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venerdì 15 giugno 2012

Città USA multietniche più felici?

Città USA multietniche più felici? Ovvero del controllo totalitario della società

Circa un anno fa, sono stati pubblicati i nuovi dati sull'incidenza criminale nella società statunitense e, con grande sorpresa, secondo lo Uniform Crime Report dell'FBI, risulterebbe, negli ultimi anni, una costante diminuizione degli atti criminali. Secondo l'organizzazione Brookings Institute (ideologicamente "left-liberal"), rifacendosi ai dati forniti dalla stessa FBI, inoltre, tale diminuzione sarebbe costante da vent'anni a questa parte, riportando le percentuali ai livelli della seconda metà degli anni '70, dopo un ventennio, sino ai primi anni '90, di follia criminale.

FBI Uniform Crime Report (aggiornato al dicembre 2011)

City and Suburban Crime Trends in Metropolitan America (Elizabeth Kneebone / Steven Raphael, The Brookings Institute, maggio 2011) [in PDF]

Come da titolo, una delle risposte che sono state date per questo calo è quella della crescente diversità nella società statunitense. La presenza di comunità sempre più diversificate (compresa quella "omosessuale", a dire di Richard Florida su Atlantic) costituirebbe la ragione di questo calo continuo. La spiegazione sembra un po' stonata: la lettura che viene fornita sostanzialmente cita le aree con immigrati o con minoranze etniche, più che citare gli autori dei crimini. In pratica si afferma che non esiste correlazione tra zone abitate da neri o ispano-americani e criminalità.

Eppure i dati sugli arresti compiuti dicono altro:

Arrests by Race 2009 (FBI, 2009)

Dai dati sopra riportati è possibile fare un confronto tra bianchi e neri, in particolare. I neri, che rappresentano poco meno del 13% della popolazione degli USA, rappresentano circa un terzo degli autori di crimini (il 27,8% dai 18 anni in su e ben il 31,3% tra i minorenni). Si tenga anche presente che le statistiche dell'FBI tendono a includere gli ispano-americani nella categoria "bianchi". (Race and crime in the United States, Wikipedia)

Invece, secondo Brookings Institute o Richard Florida, i dati mostrerebbero che la relazione tra residenti neri e crimini contro la proprietà si sarebbe dimezzata in vent'anni, mentre per gli ispano-americani sarebbe quasi scomparsa. Il che indicherebbe una minore incidenza dei crimini nei quartieri con neri, ispano-americani e altre minoranze. E' anche vero che il rapporto dell'FBI parla di diminuzione complessiva dei crimini, così come lo studio della Brookings Institute sottolinea come la diminuzione della criminalità sia fenomeno soprattutto delle aree urbane e delle grandi città in particolare, come si può vedere nelle figure 3A e 3B a pagina 10 del rapporto citato. Considerando le aree urbane più piccole, in particolare per i crimini violenti, non sembra esserci stata una grossa variazione. Per le aree extraurbane, al contrario, si nota un aumento. In quest'ultimo caso, secondo il rapporto del Brookings Institute, ciò non deriverebbe da mutamenti demografici (ossia da spostamenti di popolazione, magari di immigrati, oppure altri fattori, magari socio-economici derivanti dalla crisi), ma il rapporto sorvola sul perché, nonostante, sempre dallo studio del Brookings Institute, la figura 2 a pagina 8 riporti come negli ultimi vent'anni la popolazione sia diminuita nelle aree urbane più grandi e sia leggermente aumentata proprio in quelle più piccole.

Come detto, si tende a sottolineare le aree identificate con determinate minoranze e non gli autori. Dati del John Jay College of Criminal Justice e dell'Office of Juvenile Justice and Delinquency Prevention dimostrerebbero che effettivamente la responsabilità criminale tra gli afro-americani sarebbe diminuita negli ultimi 20-30 anni, dato che nel 1980 i neri venivano arrestati sei volte più dei bianchi, rispetto alle quattro volte in anni più recenti (ferma restando la già citata confusione statistica che può esservi tra ispano-americani e bianchi). (Hard times, fewer crimes, James Q. Wilson, The Wall Street Journal, 28 maggio 2011)

Ora, sorvolando sulle cause degli arresti nei primi anni '80 rispetto agli ultimi dieci anni (arresti sempre giustificati, pregiudizi razziali o altro?), sembra proprio che gli afro-americani, pur continuando ad essere la minoranza percentualmente più incline al crimine, lo siano in maniera inferiore rispetto al passato. Il punto non è però la comunità afro-americana in sè, quanto la giustificazione fornita per la teoria di cui stiamo parlando. Se è la diversità a creare aree urbane più tranquille, si spiega la cosa con l'idea che "gli immigrati siano buoni vicini", cosa a sua volta spiegata con l'idea che lo siano grazie ad una predisposizione particolare a "darsi da fare". (America’s Cities and Suburbs Becoming Safer, Elizabeth Kneebone, The New Republic, 3 giugno 2011) (Why Crime Is Down in America's Cities, Richard Florida, The Atlantic, 2 giugno 2011)

Ciò è una vecchia idea, diffusa anche in Europa, di cui sappiamo perfettamente la falsità. Le prime generazioni di immigrati hanno, sì, una componente di individui volenterosi, ma costituiscono anche un forte fattore di incremento del crimine, mentre le successive generazioni perdono parte di quella intraprendenza, oscillando tra mediocrità e conformismo o costeggiando anch'essi l'illegalità. Non esiste una società "multietnica" che abbia, negli ultimi decenni, mostrato uno slancio verso il meglio, e questo vale per gli USA, così come per le nazioni europee. Questo perché la società "multietnica" è tautologica: il suo meglio è rappresentato dal suo essere diversa e non da miglioramenti culturali, sociali, scientifici o di altro genere (si confronti il livello sociale e culturale delle nazioni occidentali odierne rispetto a 30-50 anni fa).

Ora, l'idea proposta degli "immigrati buoni vicini" lascia perplessi, sia perché non si vede in che modo le minoranze più antiche dovrebbero godere del supposto esempio altrui, sia perché il tutto riguarda un ventennio di povertà crescente e di occasioni sociali inferiori rispetto al passato. Gli studi e gli articoli qui citati fanno anche presente che maggiori livelli di povertà o di disoccupazione non costituirebbero, negli USA, fattore scatenante la criminalità, tanto da accusare piuttosto la cultura individualistica degli anni '60, nonostante in quel periodo esistessero anche la cosiddetta contro-cultura, le occupazioni universitarie, le manifestazioni contro la guerra in Vietnam (per lo più cose "bianche", ne conveniamo) e un atteggiamento generalmente più naif rispetto alla vita. Al contrario, negli ultimi vent'anni avrebbe avuto modo di diffondersi uno stile di vita più comunitario?! Semplicemente ridicolo!

Eppure, altre ragioni sul perché la criminalità in generale sia diminuita ci sono e vengono citate, nonostante non vengano considerate a sufficienza. Ad esempio:

  • aumento delle incarcerazioni ed espansione del business carcerario. Attualmente, gli USA sono la nazione con più incarcerati al mondo ogni 100.000 abitanti, ossia oltre 700. Per fare un confronto, la Russia ne ha 500, Cuba 500, l'Iran 330, la Cina, addirittura, solo 120 (forse 170, secondo altre stime), ecc. Nel 1985, la popolazione carceraria negli USA era di 744.000 persone; nel 1998 di 1.800.000; nel 2008 di 2.300.000. (World Prison Population List, International Centre for Prison Studies, 2009) [in PDF] Il Federal Bureau of Justice Statistics riportava nel 2002 che il 52% dei carcerati tornavano dietro le sbarre dopo massimo tre anni dal loro rilascio. (The Hard Sell, Michael Myser, Business 2.0 Magazine - CNN, 15 marzo 2007)
  • espansione delle pratiche abortive. Secondo uno studio della Stanford Law School e della Chicago University risalente al 2000, l'aborto, come fattore di riduzione del crimine, si sarebbe fatto sentire subito e maggiormente là dove esso era divenuto presto legale e maggiormente diffuso. L'idea sarebbe che l'aborto abbia agito come mezzo per eliminare futuri soggetti potenzialmente problematici in ambienti altrettanto problematici (in particolare, per brevità, si vedano le tabelle I e II alle pagine 51 e 52, The Impact of Legalized Abortion on Crime, John J. Donohue III / Steven D. Levitt, Quarterly Journal of Economics, maggio 2001) [in PDF] La teoria è stata fortemente contestata, ma dalla Romania arrivano dati che la confermerebbero. In pratica, in Romania sarebbe avvenuto il contrario rispetto agli USA: se qui l'aborto è stato legalizzato nel 1973 e ciò avrebbe prodotto col tempo meno crimini, il Paese balcanico avrebbe proibito tale pratica nel 1966, creando le premesse per un forte aumento della natalità e, quindi, della criminalità. (Oops-onomics, The Economist, 1 dicembre 2005)
  • maggiore diffusione di mezzi audiovisivi e di intrattenimento virtuale. Nel primo caso, si crea un ambiente urbano che può frenare i possibili criminali, sia per quanto riguarda i sistemi di videosorveglianza, sia per quanto riguarda il sempre più ampio uso di telefonini con videocamere o altri aggeggi, che aumentano le possibilità di venir ripresi durante un crimine e quindi poi incriminati. Nel secondo caso, l'uso di videogiochi e altri sistemi di intrattenimento virtuale e telematico equilibra e contrasta le pulsioni criminogene. Il tempo trascorso davanti ad uno schermo è tempo tolto all'atto violento, anche qualora lo schermo diffonda sollecitazioni alla violenza. (US crime figures: Why the drop?, Tom Geoghegan, BBC, 21 giugno 2011)

Altre teorie possibili sono legate alla messa in pratica della teoria della "finestra rotta" (secondo cui la tolleranza zero, di alcune amministrazioni cittadine, anche per piccoli atti vandalici, ha diminuito il rischio dell'aumento di atti anti-sociali e, quindi, del crimine), oppure al crollo del mercato del crack, oppure all'esempio di figure come Barack Obama, che avrebbero convinto giovani afro-americani a seguire strade differenti rispetto a quelle delle gang metropolitane (teoria questa che lascia perplessi, sia perché Obama è figura molto recente, sia perché è ben conosciuta la presenza, nei mezzi di comunicazione, di figure afro-americane di tutt'altro tenore).

Ma le tre teorie segnalate più sopra ci sembrano le più inquietanti. Incarcerazioni di massa  (giustificate con la necessità della legalità) + aborto come mezzo di controllo sociale (giustificato con le libertà individuali) + onnipresenza tecnologica e virtualità imperante (giustificate con la libertà di mercato).

Ora, difficilmente una singola teoria può spiegare la diminuzione degli atti criminali nel loro complesso. Molto probabilmente, diversi fattori hanno contribuito in questo. Il sospetto che abbiamo è che il binomio società-multietnica + grandi-città-sicure serva a giustificare ideologicamente una realtà come quella statunitense, nascondendo proprio ciò che le teorie citate poco sopra dicono: la "land of freedom" è avviata verso un futuro repressivo e totalitario.

venerdì 8 giugno 2012

Poliziotti di Francia e ONG straniere

Poliziotti di Francia e ONG straniere: il regalo avvelenato del Governo Hollande

Alle richieste e alle proteste delle forze dell'ordine francesi [7 maggio 2012], il nuovo Governo di François Hollande ha risposto. Se i poliziotti d'Oltralpe chiedevano di ridiscutere la legittima difesa (quella di un poliziotto rispetto ad un malvivente, nel caso qualcuno immaginasse altro), così come manifestavano contro le condizioni di lavoro difficili e i rischi sempre più alti, il Governo ha risposto prospettando, con quasi assoluta certezza, che i poliziotti, da ora in poi, avranno molti più ostacoli per poter identificare e controllare nelle strade cittadine eventuali sospetti.

L'intenzione del nuovo Governo socialista è quella di dar spago alle pressioni e alle denunce sia provenienti dal SAF, il sindacato francese degli avvocati, politicamente di sinistra, sia di ONG come Human Rights Watch e Open Society, legata alla speculatore internazionale George Soros.

Il SAF, circa un anno fa, ha messo in discussione la liceità costituzionale dei controlli d'identità operati in Francia, affermando che sarebbero spesso motivati solo da un punto di vista razziale e razzistico, in quanto colpirebbero soprattutto arabi e africani. La denuncia del SAF si appoggerebbe all'organizzazione Open Society, nella sua branca Justice Initiative, e, in particolare, ad un suo dossier del 2009, relativo alla regione parigina, attestante proprio una maggiore presa di mira degli allogeni nei controlli della polizia. Si accusa, inoltre, la polizia, con le sue pratiche, di essere la causa delle tensioni con arabi e africani, minacciando con ciò la pace sociale.

Profiling Minorities: A Study of Stop-and-Search Practices in Paris [versione inglese] [versione francese] [in PDF] (Open Society Justice Initiative, giugno 2009)

A questa doppia azione, si è aggiunta, nei mesi scorsi, anche quella di Human Rights Watch, ripetente sostanzialmente le stesse accuse precedenti.

The Roots of Humiliation: abusive identity checks in France [in inglese] [in PDF] (Human Rights Watch, 26 gennaio 2012)

La polizia francese, naturalmente non ci sta. Una ragione è dovuta all'impossibilità di quantificare i controlli in funzione di forme discriminatorie, dato che in Francia non esistono statistiche etniche, per cui non si potrebbe, allo stato attuale, avere una eventuale visione complessiva del fenomeno.

Ma, a parte questo punto, sono proprio le conclusioni delle organizzazioni citate ad indispettire i tutori dell'ordine, sia perché controllare, anche più volte le stesse persone in tempi brevi, è un modo per far sentire il fiato sul collo della legge a determinati personaggi, mentre invece l'intenzione governativa sarebbe quella di rilasciare, dopo l'avvenuto primo controllo, una sorta di ricevuta (?!) come lasciapassare, in maniera da non venir più ricontrollati nella stessa giornata (?!). Proprio un simile meccanismo fa temere lo sfaldarsi della possibilità, già oggi complicata, di poter controllare il territorio stesso (un tipo controllato al mattino, alla sera potrebbe benissimo girare armato intoccabile). Oltre a ciò, c'è la diversità etnica in seno alla stessa polizia, per cui i tutori dell'ordine sono adesso costituiti anche da allogeni. Parlare di controlli "razzisti" diventa perciò ancora più opinabile.

Dove sta, perciò, il regalo avvelenato del Governo Hollande? Se i controlli diverranno più complicati, secondo i desiderata dei gruppi citati, sarà come lasciar filtrare l'idea che la colpa dei numerosi incidenti degli ultimi dieci anni, dalle rivolte del 2005, mai terminate in realtà, alle stragi di Mohammed Merah, siano il prodotto dei comportamenti della polizia. Tutte le eventuali altre colpe (o degli allogeni o dello Stato e della classe politica) finirebbero, almeno un po', ai margini. Con quali effetti lo potete ben immaginare.

  • Contrôles d'identité: la grogne policière s'amplifie (Christophe Cornevin, Le Figaro, 1 giugno 2012):
Présentée par le gouvernement comme une façon de lutter contre les contrôles «au faciès», et de rendre plus «sereins» les rapports entre population et forces de l'ordre, la remise d'un reçu par la police à toute personne contrôlée provoque un tollé qui ne cesse d'enfler ( http://www.lefigaro.fr/actualite-france/2012/05/31/01016-20120531ARTFIG00752-controles-d-identite-valls-inquiete-la-police.php ). À l'UMP, certains ténors n'ont pas de mots assez durs. «C'est une mesure qui jette le discrédit sur la police et la gendarmerie, tonne Éric Ciotti, secrétaire national chargé de la sécurité. Il y a aujourd'hui d'autres priorités que de vouloir entraver l'action des forces de l'ordre en fonction de considérations purement idéologiques. Le nouveau pouvoir avait voulu donner une image de réalisme en matière de sécurité, mais le vernis a vite craqué: c'est le retour à pleine vitesse vers une certaine forme de laxisme et d'angélisme.»

Au sortir d'un tour de table syndical vendredi dernier, le ministre de l'Intérieur, Manuel Valls, avait émis l'idée d'«améliorer la relation entre la police et la population» en se fondant sur le modèle anglo-saxon, où l'agent doit décliner son identité et son matricule puis délivrer un récépissé à la personne contrôlée. Soucieux de s'épargner d'entrée de jeu une levée de boucliers, son entourage avait prudemment parlé d'une «simple réflexion».

Mais, vendredi, Jean-Marc Ayrault a confirmé l'hypothèse. «C'est une mesure que l'on va faire. Elle est en préparation, le ministre de l'Intérieur y travaille», a déclaré le premier ministre sur BFM-TV et RMC considérant que «c'est important de ne pas contrôler trois fois la même personne». «Ça sera utile à tous, aux personnes contrôlées (…) et puis aux policiers aussi, parce que les policiers ont besoin de retrouver la confiance et le respect», a insisté le chef du gouvernement, avant de tenter la pédagogie: «une mesure de ce type n'a rien de vexatoire pour eux, c'est simplement pour remettre de la sérénité ( http://www.bfmtv.com/ayrault-sur-bfmtv-36-entreprises-menacees-actu28510.html ). Il ne s'agit pas d'arrêter les contrôles d'identité, les policiers font leur travail. Simplement, on donne aux personnes contrôlées un reçu.»

«La délivrance d'un récépissé, à l'issue d'un contrôle d'identité, peut être une démarche utile», observe-t-on place Beauvau. Si les associations ont aussitôt manifesté leur satisfaction, il n'en a, semble-t-il, guère fallu plus pour mettre les policiers en ébullition. «Un récépissé de contrôle d'identité n'est pas pour nous une priorité, écrit dans un communiqué Nicolas Comte, secrétaire général d'Unité SGP Police. On ne solutionnera pas la fracture police-population en donnant l'impression aux policiers que la faute vient d'eux.» «On stigmatise la police comme étant une police raciste, s'indigne de son côté Jean-Claude Delage, secrétaire général d'Alliance, deuxième syndicat des gardiens de la paix. Il est inacceptable de partir de cette présomption. L'annonce faite par le premier ministre jette le discrédit sur l'honnêteté morale des policiers en laissant penser qu'ils font des contrôles en dehors de la loi.»

Un effet pervers possible sur le terrain

La colère est tout aussi virulente dans la hiérarchie. «Cela part d'une présomption de discrimination des policiers, qui seraient coupables de pratiquer des contrôles au faciès. Or, aujourd'hui, il y a la même diversité dans la police que dans la population qu'elle contrôle», renchérit Patrice Ribeiro, secrétaire général de Synergie-officiers. À l'instar de nombre de ses collègues, ce chef de file syndical redoute un effet pervers sur le terrain. «Cela va nous enlever des outils comme la palpation où on peut trouver des armes, de la drogue, assure Patrice Ribeiro. Les voyous contrôlés le matin brandiront un récépissé le reste de la journée et on ne pourra plus les contrôler. Cela va générer une dynamique qui n'est pas saine.»

Manuel Valls devra faire preuve de diplomatie pour apaiser un dialogue social qui s'envenime quinze jours après son arrivée. Dès vendredi matin, Manuel Valls a évoqué ce dossier avec le Défenseur des Droits. «Les syndicats de police seront naturellement associés à ce travail ainsi que les associations, prévient-on place Beauvau. Les contrôles d'identité constituent un outil essentiel pour lutter contre la délinquance. Il ne s'agit aucunement de les remettre en question, ni de compliquer le travail des fonctionnaires.»

  • Les contrôles au faciès "menacent le lien social" (Gaël Lombart, Le Monde, 23 maggio 2011):
Une cinquantaine d'avocats vont tenter, à partir du lundi 23 mai, de faire reconnaître le caractère inconstitutionnel du contrôle d'identité, tel que l'autorise actuellement le code de procédure pénale français. Pendant quinze jours, ils vont surveiller les dossiers présentés devant des tribunaux d'Ile-de-France, de Lyon et de Lille, et soulever une question prioritaire de constitutionnalité (QPC) quand ils estimeront que le délit de faciès est à l'origine du contrôle d'identité.

Pour Me Jérôme Karsenti, avocat au barreau du Val-de-Marne, il s'agit surtout avec cette initiative d'"attirer l'attention des pouvoirs publics et des citoyens sur une problématique qui menace le lien social, à savoir les discriminations dont sont victimes les jeunes des banlieues. On a oublié les émeutes de 2005, alors que la situation est quasiment explosive. Les contrôles au faciès participent au sentiment de rejet, d'exclusion, de marginalisation". Pour preuve, un rapport publié en 2009 par l'Open Society Justice Initiative - une organisation parrainée par le milliardaire américain George Soros et associée aujourd'hui à la démarche des avocats - avait révélé qu'un individu noir ou arabe avait respectivement 6 fois et 7,8 fois plus de chance d'être contrôlé par un policier qu'un blanc.

Concrètement, les avocats, membres pour certains du Syndicat des avocats de France, remettent en cause particulièrement l'article 78-2, qui favoriserait les contrôles au faciès ( http://www.legifrance.gouv.fr/affichCode.do;jsessionid=206C7E9C69A638FD425393296999C4D9.tpdjo13v_3?idSectionTA=LEGISCTA000006151880&cidTexte=LEGITEXT000006071154&dateTexte=20080505 ). "Les quatre alinéas de l'article 78-2 permettent actuellement de contrôler toute personne pour lesquelles il y aurait des 'raisons plausibles' de commettre une infraction", explique Me Karsenti. Modifié en mai 2003, l'article permettrait donc au policier d'invoquer des raisons subjectives au contrôle, alors qu'un "indice grave et concordant" était auparavant nécessaire.

"La personne qui a été suspectée devrait avoir droit à un recours effectif. Mais la plupart des contrôles n'étant pas suivis d'une procédure, elle ne peut prouver qu'elle a été contrôlée. Cet article rompt par ailleurs le principe d'égalité et viole le principe d'aller et de venir. Quant au principe d'intelligibilité et d'accessibilité de la loi, il n'est pas respecté", soutient Me Karsenti.

Les avocats qui prennent part à cette opération sont certains de pouvoir soulever plusieurs QPC, mais le parcours judiciaire rend les poursuites incertaines. "Nous pensons que nous avons de bons arguments de droit, explique Me Karsenti. Notre espoir, c'est que pendant ces quinze jours le maximum de tribunaux passent la main à la Cour de cassation", seule à même, avec le Conseil d'Etat, d'enclencher ce processus. Libre ensuite au Conseil constitutionnel de juger ces QPC recevables.

  •  Des avocats s'attaquent aux contrôles au faciès (Jérôme Bouin, Le Figaro, 23 maggio 2011):
Ils vont déposer durant deux semaines des questions prioritaires de constitutionnalité pour dénoncer le caractère trop large du texte qui définit les contrôles d'identité.

L'initiative est spectaculaire. Une cinquantaine d'avocats vont déposer à partir de ce lundi des questions prioritaires de constitutionnalité (QPC) sur les contrôles d'identité, devant les juridictions de plusieurs villes françaises (Paris, Lyon, Marseille, Lille, Nanterre, Versailles ou Créteil). L'information a été révélée par France Bleu 107.1 (antenne parisienne du groupe Radio France).

Concrètement, pendant deux semaines, ces avocats, dont certains, écrit lundi Le Monde , sont membres du Syndicat des avocats de France (SAF, proche de la gauche), vont déposer une QPC pour chaque dossier traité par la justice dans lequel il a été fait état d'un contrôle d'identité ( http://www.lemonde.fr/societe/article/2011/05/23/des-avocats-se-mobilisent-contre-les-controles-au-facies_1526027_3224.html ). Créée par une loi de 2008, la QPC permet depuis l'an dernier à tout justiciable de contester devant un tribunal ou une cour la conformité d'une loi avec la Constitution.

Selon Me William Bourdon, un avocat parisien, militant des droits de l'homme, qui coordonne cette action, les dispositions du code pénal qui définissent le contrôle d'indentité, en l'occurence l'article 78-2 du code de procédure pénale, laissent la voie à l'arbitraire ( http://www.france-info.com/france-justice-police-2011-05-23-des-avocats-veulent-rendre-les-controles-d-identite-hors-la-loi-537812-9-11.html ) ( http://www.legifrance.gouv.fr/affichCode.do;jsessionid=206C7E9C69A638FD425393296999C4D9.tpdjo13v_3?idSectionTA=LEGISCTA000006151880&cidTexte=LEGITEXT000006071154&dateTexte=20080505 ). «Des milliers de contrôles d'identité sont effectués chaque jour en France» sur la base de cet article, rappelle son cabinet. Un article «extrêmement large» et qui ne contient «aucun moyen pour que le juge puisse vérifier le motif du contrôle d'identité».

Soutenus par une ONG américaine

Les QPC sur les contrôles d'identité visent également à attirer l'attention sur les «contrôles au faciès». Des contrôles d'identité visant des citoyens en fonction de leur couleur de peau que le code du code de procédure pénale favoriserait.

Ces avocats sont soutenus par Open societyjustice initiative, une branche de l'ONG américaine Open society foundations, financée par le milliardaire Georges Soros. Cette organisation qui défend les droits de l'homme par les moyens judiciaires à travers le monde, est d'ailleurs à l'origine d'un rapport publié en 2009 et portant sur les contrôles d'identité à Paris. L'étude montrait que dans certains lieux de la capitale, le risque d'être contrôlé était multiplié par six ou sept pour ceux qui sont d'origine maghrébine ou africaine. Elle précisait aussi que les contrôles d'identité avaient été «des éléments déterminants» à l'origine du déclenchement d'émeutes urbaines majeures au Royaume-Uni, aux États-Unis et en France».

Interrogé par lefigaro.fr, Guillaume Drago, professeur de droit à l'université Paris 2*, rappelle que malgré le dépôt - «médiatique» - de QPC multiples, une seule juridiction va traiter la question. Les autres juridictions sursoient à statuer. Par ailleurs, il précise que lors du dépôt d'une QPC, la justice vérifie si la question a déjà été traitée par le Conseil constitutionnel. Or celui-ci, dans une décision datant de 1993, s'est prononcé sur des dispositions qui pourraient être comparables ( http://www.conseil-constitutionnel.fr/conseil-constitutionnel/francais/les-decisions/acces-par-date/decisions-depuis-1959/1993/93-323-dc/decision-n-93-323-dc-du-05-aout-1993.10491.html ). Dans sa décision, il estimait que «la pratique de contrôles d'identité généralisés et discrétionnaires serait incompatible avec le respect de la liberté individuelle». Le Conseil rappellait aussi que lorsque le contrôle n'est pas lié au comportement de la personne, il revient à l'autorité concernée de justifier les raisons de celui-ci.

«Nous ne sommes pas parfaits, explique dans les colonnes du Monde Marc Baudet, commissaire divisionnaire à l'Inspection générale de la police nationale, mais on essaie de s'améliorer». La législation française interdisant les statistiques ethniques, il estime impossible de quantifier le phénomène des contrôles au faciès.

* Il est aussi directeur du centre d'études politiques et constitutionnelles de Paris 2.

  •  Délit de faciès: la France pointée du doigt (Le Figaro, 26 gennaio 2012):
L'organisation Human Rights Watch (HRW) a publié aujourd'hui un rapport critique sur la législation française en matière de contrôles d'identité et a demandé au gouvernement d'adopter des réformes pour éviter les "abus", évoquant notamment le contrôle au faciès.

"Human Right Watch appelle le gouvernement français à reconnaître les problèmes posés par les pouvoirs conférés pour les contrôles d'identité et à adopter les réformes juridiques et politiques nécessaires pour prévenir le profilage ethnique et les mauvais traitements lors des contrôles", est-il écrit dans ce rapport, intitulé "La base de l'humiliation".

Ce rapport se base sur des entretiens réalisés dans les régions de Paris, Lille et Lyon, auprès de 67 Français, dont 31 mineurs, essentiellement des hommes d'origine nord-africaine, africaine ou antillaise, qui dénoncent notamment des "contrôles répétés", "parfois accompagnés de violence physique ou verbale". "Des preuves statistiques et des récits indiquent que les jeunes Noirs et Arabes vivant dans des quartiers économiquement défavorisés sont tout particulièrement et fréquemment la cible de ce type de contrôle, semblant indiquer que la police se livre à un profilage ethnique", est-il indiqué par HRW.

L'organisation recommande au gouvernement de "condamner publiquement le profilage ethnique" et de "prendre des mesures concrètes". Elle réclame une réforme de l'article 78-2 du code de procédure pénale, qui régit les contrôles d'identité, pour "interdire explicitement toute discrimination" et encadrer les règles de palpations et les fouilles.

HRW propose aussi l'introduction de formulaires "destinés à consigner par écrit tout contrôle d'identité, incluant au minimum le nom et l'âge de la personne contrôlée, le nom et l'unité du policier effectuant le contrôle, ainsi que la base juridique du contrôle".

Aggiornamento dell'intervento del 30 maggio 2012

Aggiornamento dell'intervento del 30 maggio 2012

Aggiornato l'articolo: I marocchini non integrabili in Marocco (con riferimento anche alla proposta del sito Stranieri in Italia di regolarizzazione degli immigrati irregolari per pagare le spese del dopo-terremoto)

domenica 3 giugno 2012

Studenti in Francia

Studenti in Francia: prospettive lavorative e stranieri

Tra le iniziative del nuovo governo di François Hollande c'è l'abrogazione della restrizione, voluta solo un anno fa, per gli studenti stranieri di vedere convertito velocemente il proprio permesso di soggiorno per studio in permesso per lavoro. Le ragioni, come potete immaginare, sono le solite: diritti, diritti, diritti...

Peccato che i dati recenti sulle prospettive lavorative per i neo-laureati francesi non siano positive. Come segnala il blog Vita nel Petrolitico, dopo un anno, i laureati del 2011 sono al 57% senza un lavoro, con ben un 32% che non ha avuto alcun tipo di impiego, neanche per periodi brevissimi. Soltanto l'8% dei neo-laureati ha avuto un contratto per più di sei mesi.

Ovviamente, per quale ragione, e ancor di più in tempi di crisi, un permesso lavorativo dovrebbe seguire, quasi automaticamente, ad uno per ragioni di studio? Chi dice che uno studente straniero debba rimanere in Francia? Chi dice che ha diritto a lavorare in Francia, dopo che gli è stata data la possibilità di completare i propri studi? L'unico effetto sarà aumentare la competizione tra autoctoni, cittadini allogeni di seconda e ulteriore generazione e nuovi immigrati. E li chiamano diritti...

  • Francia. Meno restrizioni per gli studenti stranieri che trovano lavoro (Stranieri in Italia, 1 giugno 2012)
Diventa più facile per gli stranieri che hanno studiato in Francia rimanervi anche come lavoratori. Tra i primi atti del nuovo esecutivo  guidato dal socialista François Hollande c’è l’abrogazione delle restrizioni dal governo Sarkozy.

Nel maggio del maggio 2011, inuna contestata circolare a tutti i prefetti dell’allora ministro dell’interno Claude Guéant aveva reso più rigida la procedura per la conversione dei permesso di studio in permessi per lavoro. Questo ha impedito a molti giovani stranieri laureatisi in Francia di essere assunti e quindi li ha messi davanti alla scelta di lasciare il Paese o di rimanere come irregolari.

Ieri, a un anno e un giorno dall’entrata in vigore della circolare, il nuovo governo ha annullato la circolare. ''Il ministro dell'Interno, Manuel Valls, il ministro del Lavoro, Michel Sapin e il ministra dell'istruzione superiore Genevieve Fioraso hanno ufficializzato l'abrogazione della circolare relativa all'accesso al mercato del lavoro degli studenti stranieri'' si legge in un comunicato.

“L'abrogazione – si spiega - avviene attraverso una nuova circolare, preparata congiuntamente dai tre ministri'' che ''stabilisce regole precise e trasparenti nel quadro del codice di ingresso e di soggiorno degli stranieri, del diritto d'asilo e del codice del lavoro. Si tratta in particolare di assicurare l'eguaglianza di trattamento sul territorio, di facilitare il percorso degli studenti e di fornire una risposta rapida alla loro richiesta di cambiamento di status”.

  • Picco dei laureati dopo quello del petrolio (Medo, Vita nel Petrolitico, 31 maggio 2012):
Finirà prima il petrolio o il lavoro? La risposta è che, già oggi, vi è una marea di laureati senza futuro: la logica sembra senza scampo, ovvero prima del petrolio saranno molti iper-specializzati a dover sparire, a meno di convertirsi a delle manualità post-moderne (o "neo-antiche").
Quante famiglie che hanno sostenuto con investimenti di migliaia di Euro per lauree che non portano nulla, ne' professionalmente, ne' economicamente ed avvicinano i giovani alla frustrazione ed alla depressione... Un fuori-sede a Parigi, in cinque anni di corso di laurea, ha speso solo per l'alloggio (ed avere delle borse di studio è sempre più difficile) almeno 40000 Euro. Ottimo per chi affita le case, ma è creare lavoro questo? E' "creare futuro"? Non è piuttosto un rozzo modo di mantenere alto il vessillo della speculazione?
Notizia fresca dalla Francia*: il 57% dei laureati nel corso del 2011 è tuttora senza lavoro. Dei restanti che hanno dichiarato di aver lavorato, solo il 58% lo ha fatto con un contratto di lavoro remunerato di almeno sei mesi. Il tempo di "attesa" per un posto di lavoro aumenta in maniera costante e sempre più giovani finite le scuole medie scelgono la formazione professionale, anche se il loro profilo corrisponderebbe a quello per intraprendere gli studi liceali... Ed hanno ragione. A che serve passare dentro le istituzioni scolastiche 18-19 anni della propria vita? Gente che nasce oggi, magari col pallino un giorno di diventare un genio dell'elettronica, sarà pronta per il lavoro nel 2038, quando in area OCSE prolungando grossolanamente la curva della disoccupazione si ottiene nella migliore delle ipotesi un 40% di disoccupazione medio (50% per l'Italia e 55% per la Francia).
E non ho citato l'aspettativa di vita secondo il "Limits to Growth (revisited)"** di chi nasce oggi in Europa, che non è di 75 anni in media, ma piuttosto di 45.

 *link: http://www.boursier.com/actualites/economie/plus-de-la-moitie-des-jeunes-diplomes-en-2011-etaient-toujours-sans-emploi-en-avril-15140.html
**link: http://greatchange.org/ov-simmons,club_of_rome_revisted.html

  • Plus de la moitié des jeunes diplômés en 2011 étaient toujours sans emploi en avril (Boursier, 30 maggio 2012):
Plus de la moitié des jeunes diplômés 2011 (57%) sont toujours sans emploi en avril 2012, et parmi les 43% ayant décroché un "job", seulement 58% sont sous contrat durable (CDI, CDD, CTT plus de 6 mois), montre l'enquête annuelle menée par l'Association pour faciliter l'insertion professionnelle des jeunes diplômés (Afij).

Parmi les jeunes diplômés sans emploi en avril, 44% ont occupé un poste depuis l'obtention de leur diplôme, mais pendant une courte durée (moins de 3 mois dans 56% des cas, de 3 à 6 mois dans 36% des cas, plus de 6 mois dans 8% des cas). Et pour la majorité d'entre-eux (61%), il s'agissait d'un emploi "d'attente", sans réelle adéquation avec le diplôme obtenu. En revanche, 32% des diplômés 2011 n'ont occupé aucun poste depuis leur sortie du cursus universitaire.

L'insertion professionnelle des jeunes diplômés sur le marché du travail n'est pas linéaire, montre l'enquête de l'association. Ils alternent période de chômage, "jobs alimentaires" et contrats de courte durée, avant d'avoir accès à un emploi stable. Un phénomène observé au niveau mondiale. Dans un rapport publié la semaine dernière, l'Organisation internationale du travail (OIT) notait que la crise économique a rendu les emplois temporaires, "de plus en plus acceptable" pour les jeunes.