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lunedì 15 ottobre 2012

Concetti ideologici 4: la lotta di classe

Concetti ideologici 4: la lotta di classe

"Con la concorrenza universale la grande industria costrinse tutti gli individui alla tensione estrema delle loro energie. Essa distrusse il più possibile l'ideologia, la religione, la morale, ecc. e quando ciò non le fu possibile ne fece flagranti menzogne. Essa produsse per la prima volta la storia mondiale, in quanto fece dipendere dal mondo intero ogni nazione civilizzata, e in essa ciascun individuo, per la soddisfazione dei suoi bisogni, e in quanto annullò l'allora esistente carattere esclusivo delle singole nazioni. [...] In generale essa creò dappertutto gli stessi rapporti fra le classi della società e in tal modo distrusse l’individualità particolare delle singole nazionalità. E infine, mentre la borghesia di ciascuna nazione conserva ancora interessi nazionali particolari, la grande industria creò una classe che ha il medesimo interesse in tutte le nazioni e per la quale la nazionalità è già annullata... [...] 
(F. Engels, K. Marx "L'ideologia tedesca")

Con l'"Ideologia tedesca" il materialismo storico ha uno scatto in avanti e diventa la maniera privilegiata per vedere e indagare l'esistente, secondo l'ottica marxista e comunista. I due autori, in quest'opera, si staccano dall'indagine filosofica per affermare la centralità, necessaria, delle condizioni esistenti di vita, specie lavorative. L'uomo non è ciò che pensa e crede e sente, ma pensa, crede e sente in funzione di ciò che fa o, meglio, in funzione di ciò che viene costretto a fare.

Dal brano che abbiamo citato, è altresì evidente che marxismo e comunismo sono consci, da subito, che il grande capitalismo è (anche) globalismo, sia come sconfinamento di fatto, sia come progetto voluto e imposto. Nonostante ciò, marxismo e comunismo, pur volendosi altro rispetto alle "filosofie", finiscono per prospettare la "lotta di classe", ossia una applicazione ideologica di uno stesso schema a tutte le realtà esistenti. La "lotta di classe" è il risultato "filosofico" di una indagine che si pretende scientifica e universale. La neutralità scientifica, unica ragione per la pretesa universalità marxista e comunista, finisce per sporcarsi proprio con la "lotta di classe", non riuscendo ad essere un mezzo di indagine utile a chiunque sia insoddisfatto dell'esistente (perlomeno date certe condizioni socio-economiche). L'idea di "lotta di classe", producendo campi avversi in qualunque realtà possibile, impedisce la valutazione di dinamiche di potere non legate necessariamente al lavoro e alle condizioni materiali, contribuendo anche ad impedire reazioni adeguate rispetto ad eventuali dinamiche negative.

Ciò spiega il perché il Novecento abbia visto l'espandersi, allo stesso tempo, dei sostenitori della "lotta di classe" e del miglioramento delle condizioni dell'esistenza, nel mentre, però, che aumentava il potere delle élites globali e si preparava il grande riflusso che, nonostante (i goffi tentativi attuali di) indignados e occupy-wall-street, perdura ancora. Nonostante marxismo e comunismo abbiano già ab origine la coscienza del pericolo derivante dal dominio globalista, l'idea di "lotta di classe" ha finito per costituire un ostacolo (non il solo) per la comprensione e per la difesa da quel dominio.

Il miglioramento delle condizioni dell'esistenza nel secolo passato ha costituito un bivio, di cui sembrerebbe essere stata scelta la strada sbagliata. L'espansione della classe media avrebbe potuto creare contrappesi alternativi a qualunque potere, in questo proseguendo sul solco delle varie rivoluzioni "occidentali" degli ultimi secoli. Ma la classe media, invece di porsi su questo solco, ossia, invece di prendere il meglio delle rivoluzioni "occidentali", ne ha preso il peggio, ossia il cupio dissolvi (sotto tutti i profili: culturale, identitario, sociale, economico, ecc.), arrivando all'oggi, col dissolvimento di se stessa, da cui deriva anche l'espansione del declino economico per fasce sempre più ampie di cittadini.

D'altra parte, i sostenitori occidentali delle rivoluzioni "orientali" hanno, appunto, portato avanti la "lotta di classe", se non altro come spunto polemico, figura retorica, evocazione. In Italia, il farlo ha impedito di individuare le autentiche manovre di potere, perché nel mentre che queste avvenivano, i "lottatori di classe" stazionavano tra università ed esterni di fabbrichette, ma dov'erano mentre venivano martirizzati Mattei, Pasolini e Moro? Se Pasolini era almeno buono all'uso in quanto "comunista e frocio", che cosa ne fu degli altri due? E dello stesso Pasolini, quanti erano realmente consapevoli di quali potevano essere le possibili ragioni della sua morte (se non di "incidente" si trattò)? Questi soli tre esempi danno l'idea di come le manovre di potere erano sconosciute e di conseguenza anche detentori del potere, seconde linee, obiettivi. Troppo persi dietro la "lotta di classe" e "di liberazione dei popoli" per notare che venivano gettati semi, anche sanguinari, da cui sarebbe derivato lo smantellamento della sovranità nazionale, con tutto il corollario di impoverimento economico, ulteriore servaggio nei confronti di poteri e Paesi stranieri, distruzione delle culture tradizionali (quanti di quelli che hanno pianto il Pasolini "comunista e frocio" lo hanno pianto anche come conservatore?), ecc. Certo, si sarebbe potuto provare a portare avanti una strada "sudamericana" alla rivoluzione, ma si era schiacciati, sotto ogni punto di vista e non solo in Italia, tra Ovest ed Est, senza possibilità alcuna per altri punti cardinali (figurarsi, allora, men che meno il Nord!).

Le migliori condizioni di vita avrebbero dovuto anche migliorare il popolo, ma il popolo, ogni popolo occidentale, ha preferito la dissoluzione, avvenuta nel modo più curioso possibile, ossia soffocandosi sotto sempre nuovi bisogni, mode, pulsioni, viaggi materiali e immateriali, identità artificiali, oggetti, ecc. O, apparentemente in alternativa, ma, in realtà, in maniera complementare, dietro nuovi progetti solidali, internazionali, umanitari. Ovviamente, in nome del progresso. Non della libertà. I borghesi, la classe media, l'italiano medio, ecc., venivano visti dai "lottatori di classe" come naturali nemici, per quanto il secondo Novecento abbia poi visto una costante dissoluzione di quegli stessi lottatori, sempre meno avversi a quei loro nemici e sempre più tra loro simili. I "lottatori di classe" hanno abboccato all'amo come il resto della società italiana: le migliori condizioni di vita hanno via-via spento ogni afflato rivoluzionario. Il comunismo "istituzionale" è divenuto sempre meno alternativo, sino a sciogliersi nel pantano politico degli ultimi venti-venticinque anni. (Sbarazzarsi della Sinistra - da Sinistra, Tonguessy, Appello al Popolo, 11 ottobre 2012)

Ora, se per chi non è comunista (chi può esserlo, oggigiorno?) ciò non è una tragedia, è tragico, questo sì, che in tutti i decenni passati un mondo politico alternativo, o apparentemente tale, di grandi dimensioni e di forte presenza a tutti i livelli sociali, non abbia contribuito a produrre una controstoria del Novecento italiano che non fosse solo ideologica. Certo, è anche possibile che sia stato proprio questo suo innervarsi in una Italia dominata da padroni esteri e istanze sempre più straniere a rendere i "lottatori di classe" sempre meno tali, non solo il venir meno di certe condizioni socio-economiche e culturali. Ma anche in questo appare subito una delle mancanze della "lotta di classe", ossia il sostanziale disinteresse per l'aspetto identitario, per cui quando Pasolini morì, morì da "comunista e frocio", ossia morì menomato, senza che le autentiche istanze dei suoi discorsi e scritti degli ultimi anni di vita potessero avere seguito o ricevere autentico interesse. La scomparsa del mondo contadino, che sconvolgeva Pasolini, veniva vissuta da altri solo all'interno di un discorso sulla "lotta di classe" e sulle classi subalterne (proletari o potenzialmente tali, come i contadini, in una Italia in cui i contadini iniziavano a sparire come nel resto dell'Occidente). Non erano un mondo (come in realtà lo erano). Il mondo progressista, piuttosto, era troppo preso anche da altre cose, come aborto, divorzio, ecc., per preoccuparsi dell'identità di chicchessia. Di nuovo, il progresso e non la libertà.

Avendo ridotto l'identità alla sovrastruttura e reso la società il campo di battaglia della struttura, il popolo finisce per non esistere, tanto quanto non esiste nel globalismo liberista, dove diventa solo massa consumatrice. L'ideologizzazione dei discorsi sulla società e l'eliminazione progressiva della dignità del discorso identitario, patriottico, nazionale, etno-culturale hanno prodotto il vuoto attuale. Non essendo possibile un discorso nazionale, non è altrettanto possibile la difesa della sovranità nazionale. Non essendo possibile un discorso identitario, non è altrettanto possibile difendersi da istanze straniere. (La seconda morte della patria, Stefano D'Andrea, Appello al Popolo, 6 dicembre 2011) Non ci si stupisca, perciò, se i decenni del secondo Novecento non hanno visto una produzione saggistica o articolistica appena minima riguardo quello che avveniva realmente in Italia. Troverete, sicuramente, migliaia di articoli e centinaia di volumi che mettono in luce alcuni aspetti della Storia nazionale, anche sotterranea, ma quanti in maniera organica? Quanti, avendo la possibilità, hanno messo mano ad ogni aspetto storico inquietante e, considerando il popolo italiano nella sua interezza e per se stesso, senza costruzioni ideologiche, hanno provato a valutare l'impatto complessivo e organico della presenza di certi personaggi politici o non politici (da Cefis ad Amato), di certe uccisioni (da Mattei a Falcone e Borsellino), di certe scelte politiche in dati momenti (dall'ambiguità del centrosinistra rispetto alle tv berlusconiane alla tolleranza sostanziale rispetto all'immigrazione di massa, dal non aver creato contrappesi decenti al precariato lavorativo sino al Meccanismo Europeo di Stabilità)? Si è giunti all'oggi impreparati, con tanti appunti sparsi, ma senza tracce univoche o univocamente condivise almeno da chi si dice insoddisfatto dell'esistente.

Nel frattempo, è crollato l'Est, che è divenuto un incerto altro Ovest. Da quel crollo, negli ultimi vent'anni, l'Ovest originario ha intensificato il progetto di delocalizzazione verso qualunque Altrove a buon prezzo, già iniziato uno o due decenni prima. Anche in ciò, i pochi, pochissimi, "lottatori di classe", nel frattempo rimasti, non hanno avuto molto da ridire, né per quello che ciò produceva e produce nelle società occidentali (fine del lavoro), né per quello che produceva o può produrre altrove (se non in quei casi denunciati di sfruttamento dei lavoratori e solo per quello; d'altronde l'industrializzazione è, per alcuni, un destino, preannunciante altro. Beati loro...). In Italia, in particolare, questo ventennio ha forse concluso lo smantellamento non solo della sovranità nazionale (anche grazie al cappio dell'Unione Europea), ma anche della ricchezza e della capacità di produrre ricchezza [ARCHIVIO 17 ottobre 2007].

La crisi economica e sociale di questi ultimi anni è il coronamento finale di quanto seminato nel Novecento. Il progresso (consumistico e/o internazionalista, liberale o socialdemocratico o comunista e post-comunista) ha condotto ad un'epoca apparentemente sregolata, dove la necessità di regole vere viene lasciata a chi ha prodotto questa stessa epoca (chi ha voluto l'Unione Europea così com'è? Chi ha voluto le Nazioni Unite? Ecc.). E non è un problema di "lotta di classe". E', per l'ennesima volta nella storia delle diverse culture umane, un problema di volontà politica, quindi di libertà. Eppure l'idea di "lotta di classe" ritorna nei discorsi di qualcuno, così come permangono ancora residuati polemici (neanche ideologici) come "fascista", "antifascista", ecc., gridati da una tribù urbana contro l'altra. Per tornare all'Italia, sarebbe bastato essere un po' più attenti a certe morti del Novecento (quelle citate sopra), ché l'Italia si sarebbe risparmiata molti errori. Altro che "lotta di classe" o manifestazioni tra aule universitarie e fabbrichette (tra l'altro, col passare degli ultimi anni, sempre più chiuse) o lanci di estintori in piazza! Si sarebbe dovuto inquadrare storicamente quello che avveniva nei propri confini per compiere i passi necessari per rimanere liberi.

Sempre in Italia e sempre negli ultimi vent'anni (e più), ci si è accontentati di storie di tangenti e corruttele, vere o presunte, per anni e anni e in migliaia e migliaia di articoli di giornale e servizi televisivi e post su internet, ma i "lottatori di classe", se realmente avessero voluto portare avanti tentativi di difendere il lavoro e la dignità dei lavoratori e dei cittadini, avrebbero anche dovuto inquadrare tutto quello spettacolo di arresti, accuse, polemiche, su uno sfondo più ampio, senza necessariamente godere (tribalmente) per come quello spettacolo veniva inquadrato (verso il centro e verso destra, ma meno verso sinistra).

Uno sfondo più ampio per capire quanto quella vera o presunta corruttela influisse realmente nei processi democratici o nelle fortune dell'economia nazionale, oppure se i discorsi attorno ad essa possano aver sviato da questioni più importanti.

Separando, da una parte, le vicende che hanno condotto alla fine della Prima Repubblica e ai primi anni della Seconda e, dall'altra, il resto degli anni a noi più vicini, si dovrebbe intuire come le divisioni ideologiche, ormai già al tempo residuali, siano state una delle cause, se non la causa, per il successo mediatico e retorico dell'annientamento della vecchia classe dirigente italiana, così come quella vicenda, a sua volta, sia stata una delle cause, se non la causa, che ha permesso un nuovo successo mediatico all'insegna della crisi istituzionale, politica, culturale ed economica italiana che stiamo conoscendo negli ultimi anni.

Detto altrimenti: l'ideologia residuale non ha permesso di capire cosa abbia realmente significato la fine della Prima Repubblica. Oltre a ciò, le vicende fraintese della Prima Repubblica sono servite per creare (o hanno creato solo involontariamente? Bella questione) l'immagine di una Italia allo sbando da decenni (invece che da anni, al limite), permettendo con più facilità, prima, un ricambio generazionale politico ormai chiaramente molto discutibile e, successivamente, giustificando il Governo tecnico e il definitivo dominio europeista e atlantico.

L'attuale crisi economica (e politica, soprattutto) è iniziata, ormai, nel lontano 2008. Lontano, perché allora, e per un paio di altri anni, era più facile sentir parlare di riorganizzazione della finanza internazionale e del sistema bancario, maggiori controlli sia della finanza "visibile" sia del sistema delle "dark rooms" et similia, presenza maggiore dello Stato in campo economico, messa in discussione del potere delle agenzie di rating, ecc. Passati quei due-tre anni, nulla è accaduto. Si perde tempo con gli slogan internazionali alla "siamo il 99%", nel mentre che (pochi esplicitamente, qualche altro sotto-sotto, tutti gli altri forse indifferenti, intontiti o che) si invidia singole realtà come Argentina o Islanda, ognuna delle quali, per conto proprio, secondo la propria indole, si governa da sé. In nessuno dei due casi c'è stato bisogno di paradisi-in-terra. Si tratta di realtà ancora in divenire, ovviamente, ma, come è ovvio, le cose o le si fanno o non le si fanno, ferma restando la terza possibilità: i totalitarismi ideologici. Ognuno, naturalmente, in questo terzo caso avrà le proprie preferenze. Scioccamente... Meglio sarebbe non avere preferenze ed essere solo italiani (in quanto italiani. Oppure francesi in quanto francesi, tedeschi in quanto tedeschi, ecc.).

Anche perché il globalismo (solo economico?) potrebbe sapersi insinuare quasi ovunque, come affermava l'economista e storico Antony C. Sutton: Wall Street and the Rise of Hitler e Wall Street and the Bolshevik Revolution, i tre volumi di Western Technology and Soviet Economic Development, ecc. Ora, se rimane problematica l'idea di un contributo significativo all'ascesa hitleriana (non solo per la Seconda Guerra Mondiale e il suo esito, ma anche per tutti i decenni successivi di demonizzazione, che sembrano nascondere qualcosa ancora da indagare. Tanto per cambiare...), la questione dei rapporti da capitalisti e bolscevismo, per quanto in un primo momento più difficile da credere, risulta meno problematica per come la Storia del Novecento si è poi svolta, non essendoci stato, tra Occidente liberale e Oriente comunista, l'approssimarsi di un vero punto di rottura.

Sutton porta ulteriormente avanti una idea non nuova (ad esempio, già nel 1967 uscì il volume del giornalista Marcello Lucini "Chi finanziò la Rivoluzione d'Ottobre?", Editrice Italiana), ossia che la Rivoluzione del 1917 sia stata possibile anche grazie a finanziamenti di capitalisti statunitensi e occidentali in genere, allo scopo di spazzare via, guarda caso, l'alterità zarista da un'Europa sulla via del capitalismo. Ma Sutton aggiunge che proprio lo sviluppo successivo, anche industriale, dell'Unione Sovietica sia stato reso possibile dal denaro di Wall Street. La stessa Guerra Fredda non sarebbe stata altro che una gigantesca macchina sforna-contratti (l'economia di guerra senza la guerra. Vi dice nulla la guerra al terrorismo? Vi dicono nulla i rapporti tra Occidentali e Arabi?).

Ora, se una tale ipotesi risultasse corretta, significherebbe che tutta la Storia del Novecento (occidentale e non solo e non solo quella del Novecento) non andrebbe letta secondo le risibili idee della "lotta di classe", ma secondo la lotta "ideale" tra globalismo e popoli. Tutta la Storia degli ultimi cento anni andrebbe rivista completamente, e non sarebbe una storia di classi sociali piegate dal Potere, ma del potere di piegare la realtà, là dove i popoli non sanno ancorarsi ad essa per difenderla e difendersi. Dove muoiono i popoli di carne e sangue e confini nazionali, là prospera l'Idra dalle molte teste.

martedì 9 ottobre 2012

Il Consiglio d'Europa consiglia...

Il Consiglio d'Europa consiglia... ovvero, Giacomo Santini del PDL sollecita il voto per gli stranieri

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La scorsa settimana, il Consiglio d'Europa (che, ricordiamo, è organizzazione distinta dall'Unione Europea, avendo solo scopo propagandistico dirittoumanista, senza vincoli per gli Stati europei) ha approvato la risoluzione 1897 (2012), con lo scopo di dare delle linee guida per rendere gli Stati maggiormente democratici. I punti toccati sono i più vari, dal consigliare un uso appropriato delle risorse amministrative per la macchina democratica ad una maggiore trasparenza nell'uso dei fondi per le campagne elettorali, ecc.

Tra i punti citati, uno è stato proposto dalla Commissione Immigrazione, avente come attuale presidente il senatore del PDL (e forzitaliota dei primi tempi) Giacomo Santini [foto sopra], che, col documento 13029, ha affermato che il concetto di "volontà del popolo" sarebbe mutato, divenendo (solo?) espressione della volontà elettorale, la quale, a sua volta, dovrebbe essere anche, dato il fenomeno immigratorio di massa degli ultimi 10-20 anni, espressione delle comunità allogene, sia per ciò che concerne un loro presunto diritto al voto, sia per ciò che concerne il potenziale aumento di personalità allogene tra i rappresentanti eletti, e il cui riconoscimento sarebbe, appunto, una condizione per una democrazia più compiuta.

Il tutto, continuando curiosamente a chiamare gli stranieri "migranti", come se si trattasse di girovaghi globali, pur parlando di diritti di cittadinanza, e, ancora più rilevante, senza alcuno spunto riferibile ad una qualche preminenza degli autoctoni o almeno delle loro culture (schiacciate dall'unica non-cultura dei diritti umani e dell'elettoralismo democratico), così come senza punti fermi rispetto ad istanze non solo non europee, ma almeno potenzialmente contrarie persino all'ideologia dei diritti umani (e, d'altronde, se aumenteranno significativamente i portatori di questa o quella istanza contraria, chi dovrebbe difendere cosa?). E se qualcuno pensa che le cose andranno per il meglio... Certo... tutto, di questi tempi, fa sperare per il meglio...

Doc. 13029 della Commissione Immigrazione del Consiglio d'Europa (27 settembre 2012) [in inglese]

Risoluzione 1897 (2012) "Ensuring greater democracy in elections" del Consiglio d'Europa (3 ottobre 2012) [in inglese]

P.S: Giacomo Santini è uno di quelli che il non-democraticamente eletto "Monti deve continuare a lavorare".

P.P.S: a proposito e a mo' di esempio, ma gli USA multietnicisti degli ultimi 20-30-40 anni sono più o meno democratici di un tempo?

martedì 2 ottobre 2012

ACIdenti stranieri

ACIdenti stranieri: sugli incidenti stradali, le RC Auto e certi corsi di guida

La notizia, di alcune settimane fa, che l'ACI avrebbe organizzato corsi di guida per stranieri è stata un po' ingigantita, nonostante sia da discutere ugualmente, tanto da far temere patenti gratuite per tutti gli allogeni circolanti in Italia. Non è propriamente così, trattandosi di un corso annuale, previsto per tre anni, dedicato a circa tremila stranieri complessivi, già forniti di patente, presa in Italia o all'estero. Corso il cui scopo dovrebbe essere il trasformare i 3000 selezionati in "ambasciatori" della guida sicura nelle comunità immigrate (Stranieri, corsi di guida da 1,5 milioni di euro, Sicurauto, 31 agosto 2012).

Ciò non toglie che il tutto sia comunque una presa per i fondelli (degli italiani). Il corso, che sarà accompagnato anche dalla creazione di un call-center dedicato, avrà un costo di un milione e mezzo di euro, e che sarà gratuito per gli stranieri partecipanti, è stato pensato per rimediare ai dati che stanno provenendo dall'incidenza delle varie nazionalità negli incidenti stradali in Italia.

Se gli italiani sono coinvolti in incidenti stradali per il 6,4%, gli stranieri lo sono per il 13,5%, ossia più del doppio, in particolare tunisini, ucraini, romeni, marocchini e moldavi e, ancor di più, egiziani, peruviani, albanesi e cinesi. Coinvolti significa (lo specifichiamo, dato che alcuni usano tale espressione per dissimulare la realtà) sia vittime, sia, soprattutto, autori e causa dei sinistri.

In pratica, tale corso dovrebbe, magicamente, trasformare i tremila "ambasciatori" in taumaturghi capaci di modificare stili di guida, stili di vita e forma mentis dei circa due milioni e mezzo di allogeni che quotidianamente guidano sulle strade italiane. Ciò che non fa lo Stato italiano, ossia controllare l'effettiva capacità di questi guidatori (naturalmente parliamo di coloro che hanno preso la patente fuori dai confini italiani), viene lasciato ai consigli di una manciata di più o meno volenterosi, perché al limite di questo si tratterà. Consigli, piuttosto che controlli: bella prospettiva!

Ma c'è un ulteriore aspetto che va considerato, per meglio mettere a fuoco la questione generale del rapporto tra stranieri e (maggiore) incidenza percentuale negli incidenti. Nei mesi scorsi, Walter Citti dell'ASGI (Associazione studi giuridici sull'immigrazione) e l'Onlus Avvocati Per Niente (nome interessante) hanno inviato alla Commissione Europea una denuncia contro lo Stato italiano, dopo analoghe denunce in alcuni tribunali italiani contro compagnie assicurative, per discriminazione, in quanto alcune compagnie applicavano (applicano?) tariffe differenziate in funzione della cittadinanza e della nazione d'origine. Anche l'UNAR (l'ufficio nazionale anti-discriminazioni) ha inviato una raccomandazione per l'abolizione delle tariffe differenziate (Repertorio n.16 del 31 gennaio 2012: adozione di una raccomandazione generale ai sensi dell'art. 7, comma 2, lettera E) D.LGS N. 215/2003 in materia di tariffe differenziate per nazionalità delle polizze RCA) [in PDF].

La raccomandazione dell'UNAR riporta, a pagina 5, una considerazione dell'ANIA (Associazione nazionale imprese assicuratrici) affermante che tali differenziazioni sono basate su dati statistici relativi alla differente sinistrosità registrata, utilizzati alla pari di altri dati, come l'incidenza dell'età o il luogo di circolazione prevalente. Ossia, non si tratta di una qualche forma di discriminazione per causa dell'origine etnica e nazionale, ma per causa del comportamento rilevato statisticamente sulle strade italiane.

Ma l'UNAR, in spregio alla logica e ai dati rilevati (come detto, gli stranieri causano il doppio degli incidenti stradali rispetto agli italiani), afferma, tra pagina 8 e 9, che non si possono ammettere "cause di giustificazione" e differenze di trattamento, neanche se per finalità legittime e con mezzi proporzionati, in quanto la differenziazione è, in sostanza, anche secondo l'ordinamento italiano e comunitario, una discriminazione (conta l'ideologia rispetto alla realtà concreta, in altre parole).

Di fronte a tale presa di posizione ideologizzata dell'UNAR (a sua volta prodotto ideologico), non si capisce perché fare dei corsi particolari come quelli dell'ACI per stranieri, se l'origine nazionale non dovrebbe contare alcunché. O esiste il problema e il problema ha rilevanza statistica, quindi può incidere nell'apertura di una assicurazione automobilistica, oppure non esiste. Non è che se esiste tale problema e tale dato, con una parola magica essi scompaiono, lasciando sul campo solo altri dati statistici.

Perché un napoletano è tenuto a pagare di più, in quanto automobilista a Napoli, mentre un cinese o un egiziano, pur essendo statisticamente, a livello nazionale, più predisposti ai sinistri, no? E non solo non pagano di più, ma la società italiana butta 1,5 milioni di euro per pretesi corsi miracolosi di guida in favore di costoro!

Nella lettera di risposta della Commissione Europea (risposta del 17 aprile 2012 a Walter Citti dell'ASGI) [in PDF], Karel Van Hulle afferma, sì, che la cittadinanza non dovrebbe avere rilevanza, rispetto ad esempio a fattori come l'esperienza di guida; afferma, sì, che i cittadini comunitari non possono avere differenze di trattamento tra di loro; ma, specifica anche che, per gli extracomunitari, ciò ugualmente vale avendo permesso di soggiorno di lungo periodo. Non per tutti gli extracomunitari in generale (come quasi viene fatto credere in certi articoli: RC auto differenziata per nazionalità, Commissione Ue: è discriminatoria, Sabrina Bergamini, Help Consumatori, 10 maggio 2012).

Certo, nonostante tutte queste considerazioni, rimane e rimarrà un punto da chiarire: se chi commette più incidenti dovesse essere statisticamente rilevato, nei prossimi anni, come comunitario oppure soggiornante di lungo periodo, UNAR, ACI, associazioni varie e Stato italiano continueranno a prendere per i fondelli i cittadini italiani, come stanno facendo ora?