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domenica 30 settembre 2012

[Segnalazioni librarie] Elogio delle frontiere e Limite

[Segnalazioni librarie] Elogio delle frontiere (di Régis Debray) e Limite (di Serge Latouche)

Presentiamo due recenti e agili volumi di noti autori d'Otralpe, come il discusso Régis Debray o l'altrettanto discusso, pur per ragioni differenti, Serge Latouche, uno dei maggiori esponenti dell'idea di decrescita economica.

Elogio delle frontiere

"I nostri "senza frontiere"  vogliono cancellare l'inconveniente di essere nati?"

Debray, pur provenendo politicamente dalla sinistra rivoluzionaria (mai del tutto risolto l'enigma su chi portò alla cattura e uccisione di Ernesto Che Guevara) e pur appoggiando attualmente l'inutile Front de Gauche dell'altrettanto inutile Jean-Luc Mélenchon, ha idee particolari su ciò che concerne i sistemi di credenze necessari per tenere assieme una società e una cultura. In una intervista di alcuni anni fa, ad esempio, affermava che non ci si può sbarazzare dell'ethnos, così come il demos, inteso come comunità costituita da una certa convinzione, non può bastare. Ci deve essere una certa nostalgia per qualcosa di ideale e passato e inserito nella propria storia, affinché si guardi avanti, rivoluzioni comprese. Per lui, le rivoluzioni sudamericane del Novecento erano nazionalismo in marcia sotto la bandiera rossa (Tous les hommes ne sont pas frères, intervista di Elisabeth Lévy a Régis Debray, Causeur, 12 marzo 2009).

Nel presente volume, uscito in Italia la scorsa primavera, Debray sintetizza l'idea che tra muri invalicabili o livellamenti globalizzanti esista una terza possibilità, ossia il confine. La frontiera prosegue in ambito socio-culturale ciò che la pelle è per il singolo essere vivente, ossia quel qualcosa che permette l'individuazione dello stesso, la sua sopravvivenza e, al contempo, lo scambio equilibrato con l'esterno e col diverso.

Ciò che è vivo è separato. Ciò che è morto non necessita di confini. Non è un caso che nella Genesi Dio separi la luce dalle tenebre. Non è un caso che sia Zeus a separare il maschile dal femminile. Non è un caso, aggiungiamo noi, che Remo muoia nel momento in cui si oppone alla creazione dei confini di quella che diverrà Roma.

Scrive Debray: "Il contorno amputa, certo, ma per meglio includere, e ciò che un io o un noi perdono in superficie, lo guadagnano in durata. [...] Il perpetuarsi di un'entità, collettiva o individuale, si sconta con una ragionevole umiliazione: quella di non essere a casa propria ovunque".

L'internazionalismo non vuole sentire ragioni, però. I vari -ismi degli ultimi secoli (dal liberalismo all'islamismo, ecc.) sono un "palliativo allo sradicamento". Gli -ismi attualmente ancora esistenti, ci sembra, lo siano in funzione del denaro, non di qualcosa di più profondo. Possono pretendere meno frontiere e più passaggi liberi, proprio perché col denaro possono comprare qualsiasi cosa. Ed è proprio il "denaro, che si infuria di fronte a tutte le barriere e non tollera l'eccezione culturale. La frontiera ha cattiva stampa, perché difende i contropoteri. [...] Sono coloro che non posseggono nulla ad avere interesse ad una demarcazione chiara e precisa. [...] La frontiera - per quanto poco - rende uguali potenze disuguali".

Limite

"Darsi dei limiti è il gesto che distingue la civiltà dalla barbarie"

Latouche, in questo volumetto, pubblicato da poche settimane, costituente una sorta di sintetica rassegna sull'idea di limite applicata ad ogni aspetto dell'esistenza, conclude affermando che la decrescita, da progetto economico, deve essere ormai più ambizioso, in quanto la dismisura economica inquina tutta la società, divenendo dismisura morale, culturale, tecnologica e scientifica, ecc. Il progresso senza limiti distrugge le libertà, distrugge le differenze, distrugge le culture, distrugge, in una parola, il mondo.

"Gli uomini fanno veramente comunità solo nella prossimità e percependo la loro differenza dagli altri", tanto che Latouche afferma che la frase di André Gide ("i pregiudizi sono i pilastri della civiltà") sia veritiera. Per quanto i pregiudizi non debbano essere eccessivi, la loro assenza totale è, per Latouche, assolutamente vergognosa. In qualche maniera, l'attacco culturale ai pregiudizi è il segno di uno smantellamento dell'etica e della morale dalla società. Un pregiudizio va discusso. Un limite va discusso. L'assenza di essi è invece il dominio della trasgressione infinita (trasgressione orizzontale), che nasconde il dominio del più forte (trasgressione verticale).

La trasgressione verticale non è il dominio di una autorità riconosciuta localmente, ma quello di una classe di potere sradicata, spesso invisibile, non perché inconoscibile o nascosta, quanto perché dissimulante i propri interessi e scopi dietro classi politiche e mezzi di informazione compiacenti (il famoso "Soros filantropo" di gadlerneriana memoria). Dominio cresciuto grazie al costante smantellamento degli Stati e dei confini nazionali, così come delle culture. Non a caso, come dice Latouche, "non esiste nessun progetto politico che punti a mantenere il legame sociale" (per la Thatcher la società semplicemente non esisteva, ad esempio). Ma non esiste alcun interesse per il legame sociale, proprio perché non c'è prossimità.

Non è un caso che la democrazia divenga fasulla (in Italia s'avanza lo spettro di un Monti-bis, magari senza elezioni politiche), in quanto essa "può funzionare soltanto se la politeia è di piccole dimensioni e fortemente ancorata a valori specifici". Sostituendo la cultura locale con bisogni sradicanti, gioco facile ha il dominio dei globalizzatori, i quali drogano quel che rimane della società con la non-cultura dell'illimitato, la quale cresce soprattutto sui singoli e i sogni/deliri/incubi di costoro, con tutti i disastri etici e morali che conosciamo. La non-cultura dell'illimitato è etnocida, è genocida, ma anche distruzione, follemente cieca, dei limiti naturali e delle riserve naturali. E' indifferente alla seconda legge della termodinamica, nonostante si dichiari la più scientifica delle culture conosciute. Boriosa sino all'eccesso, la non-cultura dell'illimitato non ammettendo limiti, quasi ammette il proprio infantilismo, secondo cui tutto dovrebbe essergli dovuto, anche l'impossibile. I dominanti, così come i dominati attuali, vivono improntati all'idea del sempre possibile e del sempre dovuto. Si acquista tutto, pur non avendo denaro (debiti, rate, ecc.), pur avendo già tutto (consumismo, obsolescenza, ecc.), pur non avendone bisogno (infelicità programmata, secondo le confessioni del pubblicitario francese Frédéric Beigbeder).

Il risultato è l'inquinamento sia della natura, sia della mente e dello spirito. Il vecchio proverbio del "troppo stroppia" non è più ascoltato, ma non di meno è veritiero. Ma i dominanti non se ne avvedono e già, piano piano, avanza la loro soluzione, in linea con quanto finora conosciuto: la sostituzione degli esseri naturali con esseri artificiali. Arti e organi artificiali, dominio farmaceutico, ogm, ecc., preludono ad una sempre nuova "creazione" della natura da parte dell'uomo (e anche la società multietnicista e la tolleranza sessuale sono propedeutiche a ciò?), anche in questo caso indifferente a qualunque limite. "Secondo i greci, gli Dei precipitavano nell'abisso della dismisura coloro che volevano perdere" (Alain Caillé). Chi pagherà il conto?

venerdì 28 settembre 2012

Il nuovo mondo...

Il nuovo mondo... per chi si accontenta di poco, di niente, di...

A metà settembre, si è tenuto ad Orvieto l'annuale incontro delle ACLI, dal titolo "Cattolici per il bene comune" e in cui si è discusso tra l'altro di cooperazione internazionale, riduzione delle spese militari e, mai che manchi, concessione della cittadinanza agli allogeni (insomma, i soliti ritornelli), ecc. (ACLI: le 5 sfide per il futuro dell'Italia, PGC, Unimondo, 18 settembre 2012).

Tra gli intervenuti, Pierluigi Bersani e Pier Ferdinando Casini. Per quest'ultimo, ambiguamente e incoerentemente, servirebbe una politica per la famiglia, al momento mancante, conseguentemente... bisogna concedere la cittadinanza agli stranieri. Ma la natalità italiana? Se volete chiedere a Casini... auguri...

Bersani, invece, è più esplicito: la cittadinanza agli allogeni è la questione prioritaria per il Partito Democratico. Dopo questa confessione, che in tempi normali dovrebbe essere considerata imbarazzante, il segretario del PD afferma: "Deve essere chiaro in che mondo immaginiamo l’Italia: nel mondo nuovo o nel vecchio?".

Il vecchio mondo sarebbe, per non andare troppo indietro nel tempo, costituito da gente come: Enrico Mattei, Gian Maria Volonté, Pier Paolo Pasolini, Aldo Moro, Arturo Toscanini, Federico Fellini, Enrico Fermi, Luciano Berio, Indro Montanelli, Giorgio De Chirico, ecc., ecc. Volendo andare più indietro nel tempo potete sbizzarirvi ancora di più, da Giulio Cesare a Leonardo Da Vinci, da Raffaello Sanzio a Gabriele D'Annunzio, da Alessandro Volta a Giuseppe Mazzini, ecc., ecc.

Nel preteso nuovo mondo... potete trovare Antonella Clerici, Mario Balotelli, Belen Rodriguez, Sergio Marchionne, Lapo Elkann, Guzzanti (uno/a qualunque), ecc. E naturalmente anche Pierluigi Bersani e Pier Ferdinando Casini. Ossia due che nulla hanno prodotto di significativo nella vita e per la patria, ma che hanno goduto di e prosperato su quanto è stato prodotto da quel mondo passato. Ora, perché tanta inutilità umana deve poter pretendere impunemente di prefigurare mondi futuri?

domenica 23 settembre 2012

Esempi di reazione alla crisi

Esempi di reazione alla crisi: l'Italia delle piccole imprese

Per riprendere l'attività del blog dopo la pausa estiva, diamo qualche esempio delle risposte che la società civile sta fornendo per impedire lo smantellamento imprenditoriale della realtà italiana.

Iniziamo da quella che è l'iniziativa più importante, ossia il "fare rete", indicante l'aggregarsi, a livello produttivo, tra aziende di medio-piccole dimensioni, con lo scopo di affrontare con maggiore forza il mercato, senza perdere ognuna la propria specificità e identità, evitando, perciò, il vecchio schema della fusione. Attualmente, secondo dati aggiornati a luglio 2012, oltre 2100 aziende sono "in rete", di cui circa 450 nella sola Lombardia.

Il recente convegno di Monza, organizzato da Confindustria Monza e Brianza, e dedicato al tema in questione, ha confermato come tale forma di aggregazione produttiva sia una risposta di peso alla crisi economica, nonostante le titubanze di molti, avvezzi al vecchio individualismo imprenditoriale e timorosi di perdere la propria libertà. Ma le risposte che stanno arrivando, al momento, sembra siano tutte positive, proprio per la natura del "fare rete", che permette a ciascun imprenditore di rimanere tale, senza indietreggiare di fronte ad altri o senza necessità di manager esterni.

D'altronde, come riportava Nicola Porro sul Giornale di qualche mese fa, le aziende più in salute sono quelle con un "padrone" e non quelle con i "manager" (e la recente polemica tra Della Valle e Marchionne sulla FIAT è sintomatica).

E d'altronde, "padrone", più che "manager", indica identità imprenditoriale, ossia capacità di immedesimarsi in un progetto, sentirlo proprio e portarlo avanti. C'è una enorme differenza tra rischiare soldi propri, magari nel territorio che ci ha visto crescere, almeno professionalmente, e gestire soldi altrui, in un qualunque luogo di passaggio.

A ciò, si aggiungono le mancanze della politica e, soprattutto, dei gruppi bancari, rispetto alle numerose emergenze prodottesi con la crisi [2 aprile 2012]. Qualche mese fà, l'assessore veneto allo Sviluppo Economico, Marialuisa Coppola, si è lamentata per come le banche, chiamate ad appoggiare il piano anti-crisi del Veneto (soprannominato "piano anti-suicidi"), abbiano frenato l'attivazione del piano stesso. Non a caso, sempre alcuni mesi or sono, in Emilia-Romagna, la CNA ha avviato una campagna pubblicitaria, imputando ai ritardi dello Stato nei pagamenti e alle banche i numerosi suicidi avutisi negli ultimi due anni [2 aprile 2012 e 29 febbraio 2012].

Ma come dicevamo, ci sono alcune iniziative per tentare di ovviare ai ritardi e alle pecche politico-bancarie. Un altro piccolo esempio viene da Treviglio, in provincia di Bergamo. Se lo Stato italiano è incapace di riorganizzare il sistema scolastico in funzione delle necessità produttive nazionali, ecco riunirsi gli artigiani e piccoli impreditori trevigliesi, allo scopo di confrontarsi tra di loro e avviare, quindi, un confronto anche con le famiglie e con le scuole sul territorio, sensibilizzandole su cosa serva nel mondo del lavoro attuale e ipotizzando una riqualificazione dei programmi, in modo da superare, nel territorio e per il territorio, la mancanza di lavoratori specializzati.

Un altro esempio lo segnala Debora Billi su Crisis: starebbe crescendo un interessante fenomeno di investimento privato scavalcante il sistema bancario. In pratica, chi ha qualche gruzzoletto da investire, piuttosto che depositarlo in banca o acquistare azioni, preferirebbe associarsi con qualche piccolo imprenditore, di cui senta di potersi fidare, in maniera da produrre ricchezza reale da lavoro reale.

  • Monza. Contratti Reti d’Impresa, per Confindustria esperienza da sostenere (Matteo Speziali, Monza e Brianza News, 19 settembre 2012):
 Reti d'impresa? Un'opportunità, anzi oggi forse la vera opportunità per combattere la poca competitività delle aziende italiane sui mercati sempre più globali. Questa la tesi emersa dal convegno organizzato da Confindustria Monza e Brianza il 17 settembre presso l'Hotel de la Ville a Monza dal titolo "Reti d'Impresa, un'esperienza da sostenere".

Un momento di confronto e approfondimento esaustivo che ha toccato da diversi punti di vista la questione delle reti d'impresa: da quello fiscale con Marco Maiolo, commercialista, a quello legale con Giorgio Corno, avvocato, passando per quello economico con il professor Angelo di Gregorio. E non è mancato il parere delle banche con Anna Fusari della Banca Europea Investimenti (BEI) e con i rappresentanti del Banco Popolare, Camilla Crea, Paolino Donnnarumma e Regina Corradini. Ne è uscita una tendenza a favore di questo tipo di aggregazione d'impresa :«Fare rete, nonostante le difficoltà del legislatore è oggi una possibile valida risposta alla crisi – ha ben sintetizzato ilpubblico - reti impresa confindustria 2012 professor Di Gregorio che ha aggiunto – La vera barriera, però, è la questione culturale: bisogna vedere se e quanti imprenditori oggi hanno la preparazione e la mentalità per fare "rete"».

E il messaggio, lanciato ad unisono dai relatori che si sono succeduti, è sbilanciato proprio a favore dei contratti di rete. D'altronde solo in Lombardia c'è il più alto numero di aziende coinvolte nel contratto di rete: 448 su un totale nazionale di 2136 (dati luglio 2012).

Presenti al convegno lo stato maggiore della più antica Confindustria d'Italia: Renato Cerioli, il presidente, Massimo Manelli, il direttore e Francesco Ferri, alla guida del gruppo giovani imprenditori. «Le imprese per rimanere sul mercato devono puntare sulla qualità dell'innovazione, sullo sviluppo oltre che sulla flessibilità e sulla originalità dei loro prodotti – ha evidenziato Cerioli – Oggi in più si deve cooperare, formalizzando questo impegno attraverso il contratto di rete che è una forma di aggregazione che possono attuare tutte le imprese indipendentemente dal settore e dalla loro grandezza».

Competitività è la parola d'ordine. «Essere più competitivi per resistere e crescere in un mercato globale – ha ben evidenziato Ferri – Le aziende devono avere ben chiari i loro obiettivi e quindi realizzare attraverso il contratto di rete un programma comune. Nella Rete, il piccolo imprenditore deve consapevolmente rinunciare a un piccolo, ma culturalmente e psicologicamente non insignificante, pezzetto della sua individualità, per concorrere a un progetto comune basato su una precisa strategia di ampio respiro. Da questo punto di vista,-ha ricordato Ferri- anche i semplici incentivi economici sembrano insufficienti a superare la barriera costituita dal gap culturale del nostro sistema produttivo, ma le Reti sono oggi l'unica soluzione a disposizione delle PMI per superare il nanismo e la scarsa competitività e per riuscire a competere sui mercati internazionali alla pari con le imprese tedesche, inglesi e francesi».

Ospite anche Aldo Bonomi, vicepresidente di Confindustria che nel suo brillante intervento ha rievocato i numero di aggregazione in "rete" che a livello nazionale sono stati raggiunti e ha affermato: «Occorre accelerare i processi di innovazione sia organizzativa che produttiva. È ormai superata la convinzione che 'piccolo è bello' e cresce la consapevolezza che è utile mettersi in rete per affrontare la competizione globale. Collaborare con altre realtà imprenditoriali, unire conoscenze e risorse».

Confindustria Monza e Brianza ha attivato uno sportello per affire una consulenza alle aziende che volessero attivare una contratto di rete e usufruire dei incentivi messi a disposizione dal fondo d'Impresa. Per maggiori informazioni cliccare qui ( http://www.mbnews.it/images/stories/2009/allegati/Fondimpresa_contributi%20a%20fondo%20perduto%20per%20le%20imprese%20che%20hanno%20sottos.pdf ).

Le testimonianze: Almax e Infrabuild

A conclusione del convegno che si è svolto lunedì 17 settembre sul contratto delle reti d'impresa, due le testimonianza a cui è stato dato spazio: Almax con Massimiliano Guerrini, titolare-amministratore della pelletteria Almax di Scandicci (Firenze), azienda del distretto toscano che produce borse e valigie per le griffe del lusso e a Infrabuild con Marco Brivio. Proprio quest'ultimo con altre 10 aziende lombarde ha costituito una delle prime reti in Italia. «Siamo tutti imprenditori di seconda generazione (tranne uno che è di 4°), e abbiamo trovato conveniente "associarci" per dare vita a un progetto denominato Eco Village, ovvero stiamo mettendo a sistema la pluriennale esperienza e le competenze delle singole imprese, per lo sviluppo di soluzioni innovative di filiere nel campo delle costruzioni, infrastrutture e della mobilità esostenibile ». Fatturato aggregato totale della rete Infrabuild nata nel gennaio 2011 è di 50 Milioni di euro, con 250 dipendenti collocati geograficamente in Lombardia tra la provincia di Monza, Varese e Bergamo. Per maggiori informazioni visitare il sito http://www.infra-build.it

  • La reazione dei Piccoli, 2mila aziende fanno rete (Dario Di Vico, Corriere della Sera, 26 aprile 2012):
Duemila piccole imprese fanno un movimento. Sono tante infatti le aziende italiane finora coinvolte nelle reti di impresa. Secondo il registro Unioncamere a far data il 10 aprile erano stati formalizzati dal notaio 313 contratti di rete che avevano interessato un totale di 1.648 imprese. Ma è stima comune degli addetti ai lavori che altri contratti siano in dirittura d'arrivo, possano essere stipulati già dalla prossime settimane e di conseguenza la stima di 2 mila è più che plausibile. E comunque stiamo parlando delle imprese che hanno steso un vero e proprio contratto legale, se volessimo contare le reti di collaborazione stabili ma informali il numero salirebbe e di molto.

Dati a parte, non era affatto scontato che le reti di impresa decollassero. Eppure è successo. Si può discutere sulla velocità del cambiamento e sull'effettivo impegno di tutta la rappresentanza ma la notizia è che i Piccoli hanno cominciato a mettersi assieme. Hanno rotto un tabù e hanno cominciato a capire che si può fare impresa anche in un altro modo, non solo da single. Le reti sono la proposta giusta perché non chiedono di rinunciare al protagonismo imprenditoriale, né di farsi da parte e lasciare il campo a manager esterni (come prevedevano progetti avanzati in passato dalla stessa Confindustria). Sono una via dolce all'aggregazione e alla crescita dimensionale e comunque hanno permesso di superare quella che il garante delle piccole e medie imprese Giuseppe Tripoli chiama «la storica visione isolazionista del piccolo imprenditore». Laddove la formula delle classiche fusioni continua a non convincere artigiani e commercianti perché di due imprenditori ne rimane in gioco solo uno, le reti ce l'hanno fatta.

Le tipologie di contratto sono le più diverse. C'è, ad esempio, la rete verticale come nel caso dell'Esaote (biomedicale) dove la società capofila ha stretto in un contratto i suoi fornitori con l'obiettivo di consolidare la filiera, responsabilizzarla e coinvolgerla in una forma di partenariato. Qualcosa del genere ha fatto la Gucci che ha favorito la nascita di una rete di imprese fornitrici di pelletteria senza farne parte direttamente ma con l'intento di renderle più strutturate e più attente al raggiungimento degli standard qualitativi necessari alle sue produzioni d'eccellenza. Del tutto differente è invece il caso della bolognese Racebo, una rete au pair tra aziende della componentistica per motociclette. Ognuna è specializzata in una nicchia ma soffriva di scarsa visibilità e basso potere di negoziazione. Si sono messe assieme, possono andare con qualche orgoglio al Motorshow e scambiarsi tra di loro le informazioni necessarie per fidelizzare la clientela. Altro caso di scuola è quello di 33 aziende oil & gas della Basilicata, piccole imprese fornitrici dei grandi gruppi petroliferi come Eni e Total che estraggono in zona. Unendosi in Rete Log i Piccoli lucani che assicurano una serie di servizi accessori hanno potuto integrarsi e presentare ai loro committenti un'offerta più strutturata.

Quelle ricordate però sono alcune delle tipologie possibili. La Confindustria nazionale, per seguire/promuovere il fenomeno e catalogare le novità, ha costituito un'apposita agenzia guidata dal vicepresidente Aldo Bonomi e affidata a Fulvio D'Alvia. Le cinque organizzazioni che hanno dato vita a Rete Imprese Italia (l'assonanza lessicale non è casuale) non si sono date (ancora) una vera e propria struttura nazionale e affidano la promozione ai territori. Di particolare rilievo è l'esperienza di Lecco con i «Men at work», un progetto nato in un ristorante e che ha coinvolto 23 imprese prevalentemente meccaniche, alcune concorrenti tra loro, che hanno saputo collaborare per aprirsi nuovi mercati. Commenta D'Alvia: «Quando si va dal notaio formalmente si stende un contratto di aggregazione organizzativa ma di fatto si intraprende un percorso per diventare più moderni e più competitivi». Non è un caso, infatti, che il contratto di rete preveda la stesura di un business plan e quindi obblighi i contraenti a programmare azioni e obiettivi della filiera.

Per limitarsi a segnalare i casi più singolari va ricordata la rete creata a Verona da 18 piccole aziende con meno di 10 dipendenti nel campo della trasformazione dei funghi in Veneto, Lombardia e Trentino e che coltivano l'ambizione di conservare la leadership italiana in questa particolare nicchia dell'agroalimentare. Un caso altrettanto interessante è «Baco» nato a Bologna per iniziativa di Unindustria. Quattro aziende della riabilitazione medica e dell'ortopedia hanno formalizzato una rete che mette assieme mille addetti e ha un obiettivo impensabile: conquistare, grazie a un accordo raggiunto con la Federazione cinese dei disabili, il mercato della disabilità che nel Paese di Mao conta numeri monstre (circa 83 milioni di persone interessate). Commenta Tripoli: «Tutti questi casi dimostrano la forza della cooperazione tra imprese. Solo unendosi gli imprenditori coinvolti possono porsi degli obiettivi che altrimenti sarebbero irraggiungibili. Quindi siamo di fronte a un fenomeno culturalmente nuovo ma che ha già solidi risvolti economici».

Dal punto di vista delle politiche industriali va ricordato come nella manovra del 2010, conosciuta più per i tagli che per le misure pro-crescita, l'allora ministro Giulio Tremonti avesse insistito per inserire una posta pluriennale di 48 milioni di euro destinata proprio a incentivare le reti defiscalizzando gli utili reinvestiti. Per poterne usufruire, le aziende devono sottoscrivere un contratto di rete, devono chiudere il bilancio in utile e sono esentate dal pagamento delle tasse solo sui profitti accantonati. Di quelle risorse del 2010 sono ancora rimasti da erogare fondi residui per 14 milioni nell'anno in corso e altrettanti per il 2013. Qualcosa del genere stanno ora facendo Regioni - come la Lombardia - che nei bandi di gara prevedono incentivi per le start up. «Ma al di là delle risorse stanziate - osserva D'Alvia della Confindustria - la norma del 2010 è servita ad accendere i riflettori e attirare l'attenzione delle imprese». Non è poco.

  •  Ce lo dice la crisi: le aziende familiari meglio dei colossi (Nicola Porro, Il Giornale, 19 maggio 2012):
La prima sensazione che si ha guardando alla Borsa italiana è lo sconforto. Tutta intera vale la metà di Apple. Ma è il mercato borsistico occidentale ad aver perso appeal. l' Economist notava proprio ieri che anche New York e Londra, i due mostri sacri del mercato, non sono più molto sexy.

Non attirano matricole e anzi il numero delle società quotate è drammaticamente sceso. Il settimanale britannico lo dice proprio nel giorno della quotazione di Facebook: una bomba. Con la quale però non si cambiano le sorti della guerra capitalistica.

Guardando al nostro misero listino si fanno però delle scoperte niente male. Che danno l'idea dei poteri nel piccolo capitalismo tricolore. Ebbene forse non tutti notano come la Campari, a forza di farsi bere, oggi a Piazza Affari valga ben di più della blasonata Mediobanca. Oppure che la Tod's sia, in certi momenti di Borsa, più pesante della terza banca italiana e cioè il Monte dei Paschi di Siena. E ancora la Ferragamo ( che a differenza dei politicamente corretti di Prada ha preferito coraggiosamente sbarcare a Milano invece che ad Hong Kong) abbia una capitalizzazione quasi doppia rispetto a Finmeccanica.

È chiaro come i prezzi di Borsa non rappresentino tutto. E che il gioco su chi valga di più oggi, non necessariamente varrà anche domani. Si possono però trarre alcune prime conclusioni.

1. Come sottolinea l' Economist le grandi società con molti piccoli azionisti diffusi sul mercato non vivono un momento di gloria oggi. Si preferisce una via italiana alle private company . E cioè meglio un padrone di un manager.

2. Le aziende di maggiore successo sul mercato azionario sono quelle che riescono più facilmente a sganciarsi dall'Italia. Abbiamo fatto solo tre esempi, ma ne potremmo fare centinaia sulla forza delle nostre imprese che vivono di esportazioni. Nel nostro piccolo club inoltre il timone di comando è solidamente in mano ai proprietari che hanno maggioranze forti delle loro società quotate.

3. Il fatto che Della Valle valga più di Profumo, che Garavoglia doppi Pagliaro e che Ferragamo guardi dall'alto Orsi, è una delle ragioni per le quali assistiamo a un certo rimescolamento negli assetti di potere del capitalismo italiano. Prima o poi le azioni si contano per il loro peso effettivo. [...]

  •  Suicidi, manifesti choc della Cna "Crisi, a noi il prezzo più alto" (Libero, 28 aprile 2012):
Due manifesti choc sono comparso sui muri di Reggio Emilia. E' quello della Cna che ha l'obiettivo di sensibilizzare la politica sul crescente numero di suicidi tra gli imprenditori. "Credevo di investire nella mia azienda ma lo Stato mi ha investito dei suoi mancati pagamenti", c'è scritto sulla foto di un imprenditore di spalle che si incamina su un binario morto. Sull'altro manifesto una donna sul tetto di un palazzo: "Credevo di poter volare. Ma la mia banca mi ha tagliato le ali".

"Ci rendiamo conto che il manifesto è scioccante, ma è anche un modo per esorcizzare un rischio, per dire agli imprenditori che se stanno fallendo non è per loro incapacità, ma per la situazione economica. E non sono soli, noi siamo con loro", ha spiegato al Resto Del Carlino il presidente dell'associazione Tristano Mussini che ha dato appuntamento agli artigiani e ai piccoli imprenditori al sit in organizzato a Reggio Emilia il Primo maggio in piazza Martiri del 7 Luglio. "Sono trent’anni che Cna non fa scelte così forti. Ma la difficoltà di artigiani e aziende è estrema. Lo Stato rallenta con i pagamenti e, di conseguenza, le banche diminuiscono le loro disponibilità. E gli artigiani sono quelli che pagano il prezzo più alto".

  • Crisi, il Veneto vara la delibera anti-suicidi. Banche permettendo (Marco Sarti, Linkiesta, 25 aprile 2012):
Nato qualche giorno fa, era stato ufficialmente presentato come il “Piano straordinario contro la crisi”. Ma il provvedimento varato dalla Regione Veneto per sostenere le aziende in difficoltà è stato subito ribattezzato dalla stampa locale la “delibera anti-suicidi”. Un intervento sostenuto e gestito in prima persona dall’assessore regionale allo Sviluppo Economico Marialuisa Coppola, per venire incontro alle esigenze dei piccoli e medi imprenditori veneti a un passo dal fallimento. E che adesso, come denuncia la stessa Coppola, rischia di perdere buona parte della sua efficacia per la poca disponibilità dimostrata dagli istituti bancari coinvolti.

Presentato lo scorso 18 aprile, il Piano della Regione prevede l’attivazione di finanziamenti agevolati a favore di tutte le imprese in difficoltà. A spiegare il perché del provvedimento era stato il titolare regionale dello Sviluppo economico: “Siamo preoccupati di vedere le nostre imprese boccheggianti per mancanza di liquidità, costrette a chiudere perché i debitori non pagano e le banche non arrivano in loro aiuto”.

Ecco così l’idea, concretizzata attraverso l’intervento di Veneto Sviluppo, la società finanziaria partecipata al 51 per cento dalla regione Veneto e al restante 49 per cento da undici gruppi bancari. L’erogazione di finanziamenti da 25 fino a 500mila euro (con un tetto di 300mila euro per le imprese artigiane non manifatturiere) per tutte le aziende in crisi. Un servizio di emergenza, pensato per aiutare gli imprenditori che vantano crediti insoluti maturati negli ultimi 18 mesi, anche con le pubbliche amministrazioni. Quelli ancora in attesa dei rimborsi per gli investimenti fatti. Persino tutti quegli imprenditori che pur avendo già stipulato contratti di fornitura si trovano impossibilitati - per mancanza di liquidità - ad acquistare le materie prime necessarie per far fronte agli impegni.

Finanziamenti dedicati a imprese operanti nei settori dell’industria, del commercio, dell’artigianato, del turismo, per un totale di 700 milioni di euro. Chiaro l’obiettivo della Regione Veneto: “Ci aspettiamo che il sistema dia la necessaria iniezione di liquidità a favore della nostra realtà produttiva, a fronte di una crisi di cui non riusciamo ancora a vedere la fine”.

Per l’attivazione della delibera anti-suicidi si pensava a tempi rapidi. Già lunedì scorso Palazzo Balbi aveva attivato il numero verde a cui rivolgersi per avere maggiori informazioni sul piano straordinario. Ma al momento di perfezionare i meccanismi di finanziamento, sono iniziati i problemi.

La denuncia arriva dallo stesso assessore Coppola, che nei giorni scorsi ha incontrato nella sede di Veneto Sviluppo le banche partner dell’iniziativa. Come racconta il Corriere della Sera nella sua edizione locale, il vertice avrebbe avuto un esito tutt’altro che positivo. “Avrei veramente voluto che andasse in altro modo” ha raccontato l’assessore con amarezza ai giornalisti presenti. “La Regione - le sue parole - ha attuato uno sforzo che tutti hanno compreso e apprezzato, ma non ho avuto la sensazione di sostegno condiviso da parte degli istituti bancari e dai confidi. Forse giochiamo una partita diversa, ma qui non c’è chi vince e chi perde. Perde il Veneto”.

Il problema? “La sensazione - attacca le banche Marialuisa Coppola - è che abbiano interpretato l’iniziativa come una buona occasione per chiedere ulteriori garanzie di allentamento dei criteri di concessione del credito e porre una serie di cavilli e tecnicismi per rendere poco fluida l’erogazione delle risorse”. Come se non bastasse, i rappresentati degli istituti bancari avrebbero chiesto più tempo per avviare il meccanismo dei finanziamenti alle imprese in difficoltà, lamentandosi dello “scarso rendimento del rischio di questa forma di investimento”.

Nonostante le difficoltà, la Giunta veneta assicura di non voler abbandonare il progetto. “Vigileremo con scrupolo e attenzione - la promessa di Coppola - affinché non vi siano inutili perdite di tempo e questo strumento possa realmente funzionare a sostegno delle nostre aziende”. Istituti bancari permettendo.

  • E a Treviglio gli artigiani si riuniscono - L'imperativo è: cambiare la scuola (Dario Di Vico, Corriere della Sera, 24 aprile 2012):
Se credete alla possibilità che una nuova mentalità da classe dirigente possa nascere dal basso ascoltate questa storia. La scena si svolge dopo l'ora di cena a Treviglio, in provincia di Bergamo, nell'auditorium della locale Cassa rurale. A discutere animatamente di lavoro e scuole professionali sono più di un centinaio di artigiani e in mezzo a loro si staglia la figura del professor Giulio Sapelli.

L'ASSEMBLEA - Il motivo che ha spinto i piccoli imprenditori di Treviglio ad organizzare l'assemblea è la carenza sul territorio di manodopera specializzata. C'è bisogno di fabbri, elettricisti, idraulici e falegnami e la scuola non li sforna. Eppure non solo gli artigiani bergamaschi li accoglierebbero a braccia aperte ma sarebbero ben contenti di passar loro il testimone. In sostanza si cercano oggi dei tecnici che domani diventino a loro volta degli imprenditori. Contrariamente ad altre zone d'Italia il lavoro non manca, la crisi non ha demolito il mercato locale e seppur stringendo la cinghia gli artigiani resistono e guardano avanti.

LE FAMIGLIE - A prendere l'iniziativa dell'assemblea sono state cinque famiglie di artigiani. I fratelli Daz che hanno un'impresa di idraulica, Giuseppe Bellini che si occupa di impianti elettrici, Roberto Aresi che ha una falegnameria modello, il fabbro Angelo Riva e i fratelli De Ponti che mandano avanti un'azienda di lavori stradali e movimento terra. I lungimiranti artigiani di Treviglio hanno in media tra i 30 e i 40 anni, le loro aziende non superano i 15 addetti e fatturano un paio di milioni a testa. Ma, ed è questo che fa la differenza, sentono di essere classe dirigente. Un Napoleone dei nostri tempi direbbe che nel loro armadietto c'è il famoso bastone da maresciallo, il professor Sapelli non ha potuto fare a meno di guardarli ammirato e di spiegare loro: «La nuova politica siete voi, qualsiasi partito votiate. Siete voi che vi state incaricando di tenere insieme una comunità e di ricostruire un'etica del lavoro».

LE SCUOLE - I tecnici che servono alla piccola industria non si trovano per una serie di motivi, tutti seri. Innanzitutto le scuole professionali che esistono hanno abdicato al loro ruolo, professori e studenti condividono in fondo la stessa demotivazione. Frequentarle è l'ultimo tenue contatto che tiene i ragazzi attaccati al sistema scolastico ma il legame si fa sempre più debole e il passaggio successivo altro non è che l'abbandono scolastico. Quando le cose vanno meglio sono le famiglie a spingere perché i loro figli spostino sempre di più l'entrata nel mondo del lavoro e inseguano una scolarità elevata che però non dà contropartite reali in termini di occupabilità.

I GENITORI - Spiega Sapelli: «Luisa, una mia vecchia amica che ha un'impresa nel Canavese, mi ha raccontato che quando fa un colloquio di lavoro il candidato si presenta con la mamma. Ed è lei che interviene sempre obiettando che le 6.30 è troppo presto per alzarsi, che se c'è rumore in fabbrica non va bene e via di questo passo». La stessa dinamica la si ritrova a Treviglio e anche qui i falegnami si sono trovati a fare colloqui d'assunzione a ragazzi accompagnati da genitrici iperprotettive. «C'è una mutazione antropologica della famiglia anche di estrazione operaia, magari vivono con 1.100 euro al mese ma non vogliono che il figlio lavori in un ambiente rumoroso. Per lui sognano il mitico camice bianco».

ARTIGIANI - Come se ne esce? Gli artigiani di Treviglio hanno cominciato con un'assemblea ma sono solo all'inizio. Vogliono parlare con le famiglie, contattare i professori, riqualificare i programmi e in caso addirittura creare dal nulla un nuovo istituto professionale fatto con i fiocchi. «Sia chiaro noi non stiamo proponendo alle nuove generazioni un piccolo mondo antico - dice il falegname Aresi -. I nostri sono mestieri che sono diventati moderni e non hanno paura di prendere dalla tecnologia tutto ciò che serve. Prima le famiglie lo capiscono e meglio sarà».

  • Economia reale: ora i soldi degli italiani bypassano le banche (Debora Billi, Crisis, 10 agosto 2012):
Altre rivelazioni sconcertanti ( http://crisis.blogosfere.it/2012/07/ferragosto-2012-uscire-dalleuro-tornare-allautarchia.html ), ma in un certo senso molto positive, mi arrivano da insider di istituti finanziari (no, non il cuggino che fa il cassiere in filiale).

Sembra che i soldi degli italiani stiano bypassando gli istituti bancari. I risparmiatori tolgono i loro risparmi dagli investimenti tradizionali -mercato borsistico, immobili, o bond di qualsiasi Paese- e... li prestano direttamente alle aziende italiane in difficoltà.

Funziona così: l'amico con la piccola impresa o il laboratorio artigiano si lamenta delle difficoltà ad ottenere fiducia dalla banca, anche se la sua azienda è produttiva e ha ordinativi ( http://crisis.blogosfere.it/2009/10/banche-i-soldi-meglio-alla-vecchietta-che-allazienda.html ). L'amico col gruzzoletto da parte, che non sa più dove diamine investire i suoi soldi, si convince della bontà delle argomentazioni e si offre di intervenire al posto della banca.

Siccome è vietata ai privati l'attività finanziaria, i due si recano dal notaio ed il primo cede al secondo una piccola quota dell'azienda, l'1 o il 2%, in cambio dell'investimento.

Attenzione: non si tratta di usurai o mafiosi che cercano di impadronirsi delle aziende, ma a quel che mi dicono di accordi onesti fatti tra parenti, amici e conoscenti. Entrambe le parti hanno da guadagnare: le aziende ricevono l'agognato denaro liquido, e i risparmiatori rischiano volentieri per un'attività "concreta", invece che in fumose e oggi ancora più rischiose operazioni finanziarie. La scarsa simpatia (eufemismo) di tutti verso le banche contribuisce a convincerli.

Sembra che la cosa si stia diffondendo a macchia d'olio. Enormi quantità di denaro, frutto degli ancora consistenti risparmi degli italiani, si stanno riversando nelle piccole imprese di amici e parenti senza che le banche siano minimamente coinvolte: economia reale che aiuta economia reale.

L'insider finanziario con cui ho parlato, era invece per niente contento della piega che sta prendendo la faccenda.