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mercoledì 25 aprile 2012

La mano nascosta della Storia

La mano nascosta della Storia: chi vincerà le elezioni francesi

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L'immagine sopra è la copertina del 24 aprile 2012 di Libération. Che notate?

Non è così ovvio che il secondo turno delle elezioni politiche francesi venga vinto dal socialista François Hollande. Circa un punto di differenza lo separa da Nicolas Sarkozy. Non molto. Il resto dei voti espressi nel primo turno sono andati per il 18% al Front National di Marine Le Pen, per l'11% al comunista immigrationista Jean-Luc Mélenchon (il cognome sembra uno slogan per il mescolamento etnico) e per il 9% al centrista François Bayrou. Una situazione che può portare a qualunque risultato, nonostante tutto.

Ma, nonostante tutto, date pure per certo che vincerà comunque Hollande. Ha chiesto aiuto alla "mano nascosta".

Guy Arcizet, gran maestro del Grande Oriente di Francia, pochi mesi fa, ha affermato che molti politici hanno fatto la fila per prendere la parola nei templi della massoneria francese. Tra questi Hollande, Mélenchon e Bayrou, mentre Sarkozy non si è presentato, nonostante gli inviti (e nonostante una certa vicinanza agli stessi ambienti massonici. Vedere Les francs-maçons de Sarkozy, Sylvie Pierre-Brossolette, Le Point, 13 marzo 2009). Al contrario, Marine Le Pen non è stata invitata, in quanto ritenuta, come il padre, indesiderabile.

Roger Dachez, presidente dell'Istituto Massonico di Francia, ha affermato che François Hollande è "massonico-compatibile". Chissà se la "mano nascosta della Storia" ci metterà lo zampino...

Leggere anche: Comment les Francs-maçons manipulent les candidats, François Koch, L'Express, 6 gennaio 2012.
Oppure, più brevemente: Les francs-maçons et les candidats, Le Journal du Dimanche, 15 gennaio 2012.

Bolkenstein, sportelli all'estero, ecc.

Bolkenstein, sportelli all'estero, ecc.: esempi di apertura del mercato del lavoro agli stranieri, a discapito degli autoctoni

Alcuni recenti esempi, due italiani e uno francese, sulla continua apertura, anche in tempi di grave crisi economica e occupazionale, del mercato lavorativo agli stranieri, comunitari o extracomunitari.

Francia

In Francia, Pôle emploi, che corrisponde ai Centri per l'impiego italiani, quindi con lo scopo di monitorare la disoccupazione nazionale e aiutare i senza lavoro nella ricerca di un nuovo impiego, ha preso in carico anche il progetto TEAM (acronimo che sta per "tecniche educative, accompagnamento e mediazione"), nato, con finanziamenti europei, per facilitare l'immigrazione "professionale" da alcuni Paesi dell'Africa del Nord verso l'Europa.

Quello che è curioso è che lo stesso Pôle emploi è in acque alte. La crisi economica ha convinto la dirigenza a tagliare i costi e a ridimensionare. Negli ultimi due anni, 1600 sono i posti non rinnovati, dopo il pensionamento di altrettanti impiegati, e ciò è previsto per altri 2000 posti. Quindi 3600 agenti operanti sul territorio in meno. Il risultato è che coloro che attualmente lavorano per Pôle emploi si trovano a gestire simultaneamente anche 200 o 300 disoccupati, col rischio di non riuscire a raggiungere risultati apprezzabili [si veda l'articolo Grève à Pôle emploi : "Usagers maltraités, agents méprisés", Louis Morice, Le Nouvel Observateur, 14 novembre 2011].

Un quadro, perciò, che lascia perplessi: da un lato, disoccupazione crescente nella società, ma anche nella stessa agenzia per il lavoro, dall'altro, progetti per favorire gli allogeni. Nel mentre, alle elezioni politiche, i francesi stanno optando tra Hollande e Sarkozy. Poveri loro!

Italia - Primo esempio

L'Italia aprirà uffici (denominati UCL, uffici di coordinamento locale) in varie nazioni, sia d'area europea, sia africana, sia asiatica, con lo scopo di formare e reclutare lavoratori stranieri, da inserire poi nel mercato del lavoro italiano. Il progetto viene propagandato come uno scambio con i governi locali, in modo che essi aiutino a contrastare l'immigrazione illegale. Nel frattempo, in Italia, la disoccupazione è al 9,2%, mentre quella giovanile è al 31%.

Sul sito Stranieri in Italia, da cui abbiamo tratto l'articolo che seguirà, i commenti, anche di stranieri già presenti nel nostro Paese, è di stupore per tale iniziativa e di preoccupazione per la crisi. Ma di che si stupiscono? Lavoratorari stranieri hanno contribuito a togliere lavoro a qualche italiano. Presto, altri immigrati lo faranno con quegli stessi stranieri. E' la globalizzazione, poveri tutti!

Italia - Secondo esempio: Bolkenstein strikes again!

Dalla Sardegna, due esempi di applicazione della direttiva Bolkenstein, di diverso tenore, ma con l'unico risultato di togliere lavoro agli autoctoni. L'azienda energetica tedesca E.ON, per alcuni suoi impianti sardi, piuttosto che utilizzare lavoratori dell'isola, o perlomeno di altre regioni italiane, farà arrivare gli operai da una terra estremamente bisognosa di lavoro, ossia... la Germania.

Al contempo, il gruppo italiano Valtur, per alcuni villaggi vacanze nell'isola, intende non utilizzare più lavoratori stagionali locali, ma fare arrivare lavoratori dalla Romania, il cui compenso sarà decisamente più basso di quello sardo. In linea, quindi, con la tanto temuta direttiva. Può essere interessante, comunque, sapere che la DIA, la Direzione Investigativa Antimafia, sta indagando il gruppo Valtur per "un’inquietante sperequazione fra redditi e investimenti" [Valtur guarda avanti: "Le vendite non si fermano", Stefano Gianuario, TTGItalia, 23 marzo 2012]. Di che stupirsi?

  • [Exclusif] Alors que le chômage explose, Pôle emploi collabore à un programme européen visant à favoriser les migrations en provenance d’Afrique du Nord (Novopress Breizh, 3 aprile 2012):
Ancien patron de l’Inspection Générale des Finances, Jean Bassères a pris ses fonctions à la tête de Pôle emploi depuis 3 mois, où il a succédé à Christian Charpy. Quand il était le patron de Pôle emploi ce dernier avait commencé à mettre en place, conformément aux souhaits du Medef, une politique ouvertement mondialiste favorisant la « diversité » et la discrimination positive au détriment des salariés « de souche », et ce alors que le nombre des chômeurs français connaissait une augmentation sans précédent.

Interrogé dans Actions, le magazine de Pôle emploi, Jean Bassères  - qui déclarait il y a peu « ne pas avoir une connaissance approfondie »  de sa nouvelle affectation – multiplie lieux communs et déclarations lénifiantes : « notre mission est plus essentielle que jamais,…nous allons écrire une nouvelle page,…nous devons profiter de l’expérience de chacun, …l’engagement de tous est nécessaire,… nous devons nous projeter dans l’avenir avec confiance…, nous allons définir un nouveau contrat social. »

En réalité le nouveau responsable de Pôle emploi entend bien  poursuivre  la politique initiée par Christian Charpy. Pour preuve, Pôle emploi vient de prendre en charge le projet TEAM (« Techniques Educatives, Accompagnement et Médiation ») « pour faciliter les migrations professionnelles ». De quoi s’agit-il en réalité?

Ce projet – en grande  partie financé par l’Union européenne -  vise à « améliorer et faciliter  pendant deux ans la gestion des migrations de main d’œuvre vers l’Europe – et en particulier la France – de cinq pays d’Afrique du nord : Mauritanie, Maroc, Algérie, Tunisie, et Egypte». Seule la Libye manque à l’appel. Mais comme on le sait ce pays rencontre  actuellement quelques « problèmes ».

Répondant à des enjeux clairement géopolitiques, ce programme se veut « un élément de réponse aux évolutions probables concernant la mobilité internationale, car les flux migratoires en provenance d’Afrique du Nord demeureront importants (sic). » Le chef de projet à Pôle emploi, M. Sadiki, n’en attend rien moins qu’une « gestion efficace de la mobilité internationale de main d’œuvre en renforçant  les systèmes de prospection à l’étranger et les parcours migratoires pilotes ». Les résultats de ces actions seront bien sûr « présentés à la Commission européenne. »

Cette nouvelle mesure prise par Bruxelles, et que la France entend appliquer, intervient au moment où le taux de chômage de la zone euro a atteint, selon l’Office européen des statistiques Eurostat, son plus haut niveau depuis quinze ans, avec 17,13 millions de personnes, soit 10,8 % de la population active. La France compte pour sa part 4,278 millions de chômeurs au 1er mars 2012.

« Ce projet doit-il être une priorité pour Pôle emploi ? » s’interroge un cadre de cet organisme, qui précise « lors de sa création en 2008, Christine Lagarde avait  prévu que chaque agent aurait en charge la  gestion d’un « portefeuille » de 60 chômeurs. Or la moyenne est aujourd’hui de près de 150, atteignant même le chiffre de 250 dans certaines agences. Parallèlement le Gouvernement a baissé de 12 % pour 2012 le budget de la mission emploi. Les demandeurs d’emploi ont du souci à se faire. »

En campagne pour sa réélection, Nicolas Sarkozy ne cesse de répéter depuis quelque temps qu’il entend réduire l’immigration, n’hésitant pas à se poser en défenseur d’un modèle social français qui, selon ses propres dires, ne « résisterait pas » à un afflux d’étrangers. « Il y a un moment où nous devons dire par souci de l’équilibre de nos comptes sociaux [...] que nous ne pouvons pas accueillir tout le monde », a-t-il ainsi déclaré dans les Yvelines le 28 février dernier. Un thème qu’il développe depuis avec une constance et une assurance à la hauteur de son bilan – en matière d’immigration son quinquennat aura produit un solde positif d’immigrés évalué, selon les sources, entre un et deux millions de personnes.

Apparemment  l’ambition affichée par  Pôle emploi de collaborer au projet bruxellois visant à assurer une « gestion efficace de la mobilité internationale de main d’œuvre en renforçant  les systèmes de prospection à l’étranger et les parcours migratoires pilotes » n’a pas semblé jusqu’à présent déranger outre mesure le Président de la République. Il est vrai qu’en matière de double langage l’homme est un expert confirmé.

  •  L’Italia apre sportelli all’estero per reclutare immigrati (Elvio Pasca, Stranieri in Italia, 11 aprile 2012):
L’Italia apre sportelli all’estero per selezionare, formare e reclutare lavoratori stranieri. A questi verrà riservato un canale preferenziale per arrivare qui, superando la lotteria del decreto flussi.

Va in questa direzione un protocollo d’intesa firmato a fine marzo dalla Farnesina e dal ministero del Lavoro, che permetterà  quest’ultimo di istituire uffici distaccati (Uffici di Coordinamento Locali, UCL) presso alcune ambasciate. Avranno il compito di concretizzare alcuni passaggi fondamentali degli accordi sull’immigrazione stretti da l’Italia e altri Paesi, quelli in cui, in cambio di una collaborazione nel contrasto dei flussi clandestini, il nostro Paese offre programmi specifici e quote di ingresso regolare.

Ci sono accordi già sottoscritti con Egitto, Albania, Moldova e Sri Lanka,  si lavora a chiudere quelli con Bangladesh, Ghana, Marocco, Tunisia e Perù, altri sono in programma con India, Cina, Ecuador, Filippine ed Ucraina. Come si legge in una nota del ministero del Lavoro, gli UCL dovranno “interagire con le autorità competenti ed i servizi per l'impiego locali per favorire l'incontro tra domanda ed offerta di lavoro in Italia”.

“Questi uffici –spiegano ancora in via Fornovo - dovranno anche facilitare la realizzazione di programmi di formazione pre-partenza in accordo con le autorità e le strutture formative locali”. Dovranno poi “fornire assistenza tecnica alle controparti finalizzata alla creazione di liste di candidati a lavorare in Italia sulla base dei fabbisogni del mercato italiano e dei criteri indicati dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali”.

Commenti dei lettori:

#4 NICOLA 2012-04-12 21:17
E non chiedevi quanto costano i corsi di formazione, che è meglio. Un altro sistema fantasioso da cui dovrebbe nascere incontro tra domanda e offerta di lavoro (a distanza!!)
#3 shani 2012-04-11 23:18
;-) questo inziativa per aprire i sporetelli all'estero e solo una propaganda del governo italiano,in posto per selezionare i clandestini gia in italia,loro fano propaganda all'estero pensaceti.

#2 SCHIFO 2012-04-11 20:06
SCUSATE, CON TUTTI IMMIGRATI REGOLARI, IN ITALIA, S E N Z A
LAVORO, CE' BISOAGO DI ANDARE AL ESTERO, PER REGLUTARE ALTRI?! E PROPIO NEI PAESI DEI COROTTI NOR AFRICANI, E ALTRI?!

#1 M 2012-04-11 19:46
Bisgona prima di tutto far lavorare l´esercito infinito dei disoccupati sia italiani che stranieri, prima di fare questo passo irresponsabile e pericoloso, perché si rischierebbe di sovarggiungere nuova disperazione a quella giá esistente, con il rischio di scatenare il conflitto tra poveri !!

  • E.ON e Valtur: Colli (PSD'Az), inaccettabili atti di pirateria imprenditoriale, istituzioni impediscano importazione lavoratori stranieri in Sardegna (Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, 17 aprile 2012):
“E’ davvero vergognoso che importanti aziende come E.On. e Valtur possano soltanto aver pensato di fare arrivare in Sardegna lavoratori da Germania e Romania”. Lo ha dichiarato il Segretario Nazionale del Psd’az Giovanni Angelo Colli, riferendosi all’arrivo di operai tedeschi per la manutenzione programmata degli impianti E.On. di Fiume Santo e alla probabile assunzione di 300 addetti romeni per i villaggi turistici Valtur di Golfo Aranci, dell’isola di Santo Stefano e di Alghero. “E’ inaccettabile che tutto questo capiti proprio mentre la Sardegna aspetta ancora da E.On. i 700 milioni di euro di investimenti promessi negli accordi con le Istituzioni per gli impianti di Porto Torres – prosegue Colli – portando all’esasperazione un territorio già fortemente martoriato dalla disoccupazione e disilluso dall’inconcludenza delle annose vertenze industriali”. Non meno grave, per il Segretario sardista, è la paventata assunzione da parte di Valtur per i propri villaggi in Sardegna di 300 unità lavorative romene: “Valtur, attraverso un uso forzato e distorto della normativa che nasce per favorire la libera circolazione dei servizi in ambito europeo intende aggirare gli ostacoli importando in Sardegna mano d’opera a basso prezzo dalla Romania”. Secondo Colli infatti “sia E.On. che Valtur sembrano inequivocabilmente voler portare avanti una predazione delle nostre risorse in cambio di nulla, dimenticando i tanti vantaggi e le agevolazioni ottenute negli anni dalla Sardegna. Si rende perciò necessario un effettivo esercizio di sovranità da parte degli Enti locali e del Governo regionale che vada ben oltre le consuete dichiarazioni di protesta e percorra invece la strada di norme e regolamenti che possano disincentivare anche per il futuro analoghe iniziative di pirateria imprenditoriale”.

Guerra (economica) alla Svizzera

Guerra (economica) alla Svizzera: dichiarazione del CEO di UBS

Come spunto ulteriore rispetto a quanto riportato in un precedente intervento [26 febbraio 2012], ecco arrivare una dichiarazione di Sergio Ermotti, a capo della banca svizzera UBS, sulla nazione elvetica e la sua economia sotto attacco internazionale, sia dell'UE che degli USA. Qualcuno dirà: "va be'! E' un banchiere che si lamenta di altri banchieri e politici!" Certo, ma la Svizzera è una realtà indipendente e libera. E come tale dovrebbe avere le simpatie di molti, dati i tempi totalitari che corrono. E ricordatevi che una guerra economica è una guerra.

  • E' guerra economica per la Svizzera (Ticino News, 22 aprile 2012):
Gli attacchi al segreto bancario svizzero non sono altro che una guerra economica. È quanto sostiene il Ceo di Ubs Sergio Ermotti. La Svizzera è sotto attacco dal 2008, ha dichiarato in un'intervista apparsa oggi sulla «SonntagsZeitung».

L'obiettivo di questa guerra è indebolire la piazza finanziaria elvetica. In particolare, si tratta di colpire due grandi banche svizzere importanti a livello internazionale. Queste cose vanno dette, ha affermato Ermotti. Non solamente politici stranieri avrebbero interesse a questa aggressione, ma anche «nostri concorrenti».

«Le nostre banche gestiscono 2,2 bilioni di franchi di capitali stranieri. Certe banche concorrenti, provenienti da altre piazze finanziarie, vorrebbero guadagnarsi una fetta di questo mercato», ha sostenuto il Ceo di Ubs .

La Svizzera ha già dovuto fare troppe concessioni. Un errore è stato fare queste concessioni troppo velocemente. I cambiamenti sarebbero dovuti avvenire molto più lentamente. L'attuale sistema di lavoro si è sviluppato in 60 anni, ed ora dovrebbe cambiare tutto entro un anno.

giovedì 19 aprile 2012

Aggiornamento sui marò arrestati in India

Aggiornamento sui marò arrestati in India: spie indiane in azione in Italia e Procura di Roma che indaga... gli stessi marò

Iniziamo col dire che, secondo gli ultimi aggiornamenti sul caso ad opera dell'ingegner Luigi Di Stefano, la perizia indiana sulle armi dei marò italiani sarebbe stata falsificata. Questo in linea con gli altri strani elementi del caso, tutti convergenti verso un'accusa ingiusta nei confronti dei nostri soldati.

Crisi Italia /India - Vicenda della petroliera Enrica Lexie (Analisi tecnica)

A ciò, bisogna aggiungere le due novità citate nel titolo, ossia l'azione, divenuta particolarmente intensa nelle ultime settimane, dei servizi segreti indiani su territorio italiano, cosa che, se vera, mostrerebbe il solito, ridicolo, cialtronesco silenzio del governicchio tecnico di Mario Monti e la passività mortifera delle autorità italiane, con in più la decisione della Procura di Roma di iscrivere i due marò nel registro degli indagati per omicidio volontario. Con ciò finendo per accettare, come punto di partenza per l'indagine, le accuse indiane, che ormai sappiamo essere false.

Il ministro della Giustizia, Paola Severino, afferma che le famiglie dei militari indagati "con il loro comportamento stanno dimostrando dignita' e un alto senso dello Stato e delle istituzioni". Non altrettanto bene si può dire di questi pusillanimi e inutili ammenicoli che governano la nazione italiana. Gli italiani devono rendersi conto, anche da simili episodi, che è tempo di voltare pagina. Definitivamente. Totalmente. E ovviamente non ci riferiamo solo ai tecnici montiani.

  • Le spie vogliono incastrare i marò (Daniele Raineri, Il Foglio, 17 aprile 2012):
Agenti dei servizi indiani che fanno base all’ambasciata del governo di Nuova Delhi a Roma sono a caccia di informazioni sui marò e di un esemplare di fucile d’assalto Beretta Arx-160 e anche di alcuni proiettili o almeno di qualche bossolo. La presenza di spie in ambasciata è una cosa naturale: in tutto il mondo i servizi segreti all’estero fanno riferimento alle proprie sedi diplomatiche. Questo tipo di indagine è invece più insolito e gli agenti si sono fatti notare. L’ambasciata può spedire il frutto delle ricerche in patria con un bagaglio diplomatico non soggetto a controlli.

L’operazione su territorio italiano coincide con un’impasse inspiegabile nel processo ai due militari del reggimento San Marco in carcere con l’accusa di omicidio. Il fatto è avvenuto il 15 febbraio al largo delle coste del Kerala. Le prime indiscrezioni sulle perizie balistiche eseguite sulle armi sequestrate a bordo della petroliera Enrica Lexie sono trapelate un mese più tardi, a metà marzo. Oggi sono passati due mesi: i risultati degli esami non sono ancora ufficiali e potrebbero non esserlo fino alla fine di maggio, perché venerdì scorso è cominciata la sospensione dei lavori negli uffici per le “vacanze di primavera” dello stato indiano. Non in Italia però e questo è un mistero a lato: perché il ministero degli Esteri non si fa sentire e non sollecita i risultati definitivi e ufficiali su armi che sono in mano agli indiani da due mesi? Intanto ieri i giudici con una manovra dilatoria  hanno prolungato di altri 14 giorni la detenzione di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone.

Perché le spie indiane sono costrette ad attivarsi in Italia? Le indagini ufficiali si sono infilate in una strada senza uscita per colpa di risultati balistici senza senso. Prima il professor Sisikala, anatomopatologo del tribunale, ha sostenuto dopo l’autopsia – compiuta il giorno seguente la morte dei due pescatori, il 16 febbraio – di avere recuperato un proiettile di cui è stato indicato non il calibro e la lunghezza in millimetri, come si fa di solito, ma la circonferenza in centimetri. Per il perito Luigi Di Stefano, intervistato dal direttore di Analisi Difesa, Gianandrea Gaiani, non ci sono dubbi: è un proiettile 7,62x54R, sparato da un’arma di fabbricazione sovietica e sicuramente non un proiettile calibro 5,56x45 in dotazione alle forze italiane. Poi è successo che la responsabile del dipartimento di balistica di Trivandrum, N.G. Nisha, ha detto all’agenzia Ansa che le armi che hanno ucciso i pescatori sono due fucili d’assalto Beretta Arx-160. Il problema è che si tratta di modelli avanzati, assegnati per una valutazione sul campo ai reparti speciali impegnati in Afghanistan e anche al reggimento San Marco da cui provengono i due marò – ne ha alcuni in prova ma non li ha ancora adottati. A bordo della petroliera le autorità indiane hanno sequestrato sei fucili di modello meno avanzato, i Beretta Ar 70/90, e due mitragliatrici leggere di fabbricazione belga Fn Minimi, pure quelle nella normale dotazione dei marò. Eppure, dopo avere testate tutte le armi sequestrate, i periti balistici indiani sostengono che a sparare sarebbero stati i nuovi Arx-160 (e come si spiega che i proiettili trovati dal dottor Sisikala nei corpi sono di un calibro differente?). Dalle perizie sono stati concretamente esclusi gli esperti dei carabinieri mandati dall’Italia, ammessi a parte degli esami e soltanto come osservatori senza diritto di parola.

Dalle informazioni sullo spionaggio in Italia alla vicenda inspiegabile dei risultati balistici, la Farnesina ha scelto la strada: adottiamo un profilo dimesso, saremo premiati. Non soltanto affida la strategia di difesa al difetto di giurisdizione e non anche ai fatti materiali, ma rilascia dichiarazioni che non metteranno mai in crisi Nuova Delhi: “Le armi onestamente potrebbero anche non essere appartenute al contingente italiano”, ha detto il ministro degli Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata, il 5 aprile scorso. Il sottosegretario Staffan De Mistura sospira: “Prevedo una soluzione non a breve termine, che deve essere anche politica”. Anche se è chiara l’intenzione degli indiani di imporsi su una questione internazionale con un atto di forza.

  •  India: Severino, Procura Roma indaga per omicidio volontario i due maro' (Agenzia ASCA, 18 aprile 2012):
''La Procura della Repubblica di Roma, sulla base della ritenuta giurisdizione italiana'' riguardo alla vicenda dei due maro' detenuti nello stato indiano del Kerala, ''ha iscritto al numero 9463/2012 un procedimento nei confronti dei militari Massimiliano Latorre e Salvatore Girone indagandoli per omicidio volontario''.

Lo ha dichiarato il ministro della Giustizia, Paola Severino, nel corso del question time alla Camera precisando che la stessa procura ''sta inoltre procedendo contro ignoti per il reato di pirateria nella forma del tentativo di relazione al mercantile Enrica Lexie''.

''Confermo in pieno l'impegno del governo per riportare in Italia i due maro'. L'esecutivo sta esperendo tutte le inziative del caso impegnandosi sia sul piano politico che sul piano tecnico giuridico'', ha aggiunto la Severino. Che ha infine espresso ''massima solidarieta' alle famiglie dei due fucilieri provati da questa terribile esperienza che con il loro comportamento stanno dimostrando dignita' e un alto senso dello Stato e delle istituzioni''.

martedì 17 aprile 2012

Ma che rivoluzione d'Egitto!

Ma che rivoluzione d'Egitto! Chi s'illude s'imbroda

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La foto che vedete sopra è il momento (per così dire, essendo stato lungo una quarantina di minuti) in cui l'inviata di France 3, Caroline Sinz, veniva stuprata, ripresa dalle telecamere di colleghi stranieri, dai manifestanti a Piazza Tahrir al Cairo, nel mese di novembre 2011. Mesi prima, a febbraio, la sudafricana Lara Logan, inviata per la statunitense CBS, veniva ugualmente malmenata e violentata, sempre nella stessa piazza, sempre da un gruppo di manifestanti.

Tempo dopo, la Sinz ha provato a "spiegare" ciò che potrebbe aver scatenato quanto avvenuto: la "stanchezza dei manifestanti"... i "capelli biondi della giornalista"... "come le donne vengono trattate in Egitto"... "gli occidentali tutti sionisti"... ecc., ecc (La journaliste de France 3 agressée au Caire témoigne, Emmanuelle Anizon, Telerama, 25 novembre 2011). A noi, invece, sembra veramente curioso che i manifestanti non sapessero che l'assoluta maggioranza dei mezzi di comunicazione occidentali sul posto fossero sostanzialmente dalla loro parte. Quindi, niente "stanchezza dei manifestanti" e niente "occidentali sionisti". Rimangono solo il "modo in cui le donne sono trattate in Egitto" ed "i capelli biondi" della giornalista. E per inciso, anche la Logan li ha biondi...

Scrive Alfredo Macchi, alle pagine 96-97 del suo "Rivoluzioni s.p.a. - Chi c'è dietro la Primavera Araba": "Gli scontri si sono estesi ad altri quartieri, si sentono spari e sirene da tutte le direzioni. Nel grande piazzale 6 Ottobre, che porta alle spalle del Museo Egizio, sotto il cavalcavia centinaia di ragazzi continuano la sassaiola contro gli automezzi blindati della polizia. Ad un tratto cala il silenzio, rotto solo dal muezzin: è di nuovo l'ora della preghiera. Manifestanti e poliziotti si inginocchiano sull'asfalto e si rivolgono allo stesso dio. Per cinque minuti tutto è immobile, tranne le teste che si alzano e abbassano, in sincronia. Poi tutto riprende come prima: urla, spari, sirene."

Nell'articolo "2012, incognita I" di Mostafa El Ayoubi, in origine su Nigrizia del 4 gennaio 2012 [citato nell'intervento del 5 febbraio 2012] si ricorda che: "Intanto, gli islamisti continuano ad avanzare. Hanno stravinto in 9 delle 27 province in cui si sono svolte le elezioni: 36% dei voti per i fratelli musulmani e 24% per i salafiti. Va ricordato che i primi avevano preso parte alla rivoluzione solo in un secondo momento, mentre i secondi l'avevano addirittura ostacolata con le loro fatwe. Gli islamisti, che alla fine avranno la maggioranza politica, opteranno probabilmente per una coabitazione con i militari. Una coabitazione auspicata da molti governi occidentali. In effetti, è in corso da mesi una frenetica attività diplomatica per riabilitare il movimento della Fratellanza islamica come movimento moderato. Quanto ai salafiti, sarà compito dei sultani del Golfo Persico, Arabia Saudita e Qatar, addomesticarli."

Al di fuori dell'Egitto, nell'Afghanistan dei talebani, numerosi attentati, negli ultimi due giorni, hanno colpito varie ambasciate e il Parlamento a Kabul. Attentati effettuati come rappresaglia per alcune copie del Corano bruciate in una base militare statunitense.

Nel mentre, in Germania stanno per essere distribuiti gratuitamente, ad opera di una organizzazione salafita, diversi milioni di copie sempre del Corano (Berlino, Corano da strada, Pierluigi Mennitti, Lettera43, 12 aprile 2012).

Un vento di follia sembra essersi abbattuto sul nostro pianeta e non accenna a placarsi.

[Segnalazioni librarie] Rivoluzioni s.p.a. - Chi c'è dietro la Primavera Araba

[Segnalazioni librarie] Rivoluzioni s.p.a. - Chi c'è dietro la Primavera Araba (di Alfredo Macchi)

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E' uscito in queste settimane, per il piccolo editore Alpine Studio, un volume ad opera del giornalista e inviato speciale Alfredo Macchi, che documenta come dietro l'etichetta "Primavera Araba" ci sia una campagna mediatica e una strategia orchestrata dall'Occidente (USA in testa) e dai Paesi arabi più ricchi, allo scopo di controllare il corso politico nordafricano e mediorientale, creando l'illusione di maggiori libertà o eliminando regimi non più graditi. Tale azione, oltre a inquietare in sé, per la capacità di distruggere la sicurezza interna delle nazioni prese di mira, inquieta anche per lo spazio dato ai movimenti e gruppi fondamentalisti e terroristici di fede maomettana, lasciati liberi di spaziare tra aree differenti, contribuendo alla crescita della violenza e del caos [vedere anche 5 febbraio 2012] e gettando un'ombra oscura sulla storia degli ultimi anni, a partire dai fatti dell'11-9.

Anche perché, ad un certo punto, Macchi scrive: "Un cambio di rotta, per gli Stati Uniti, nei confronti dei loro tradizionali alleati, non privo di rischi, ma che doveva essere affrontato prima che lo facessero frange estremiste più ostili." Ma se gruppi come la fantomatica al-Qaeda si stanno espandendo in Libia e in Siria, anche grazie alla "Primavera Araba", quali sarebbero le "frange più ostili"?

  • Gratta la "Primavera Araba", scopri chi si nasconde dietro gli account di Twitter e Facebook e trovi l'oscuro ruolo dei servizi USA (Dagospia, 26 marzo 2012):
Stavolta ci sarebbero le prove. Documenti ufficiali, raccolti nel libro "Rivoluzioni S.p.A." del giornalista Alfredo Macchi (in uscita mercoledì per Alpine Studio Editore e in anteprima su Dagospia), dimostrerebbero per la prima volta come, dietro alle rivolte che hanno caratterizzato la cosiddetta "Primavera Araba", ci sia lo zampino degli Stati Uniti, interessati a rovesciare i regimi ostili al libero mercato per imporre la propria influenza economica e mantenere il controllo su una zona ricca di risorse energetiche.

Un ruolo fondamentale sarebbe stato giocato dall'Alliance of Youth Movements, organizzazione creata nel 2008, circa due anni prima della vera e propria esplosione della Primavera Araba, dal Dipartimento di Stato di Washington e sponsorizzata dalle maggiori aziende americane.

A quella che da lì a pochi mesi sarebbe diventata la "Movements.org", partecipano diversi gruppi di giovani attivisti provenienti da tutto il mondo (fra gli altri: Colombia, ex Birmania, Venezuela), compresi quelli del "Movimento 6 Aprile", protagonista della rivolta in Egitto. Movements.org, che si prefigge di "aiutare gli attivisti per ottenere un più rilevante impatto sulla scena mondiale", tramite il suo sito internet offre suggerimenti su come aggirare la censura informatica dei regimi, organizza incontri con esperti di software e corsi per usare al meglio i social network. Apparentemente, tutto questo in nome della democrazia e della libertà di pensiero.

Nella pratica, gli americani hanno capito quale potente strumento possa essere la comunicazione 2.0, e quindi in primis i social network come Twitter, Facebook e YouTube. Strumenti in grado di mobilitare i giovani e, se necessario, di rovesciare un regime. Proprio quello che serviva agli Stati Uniti nel caso della Tunisia, dell'Egitto, della Libia, dello Yemen, della Siria. Come scrive Macchi, sulla base delle analisi dei centri di ricerca strategica della Casa Bianca, "sacrificare vecchi amici come Ben Alì, Mubarak, Saleh e tradizionali nemici, come Gheddafi e Assad, in nome del libero mercato, è una scelta obbligata per Washington.

Un cambio di rotta, per gli Stati Uniti, nei confronti dei loro tradizionali alleati, non privo di rischi, ma che doveva essere affrontato prima che lo facessero frange estremiste più ostili".

Nelle rivolte nei vari paesi, diversi attivisti dell'opposizione sarebbero stati addestrati negli Stati Uniti e in una scuola di Belgrado in particolare alla disobbedienza civile e alle tattiche di azione non violenta, molto simili alle tecniche di guerriglia non armata studiate dalla Cia.

Nei giorni delle proteste vennero diffusi, da Anonymous e da altre ignote fonti, alcuni manuali che spiegavano nel dettaglio ai manifestanti come organizzarsi, cosa indossare, cosa scrivere sui muri, quali bandiere portare. Parallelamente alcuni sceicchi arabi hanno finanziato movimenti e loro uomini tra gli insorti. Nei più difficili scenari sarebbero stati inviati sul posto alcuni esperti combattenti per affiancare i ribelli. Macchi racconta di personaggi che hanno combattuto con i ribelli in Libia ricomparsi dopo alcuni mesi in Siria.

Gli Stati Uniti starebbero in pratica sostenendo i moti di rivolta in alcuni paesi del Medio Oriente per evitare che l'area d'influenza cada nelle mani sbagliate. Una partita tra le grandi Potenze per le risorse strategiche che si gioca sulla testa della popolazione civile che, oppressa, combatte per la propria libertà, mentre in gioco c'è soprattutto la competizione tra Stati Uniti, Russia e Cina.

Americani che, pur di raggiungere il loro scopo, si stanno esponendo al rischio di appoggiare movimenti come quello dei Fratelli Musulmani, che hanno comunque importanti (e ingombranti) radici integraliste e che non hanno mai nascosto la loro aspirazione al "trionfo dell'egemonia islamica nel mondo". Lo stesso rischio che si assunsero nell'armare Osama Bin Laden.

  • “Rivoluzioni Spa”, i retroscena della Primavera araba: gli Usa dietro le rivolte 2.0 (Il Fatto Quotidiano, 28 marzo 2012):
“Sicuramente queste rivoluzioni sono un passo in avanti sulla strada dei diritti e della democrazia. Ma è ormai abbastanza evidente che dietro ci siano stati gli interessi delle grandi potenze”. Alfredo Macchi esce oggi nelle librerie con Rivoluzioni S.p.A. – Chi ha suggerito la Primavera Araba (Alpinestudio) [il titolo corretto è Rivoluzioni s.p.a. - Chi c'è dietro la Primavera Araba, ndr] il primo libro di inchiesta sulle rivoluzioni arabe e i social media, cassa di risonanza delle rivolte maghrebine. Soprattutto per il mondo occidentale.

L’inchiesta nasce quando il giornalista, inviato in Egitto nei 18 giorni di rivolta contro l’ormai ex rais Hosni Mubarak, rimane colpito da ”una strana coincidenza: il simbolo del movimento protagonista della rivolta era lo stesso di un movimento che aveva fatto la rivolta in Serbia nel 2000”. Secondo l’autore, infatti, “gli americani hanno la loro idea su come portare la democrazia. Forse Bush premeva più sul Pentagono. Obama preferisce 2.0. Ma il loro scopo è questo”.

Ipotesi che aprono scenari di interpretazione finora inediti. Spunta il ruolo di una scuola di Belgrado, dove ”almeno uno, se non più attivisti del Movimento del 6 Aprile (della rivolta di piazza Tahrir, ndr), sono andati a studiare tecniche di rivolta non violenta”. Una scuola, spiega Macchi, ”collegata al movimento Otpor serbo” e con ”dietro una serie di finanziamenti da parte di Ong e fondazioni americane”, una ”rete impressionante” di enti ”in realtà finanziati dal Congresso di Washington attraverso istituti in mano a repubblicani o democratici”. Belgrado, però, è solo la punta dell’iceberg. Secondo l’autore infatti attivisti egiziani, tunisini, yemeniti, siriani sono stati negli Usa per l’addestramento.

E documenti ufficiali, pubblicati per la prima volta, svelano l’appartenenza all’Alliance of Youth Movements – organizzazione creata nel 2008 dal Dipartimento di Stato americano e sponsorizzata dalle maggiori aziende americane – del Movimento del 6 Aprile. La parola d’ordine sarebbe ”aiutare a superare le censure dei regimi, rimanendo anonimi, a fare attività politica tramite i social network”. Emerge che gli Usa sostengono i movimenti più laici e legati ai social network mentre le monarchie arabe rispondono supportando quelli religiosi. Perché gli Stati Uniti intendono abbattere i regimi ostili al libero mercato, obiettivo di un disegno geostrategico per l’area mediorientale degli interessi per le risorse petrolifere, che coinvolge Russia e Cina.

Pubblichiamo un estratto di Rivoluzioni S.p.A. – Chi ha suggerito la Primavera Araba dal capitolo: “Il grande gioco del potere

Diverse fondazioni e organizzazioni private a Washington, a Belgrado e a Doha, hanno offerto assistenza agli attivisti. Alcuni di loro sono stati addestrati da associazioni dietro le quali si possono intravedere la CIA o altri servizi segreti. Quasi tutte le rivolte sono state precedute da un’intensa attività di blogging sul web e sui social network: un mondo virtuale, come abbiamo visto, dietro cui si può nascondere chiunque. Alcune insurrezioni hanno seguito lo schema tattico della non violenza, quello teorizzato da Gene Sharp, Robert Helvey e Peter Ackerman, altre sono degenerate in guerre civili. In quel caso le forze speciali inglesi, francesi e americane hanno addestrato e aiutato i ribelli, soldati e mercenari hanno combattuto sul campo, sostegno logistico e armamenti sono stati offerti dai servizi segreti di mezzo mondo.

Quasi sempre insomma c’è stato l’appoggio all’una o all’altra parte delle potenze interessate a controllare il cuore petrolifero del pianeta. Non è certo una novità: per decenni le rivoluzioni sono state appoggiate o contrastate dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica che si sfidavano in ogni angolo del pianeta, fornendo soldi, armi e istruttori militari alle fazioni loro “amiche”. Sul tavolo oggi c’è un piatto molto appetibile che si chiama MENA, acronimo che sta per Middle East and North Africa, e che raggruppa il sessanta percento delle riserve mondiali di petrolio e quasi la metà di quelle di gas naturale.

[...] La Primavera Araba, preparata o meno che fosse, è stata per Washington l’occasione per sbarazzarsi di regimi legati in qualche modo alla vecchia concezione statalista e nazionalista dell’economia, eredità del socialismo sovietico in salsa araba. In ballo c’è, come avvenuto dopo la caduta del Muro di Berlino nell’est Europa, un grande mercato dove fare largo alle imprese americane, finora osteggiate dal diffuso anti-americanismo islamico. «Le rivoluzioni democratiche in Tunisia, Egitto e Libia, e quelle ancora in corso in Siria e Yemen, sono imbevute di spirito imprenditoriale », ha detto il vicepresidente americano Joe Biden, parlando il 3 dicembre 2011 a Istanbul ad un convegno di imprenditori interessati a promuovere l’iniziativa privata nel mondo arabo. Sacrificare vecchi amici come Ben Alì, Mubarak, Saleh e tradizionali nemici, come Gheddafi e Assad, in nome del libero mercato, è una scelta obbligata per Washington.

Un cambio di rotta, per gli Stati Uniti, nei confronti dei loro tradizionali alleati, non privo di rischi, ma che doveva essere affrontato prima che lo facessero frange estremiste più ostili. La situazione in Nord Africa e in Medio Oriente all’inizio del 2011 è drammatica: un terzo degli abitanti della regione vive con meno di due dollari al giorno, il prodotto interno lordo dei ventidue paesi della Lega Araba è inferiore a quello della Spagna, circa metà della popolazione adulta è analfabeta, oltre trecento milioni di giovani saranno in età di lavoro entro il 2020 e per assorbirli sarebbe necessario creare sei milioni di nuovi posti ogni anno. Moltissimi di questi giovani vorranno emigrare verso paesi più benestanti.

Il summit del G8 di Sea Island, in Georgia, nel 2004 ha preso impegni precisi per evitare il collasso dell’area MENA: promozione di democrazia e buon governo, espansione della conoscenza e delle opportunità economiche. L’esempio indicato per l’intera area è quello della Turchia, paese dove oggi governa un partito islamico moderato, ben disposto alle opportunità del mercato e della libera impresa.

lunedì 16 aprile 2012

Concorso Miss Universo aperto ai transgender

Concorso Miss Universo aperto ai transgender: riflettendo su una ricerca

  • Testo aggiornato in data 30 aprile 2012: vedere più avanti

Alcuni giorni fa è uscita la notizia dell'apertura del concorso di Miss Universo, che dovrebbe premiare teoricamente la donna più bella del mondo, anche agli uomini operatisi per divenire donna. Sorvolando sulla scusa che ha portato a tale decisione, che ci interessa relativamente poco, rimaniamo invece alla questione in sé, ma lo facciamo partendo un po' da lontano.

Un paio di anni fa, sono stati pubblicati i risultati di una ricerca dell'università di Princeton, condotta dalla psicologa Susan Fiske, sul modo in cui gli uomini "vedrebbero" le donne, qualora entrino in gioco sensualità e/o nudità. Secondo i risultati ottenuti, mostrando immagini di donne in pose o vesti discinte o in costume da bagno, gli uomini tenderebbero a pensare i soggetti femminili come oggetti da manipolare. Le aree del cervello che si attiverebbero sono le stesse che si attivano nel momento in cui bisogna lavorare con oggetti meccanici, come gli attrezzi da carpentiere (immaginiamo già le battute di molti. Forse anche le espressioni volgari hanno una loro proverbialità). Al contrario, le aree del cervello che tendono a non attivarsi sono quelle legate all'immedesimazione nei pensieri e sentimenti altrui. Tale tendenza risulterebbe maggiore nei soggetti con una sorta di pregiudizio contro le donne.

La ricerca è stata effettuata solo su soggetti maschili eterosessuali. Manca perciò una controprova su soggetti femminili [1] e su soggetti omosessuali, maschili o femminili o transgender. Esiste però una sorta di controprova, effettuata dall'equipe stessa della dottoressa Fiske. Foto di ragazze in bikini e di ragazze vestite sono state mostrate sia a uomini che a donne. Gli uomini tendevano ad associare verbi come "maneggiare" alle ragazze in bikini, declinandoli alla prima persona singolare (perciò: io maneggio...), mentre li declinavano alla terza persona singolare femminile con le ragazze vestite (lei maneggia...). Le donne esaminate, invece, non hanno dato un esito così netto.

Lo studio, a nostro parere, ha un grosso difetto: è ambiguo nel suo oscillare tra "immagini" e "donne reali". La Fiske afferma che in ambito lavorativo, dati i risultati della ricerca, bisognerebbe evitare una certa esibizione del corpo femminile, che induce nell'uomo un certo interesse sessuale. E' una banalità, naturalmente. E' ovvio che un uomo normale, vedendo una donna ai suoi occhi sensuale, tenda a non essere più indifferente. Ci sembra invece decisamente superficiale il partire da uno studio basato su immagini, per inferire che ciò valga anche con soggetti reali. Ogni uomo può sicuramente testimoniare come l'interazione reale con una donna, ritenuta sensuale e desiderabile, sia molto più complicata, anche se magari non necessariamente ad un profondo livello psicologico.

Ora, se per quanto concerne l'interazione reale uomo-donna la ricerca è molto opinabile, per quanto riguarda la questione delle immagini la troviamo interessante. L'immagine non è la cosa e ancor meno non è la persona. L'immagine è una costruzione arbitraria rispetto alla cosa e alla persona, ma non rispetto ad un certo scopo. Se costruiamo una immagine, tanto più in un mondo iper-mediatizzato come quello occidentale attuale, lo facciamo sempre per raggiungere un certo risultato. Allo stesso tempo, chi recepisce l'immagine può farlo passivamente, senza preparazione alcuna al recepimento della stessa, sia per quanto riguarda l'occasione, sia per quanto riguarda la comprensione, oppure lo fa consapevolmente e magari volutamente. Specie in questi casi, il confrontarsi con quella certa immagine parte da un certo bisogno. L'immagine è perciò funzionale.

Una vetrina mondiale come quella di Miss Universo offre immagini e non altro. Gli spettatori di un concorso simile godono solo della visione del concorso, come spettacolo, e del corpo delle participanti, come porzione dello spettacolo stesso. Miss Universo crea l'illusione di una condivisione estetica planetaria. Tutti i popoli umani parteciperebbero, nonostante le differenze fenotipiche, al riconoscimento di un'unica bellezza mondiale. Ogni singolo concorso annuale non premia la differenza tra i tipi umani, né, in sé, i differenti tipi, ma l'accordo, ogni anno rinnovato, per un unico modello di bellezza, anch'esso sempre rinnovato. Alla fine conta il concorso. Ossia il meccanismo, che non è innocente, perché non può esistere una unica forma di bellezza democraticamente eletta di anno in anno a livello planetario [2]. Ma Miss Universo ha come scopo oltrepassare (oltraggiare?) la bellezza, per andare dritti all'accordo. Se non è la bellezza ciò che conta realmente, allora viene meno anche la donna, che ne è portatrice. Nel concorso non importa la naturalità della stessa. Ma se non esiste una donna "planetaria", ad esistere è il meccanismo, la vetrina, l'esibizione, l'immagine. Ad esistere è l'artificialità spettacolare. Ad esistere è il simulacro, che vive solo di porzioni di quanto costituisce l'originale naturale, finendo per poter divenire totalmente altro. Non stupisce perciò che il concorso di Miss Universo finisca per accettare i transgender. Non è la donna che conta e non è mai contata. Conta, come detto, l'immagine (specie se è il trionfo dell'artificiale).

A questo punto, diventa inquietante il punto d'incontro tra i risultati della ricerca della Fiske e Miss Universo. E' come se quella ricerca aiutasse a svelare, una volta di più, la natura autentica del concorso e del suo recente sviluppo. L'accettazione dei transgender finisce per esplicitare maggiormente la natura artificiale di Miss Universo, il cui concorso nel suo complesso è lo spettacolo dell'artificialità spinta, proprio perché sola immagine, e, in quanto tale, cosa inanimata. Certo, la ricerca della Fiske finisce per riguardare solo gli uomini, ma è abbastanza curioso che l'esito della stessa indichi che il rapporto con l'immagine (ed è questo il vero risultato della ricerca) sia un rapporto reificato. L'immagine conta come eccitante e non per ciò a cui rimanderebbe originariamente. L'esibizione dell'immagine perciò deve causare degli effetti, quindi ha uno scopo. Conta, come detto, il meccanismo (specie se fa trionfare l'artificiale).

Paula Shugart, presidentessa del concorso di Miss Universo, ha affermato che, con l'accettazione dei transgender, "è stato dato a Cesare quello che è di Cesare" (?!). E Dio? [3]

Aggiornamento del 30 aprile 2012: c'è uno sviluppo ulteriore, che rende bene l'idea di come il politicamente corretto sappia essere ridicolo. La vincitrice dell'ultimo concorso di Miss Repubblica Dominicana, Carlita Duran, destinata a partecipare al successivo concorso di Miss Universo, è stata detronizzata, in quanto si è scoperto essere stata sposata sino al 2009. Ovviamente, esclusa anche la partecipazione a Miss Universo. Le Miss, infatti, devono essere "signorine". Quindi, una ex-sposata no, mentre un ex-uomo sì.

NOTE


[1] Nell'articolo che riportiamo della CNN, vi sono alcune considerazioni tratte dai studi di psicologia evolutiva su come le donne reagiscano alle immagini maschili, prediligendo quelle legate al potere. Nessun romanticismo, sembrerebbe.

[2] Un concorso nazionale è più autentico di Miss Universo? Probabilmente no, ma il tipo medio di bellezza lì presentata, in particolare se la nazione è abbastanza omogenea etnicamente o i tipi presenti lo sono storicamente, è comunque, per questo solo fatto, più genuino.

[3] A proposito: ci sbagliamo o la Chiesa Cattolica è vagamente in ritardo sul tema dell'artificialità e sulle sue implicazioni sociali e morali? Lo sanno che le cose sono un po' più complicate che in Faust?

  • Miss Universo apre a trans, cade un tabù (ANSA, 10 aprile, 2012):
Anche i transessuali potranno partecipare a Miss Universo. La decisione e' stata presa dalla direzione del concorso che ammettera' in passerella a partire dal prossimo anno anche chi ha cambiato sesso. Cade cosi' un altro tabu', solo dopo una settimana che Miss Universo ha deciso di far partecipare la 23/enne Jenna Talackova, la miss originaria di Vancouver in Canada che quattro anno fa si era sottoposta a un trapianto per diventare donna.

La candidatura della Talackova e' stata sostenuta anche dalla 'Glaad', l'associazione dei gay e lesbiche, che ha anche fatto pressioni sull'organizzazione di Miss Universo per cambiare le regole e ammettere i transessuali. ''Da sempre sponsorizziamo l'eguaglianza per tutte le donne - ha detto Paula Shugart, presidente di Miss Universo - e abbiamo preso molto sul serio questo passo. Abbiamo dato a Cesare quel che e' di Cesare''. La Talackova era stata inizialmente scartata dagli organizzatori canadesi del concorso secondo cui si deve essere nati donna in modo naturale per partecipare.

  • Men see bikini-clad women as objects, psychologists say (Elizabeth Landau, CNN, 19 febbraio 2009):
It may seem obvious that men perceive women in sexy bathing suits as objects, but now there's science to back it up.

New research shows that, in men, the brain areas associated with handling tools and the intention to perform actions light up when viewing images of women in bikinis.

The research was presented this week by Susan Fiske, professor of psychology at Princeton University, at the annual meeting of the American Association for the Advancement of Science.

"This is just the first study which was focused on the idea that men of a certain age view sex as a highly desirable goal, and if you present them with a provocative woman, then that will tend to prime goal-related responses," she told CNN.

Although consistent with conventional wisdom, the way that men may depersonalize sexual images of women is not entirely something they control. In fact, it's a byproduct of human evolution, experts say. The first male humans had an incentive to seek fertile women as the means of spreading their genes.

"They're not fully conscious responses, and so people don't know the extent to which they're being influenced," Fiske said. "It's important to recognize the effects."

The participants, 21 heterosexual male undergraduates at Princeton, took questionnaires to determine whether they harbor "benevolent" sexism, which includes the belief that a woman's place is in the home, or hostile sexism, a more adversarial viewpoint which includes the belief that women attempt to dominate men.

In the men who scored highest on hostile sexism, the part of the brain associated with analyzing another person's thoughts, feelings and intentions was inactive while viewing scantily clad women, Fiske said.

Men also remember these women's bodies better than those of fully-clothed women, Fiske said. Each image was shown for only a fraction of a second.

This study looked specifically at men, and did not test women's responses to similar images.

A supplementary study on both male and female undergraduates found that men tend to associate bikini-clad women with first-person action verbs such as I "push," "handle" and "grab" instead of the third-person forms such as she "pushes," "handles" and "grabs." They associated fully clothed women, on the other hand, with the third-person forms, indicating these women were perceived as in control of their own actions. The females who took the test did not show this effect, Fiske said.

That goes along with the idea that the man looking at a woman in a bikini sees her as the object of action, Fiske said.

The findings are consistent with previous work in the field, and resonate, for example, with the abundance of female strip clubs in comparison to male strip clubs, said Dr. Charles Raison, psychiatrist and director of the Mind/Body Institute at Emory University in Atlanta, Georgia. Raison was not involved in the study.

Previous research found that people tend to similarly dehumanize those who are homeless or drug addicts, although the phenomenon in this case is somewhat different, Fiske said. People have reactions of avoidance toward the homeless and drug addicts, and the opposite for scantily clad women.

The broader purpose of the research was to explore circumstances under which people treat one another as the means to an end, Fiske said.

Past studies have also shown that when men view images of highly sexualized women, and then interact with a woman in a separate setting, they are more likely to have sexual words on their minds, she said. They are also more likely to remember the woman's physical appearance, and sit closer to her -- for instance, at a job interview.

Taken together, the research suggests that viewing certain images is not appropriate in the workplace, Fiske said.

"I'm not advocating censorship, but I do think people need to know what settings should discourage the display and possession of these kinds of things," she said.

Both women and men have something to learn from this line of research, Raison said. Women should be aware of how they are perceived when wearing provocative clothing, and men shouldn't let feelings of impersonal sexual longing interfere with their more personal relationships with other women, including female friends. "Many men make foolish choices because of sexual attraction," he said.

"The suggestion might be that there's some hard-wiring there that can interfere with the average man's ability to interact on deeper levels with really hot looking stranger women in bikinis," he said.

Women may also depersonalize men in certain situations, but published research on the subject has not been done, experts say. Evolutionary psychology would theorize that men view women as objects in terms of their youth and apparent fertility, while women might view men as instrumental in terms of their status and resources, Fiske said.

Another avenue to explore would be showing images of men's wives and girlfriends in bikinis, Raison said. He predicts the objectifying effect would not happen in this context.

sabato 14 aprile 2012

Crolla la tolleranza dei greci per gli immigrati

Crolla la tolleranza dei greci per gli immigrati: dati recenti

I recenti dati di una nuova ricerca commissionata per il quotidiano greco Το ΒΗΜΑ (To VIMA), mostrano un crollo della tolleranza dei greci nei confronti dell'immigrazione straniera, specie illegale. Ad esempio:

  • circa il 90% dei greci ritiene gli immigrati la causa più importante dell'aumento della criminalità
  • circa l'80% ha un punto di vista negativo sugli immigrati, illegali o legali che siano
  • il 48,3% vorrebbe che il Governo si impegni per l'allontanamento di tutti gli immigrati dal Paese (con un aumento del 19,5% rispetto al 2009)
  • il 54,7% ritiene necessario l'aumento dei centri di identificazione per stranieri, mentre il 37,7% ritiene questo un provvedimento ancora insufficiente
  • il 61,7% considera l'inasprimento dei controlli e degli arresti di immigrati illegali un passo nella giusta direzione
  • l'87,7% considera positivamente l'idea di obbligare gli immigrati che lavorano a controlli sanitari e, nel caso di presenza di malattie infettive, costringerli ad un periodo di quarantena
  • solo il 7,2% dei greci punta all'integrazione degli stranieri (contro il 17,1% del 2009)
  • solo il 4,2% punta all'assimilazione degli stranieri (contro il 9,1% del 2009)
  • solo il 2,5% dei greci ritiene che l'immigrazione clandestina non sia un problema rilevante

La Grecia della crisi non sembra più voler perdere tempo e risorse per gente spesso comparsa dalla sera alla mattina. Questo sembra dire la ricerca in questione. Tenete conto anche di un altro dato: l'80% della popolazione non ritiene un pericolo quanto avviene quotidianamente nelle città, ma, come detto, il 90% ritiene gli stranieri la causa dell'aumento dei crimini. La Grecia è scossa ogni giorno da manifestazioni e suicidi. Il greco medio non ritiene ciò grave e preferisce un capro espiatorio, come lo straniero? Oppure il greco medio ritiene che quelle manifestazioni, quei suicidi, quelle violenze e quei drammi scatenati dalla crisi economica siano il proprio quotidiano, la propria realtà odierna da affrontare comunque, mentre lo straniero sia solo un corpo estraneo? Ciò, naturalmente, è ancora tutto da valutare. Certo è che, per rimanere ai dati citati, nell'agosto del 2011, il sindaco di sinistra di Atene, Giorgos Kaminis, ricordava come la presenza di numerosi rifugiati stranieri avesse aggravato la discesa nell'illegalità e nella paura della propria città. 

La Grecia, nel 2010, è stata la porta d'ingresso per il 90% degli immigrati illegali extracomunitari in Europa. Se questo dato è veritiero ed in linea con quanto ancora avviene, scelte politiche più energiche potrebbero fare solo del bene alla Grecia e al resto d'Europa.

  • Most Greeks Support Clampdown on Illegal Immigration, Poll Shows (Paul Tugwell, Bloomberg, 8 aprile 2012):
Ahead of May elections, more than six in 10 Greeks, or 61.7 percent, agree with recent government moves to clamp down on illegal immigration in the country, a poll showed.

A survey of 1,610 Greeks over the age of 18 by Kapa Research SA for To Vima newspaper published today found that 83.4 percent of interviewees believe illegal immigration is a major problem for Greece while 48.3 percent said that the main priority of any immigration policy should be to gradually remove all immigrants from the country, up from 19.5 percent in a similar poll in 2009 ( http://www.tovima.gr/society/article/?aid=452418 ).

Greece’s government plans to create 30 detention centers on the mainland to house illegal immigrants, who don’t qualify for asylum, before they are deported, the country’s Citizen Protection Ministry said March 27.

More than half of those surveyed by Kappa, or 54.7 percent, said such centers are necessary while 61.7 percent said recent Greek police actions to carry out widespread identification checks and arrests of illegal immigrants is a move in the right direction to control the problem.

Greece will require immigrants to obtain health certificates before being granted work permits and those with contagious diseases such as malaria and tuberculosis will be quarantined in medical facilities, Health Minister Andreas Loverdos said April 1. Nearly 72 percent of those surveyed agree with the requirement, the poll showed.

The land border between Greece and Turkey is the main entry point for immigrants into the European Union from Asia, according to Frontex, the EU’s Warsaw-based agency for external border security. In 2011, about 100,000 people were arrested for crossing Greece’s borders illegally, according to Greek police statistics ( http://www.astinomia.gr/ ). Greece is due to hold elections on May 6 or May 13.

  • Να φύγουν όλοι από τη χώρα (Gerasimos Tryfonas, Το ΒΗΜΑ, 8 aprile 2012):
Τρομάζουν, ενοχλούν και είναι υπεύθυνοι για όλα τα δεινά της χώρας. Αυτή είναι η εικόνα για τους μετανάστες όπως προκύπτει από τη δημοσκόπηση της ΚΑΠΑ Research, η οποία διενεργήθηκε για λογαριασμό του «Βήματος της Κυριακής», μετά την έναρξη των επιχειρήσεων-«σκούπα» στο κέντρο και την απόφαση της κυβέρνησης για δημιουργία κέντρων κράτησης. Οι ερωτηθέντες, σε ποσοστά κοντά ή και πολύ πάνω από το 80%, είναι αρνητικοί για τους μετανάστες, νόμιμους και παράνομους. Αλλά αν οι Ελληνες φαίνεται να ομονοούν για το πρόβλημα, 1 στους 3 παραμένει δύσπιστος για τις λύσεις που προτείνουν οι πολιτικοί!

Θα περίμενε κάποιος η συντριπτική πλειονότητα των ελλήνων πολιτών, με δεδομένο το κλίμα που επικρατεί στην κοινή γνώμη, να νιώσει ανακουφισμένη μετά τις δυναμικές πρωτοβουλίες που ανέλαβε η κυβέρνηση στην πορεία προς τις εκλογές για την αντιμετώπιση της παράνομης μετανάστευσης και της κατάστασης που επικρατεί επί χρόνια στο κέντρο της πρωτεύουσας. Η πλειονότητα φυσικά τις επικροτεί, ωστόσο ένα σημαντικό ποσοστό αμφισβητεί τα μέτρα και την αποτελεσματικότητά τους - τόσο τις επιχειρήσεις-«σκούπα» όσο και κυρίως τα κέντρα φιλοξενίας/ κράτησης - έστω και αν, όπως φαίνεται από άλλους δείκτες, αναγνωρίζει το πρόβλημα.

Φόβος και επιφυλάξεις
Η εξήγηση «μακριά απ' την αυλή μου, κι όπου θέλει ας είναι» σε ό,τι αφορά τις επιφυλάξεις του 37,7% για τα κέντρα κράτησης δεν επαρκεί - άλλωστε το ερώτημα δεν ετέθη σε σχέση με τη χωροθέτηση των κέντρων (αναγκαία κρίνει τα κέντρα το 54,7%). Σε συνδυασμό με τις επιφυλάξεις που διατυπώνονται και για τις επιχειρήσεις-«σκούπα», αρκετοί πολίτες φαίνεται να θεωρούν ότι τέτοια μέτρα είτε δεν είναι σωστά είτε δεν θα έχουν ουσιαστικό αποτέλεσμα και συνέχεια. Αντιθέτως θεαματική είναι η συμφωνία της ελληνικής κοινωνίας με την εξαγγελία, όπως διατυπώθηκε από τους υπουργούς Προστασίας του Πολίτη κ. Μ. Χρυσοχοΐδη και Υγείας κ. Α. Λοβέρδο, περί καθιέρωσης πιστοποιητικού υγείας ως απαραίτητης προϋπόθεσης για να εργαστεί κάποιος μετανάστης (87,8% «ναι» και μάλλον «ναι»).
Σε σχέση με την παρουσία των μεταναστών στη χώρα πάντως η μεταστροφή των Ελλήνων μέσα σε μία τριετία είναι εντυπωσιακή. Από το 19,5% που ζητούσε το 2009 - σε ανάλογη δημοσκόπηση της ΚΑΠΑ Research - να φύγουν σταδιακά όλοι, σε αυτή τη θέση προσχωρεί το 48,3% σήμερα. Ενταξη ή αφομοίωση των μεταναστών δεν ζητούν πλέον ούτε οι μισοί από όσους το πρότειναν το 2009 (7,2% σε σχέση με 17,1% και 4,2% σε σχέση με 9,1%, αντιστοίχως). Αλλωστε σχεδόν το 80% - 15% περισσότεροι σε σχέση με το 2009 - νιώθει πια να κινδυνεύει «από όσα συμβαίνουν καθημερινά στην πόλη», ενώ σχεδόν το 90% - επίσης 15% περισσότεροι από το 2009 - θεωρεί ότι η αύξηση της εγκληματικότητας οφείλεται στους μετανάστες. Επειτα από αυτά δεν είναι είδηση ότι μόλις το 2,5% του ερωτηθέντων δεν θεωρεί σημαντικό πρόβλημα τη λαθρομετανάστευση.

  • Athens mayor tells of crime and violence in Europe's oldest city (Helena Smith, The Guardian, 3 agosto 2011):
[...] A mass influx of often desperate refugees has exacerbated Athens' descent into lawlessness. And, more worryingly for Kaminis, who was elected to the post as an independent with the backing of greens and leftists including the governing socialists, it has also unleashed fear. [...]

  • 90 Percent of Undocumented Immigrants Enter Europe Through Greece (Kristina Chew, Care2, 4 agosto 2011):
[...] Positioned on the edge of Europe and sharing a land border with Turkey, Greece is, like it or not, a gateway for migrants. 90 percent of the 128,000 people who entered the European Union illegally in 2010 came via Greece. People come from Asia, Africa, Iraq and Afghanistan; immigrants currently comprise 15 percent of Greece’s 11 million people (and half of Greece’s population lives in Athens). But with $413.6 billion (€300 billion) worth of debt — 150 percent of Greece’s GDP — and a government propped up by international bailouts and about to make drastic cuts to jobs and pensions for state workers, Greece is ill-equipped to assist undocumented immigrants. [...]

venerdì 13 aprile 2012

Dai "fiumi di sangue" ad oggi

Dai "fiumi di sangue" ad oggi: rompendo il tabù della cacciata degli immigrati

Era il 20 aprile 1968, quando il politico conservatore britannico Enoch Powell pronunciò uno storico discorso contro l'immigrazione di massa e la società multietnica, venendo immediatamente cacciato dal partito, ma indovinando sostanzialmente gli effetti che quel fenomeno denunciato sta provocando. Nel "Rivers of Blood Speech" (come è ormai ricordato [più avanti trovate la trascrizione integrale in inglese]) Powell prefigura un crescente aumento della popolazione allogena, con intere zone urbane dominate da etnie e culture straniere, spesso portatrici di istanze e valori molto differenti od opposti alla cultura autoctona. La cronaca degli ultimi anni, per quanto riguarda il Regno Unito, ma anche per altre nazioni, che hanno seguito lo stesso percorso di sradicamento etno-culturale, conferma la previsione di Powell, senza tema di smentita.

Il riferimento ai "fiumi di sangue" è una citazione da Virgilio (Eneide 6, 86-7), dove la Sibilla profetizza terribili guerre e fiumi schiumanti di sangue. Il demografo francese Yves-Marie Laulan (già citato riguardo i costi dell'immigrazione in Francia [1 febbraio 2012]) ricorda come la gran parte degli allontanamenti, da un territorio in cui una certa popolazione si sia impiantata più o meno stabilmente, avviene in maniera violenta. Laulan cita però anche il caso della Liberia, che, perlomeno, per il rientro in territorio africano di schiavi neri dagli USA è stato un fenomeno pacifico.

In realtà, Laulan non lo ricorda, ma esiste anche l'Operazione Wetback negli USA meridionali degli anni '50, che portò all'allontanamento di quasi un milione di immigrati messicani irregolari, spesso in maniera volontaria e comunque con un numero limitato di episodi violenti.

Che l'ipotesi di un allontanamento, magari coatto, possa impressionare qualcuno, lo crediamo, ma questa epoca, che dello stravolgimento di ogni tabù ha fatto la propria regola, perché mai dovrebbe sopportare anche questo, ossia che l'immigrato e gli immigrati non si debbano dall'Italia allontanare? Su che basi dovrebbe avere più importanza il benessere dell'ultimo arrivato, rispetto al benessere non semplicemente dell'italiano come singolo, quanto del viver italiano, cioè della cultura, della lingua, dell'indole di chi ha reso, nel bene o nel male, l'Italia come Italia, ed intesa non solo come quella di oggi, ma come quella delle ultime generazioni viventi o appena trapassate, ma ancora vicine nel ricordo, per non citare i secoli passati?

Chi crede che l'immigrato sia esso stesso un tabù intoccabile, nello stesso istante in cui ne vorrebbe mettere in rilievo l'unicità, sta mentendo due volte, perché un tabù non è una persona e perché molti stranieri appartengono a culture dove l'unicità personale non ha alcuna importanza. E riempire l'Italia di tabù e di non-persone non è un ideale sensato. Non lo è anche sperando che col tempo tutti divengano italiani. Riempendo la brocca dell'acqua col vino, all'inizio il vino sarà annacquato, ma dopo un po' i gradi dell'alcol si faranno sentire, eccome!

E' semplice buon senso. Quello che ha ispirato il discorso di Enoch Powell nel '68. Quello che ha fatto dire al musicista Eric Clapton, nel 1976, che Powell c'aveva visto giusto (scatenando una lunga polemica). Quello che ha fatto dire a Beppe Grillo che la "liberalizzazione delle nascite", con la cittadinanza concessa ai figli degli immigrati, per la sola ragione di essere nati in Italia, è un falso problema, che non aiuta il popolo italiano in tempi di crisi economica. Certo, Grillo afferma che la cittadinanza ai figli degli immigrati è un falso problema in due sensi, sia perché i multietnicisti non danno risposte, ma solo vacui propositi fondati sul nulla, sia perché gli "xenofobi" possono cavalcare paure.

Ma Enoch Powell parlava nel 1968! Non nel 2008 o nel 2012! Parlava quando tutto sembrava promettere alla Gran Bretagna e all'Europa il mondo intero e la libertà del e nel mondo stesso. E Powell aveva ragione! Lui non parlava da una situazione e da una posizione di difficoltà, di crisi. Parlava da una nazione al centro del mondo, da una posizione personale privilegiata e faceva un discorso di buon senso. Che si è avverato, purtroppo per tutti.

Ora, piano-piano, di discorso in discorso, di scambio di idee in scambio di idee, di dibattito in dibattito, bisognerebbe ritrovare il buon senso e incominciare a puntare alla fine di quel tabù che dicevamo, ossia alla fine dell'idea che gli immigrati possano restare qua, tranne rari casi. Non è così. Non è un problema di casi, più o meno rari. E' un problema di equilibri; è un problema di numeri; è un problema di cultura. Se Rotterdam diventa una città quasi islamica è un problema. Se in alcune zone si aprono solo moschee e si chiudono chiese è un problema (anche per chi non è credente, ma è comunque europeo). Se in molte nazioni, Italia compresa, la percentuale di furti e rapine, stupri e omicidi, è dovuto significativamente a stranieri o "seconde generazioni" è un problema. E tale problema non è risolvibile solo con pochi allontanamenti o con denaro pubblico speso per fantasiosi progetti di inclusione/integrazione degli stranieri, anche perché costoro non sono pupazzi senza cervello e senza cultura propria originaria, desiderosi come Pinocchio di diventare umani. Chi porta istanze altre e tali istanze, per l'aumentare dei numeri di chi le porta, costituiscono un rivolgimento alla lunga pericoloso per la cultura autoctona, allora la soluzione non è e non può essere l'accoglienza e l'integrazione, ma solo l'allontanamento, più o meno coatto.

Nel sintetico intervento di Beppe Grillo, viene citata la campagna L'Italia sono anch'io [in PDF], volta a sostenere la cittadinanza per i figli degli stranieri. La campagna è stata promossa da numerose associazioni e sigle sindacale, molte delle quali cattoliche. Nelle ultime due pagine della proposta legislativa si legge come, secondo costoro, si dovrebbero trovare i fondi per rendere possibile l'introduzione di tale cittadinanza. Si inizia, perciò, con la diminuzione delle spese militari. E' una furbata. Diminuire le spese militari piace a molti ed è un argomento spicciolo che viene usato spesso, salotti televisivi alla Porta a Porta compresi. Si prosegue poi chiedendo che parte dei fondi per la detenzione ed espulsione degli immigrati, così come per gli accordi sui respingimenti e i rimpatri degli stessi immigrati, vengano stornati in favore dell'inclusione degli immigrati.

Tali proposte di legge, perciò, ovviamente, non hanno il benché minimo scopo di riequilibrare il fenomeno dell'immigrazione di massa, quanto di aprire i confini nazionali il più possibile, senza porsi problemi di alcun genere. Quanta capacità di inclusione ha l'Italia? Non si sa e d'altronde il problema ai multietnicisti non interessa. Nonostante nel resto d'Europa gli esempi indichino solo fallimenti. Powell was right.

Il politologo Giovanni Sartori, per contrastare in qualche maniera le "porte aperte", fa una curiosa proposta: lasciar entrare chiunque, ma rendere facilissima l'espulsione. Una sorta di liberalizzazione estrema, che renda inutili ad un tempo sia lo ius soli che lo ius sanguinis. Con una condizione: niente voto agli stranieri. Essi sono liberi di stare nel territorio italiano quanto vogliono, senza preoccuparsi di dover avere un lavoro. Ma al minimo sgarro, immediata la cacciata.

Posizione questa quasi paradossale, ma che può aiutare a mettere in evidenza alcuni aspetti: se uno straniero viene in Italia per lavoro, perché dovrebbe volere altro? E se vuole altro e questo altro non coincide con, diciamo così, l'italianità, perché dovremmo concederglielo? Pensateci, soprattutto se su queste tematiche avete dubbi o addirittura siete, per inclinazione e perversione, multiculturalisti.

Intanto, le proposte di Yves-Marie Laulan possono essere un più ragionevole punto di partenza per arrivare ad una moderna Operazione Wetback. Laulan, ad esempio, propone:
  • diminuzione consistente di tutte le voci relative alle quote d'ingresso per gli stranieri, comprese quelle per i richiedenti asilo, i cui casi andrebbero valutati con maggiore severità.
  • eliminazione, dove presente, dello ius soli.
  • controlli d'identità a tappetto nei luoghi pubblici. Le forze dell'ordine possono richiedere i documenti a chiunque per valutare l'irregolarità o meno della presenza della persona sul territorio nazionale.
  • eliminazione di qualunque prestazione in favore degli immigrati irregolari, compresi i loro figli (scuola, sanità, ecc.).
  • espulsione coatta degli irregolari, per via amministrativa e non giudiziaria, e senza preoccuparsi della nazionalità autentica della persona, quanto solo dell'area di provenienza (immaginiamo che un richiedente asilo genuino avrà tutto l'interesse a dimostrare la sua vera identità).
Ora, possiamo benissimo immaginare le sirene multietniciste gridare scandalizzate per simili idee e proposte, ritenendole sia irrealizzabili, sia contrarie all'ideologia dei diritti umani. Ma, ripetiamo, il resto dell'Europa così come l'Italia stanno dimostrando il fallimento su tutti i fronti della chimera multietnica e multiculturale. Se qualche governo o almeno partiti o movimenti volessero sposare simili proposte lo farebbero solo per rimediare agli errori di alcuni decenni. Non per ledere alcunché. L'immigrazione deve diventare un fenomeno equilibrato, dove l'equilibrio è dato dall'identità etno-culturale degli autoctoni. Si parte da questa per poi, eventualmente, ospitare stranieri. Ogni altro progetto è follia. Come Powell ha prefigurato.

  • La liberalizzazione delle nascite (Beppe Grillo, dal suo blog, 23 gennaio 2012):
La cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso ( http://www.litaliasonoanchio.it/fileadmin/materiali_italiaanchio/pdf/Prop_cittadinanza_-_relazione_intro_.pdf ). O meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi. Da una parte i buonisti della sinistra senza se e senza ma che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri. Dall'altra i leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della "liberalizzazione" delle nascite.

  • Una soluzione di buon senso (Giovanni Sartori, Corriere della Sera, 26 gennaio 2012):
Non sappiamo se l'Europa verrà sottoposta nei prossimi anni a migrazioni bibliche a seguito della «primavera araba» che senza dubbio ha rotto le dighe che sinora la frenavano. Il fatto è che l'esplosione demografica dell'Africa è già avviata; e siccome gli affamati non cercano la salvezza tra altri affamati, è piuttosto ovvio che un numero sempre crescente di povera (poverissima) gente cercherà la salvezza in Europa.

È un problema, questo, che sinora abbiamo affrontato in chiave ideologica (di razzismo o no), che è un modo di renderlo insolubile o comunque mal risolto. Ma due giorni fa Beppe Grillo lo ha inopinatamente risollevato. Tanto vale, allora, ricominciare a pensarci. E avrei un'idea, una proposta.
Inghilterra e Francia sono a oggi i Paesi più «invasi» (anche per via della loro eredità coloniale) e oramai accomodano una terza generazione di immigrati da tempo accettati come cittadini. La sorpresa è stata che una parte significativa di questa terza generazione non si è affatto «integrata». Vive in periferie ribelli e ridiventa, o sempre più diventa, islamica. Si contava di assorbirli e invece si scopre che i valori etico-politici dell'Occidente sono più che mai rifiutati.

Che senso ha, allora, trasformare automaticamente in cittadini tutti coloro che nascono in Italia, oppure, dopo qualche anno, chi risiede in Italia?
Questa è stata, finito il comunismo, la tesi della nostra sinistra, sostenuta dall'argomento che chi lavora e paga le tasse in un Paese si paga, per ciò stesso, il diritto di cittadinanza. Ma non è così. Le tasse pagano i servizi (polizia, pompieri, manutenzione delle strade e simili) dei quali qualsiasi residente usufruisce e che non paga, o meglio che paga, appunto, pagando le tasse.
E vengo alla mia idea. Da sempre il diritto di cittadinanza è fondato sui due principi del ius soli (diventi cittadino di dove nasci) oppure del ius sanguinis (mantieni la cittadinanza dei tuoi genitori). Vorrei proporre un terzo principio: la concessione della residenza permanente trasferibile ai figli, ma pur sempre revocabile. Chiunque entri in un Paese legalmente, con le carte in regola e un posto di lavoro non dico assicurato ma quantomeno promesso o credibile, diventa residente a vita (senza fastidiosi e inutili rinnovi). In attesa di scoprire quanti saremo, se li possiamo assorbire o meno, questa formula dà tempo e non fa danno. Certo, se un residente viene pizzicato per strada a vendere droga, a rubare, e simili, la residenza viene cancellata e l'espulsione è automatica (senza entrare nel ginepraio, spesso allucinante, della nostra giurisprudenza).
Insisto: l'inestimabile vantaggio di questa formula è che dà tempo. Quanti saremo? Quale sarà il punto di saturazione invalicabile? L'unica privazione di questo status è il diritto di voto; il che non mi sembra terribile a meno che i residenti in questione vogliano condizionare e controllare un Paese creando il loro partito (islamico o altro). Se così fosse, è proprio quel che io raccomanderei di impedire.

  • Inverser les flux migratoires? (Yves-Marie Laulan, dal suo blog, 9 ottobre 2011):
Un homme politique britannique fort connu, Enoch Powell, l’a, en effet, proposé, voici plus de 40 ans, dans un discours prononcé à Birmingham le 20 avril 1968, rendu fameux par la presse d’Outre-Manche, sous le sobriquet du discours « des fleuves de sang ». En réalité, l’orateur, latiniste érudit, faisait ici allusion aux prophéties de la Sybille, tirée de l’Enéïde de Virgile, sur le « Tibre écumant de sang ». Il voulait, par cette expression frappante, qui ne pouvait guère passer inaperçue, attirer l’attention sur les dangers terribles à attendre de l’immigration, de l’époque…Sa carrière politique fut naturellement brisée incontinent. La recherche de la vérité, et le courage, ont toujours un prix à payer en politique.

Il vaut la peine de citer, non pas le discours en entier, mais les trois points qui nous intéressent ici.

a) Nul n’est en mesure d’estimer le nombre de ceux qui, moyennant une aide généreuse, choisiraient soit de retourner dans leur pays d’origine, soit d’aller dans d’autres pays désireux de recevoir la main-d’oeuvre et le savoir-faire qu’ils représentent.

b) Nul ne le sait, car on n’a jamais essayé un tel programme, jusqu’à présent.

c) Si un tel programme était adopté et mis en oeuvre, avec la détermination que justifie la gravité de la situation, les flux sortants qui en résulteraient pourraient sensiblement modifier les perspectives
Mais avant d’évaluer les chances de réussite de « l’aide au retour », car c’est bien de cela qu’il s’agit, voyons comment se présentent à travers l’histoire les allers et retours de communautés immigrées ou déplacées.

I De quoi s’agit-il ?

En fait, on ne connait aucun exemple dans l’histoire d’une communauté immigrée implantée paisiblement dans un pays d’accueil qui soit volontairement rentrée chez elle.
A l’inverse, le passé nous offre, hélas, l’exemple de nombreux déplacements involontaires et massifs de populations, « dans le sang et dans les larmes », comme lors de l’indépendance de l’Inde et de la formation du Pakistan, la naissance d’Israël et la création du problème palestinien, toujours non résolu, 60 ans après, la déportation des Cheyennes et des Séminoles vers l’Oklohoma dans l’Amérique du 19° siècle ou encore des Acadiens , le douloureux Grand Dérangement , au siècle précédent, par les soins des Britanniques. Mais il s’agissait là de déportations massives, sous la contrainte et sans billet de retour
Par contre, on peut citer le retour au pays, plus ou moins réussi d’ailleurs, de populations déplacées par la violence policière ou la force des armes , les 8 à 10 millions personnes déplacées de l’après guerre-, Polonais, Ukrainiens, Tchèques, Allemands aussi ; les Tatars, les Tchéchènes après la mort de Staline ; les libérés du Goulag soviétique ; les échanges de populations au sein de l’ex Yougoslavie ; à Chypre aussi, en Afrique encore de nos jours. Mais, en ce cas, il s’agissait de réparer tant bien que mal les blessures infligées par les séquelles de la guerre, nullement de « réémigration », au sens powellien du terme
Il y a bien le cas du Libéria. Mais là aussi le succès n’était pas au rendez vous. Sous l’impulsion vigoureuse d’une société américaine philanthropique au début du 19°, le Libéria, a été constitué d’une mosaïque de peuplades diverses à partir d’ une poignée d’anciens esclaves, renvoyés bon gré mal gré du sol américain sur une côte inhospitalière africaine. Ce pays a connu une histoire turbulente, sous l’aile protectrice des Etats-Unis, marquée par une série quasi ininterrompue de violences, notamment sous le sous le sinistre Charles Taylor. Ce qui n’en fait guère une référence en matière de retour paisible au pays. De toute façon, la création du Libéria n’a eu qu’une incidence tout à fait mineure sur le volume de la population noire des Etats-Unis, qui s’élevait déjà à 4 millions de personnes au moment de la guerre de Sécession
En fait, l’histoire nous enseigne que les problèmes de populations résultant de migrations massives sont quasiment insolubles. Car comment faire remonter un fleuve vers sa source ? Sauf à accepter une cession pure et simple du territoire occupé plus ou moins paisiblement.
Les Romains avaient tant bien que mal résolus ce problème avec l’implantation des Goths en 447 sur la rive gauche du Rhin, laquelle a d’ailleurs servi de prélude à l’effondrement de l’Empire romain. 5 siècles plus tard, faute de pouvoir les convaincre de retourner aimablement en Scandinavie, Charles le Chauve a fait de même avec les Vikings du Duc Rolf installés en Normandie aux approches de l’an 1000. Ils y ont fait souche pour envahir 60 ans plus tard l’Angleterre de Harald le Saxon pour donner naissance à la dynastie des Plantagenets, lesquels n’ont eu de cesse de rendre la vie impossible tout au long de la guerre de 100 ans.
On le voit. L’immigration est comme un paquet d’oursins que l’on ne sait par quel bout attraper. C’est d‘ailleurs la raison pour laquelle les hommes politiques, avec beaucoup de sagesse, ont tendance à les ignorer sereinement. Alors qu’il s’agit du paramètre essentiel de la survie ou de la mort d’une nation.
Mais revenons- en à l’aide au retour préconisé par Enoch Powell comme la pièce maîtresse de son programme. Est-ce que cela pourrait marcher ? Le hic est que cela a déjà été essayé. Et cela n’a servi à rien.

II L’aide au retour en France

A. On pense ici au 10 000 frs, à l’époque une somme rondelette, de l’aide au retour institué par Lionel Stoleru, au début du mandat de Valéry Giscard d’Estaing. Cela n’a rien donné.
Une nouvelle tentative été prise quelques années après avec Brice Hortefeux. La barre passe à 6 000 euros, ce qui n’était déjà pas si mal. Mais les candidats au retour ainsi payé ne se pressent pas au portillon, 1000 à 2000 à peine. Ce qui fait écrire superbement au journal algérien « La Liberté » : « gardez vos 6 000 euros, M. Hortefeux » sachant bien que les passeurs reçoivent des sommes bien supérieures pour faire venir en France.
Sans se décourager pour autant, imaginons un instant que nous portions la barre encore plus haut, à un niveau himalayen, 100 000 euros par tête , pour quitter paisiblement la France. Dès lors, pour 7 millions d’immigrés et leurs descendants, nous devrions débourser la somme coquette de 700 milliards d’ d’euros, soit un plus du tiers d’un PNB de 1 900 milliards ou deux fois le budget de l’Etat. Cela donne un peu à réfléchir.
D’autant que l‘on peut tenir pour assuré qu’une fois le magot touché, les petits malins, en gros bataillons, s’efforceraient par cric ou par croc de revenir en France,
On voit bien que l’aide au retour n’ est qu’une utopie ou mieux, de la poudre aux yeux que les gouvernements jettent négligemment à la face de l’opinion publique pour se donner bonne conscience et faire croire qu’il est possible de régler ce problème impossible avec une poignée de dollars (ou d’euros).

B. Mais, sans se décourager, essayons d’imaginer des circonstances extrêmes dans lesquelles des communautés immigrées accepteraient volontiers de quitter la France.
Imaginons, par exemple, qu’à la suite d’un cataclysme épouvantable la France soit ruinée
Si bien que le niveau de vie des Français, soit 40 000 dollars par tête s’effondrerait dans l’instant, pour reculer au niveau de celui du Mali 2 000 dollars ou du Congo, 4000, 20 fois moins. Mais, même dans cette situation extrême, il est permis de penser que la majorité des populations immigrées préfèreraient quand même rester sur place, ne serait-ce que pour s’épargner le coût du retour, sans aide cette fois, sachant qu’elles ne trouveraient guère mieux ailleurs

Il ressort de tout ceci que le retour au pays des immigrés installés chez nous ne serait possible que par la contrainte. Ce qui est naturellement inconcevable. Sans compter que beaucoup n’ont pas, ou plus de « chez eux », car nés sur notre sol ou bénéficiant de la nationalité française. Dont acte.
En fait, l’objectif à atteindre n’est nullement de renvoyer chez eux 7 à 8 millions de personnes en Turquie, en Afrique noire, au Maghreb ou ailleurs, mais simplement de ramener les flux migratoires à un niveau acceptable qui permette la survie démographique de notre pays pour le restant de ce siècle. Comment réduire ce torrent furieux à un mince filet d’eau ? Car ramener les flux migratoires annuels, aujourd’hui 250 000 environ avec l’immigration clandestine, à 50 000 personnes , serait déjà un beau succès. Il faudrait pour cela réduire l’immigration légale annuelle de 150 000 personnes et, de surcroît, viser à une immigration clandestine zéro. On en est loin.
Il faut donc saisir le problème à sa source, aux frontières ou même avant le passage de la frontière. Car tout immigré, clandestin ou non, qui franchit nos frontières, légalement ou non, a 99 % chances sur cent de rester en France. Autant le savoir.

III Réduire les flux migratoires à niveau raisonnable

Un préalable à cela est de récuser certaines dispositions paralysantes des traités européens , et notamment celles concernant l’espace de Schengen, et écarter les diktats du Conseil Constitutionnel par un référendum ou en réunissant le Congrès. Ce sont autant de toiles d’araignée où toute proposition radicale, et donc efficace, s’englue irrémédiablement.

A. L’immigration légale

Prenons les chiffres de 2009, soit 225 440 titres de séjour délivrés sur les bases suivantes :
- 47 000 demandes d’asile (dont environ 10 000 agrées, le solde s’évanouissant instantanément dans la nature)
- immigration professionnelle : 31 500 personnes
- immigration familiale : 81 100 personnes
- étudiants : 65 840 personnes
Total : 225 440 personnes, chiffre auquel il faut ajouter 30 000 à 50 000 immigrants illégaux. On notera simplement qu’à Mayotte, 25 % des enfants scolarisés ont au moins un des parents nés à l’étranger hors Union européenne.
Il faut aborder ici le problème catégorie par catégorie et adopter des dispositions appropriées au cas par cas afin d’atteindre l’objectif d’une immigration comprise dans une fourchette allant de 10 000 à 50 000 personnes par an. Pour faire simple, il serait souhaitable de fixer un « plafond » ou un « quota » d’environ 10 000 personnes autorisées à immigrer en France pour chacune des quatre principales catégories dénombrées ci-dessus, à savoir droit d’asile, regroupement familial, étudiants et immigration professionnelle.
A cette fin, les dispositions suivantes, à condition d’être appliquées avec détermination, devrait permettre d’y parvenir.

Les principes

-Refuser absolument l’immigration non qualifiée porteuse de droits sociaux et de problèmes inextricables (regroupement familial et droit d’asile essentiellement).
-Accepter sous conditions strictes une certaine immigration qualifiée.
-Exiger de l’INSEE (ou mieux, d’une nouvelle institution à créer), des données claires, précises et immédiates.
-Revoir le droit du sol, le jus solis, et réserver la nationalité de droit aux seuls enfants nés de parents français. Renforcer davantage les critères exigés pour la naturalisation, notamment par mariage (grave problème des « mariages blancs de complaisance).

Les mesures (voir le détail en annexe I)

B. L’immigration illégale.

Rappelons que cette immigration atteint un niveau considérable, bien qu’impossible à déterminer avec précision. Il est cependant estimé qu’elle se situerait dans une fourchette comprise entre 350 000 et 750 000 personnes, soit une estimation moyenne de 550 000 personnes. Sur cette base, on est en droit de considérer qu’il rentre, bon an mal an, environ 30 000 à 50 000 immigrés clandestins sur le territoire français.
Les mesures préconisées aux frontières ne peuvent évidemment être mises en œuvre pour lutter contre l’immigration illégale puisque, par définition, ces immigrés s’efforcent de se soustraire à tout contrôle légal. C’est donc sur le territoire national qu’il faudra agir.
Ici, la seule solution, outre les fameuses reconduites à la frontière, est d’amener les immigrés clandestins à rentrer volontairement chez eux par un certain nombre dispositions contraignantes comme le proposent certains groupes de pression opposés à l’immigration aux Etats-Unis, lesquels connaissent exactement les mêmes problèmes que la France.
Ces propositions sont l’obligation pour tout employeur de vérifier, sous sa responsabilité, le statut légal de ses employés ; l’impossibilité d’ouvrir un compte bancaire ou de disposer d’un document légal quelconque, carte de crédit ou permis de conduire ; la suppression de toute aide de l’Etat ,même pour des raisons médicales ; la saisine de tout avoir possédé par un immigrant illégal reconduit à la frontière ; mesures dûment complétées par des contrôles d’identité fréquents ;l’impossibilité de scolariser les enfants nés de parents non régularisés ; la révocation de l’acquisition automatique de la nationalité pour les enfants des migrants illégaux nés sur le sol américain, les immigrés en situation illégale sachant pertinemment que le mariage ou la naissance d’enfants rend pratiquement impossible leur reconduite à la frontière.
A cet égard, on notera que dans l’Etat de Alabama, à la suite d’une récente décision judiciaire, la police procède désormais à des contrôles d’identité à tout instant sur la voie publique, ce qui a provoqué instantanément une fuite éperdue des immigrés clandestins vers les Etats voisins, plus conciliants.
Bien sûr, de telles mesures évoquent de bien fâcheux souvenirs. Si bien que, comme indiqué plus haut, la meilleure façon de s’y prendre, si l’on veut vraiment le faire, est d’ empêcher les candidats à l’immigration de pénétrer sur le territoire national pour s’y installer.

*****

Tout cela est bel et bon, à condition d’être mis en œuvre par un gouvernement énergique. Au surplus, il faut que l‘opinion publique ne soit pas en désaccord avec cette politique, laquelle doit nécessairement s’inscrire dans un cadre légal scrupuleux. Il faudrait donc au préalable que la volonté nationale se soit clairement exprimée sur ce sujet au moyen d’un référendum, comme cela a été le cas pour la Corse.
Or, pour l’heure présente, la volonté politique fait clairement défaut, quelles que soient les rodomontades du ministère de l’Intérieur en matière de reconduites à la frontière. En fait, depuis 5 ans, sinon davantage, le gouvernent a bel et bien fait l’impasse sur l’immigration. Les chiffres parlent d’eux-mêmes, comme le montrent aussi un certain nombre de signes non équivoques :
- le refus de publier des statistiques ethniques, toujours évoquées, jamais produites
- le fait que les équipes immigrationnistes de l’INSEE et de l’INED, mises en place par les socialistes, ont été pieusement reconduites
- le gouvernement se vante de reconduire 15 00 à 20 000 clandestins par an , au moment même où il introduit dans le périmètre juridique français, avec la départementalisation de Mayotte, 200 000 personnes en majorité musulmanes et dont beaucoup de ménages polygames. Ce qui équivaut à une immigration de 200 000 personnes, en bloc (mais cela fait sans doute une poignée de voix supplémentaires pour les prochaines élections présidentielles).
- cerise sur le gâteau, ce même gouvernement va en Libye faire sauter un des derniers verrous à l’immigration africaine.
Il en ressort que nos gouvernements n’ont jamais traité l’immigration comme une priorité nationale mais comme une simple donnée d’une politique électoraliste destinée à apaiser les sursauts, vite éteints, de l’opinion publique. En fait, les équipes au pouvoir se soucient fort peu du sort de la France, et des Français, menacés de s’acheminer en cette fin de siècle, au mieux, vers le sort de Cuba, au pire, celui du Kosovo ou du Liban. Il y a chez elles une sorte de volonté suicidaire, qui se retrouve malheureusement chez beaucoup de nos compatriotes, lesquels s’imaginent naïvement qu’il suffit de fermer les yeux et que tous les problèmes vont s’arranger d’eux-mêmes.

Comme sur le Titanic, où l’on dansait avant le choc contre l’iceberg.

Annexe

Mesures proposées pour ramener l’immigration légale dans une fourchette allant de 10 000 à 50 000 personnes (délivrance de titres de séjour)

Prenons les chiffres de 2009, soit 225 440 titres de séjour délivrés sur les bases suivantes :
- 47 000 demandes d’asile (dont environ 10 000 agrées, le solde s’évanouissant instantanément dans la nature)
- immigration professionnelle : 31 500 personnes
- immigration familiale : 81 100 personnes

Total : 225 440 personnes, chiffre auquel il faut ajouter 30 000 à 50 000 immigrants illégaux. On notera simplement qu’à Mayotte, 25 % des enfants scolarisés ont au moins un des parents nés à l’étranger hors Union européenne.

Il faut aborder ici le problème catégorie par catégorie et adopter des dispositions appropriées au cas par cas afin d’atteindre un objectif inférieur à 50 000 personnes par an.
Pour faire simple, il serait souhaitable de fixer un « plafond » ou un « quota » d’environ 10 000 personnes autorisées à immigrer en France pour chacune des quatre principales catégories dénombrées ci-dessus, à savoir droit d’asile, regroupement familial, étudiants et immigration professionnelle.
A cette fin, les dispositions suivantes, à condition d’être appliquées avec détermination, devraient permettre d’y parvenir.

I Les principes

- Refuser absolument l’immigration non qualifiée porteuse de droits sociaux et de problèmes inextricables (regroupement familial et droit d’asile essentiellement).
- Accepter, sous conditions strictes, une certaine immigration qualifiée ( soit quelques dizaines ou centaines de cas par an tout au plus).
- Exiger de l’INSEE (ou mieux, d’une nouvelle institution à créer), des données claires, objectives et immédiates.
- Revoir le droit du sol, le jus solis, et réserver la nationalité de droit aux seuls enfants nés de parents français. Renforcer davantage les critères exigés pour la naturalisation, notamment par mariage (grave problème des « mariages blancs de complaisance »).

II Les mesures

A. Regroupement nuptial et familial

C’est, de loin, la mesure prioritaire : il est proposé de suspendre ce droit pour 5 ans. Cette disposition s’appuierait sur un motif humanitaire bien réel, le fait que, devant les carences de l’éducation nationale et la pénurie de logements sociaux, le gouvernement doit se donner du temps pour mieux accueillir les nouveaux arrivants, sous peine de les marginaliser et de les condamner à la précarité.
Reste le cas des bi-nationaux, soit autour de 50 000 personnes qui, s’agissant de mariage arrangés, vont chercher époux ou épouse « au bled ». Dans de telles situations, le regroupement familial devra prendre place dans le pays d’origine et non en France.
Pour les autres cas (mariage entre Français de nationalités), soit environ 30 000 cas, le mariage, pour être reconnu en France, devra être assorti de conditions suffisamment rigoureuses (durée de vie en commun, ressources du nouveau ménage, connaissance de la langue française et niveau des études) pour dissuader les candidats de trouver dans le sacrement du mariage un moyen commode de tourner les lois sur l’immigration,

B. Demandes d’asile

La quasi-totalité de ces demandes sont injustifiées (surtout après l’épanouissement du « printemps arabe » et la restauration de la démocratie en Afrique) et servent seulement de prétexte à l’entrée sur le territoire français. Il faut donc que les demandeurs ne puissent pas franchir la frontière (car après, c’est bien trop tard). Les demandes d’asile doivent donc :
a) être traitées dans un délai très court, par exemple une semaine, et selon des critères très stricts, définis à l’avance par l’autorité administrative
b) – être examinées sur place, c’est à dire à l’étranger (dans les consulats)
- ou dans des espaces spécialement aménagés aux frontières mêmes, les demandeurs non acceptés étant instantanément rapatriés à leur point de départ. Cela coûtera infiniment moins cher que les interminables procédures actuelles

C. Etudiants étrangers

Dans l’état actuel des choses, les étudiants étrangers considèrent que la possibilité de poursuivre des études en France constitue ipso facto un droit à l’immigration et à leur l’installation sur le territoire par le mariage ou un contrat de travail alors qu’il ne s’agit que d’une forme de l’aide au développement du Tiers monde. Or les étudiants formés en France doivent impérativement retourner chez eux pour contribuer au développement de leur pays d’origine.

Deux cas de figure se présentent ici :

1° l’acceptation de tout étudiant étranger au stade de son inscription à l’université est subordonnée
a) –à une épreuve de sélection destinée à prouver une maîtrise suffisante dans la matière choisie (niveau Master1)
b) –le paiement de frais d’inscription suffisamment élevés pour défrayer l’ Etat français du coût des études
c) la signature d’un contrat impératif de retour dans son pays d’origine dès la fin de ses études, étant précisé que la durée de son cursus doit être impérativement respectée ( afin d’éviter les « perpétuels » étudiants qui font une licence en 10 ans et un doctorat en 20 ans) sous peine de résiliation du contrat et d’obligation de départ. Le respect des dispositions du contrat, en cours ou à son expiration, sera soumis à un contrôle administratif et judiciaire
d) Il est précisé que l’étudiant ainsi accepté sera dans l’impossibilité d’obtenir une carte de résident, ou un permis de travail ou ni de se marier en cours d’études (afin d’obtenir la nationalité française).

2° Autre possibilité: Les universités se délocalisent et forment désormais les étudiants étrangers…à l’étranger. Ils ne pénètrent pas sur le territoire national où ils ont trop tendance à s’incruster. Les universités se filialisent et envoient sur place à l’étranger leurs professeurs français ( détachés ou mis en disponibilité).

D. Mesures annexes essentielles

a) Prise en compte des enfants mineurs dans les statistiques qui, du fait de cette omission, sont grossièrement sous estimées ( au moins à hauteur de 10 à 20 %. Or, dix ans plus tard, un enfant est devenu un homme.
b) Enlever à l’INSEE la responsabilité de publier les statistiques relatives à l’immigration. Ce travail sera confié à une nouvelle institution à créer sur des bases entièrement renouvelées, tant au plan des méthodes que les hommes.
c) Multiplier les contrôles d’identité dans les lieux publics ( la rue, les gares, le métro etc.) A l’heure actuelle, les clandestins déambulent sur le territoire en toute impunité.
d) Suppression de toute prestation, quelle qu’en soit la nature, pour les « sans papiers », notamment l’aide médicale gratuite. Celle-ci profite essentiellement aux clandestins (800 millions d’euros par an environ). Elle sera remplacée par des « tickets de santé » individualisés qui permettront d’identifier et de dénombrer les bénéficiaires (ce qui n’est pas le cas aujourd’hui où l’anonymat est de règle). Les enfants des « sans papiers » ne seront pas pris en charge par le système scolaire ordinaire mais bénéficieront d’une formation spécifique dans des établissements spécialisés (dans l’attente d’un rapatriement éventuel).
e) Affecter les clandestins internés à des tâches d’intérêt général dans l’attente d’une reconduite à la frontière rapide.
f) Les « sans papiers » doivent être expulsés sans délais par voie administrative (et non judiciaire). Ceux qui auront détruits leurs documents (procédé désormais classique) seront dotés d’autorité à bref délai d’une identité administrative provisoire, en accord avec un ou plusieurs pays d’accueil avec lesquels des accords ont été conclus (elles sont fournies aujourd’hui jusqu’à 3 ans de retard ).

  • Rivers of Blood Speech (Enoch Powell, discorso tenuto presso il Midland Hotel di Birmingham per l'annuale incontro del West Midlands Conservative Political Centre, 20 aprile 1968):
The supreme function of statesmanship is to provide against preventable evils. In seeking to do so, it encounters obstacles which are deeply rooted in human nature. One is that by the very order of things such evils are not demonstrable until they have occurred: At each stage in their onset there is room for doubt and for dispute whether they be real or imaginary. By the same token, they attract little attention in comparison with current troubles, which are both indisputable and pressing: whence the besetting temptation of all politics to concern itself with the immediate present at the expense of the future.

Above all, people are disposed to mistake predicting troubles for causing troubles and even for desiring troubles: 'if only', they love to think, 'if only people wouldn't talk about it, it probably wouldn't happen'. Perhaps this habit goes back to the primitive belief that the word and the thing, the name and the object, are identical. At all events, the discussion of future grave but, with effort now, avoidable evils is the most unpopular and at the same time the most necessary occupation for the politician. Those who knowingly shirk it, deserve, and not infrequently receive, the curses of those who come after.

A week or two ago I fell into conversation with a constituent, a middle-aged, quite ordinary working man employed in one of our nationalized industries. After a sentence or two about the weather, he suddenly said: 'If I had the money to go, I wouldn't stay in this country.' I made some deprecatory reply, to the effect that even this Government wouldn't last for ever; but he took no notice, and continued: 'I have three children, all of them have been through grammar school and two of them married now, with family. I shan't be satisfied till I have seen them settled overseas. In this country in fifteen or twenty years' time the black man will have the whip hand over the white man.'

I can already hear the chorus of execration. How dare I say such a horrible thing? How dare I stir up trouble and inflame feelings by repeating such a conversation? The answer is that I do not have the right not to do so. Here is a decent, ordinary fellow Englishman, who in broad daylight in my own town says to me, his Member of Parliament, that this country will not be worth living in for his children. I simply do not have the right to shrug my shoulders and think about something else. What he is saying, thousands and hundreds of thousands are saying and thinking - not throughout Great Britain, perhaps, but in the areas that are already undergoing the total transformation to which there is no parallel in a thousand years of English history.

In fifteen or twenty years, on present trends, there will be in this country 3 1/2 million Commonwealth immigrants and their descendants. That is not my figure. That is the official figure given to Parliament by the spokesman of the Registrar General's office. There is no comparable official figure for the year 2000, but it must be in the region of 5-7 million, approximately one-tenth of the whole population, and approaching that of Greater London. Of course, it will not be evenly distributed from Margate to Aberystwyth and from Penzance to Aberdeen. Whole areas, towns and parts of towns across England will be occupied by different sections of the immigrant and immigrant-descended population.

As time goes on, the proportion of this total who are immigrant descendants, those born in England, who arrived here by exactly the same route as the rest of us, will rapidly increase. Already by 1985 the native-born would constitute the majority. It is this fact above all which creates the extreme urgency of action now, of just that kind of action which is hardest for politicians to take, action where the difficulties lie in the present but the evils to be prevented or minimized lie several parliaments ahead.

The natural and rational first question with a nation confronted by such a prospect is to ask: 'How can its dimensions be reduced?' Granted it be not wholly preventable, can it be limited, bearing in mind that numbers are of the essence: the significance and consequences of an alien element introduced into a country or population are profoundly different according to whether that element is 1 per cent or 10 per cent. The answers to the simple and rational question are equally simple and rational: by stopping or virtually stopping, further inflow, and by promoting the maximum outflow. Both answers are part of the official policy of the Conservative Party.

It almost passes belief that at this moment twenty or thirty additional immigrant children are arriving from overseas in Wolverhampton alone every week - and that means fifteen or twenty additional families of a decade or two hence. Those whom the gods wish to destroy, they first make mad. We must be mad, literally mad, as a nation to be permitting the annual inflow of some 50,000 dependants, who are for the most part the material of the future growth of the immigrant-descended population. It is like watching a nation busily engaged in heaping up its own funeral pyre. So insane are we that we actually permit unmarried persons to immigrate for the purpose of founding a family with spouses and fiancées whom they have never seen.

Let no one suppose that the flow of dependants will automatically tail off. On the contrary, even at the present admission rate of only 5,000 a year by voucher, there is sufficient for a further 325,000 dependants per annum ad infinitum, without taking into account the huge reservoir of existing relations in this country - and I am making no allowance at all for fraudulent entry. In these circumstances nothing will suffice but that the total inflow for settlement should be reduced at once to negligible proportions, and that the necessary legislative and administrative measures be taken without delay. I stress the words 'for settlement'.

This has nothing to do with the entry of Commonwealth citizens, any more than of aliens, into this country, for the purposes of study or of improving their qualifications, like (for instance) the Commonwealth doctors who, to the advantage of their own countries, have enabled our hospital service to be expanded faster than would otherwise have been possible. These are not, and never have been, immigrants.

I turn to re-emigration. If all immigration ended tomorrow, the rate of growth of the immigrant and immigrant-descended population would be substantially reduced, but the prospective size of this element in the population would still leave the basic character of the national danger unaffected. This can only be tackled while a considerable proportion of the total still comprises persons who entered this country during the last ten years or so. Hence the urgency of implementing now the second element of the Conservative Party's policy: the encouragement of re-emigration.

Nobody can make an estimate of the numbers which, with generous grants and assistance, would choose either to return to their countries of origin or to go to other countries anxious to receive the manpower and the skills they represent. Nobody knows, because no such policy has yet been attempted. I can only say that, even at present, immigrants in my own constituency from time to time come to me, asking if I can find them assistance to return home. If such a policy were adopted and pursued with the determination which the gravity of the alternative justifies, the resultant outflow could appreciably alter the prospects for the future.

It can be no part of any policy that existing family should be kept divided; but there are two directions in which families can be reunited, and if our former and present immigration laws have brought about the division of families, albeit voluntary or semi-voluntarily, we ought to be prepared to arrange for them to be reunited in their countries of origin. In short, suspension of immigration and encouragement of re-emigration hang together, logically and humanly, as two aspects of the same approach.

The third element of the Conservative Party's policy is that all who are in this country as citizens should be equal before the law and that there shall be no discrimination or difference made between them by public authority. As Mr. Heath has put it, we will have no 'first-class citizens' and 'second-class citizens'. This does not mean that the immigrant and his descendants should be elevated into a privileged or special class or that the citizen should be denied his right to discriminate in the management of his own affairs between one fellow citizen and another or that he should be subjected to inquisition as to his reasons and motives for behaving in one lawful manner rather than another.

There could be no grosser misconception of the realities than is entertained by those who vociferously demand legislation as they call it 'against discrimination', whether they be leader-writers of the same kidney and sometimes on the same newspapers which year after year in the 1930s tried to blind this country to the rising peril which confronted it, or archbishops who live in palaces, faring delicately with the bedclothes pulled right over their heads. They have got it exactly and diametrically wrong. The discrimination and the deprivation, the sense of alarm and resentment, lies not with the immigrant population but with those among whom they have come and are still coming. This is why to enact legislation of the kind before Parliament at this moment is to risk throwing a match on to the gunpowder. The kindest thing that can be said about those who propose and support it is they know not what they do.

Nothing is more misleading than comparison between the Commonwealth immigrant in Britain and the American Negro. The Negro population of the United states, which was already in existence before the United States became a nation, started literally as slaves and were later given the franchise and other rights of citizenship, to the exercise of which they have only gradually and still incompletely come. The Commonwealth immigrant came to Britain as a full citizen, to a country which knows no discrimination between one citizen and another, and he entered instantly into the possession of the rights of every citizen, from the vote to free treatment under the National Health Service. Whatever drawbacks attended the immigrants - and they were drawbacks which did not, and do not, make admission into Britain by hook or by crook appear less than desirable - arose not from the law or from public policy or from administration but from those personal circumstances and accidents which cause, and always will cause, the fortunes and experience of one man to be different for another's.

But while to the immigrant entry to this country was admission to privileges and opportunities eagerly sought, the impact upon the existing population was very different. For reasons which they could not comprehend, and in pursuance of a decision by default, on which they were never consulted, they found themselves made strangers in their own country. They found their wives unable to obtain hospital beds in childbirth, their children unable to obtain school places, their homes and neighbourhoods changed beyond recognition, their plans and prospects for the future defeated; at work they found that employers hesitated to apply to the immigrant worker the standards of discipline and competence required of the native-born worker; they began to hear, as time went by, more and more voices which told them that they were now the unwanted. On top of this, they now learn that a one-way privilege is to be established by Act of Parliament: a law, which cannot, and is not intended, to operate to protect them or redress their grievances, is to be enacted to give the stranger, the disgruntled and the agent provocateur the power to pillory them for their private actions.

In the hundreds upon hundreds of letters I received when I last spoke on this subject two or three months ago, there was one striking feature which was largely new and which I find ominous. All Members of Parliament are used to the typical anonymous correspondent; but what surprised and alarmed me was the high proportion of ordinary, decent, sensible people, writing a rational and often well-educated letter, who believed that they had to omit their address because it was dangerous to have committed themselves to paper to a Member of Parliament agreeing with the views I had expressed, and that they would risk either penalties or reprisals if they were known to have done so. The sense of being a persecuted minority which is growing among ordinary English people in the areas of the country which are affected is something that those without direct experience can hardly imagine. I am going to allow just one of those hundreds of people to speak for me. She did give her name and address, which I have detached from the letter which I am about to read. She was writing from Northumberland about something which is happening at this moment in my own constituency:

Eight years ago in a respectable street in Wolverhampton a house was sold to a Negro. Now only one white (a woman old-age pensioner) lives there. This is her story. She lost her husband and both her sons in the war. So she turned her seven-roomed house, her only asset, into a boarding house. She worked hard and did well, paid off her mortgage and began to put something by for her old age. Then the immigrants moved in. With growing fear, she saw one house after another taken over. The quiet streets became a place of noise and confusion.

Regretfully, her white tenants moved out.

The day after the last one left, she was awakened at 7 a.m. by two Negroes who wanted to use her phone to contact their employer. When she refused, as she would have refused any stranger at such an hour, she was abused and feared she would have been attacked but for the chain on her door. Immigrant families have tried to rent rooms in her house, but she always refused. Her little store of money went, and after paying her rates, she had less than £2 per week. She went to apply for a rate reduction and was seen by a young girl, who on hearing she had a seven-roomed house, suggested she should let part of it. When she said the only people she could get were Negroes, the girl said 'racial prejudice won't get you anywhere in this country'. So she went home.

The telephone is her lifeline. Her family pay the bill, and help her out as best they can. Immigrants have offered to buy her house - at a price which the prospective landlord would be able to recover from his tenants in weeks, or at most in a few months. She is becoming afraid to go out.

 Windows are broken. She finds excreta pushed through her letterbox. When she goes to the shops, she is followed by children, charming, wide-grinning piccaninnies. They cannot speak English, but one word they know. 'Racialist', they chant. When the new Race Relations Bill is passed, this woman is convinced she will go to prison. And is she so wrong? I begin to wonder.

The other dangerous delusion from which those who are wilfully or otherwise blind to realities suffer, is summed up in the word 'integration'. To be integrated into a population means to become for all practical purposes indistinguishable from its other members. Now, at all times, where there are marked physical differences, especially of colour, integration is difficult though, over a period, not impossible. There are among the Commonwealth immigrants have come to live here in the last fifteen years or so, many thousands whose wish and purpose is to be integrated and whose every thought and endeavour is bent in that direction. But to imagine that such a thing enters the heads of a great and growing majority of immigrants and their descendants is a ludicrous misconception, and a dangerous one to boot.

We are on the verge of here of a change. Hitherto it has been force of circumstance and of background which has rendered the very idea of integration inaccessible to the greater part of the immigrant population - that they never conceived or intended such a thing, and that their numbers and physical concentration meant the pressures towards integration which normally bear upon any small minority did not operate. Now we are seeing the growth of positive forces acting against integration, of vested interests in the preservation and sharpening of racial and religious differences, with a view to the exercise of action domination, first over fellow immigrants and then over the rest of the population. The cloud no bigger than a man's hand, that can so rapidly overcast the sky, has been visible recently in Wolverhampton and has shown signs of spreading quickly. The words I am about to use, verbatim as they appeared in the local press on 17 February, are not mine, but those of a Labour Member of Parliament who is a Minister in the present Government.

The Sikh communities' campaign to maintain customs inappropriate in Britain is much to be regretted. Working in Britain, particularly in the public services, they should be prepared to accept the terms and conditions of their employment. To claim special communal rights (or should one say rites?) leads to a dangerous fragmentation within society. This communalism is a canker: whether practised by one colour or another it is to be strongly condemned.

All credit to John Stonehouse for having had the insight to perceive that, and the courage to say it.

For these dangerous and divisive elements the legislation proposed in the Race Relations Bill is the very pabulum they need to flourish. Here is the means of showing that the immigrant communities can organize to consolidate their members, to agitate and campaign against their fellow citizens, and to overawe and dominate the rest with the legal weapons which the ignorant and the ill-informed have provided. As I look ahead, I am filled with foreboding.

Like the Roman, I seem to see 'the River Tiber foaming with much blood'. That tragic and intractable phenomenon which we watch with horror on the other side of the Atlantic but which there is interwoven with the history and existence of the States itself, is coming upon us here by our own volition and our own neglect. Indeed, it has all but come. In numerical terms, it will be of American proportions long before the end of the century.

Only resolute and urgent action will avert it even now. Whether there will be the public will to demand and obtain that action, I do not know. All I know is that to see, and not to speak, would be the great betrayal.