en Ile-de-France. 2,5% sont de la viande casher et halal".

  • Halal: ce que nous cachent les abattoirs (Mélanie Delattre / Christophe Labbé, Le Point, 7 marzo 2012):
C'est un plat que personne n'avait imaginé au menu de la campagne. Trois semaines après la polémique déclenchée par Marine Le Pen, Nicolas Sarkozy a remis le couvert en réclamant un étiquetage sur les viandes issues de l'abattage rituel. "Reconnaissons à chacun le droit de savoir ce qu'il mange, halal ou non", a-t-il lancé. Les candidats sont tous à couteaux tirés sur le sujet. Derrière ces joutes électorales perce un sujet tabou, celui de la souffrance animale.

Chaque année, on tue dans notre pays 1 milliard de poulets et de lapins, 25 millions de porcs, plus de 6 millions de bovins, ou encore 4 millions de moutons. Un rapport confidentiel que Le Point s'est procuré jette une lumière crue sur l'abattage rituel tel qu'il est pratiqué en France. Remis aux autorités en novembre 2011, le document, rédigé par dix experts et hauts fonctionnaires du ministère de l'Agriculture, a été soigneusement enterré ( http://www.lepoint2.com/pdf/rapport-confidentiel-agriculture.pdf ). Il est vrai que cet audit de 54 pages émanant du Conseil général de l'alimentation contient une vérité qui n'est pas bonne à dire : les Français ont progressivement, et sans le savoir, été mis au régime halal.

Aujourd'hui, comme l'indique le rapport, plus de la moitié des bovins, ovins et caprins tués en France le sont suivant un mode d'abattage "rituel", halal ou casher. Ce qui signifie que les animaux sont saignés alors qu'ils sont encore conscients. Au-delà de la souffrance animale, l'abattage rituel pose parfois aussi un problème d'hygiène, avec à la clé un danger de contamination par Escherichia coli...

  • Les risques sanitaires liés à l’abattage halal (Alain de Peretti, Novopress, 11 dicembre 2011):
On évoque toujours les problèmes posés en la  matière  par la souffrance animale, et par  la « taxe » de financement occulte de l’islam par les consommateurs.

Ces problèmes sont bien sûrs réels. Il en est un autre qui nous concerne tous et mérite d’être évoqué, une question essentielle et occultée : l’aspect sanitaire et de sécurité alimentaire.

En effet, rappelons que dans l’abattage halal, l’animal est tourné vers la Mecque, saigné sans étourdissement ;  il est pratiqué une très large incision  de la gorge jusqu’aux vertèbres, sectionnant tous les organes de la zone, veines jugulaires et carotides pour la saignée, mais aussi la trachée et l’œsophage.
Cette pratique entraîne les conséquences anatomo-physiologiques suivantes :

    * Une régurgitation du contenu de l’estomac par l’œsophage, lequel se trouve anatomiquement juste à côté de la trachée.
    * L’animal continue de respirer, même très fort du fait de l’agonie qui peut durer jusqu’à 1/4 h rappelons le, et inspire ces matières souillées riches en germes de toutes sortes.
    * Ces matières inspirées jusqu’aux alvéoles pulmonaires larguent leurs germes  dans le sang d’autant plus facilement que la paroi des alvéoles pulmonaires est très mince et que la circulation sanguine, rappelons le, est toujours en cours dans cette période d’agonie, et même accélérée par le stress au niveau des organes  essentiels.
    * Un risque énorme de contamination en profondeur de la viande est donc encouru.
    * On observe de plus, du fait du stress intense, 2 phénomènes physiologiques qui  se conjuguent : la chute de tous les mécanismes de défense immunitaires, et la concentration du sang dans les organes essentiels, on peut dire que l’animal « retient son sang ». C’est un processus naturel de survie qui entraîne vraisemblablement d’ailleurs une saignée moins bonne contrairement aux allégations des tenants de cette pratique. Il y a de plus une forte production de toxines.
    * La longueur de l’agonie entraîne enfin des soubresauts violents accompagnés de défécation et émission d’urine, le tout éclaboussant toute la zone d’abattage !!!

On voit donc bien les conséquences pour la sécurité alimentaire des consommateurs.
C’est si vrai que le règlement européen, CEE 853/2004, dans son annexe, chapitre IV intitulé Hygiène de l’abattage, paragraphe 7, alinéa (a) dit : « LA TRACHÉE ET L’ŒSOPHAGE DOIVENT RESTER INTACTS LORS DE LA SAIGNÉE « ( avec une dérogation pour l’abattage rituel…).

Le problème est que, selon des estimations récentes, 50% environ de la viande consommée est maintenant halal.  Car si les musulmans sont encore minoritaires, ils ne consomment que certains morceaux, et qu’on ne peut laisser perdre le reste de la carcasse. De plus les industriels trouvent plus simple et plus profitable de n’avoir qu’une seule chaîne d’abattage : ainsi des bêtes entières qui seront consommées hors du marché halal sont néanmoins égorgées selon ce rite oriental.

Conclusion : On enfreint le sacro saint principe de précaution, pour respecter une pratique exotique irrationnelle, insoutenable sur tous les plans, basée sur une superstition moyenâgeuse absurde. Dans ces conditions, les actuelles dérogations à la règlementation européenne permettant l’abattage rituel sont elles acceptables ?

La multiplication des cas de toxi-infections alimentaires est en tous cas prévisible… et elle touchera surtout des non musulmans, inconscients de ces risques incontrôlés et dont les habitudes culinaires les amènent  à  consommer la viande beaucoup moins cuite.

  • Le mode d'abattage ne change en rien le goût de la viande (intervista a Yves-Marie Le Bourdonnec di Victoria Gairin, Le Point, 12 marzo 2012 [l'intervista completa, cliccando qui]):
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Selon vous, il faudrait donc abattre systématiquement par égorgement ?
Je ne dis pas cela. Je pense que les deux techniques sont bonnes, à condition qu'elles soient bien exécutées. Le problème aujourd'hui, c'est la cadence qui nous est imposée et les problèmes d'hygiène que l'on peut rencontrer dans certains abattoirs. Mais que la viande soit tuée selon le mode rituel ou non, ça n'a strictement aucune incidence sur sa qualité ! Ce qui est sûr, c'est qu'aujourd'hui, si le rythme industriel reste le même, l'égorgement serait plus efficace. Sinon, il faut revenir à de petites unités d'abattage, pour pouvoir étourdir correctement. [...]