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mercoledì 18 dicembre 2013

Esercito italiano e sentimenti popolari-2

Esercito italiano e sentimenti popolari-2: la protesta delle tazzine in tutta Italia


Nel silenzio dei mezzi di informazione, sembra che i militari italiani, in maniera non eclatante, si stiano riunendo in vari luoghi pubblici, come alcuni bar, e in varie città, allo scopo di confrontarsi sulla difficile situazione sia loro lavorativa, sia nazionale, dato il malcontento e le proteste, pacifiche o violente, dei giorni passati.

Sarebbe un ulteriore segno dell'agitarsi, sotto la placida inconsistenza dei partiti governativi e finto-all'opposizione, di correnti di malumore o di disperazione tra i nostri compatrioti.

Un consiglio: nell'articolo proposto, si dice che nel caso della città di Roma i militari si stanno riunendo nel famoso bar gelateria Giolitti, non distante sia dal Parlamento, sia da quella piazza del Popolo che nelle prossime ore vedrà la prima manifestazione di uno dei tronconi del movimento del "9 Dicembre". Non sarebbe male se quei militari facessero una capatina alla manifestazione. Non come militari, ma come cittadini. Non come pezzi dello Stato, ma come italiani.

  • Via il casco, militari e poliziotti alzano la testa. La tazzina di caffè è il simbolo del malcontento (Luca Marco Comellini, Tiscali Notizie, 17 dicembre 2013):

Se dalla TAV ai Forconi, escludendo i violenti, si può affermare che non vi è alcun estremismo ma che c'è solo la presa di coscienza di chi vuole alzare la testa e rivendicare civilmente i propri diritti allora è anche possibile affermare lo stesso riferendosi a quanto accade tra i militari e i poliziotti, dove è sempre più evidente il malcontento.

Quel “Giù i caschi!” a cui è seguito il gesto “apparentemente distensivo” degli appartenenti alle forze di polizia di togliersi gli elmetti e abbassare gli scudi, che per molti è stata una palese condivisione della protesta, lo abbiamo sentito e visto ripetere su tutte le piazze italiane dove i difensori delle istituzioni sono stati schierati e usati come baluardo ai palazzi del potere e per difendere la partitocrazia e le istituzioni dall'assalto di quel popolo esasperato che ormai non ha più nulla da perdere.

Ciò che in questi giorni emerge chiaramente dalle proteste che dilagano da nord a sud dell'intera penisola è sempre più evidente ma quello che non tutti sanno, o hanno notato, è l'esistenza di una protesta non violenta che stanno facendo i militari in tantissime città d'Italia: da Roma a Catania, passando per Padova e Cagliari.

I "sit-in" organizzati nei più noti locali e bar di molte città per discutere davanti a una tazzina di “caffè espresso” non sono sempre una novità, ma quando sono i militari a farlo allora tutto cambia. I sergenti e i brigadieri hanno adottato questa forma di protesta per esprimere il loro dissenso verso i provvedimenti del governo Letta che li sta mortificando rendendogli sempre più difficile resistere alla tentazione di passare dall'altra parte della barricata e unirsi agli altri manifestanti.

Dalla voglia di prendersi “un caffé” al più significativo gesto di levarsi il casco di fronte ai manifestanti sono tutte azioni che evidenziano come la misura sia ormai colma e che superare determinati i limiti potrebbe essere pericoloso. Dopo sarebbe difficile mantenere il controllo della situazione e del Paese, nonostante diversi e non più autorevoli esponenti politici e di governo abbiano comunque cercato di smentire la lettura in tal senso.

Quella del caffè è una legittima manifestazione di civile dissenso verso le azioni del Governo e della politica che, se apparentemente non ha nulla a che vedere – forse - con i caschi tolti dai poliziotti, carabinieri e finanzieri, ci riporta alla mente le “adunate” di piazza del 1975. La prima manifestazione avvenne nel settembre del 1975 a Treviso dove 600 militari in divisa scesero in piazza per protestare contro l'arresto del sergente Soggiu, che con altri colleghi e senza autorizzazione ava deposto una corona di fiori al milite ignoto. Successive manifestazioni avvennero a Mestre e Milano con afflusso di 1500 e 5000 militari.

Dopo più di 38 anni quella iniziata nei giorni scorsi al bar “Giolitti” di Roma, proprio difronte agli uffici della Camera,  è la prima e concreta forma protesta fatta dai “cittadini in divisa” che non può non essere condivisa, sia nel metodo che nel merito. Se i militari, i finanzieri e i carabinieri, ma anche i poliziotti, sono pronti a difenderci in ogni occasione anche a costo della vita, figuriamoci se non abbiano voglia di offrirci un bel caffè per spiegare anche a noi, semplici cittadini, le ragioni della loro protesta. Allora, che facciamo?

Ci vediamo tutti in piazza per un bel caffè?

martedì 17 dicembre 2013

A Roma il 18 dicembre ci saranno due manifestazioni

A Roma il 18 dicembre ci saranno due manifestazioni: una (comunque sia) italiana, l'altra (comunque sia) anti-italiana


Non stiamo parlando dei due tronconi del movimento "9 Dicembre", ma che, oltre alla manifestazione di Piazza del Popolo, ci sarà nella "multietnica" Piazza Esquilino una manifestazione fantasiosa le cui parole d'ordine sono "casa a chiunque", "meticciamento", "risoluzione dei problemi del mondo con l'abbattimento delle frontiere", ecc.

Nel comunicato della manifestazione, che fa parte di una serie di eventi italiani ed esteri per la cosiddetta "giornata di mobilitazione globale per i diritti dei migranti e rifugiati", si afferma anche quanto segue:

[...] Rifiutiamo con forza ogni rivendicazione identitaria e nazionalista, ogni richiesta di “poteri autoritari nazionali”. Le “risposte italiane” all’austerity significano solo nuove guerre tra poveri. Per questo, invitiamo la Roma meticcia, quella che non si identifica con i tricolori sventolati in tante piazze d’Italia, a partecipare al corteo per dire che le strade appartengono a chi lotta. Solo le lotte meticce possono permetterci di riappropriarci veramente di diritti, dignità e reddito.
Abbatteremo i muri e le frontiere che ingabbiano le nostre vite, anche quelli più invisibili.

Il riferimento è alle manifestazioni del "9 Dicembre" dei giorni prima, dove lo sventolare del tricolore italiano deve aver irritato la fragile psiche di multietnicisti e allogeni assortiti, a dimostrazione del loro attaccamento all'Italia. Altrettanto ironico questo ridicolo riferirsi alle lotte meticce come ad una panacea di tutti i mali, nel più tipico stile dell'ideologizzazione della realtà vivente. Perché vivo è il diverso, non la chimera meticcia. Da questo punto di vista, meticcianti ed europeisti appartengono allo stesso mondo ideale delirante.

  • Corteo cittadino nella giornata di mobilitazione globale per i diritti dei migranti e rifugiati


Mercoledì prossimo, in moltissime città del mondo e d’Europa, si terranno manifestazioni che rivendicheranno con forza diritti e libertà per migranti e rifugiati.

Nel mondo, infatti, dilagano guerre e disuguaglianze, uno sfruttamento sempre più feroce saccheggia territori e si abbatte sulle vite del 99% della popolazione mondiale. A garanzia di un modello di sviluppo che produce soltanto povertà e sfruttamento, si impongono frontiere sempre più arcigne e militarizzate allo scopo di sbarrare il passo a chi cerca, migrando, un presente ed un futuro diverso.

Frontiere che uccidono, come è accaduto soltanto poche settimane fa a Lampedusa e come continua ad accadere in tutto il Mediterraneo. Frontiere che costringono chi riesce a penetrare nelle spesse mura della “fortezza Europa” ad essere perennemente ricattato, soggiogato da un lavoro sempre più precario, dentro una società che vorrebbero individualista e divisa, in preda a meccanismi di rivalità e concorrenza, di isolamento se non di conflitto fra culture, territori, persone.

Del resto, la strage di Lampedusa sembra già dimenticata ed archiviata da una governance italiana ed europea che continua ad avere come unico scopo quello di portare avanti il massacro delle politiche di austerity e precarietà. Nulla, infatti, è cambiato nelle politiche d’immigrazione e d’asilo. Le modifiche al trattato di Dublino, che entreranno in vigore dal primo gennaio 2014, sono insufficienti e non garantiscono la libertà di movimento dei rifugiati. Mentre l’impianto repressivo e ricattatorio disegnato dalla Turco-Napolitano prima e dalla Bossi-Fini poi, rimane sempre lo stesso.

Per queste ragioni abbiamo deciso di scendere in piazza il prossimo mercoledì 18 Dicembre, per affermare ancora una volta che il potere non può annientare la dignità dei migranti e dei rifugiati, come non può soffocare la rabbia e le lotte di chi vuole riconquistare i propri diritti.

La Roma meticcia, la Roma delle lotte sociali e dell’antirazzismo, attraverserà le strade del centro cittadino perché non vuole dare tregua a questo “democratico” governo ed all’Europa dei banchieri e dei potenti. Perché vuole inchiodare alle proprie responsabilità gli enti locali e le altre istituzioni competenti, sempre più immobili, indifferenti e per questo complici.

Chiudere la vergogna dei CIE. Stracciare la Bossi-Fini senza tornare alla Turco- Napolitano. Conquistare una legge organica che garantisca il diritto d’asilo. Spazzare via il business dell’accoglienza per conquistare condizioni di vita degne per chi arriva in Italia, partendo dal diritto alla casa e all’abitare.

Vogliamo questo e molto altro.

Vogliamo determinare insieme un’alternativa ad un presente e ad un futuro che vorrebbero già scritto. Un’alternativa che già vive, in embrione, nelle lotte e nei processi di riappropriazione che si realizzano in tante città del nostro paese ed in tanti luoghi del mondo. Un’alternativa che non può prescindere dall’affermazione concreta dell’uguaglianza nella diversità, come del diritto alla libera circolazione delle persone.

Rifiutiamo con forza ogni rivendicazione identitaria e nazionalista, ogni richiesta di “poteri autoritari nazionali”. Le “risposte italiane” all’austerity significano solo nuove guerre tra poveri. Per questo, invitiamo la Roma meticcia, quella che non si identifica con i tricolori sventolati in tante piazze d’Italia, a partecipare al corteo per dire che le strade appartengono a chi lotta. Solo le lotte meticce possono permetterci di riappropriarci veramente di diritti, dignità e reddito.
Abbatteremo i muri e le frontiere che ingabbiano le nostre vite, anche quelli più invisibili.

Occupazione dei Rifugiati di piazza Indipendenza
Movimenti Sociali di Roma
Scuole di italiano degli spazi sociali
Sportelli di tutela dei diritti di migranti e rifugiati
Associazioni antirazziste

Esercito italiano e sentimenti popolari

Esercito italiano e sentimenti popolari: stanno controllando la fedeltà dei soldati alle istituzioni?


Secondo quanto riporta l'Osservatorio Militare (centro studi dedicato al mondo militare e della polizia) esisterebbero dei monitoraggi informali, nelle caserme militari, per valutare il grado di fedeltà dei soldati italiani alle istituzioni, questo a seguito dell'appoggio mostrato, nei giorni scorsi, da diversi esponenti delle forze dell'ordine alle manifestazioni del movimento "9 Dicembre" (UGL Polizia Veneto, SIAP, SIULP e altri).

Concordiamo con quanto affermato dal portavoce dell'Osservatorio Militare: "Fedeltà alle istituzioni e al paese significano fedeltà al popolo italiano, ai cittadini, non ai politici e ai presidenti di turno: quelli passano, gli italiani restano".

  • Forconi, la denuncia: “Monitoraggi nell’esercito per verificare fedeltà a Stato” (Enrico Piovesana, Il Fatto Quotidiano, 16 dicembre 2013):

Dopo il caso dei poliziotti che avrebbero fraternizzato con i manifestanti togliendosi il casco, in alcune caserme dell’esercito è stato ordinato un monitoraggio informale degli umori della truppa per capire se qualcosa del genere potrebbe verificarsi anche in caso di impiego dei soldati per esigenze di ordine pubblico ( http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/12/09/torino-poliziotti-si-tolgono-caschi-gente-in-piazza-applaude/257396/ ). La denuncia è stata lanciata dall’ex maresciallo Domenico Leggiero, responsabile di Osservatorio Militare, centro studi per la tutela del personale delle forze armate.

“Qualcuno molto in alto vuole capire se il crescente malcontento che serpeggia anche tra i dipendenti pubblici con le stellette rischia di far traballare la fedeltà dei soldati nell’eventualità di un loro impiego in ausilio alle forze dell’ordine per contrastare manifestazioni di massa”, spiega alfattoquotidiano.it l’ex pilota di elicotteri dell’esercito, che è stato anche consigliere comunale di An a Sesto Fiorentino. “Segnalazioni di queste verifiche informali ci sono arrivate da diverse caserme in giro per l’Italia in cui hanno sede i reggimenti potenzialmente impiegabili a scopo di ordine pubblico. Questi test per sondare l’affidabilità del personale, condotti in modo riservato, scattano solitamente in situazioni di pericolo per la sicurezza nazionale: in trent’anni di servizio - afferma Leggiero - mi è capitato solo all’epoca dell’operazione Vespri Siciliani contro la mafia e dopo l’11 settembre in piena fase antiterrorismo”.

“Oggi – continua Leggiero – evidentemente per qualcuno il pericolo nazionale sono i cittadini che protestano: ma un pericolo per chi? Iniziative del genere vengono decise a livello politico. Qualcuno è rimasto molto spaventato dal gesto dei poliziotti che si sono tolti il casco per esprimere la loro vicinanza alle ragioni della protesta e ora teme che anche i soldati potrebbero fare lo stesso e che cada così anche l’ultimo baluardo a difesa del potere. Beh, potrebbe succedere benissimo visto che lo scontento è forte e dilagante a tutti i livelli, dal soldato semplice agli ufficiali”.

La Difesa non conferma. “Non ci risultano iniziative in tal senso”, dicono dallo Stato Maggiore, “anche perché è da escludere la possibilità che un militare si tolga il casco davanti a dei manifestanti, e questo per una semplice ragione: noi che portiamo le stellette, simbolo della Repubblica italiana, abbiamo fatto un giuramento di fedeltà alle istituzioni per una vocazione che va ben al di là di qualsiasi altra considerazione di carattere economico o lavorativo”. Il portavoce di Osservatorio Militare la pensa diversamente: “Fedeltà alle istituzioni e al paese significano fedeltà al popolo italiano, ai cittadini, non ai politici e ai presidenti di turno: quelli passano, gli italiani restano”.

sabato 30 novembre 2013

Martiri europei: Joele Leotta

Martiri europei: Joele Leotta

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Prima di riprendere la normale attività del blog, torniamo indietro di circa un mese, al 20 ottobre 2013, quando a Maidstone, poco distante da Londra, il ventenne lombardo Joele Leotta, assieme ad un amico, viene aggredito da quattro lituani, poco più grandi, scatenatisi un po' a causa dell'alcol, un po' perché volevano proprio colpire degli italiani. Come sapete Joele morirà a causa dei colpi ricevuti.

Le autorità locali minimizzeranno, ma con poca convinzione, la versione subito circolata in Italia, ossia essersi trattata appunto di una aggressione razzista, motivata dal timore che gli italiani rubassero il lavoro agli immigrati dell'Est Europa. Probabile, perciò, che tale sia la ragione per la violenza di quella notte.

  • I veri responsabili morali della morte di Joele

Ma il punto è un altro: in precedenza, ribadita in questi giorni, nella stampa britannica e tra numerose personalità politiche del Regno Unito (in ultimo l'ex-ministro laburista Jack Straw e l'attuale premier conservatore David Cameron) si è accusata spesso e volentieri l'immigrazione dai Balcani e dall'Est Europa, dipingendola come eccessiva e parassitaria (a causa dei servizi sociali a cui si appoggia), pur essendo sostanzialmente laboriosa. Forse che circolino molte storie violente con protagonisti lituani? Si stia certi che è vero il contrario. (“Che errore aprire ai migranti dell’Est” Il dietrofront dell’ex ministro di Blair, Claudio Gallo, La Stampa, 13 novembre 2013) (Cameron dice basta al «turismo dei sussidi»: stop agli immigrati Ue che sfruttano il welfare britannico, Leonardo Maisano, Il Sole24Ore, 27 novembre 2013)

Negli stessi giorni in cui si discuteva della vicenda di Joele, veniva resa nota una aggressione, violentissima, ma non mortale, avente come protagonista un meticcio italo-americano, Francesco Hounye, sfigurato a giugno 2013 a Londra da una banda di asiatici, probabilmente per lo più bengalesi. La ragione è dovuta sostanzialmente al fatto che il ragazzo era "diverso" da loro e camminava in una zona non sua. (Shocking CCTV video shows brutal attack on American student on only his THIRD day in the UK, Natalie Evans, The Daily Mirror, 23 ottobre 2013)

Ora, né il caso di Joele né il caso di Francesco, in realtà, hanno mobilitato in una qualche maniera le autorità britanniche. La volontà politica di frenare gli arrivi dall'Est Europa prescinde dalla morte di Joele, tanto quanto il silenzio sulla presenza fastidiosa di africani e asiatici di fede maomettana non verrà scalfito dal caso di Francesco.

Gli europei dell'Est sono sgraditi perché provenienti da aree considerate poco interessanti dalle autorità britanniche. Solo questo.

I sempre più numerosi europei del Mediterraneo vengono tollerati, dalle autorità, perché probabilmente meno interessati ad una lunga permanenza e perché provenienti da nazioni con rapporti più stretti e da più tempo con Londra (per quanto poi l'Economist abbia titolato di recente "I maiali possono volare" con riferimento ai nuovi immigrati italiani o spagnoli o greci: Joele era uno di loro, ma nell'articolo... si sorvola su questo). (PIGS can fly, The Economist, 16 novembre 2013)

Gli allogeni africani o arabi o asiatici vengono invece ipocritamente tollerati, nonostante le bombe del 2005, le continue minacce islamiste, i quartieri de-britannicizzati e de-europeizzati, i tribunali di zona applicanti la legge maomettana, le violenze di qualunque genere, ecc., un po' forse per una retorica storica ridicola sull'impero, un po' perché meno "simili", pertanto più facilmente avvantaggiati dalla viscida retorica multietnicista, ma anche perché la Gran Bretagna intende divenire il punto di riferimento occidentale, se non addirittura mondiale, della finanza islamica. Progetto espresso più volte negli ultimi anni e ora ribadito dal (cosiddetto) conservatore David Cameron (lo chiameremo in futuro Cameroun?). (Cameron strizza l'occhio alla finanza islamica, La Repubblica, 29 ottobre 2013)

Ora, se cercate gli assassini di Joele Leotta, ebbene, quelli materiali sono stati arrestati a fine ottobre. Quelli morali sono tutte le autorità europee e britanniche che hanno prodotto questa pseudo-Europa chiamata Unione Europea, che umilia le genti d'Europa, devastandone le economie e le identità socio-culturali, creando motivi di ulteriore inimicizia tra popoli che, per quanto si siano sempre combattuti, hanno fortissimi punti di contatto e spesso radici identiche.

I lituani che hanno ucciso sono vittime anch'essi, umiliati da una retorica europeista incapace di rispettare nei fatti la dignità di chi emigra da un Paese europeo ad un altro Paese europeo, abbandonando la casa paterna, ma senza potersi sentire nella grande casa europea. Perché, e questo, chi ora impunemente governa, non lo ammetterà, si sta riempendo l'Europa stessa di figli non suoi, frutto del disordine demografico e sociale africano ed asiatico, con la messa in pericolo degli autentici figli d'Europa, togliendone spazio e opportunità e stritolandone il futuro. Nel contempo, la crisi economica viene orientata in maniera che ne beneficino solo pochi gruppi (bancari, finanziari, ecc.), lasciando ai cittadini di alcuni Paesi le briciole, mentre a quelli di altri, neanche quelle. Gli europei, specie giovani, si trovano pertanto tra l'incudine di nazioni etnicamente e culturalmente sfigurate, a loro danno, e il martello di scelte politico-economiche per loro nefaste.

I quattro lituani (Aleksandras Zuravliovas, Tomas Gelezinis, Saulius Tamoliunas e Linas Zidonis) sono vittime. Joele Leotta è una vittima. Onore alle vittime.

martedì 15 ottobre 2013

Una (forse due) verità su Adam "Madman" Kabobo

Una (forse due) verità su Adam "Madman" Kabobo: che pazzo non era, ma qualcuno (e qualcosa) ci ha messo lo zampino


Nei giorni scorsi si ha avuta conferma che il ghanese Adam Kabobo, autore della strage a Milano dell'11 maggio 2013, in cui sono morti Alessandro Carolè, Daniele Carella ed Ermanno Masini, è capace di intendere e volere, pertanto verrà giudicato come tale nel processo che lo vedrà come indagato. Ma da un articolo del Fatto Quotidiano, il cui scopo probabilmente era muovere a pietà nei confronti dell'omicida africano, si possono sottolineare due spunti interessanti. (Adam Kabobo, dal Ghana al massacro di Niguarda “in lotta per la sopravvivenza”, Davide Milosa, Il Fatto Quotidiano, 7 ottobre 2013) [ne conveniamo: il titolo del Fatto è ripugnante]

  • Primo spunto: il "qualcuno"

Nel corso dell'articolo, troviamo quanto segue:

[...] Kabobo ha vent’anni. Lavora e ha una bambina. Coltiva, per poco tempo, la religione musulmana “perché i ragazzi con i quali mi accompagnavo erano musulmani”. I genitori, invece, erano atei. Poi la fuga dal Ghana. Via dai genitori dalla ragazza messa incinta. Arriva in Nigeria. Qui ci sta tre anni e s’ingegna a fare il gelataio. “Ma la mia meta era la Libia”. Ci vivrà tre anni facendo il muratore. Quindi il mare e il barcone per Lampedusa. L’Italia.

L’approdo a Lampedusa fissa finalmente un punto cronologico nella ricostruzione della vita di Kabobo. Arrivato al centro di accoglienza, Adam viene trasferito a Bari. E’ l’agosto 2011. [...]

E' chiara la tempistica e i luoghi? Kabobo arriva nel 2008 nella Libia di Gheddafi, dove può lavorare come muratore. Nel frattempo, dopo alcune rivolte nel febbraio 2011, alcuni Governi occidentali ed arabi (USA, Francia, Gran Bretagna, Italia, Qatar, ecc.) muovono guerra alla Libia a partire dal marzo 2011. Quello che accadrà è storia, comprese le persecuzioni dei "ribelli" libici contro i subsahariani e, più in generale, il caos e la violenza crescente, che da allora non hanno abbandonato il Paese nordafricano. Ad abbandonarlo sono però stati, ovviamente, coloro che hanno potuto, Kabobo compreso, che, appunto arriverà in Italia nell'estate 2011.

Come dicevamo nel titolo, c'è un "qualcuno" che ha contribuito alla strage milanese. Questo qualcuno sono, tra gli altri: Barack Obama, François Sarkozy, David Cameron, Silvio Berlusconi, Hamad bin Khalifa Al Thani, ecc., ossia coloro che hanno voluto o permesso o scatenato le violenze e la guerra in Libia. Volevate che si preoccupassero anche degli effetti?

  • Secondo spunto: il "qualcosa"

Nell'articolo c'è un secondo passaggio interessante:

[...] La cartella clinica messa agli atti è decisiva per comprendere la deriva che porterà Adam nel maggio 2013 a uccidere per le vie di Niguarda. Il 24 gennaio 2012 la visita psichiatrica registra “disturbi della sensopercezione”. Prescritte: 20 gocce di Haldol medicinale antidelirante per eccellenza. Il 31 gennaio 2012 le gocce salgono a 30. Il 5 febbraio 2012 Kabobo tenta di impiccarsi. Il 7 febbraio si provoca, volontariamente, un trauma cranico. Nel carcere di Lecce distrugge tre televisori. “Iniziavo a pensare come una persona che sta impazzando”. E ancora: “Mi davano le medicine ma non andavo a posto”. [...]

Nell'articolo non ci sono riferimenti ulteriori, cronologicamente parlando, sull'uso di medicinali, ma non vorremmo però che c'entrasse quanto riportavamo in altra occasione [27 gennaio 2013], ossia il timore che esista una correlazione tra fatti delittuosi, comprese certe stragi, e uso di farmaci antidepressivi ed antipsicotici. Nel qual caso, ci sarebbe anche un "qualcosa" che ha contribuito alla strage.

Il "qualcuno" e il "qualcosa" sono ulteriori elementi, assieme alla mancanza di un freno all'immigrazione di massa e all'assenza, più in generale, di una visione organica della società e dei bisogni dei cittadini autoctoni, che hanno contribuito alla tragedia di quel maggio milanese. Elementi che non creano scusanti, quanto semmai estendono le colpe.

domenica 13 ottobre 2013

Unione Europea e USA contro i greci

Unione Europea e USA contro i greci: come il Fondo Monetario Internazionale si spaccò nel 2010


Curiosamente l'articolo di alcuni giorni fa del Wall Street Journal, in cui si svelava la drammatica spaccatura avutasi nel maggio 2010 tra esponenti del Fondo Monetario Internazionale riguardo il piano-salva Grecia, non sta avendo l'eco che meriterebbe.

Cosa avvenne? Il 9 maggio 2010 il FMI presentò il piano di salvataggio della Grecia, nonostante circa il 40% dei suoi membri lo criticasse aspramente, tanto che si arrivò ad accusare il piano come predisposto "non per la Grecia, ma per la zona euro", ossia utile a permettere ad alcune nazioni europee (specie Germania e Francia) che le proprie banche si liberassero dei titoli di stato greci, ormai divenuti carta straccia. Cosa che poi effettivamente avvenne.

Il piano venne approvato, nonostante tutto, solo perché le nazioni facenti parte dell'Unione Europea e gli USA, forti della maggioranza nel Fondo Monetario, non vollero recedere dalle loro posizioni, imponendo condizioni basate su stime troppo ottimistiche, ma il cui unico scopo non era realmente il bene del popolo greco, quanto quello di alcuni investitori stranieri, tanto da non prevedere forme di ristrutturazione del debito o modalità di intervento utili in caso di situazioni meno rosee. Si decisero perciò condizioni capestro, con gli effetti che abbiamo visto: stipendi massacrati, svendita del settore pubblico, disoccupazione galoppante.

Eppure, ripetiamo, circa il 40% dei membri del Fondo ebbe parole durissime contro il piano. Qualche esempio (IMF Document Excerpts: Disagreements Revealed, The Wall Street Journal, 7 ottobre 2013):

  • l'esponente svizzero, Rene Weber, affermò che c'erano "dubbi considerevoli sulla fattibilità del piano. [...] Anche la minima deviazione negativa dalle previsioni renderebbe insostenibile il debito", chiedendosi inoltre "perché la ristrutturazione non venne presa in considerazione".
  • l'esponente brasiliano, Paulo Nogueira Batista, parlò di "rischi immensi" e di "piano concepito non per la Grecia, che sarà sottoposta a condizioni devastanti, quanto per salvare investitori privati, specie europei".
  • l'esponente argentino, Pablo Andrés Pereira, affermò come "molto probabile un peggioramento delle condizioni della Grecia dopo l'adozione del piano".
  • l'esponente indiano, Arvind Virmani, previde, in forza dell'assunzione di tale piano, "la caduta dei prezzi, l'aumento della disoccupazione e il conseguente calo delle entrate fiscale, rendendo fallimentare il piano stesso".
  • l'esponente cinese, He Jianxiong, parlò di "rischi significativi, a causa di previsioni di crescita ottimistiche".

Ulteriori critiche vennero mosse anche dagli esponenti della Russia, dell'Australia, del Canada, dell'Iran e altri. Tutti ebbero una chiara visione di come le cose sarebbero poi andate a finire. Grottesco, perciò, sentire l'attuale direttore del FMI Christine Lagarde affermare, nel giugno 2013, che "nel maggio 2010 non si poteva immaginare la necessità di una ristrutturazione del debito, né che la situazione economica si sarebbe deteriorata così velocemente".

Rimane da capire perché queste rivelazioni ora. Per Mauro Bottarelli, potrebbe c'entrare in qualche modo lo spettro di durissime class actions, col conseguente tentativo da parte degli speculatori di raschiare il fondo del barile un'ultima volta e poi volar via come uccell di bosco, lasciando tutti gli altri con i cocci vuoti e rotti (I nuovi giochi degli speculatori sulla Grecia, Mauro Bottarelli, Il Sussidiario, 12 ottobre 2013).

Ma potrebbe, in qualche modo, c'entrare anche il paventato cosiddetto divorzio tra Fondo Monetario e Unione Europea (sempre a detta del Wall Street Journal). (Grecia, il Wall Street Journal: “Fmi e Unione Europea vicine al divorzio”, Francesco De Palo, Il Fatto Quotidiano, 11 ottobre 2013). Divorzio derivante anche da quanto accaduto in quel maggio del 2010.

  • Past Rifts Over Greece Cloud Talks on Rescue (Thomas Catan + Ian Talley, The Wall Street Journal, 7 ottobre 2013):
The International Monetary Fund proceeded with its record 2010 bailout of Greece despite deep internal divisions over whether it would work, according to confidential documents that contradict the fund's public statements.

The new details of the rift come as the crisis lender is now pressing European governments to forgive some of the country's debt in a fresh round of difficult talks. The idea is unpopular with Germany and other European nations because their taxpayers would take the hit. But it stands a chance because the IMF is now making future support conditional on significantly reducing Greece's debt burden.

The topic will be high on the agenda when finance ministers from around the world gather in Washington this week for the IMF's annual meeting.

The fund's determination to see Greece's debt burden reduced stems in part from lingering bitterness over how the first bailout was approved at a contentious May 9, 2010, IMF board meeting, according to some fund officials. The cache of papers documenting that decision—marked "Secret" or "Strictly Confidential" and reviewed by The Wall Street Journal—offers a rare glimpse inside the IMF as the international emergency lender struggled to avert a rapidly unfolding financial disaster.

Nearly a third of the board's members, representing more than 40 non-European countries, raised major objections to the bailout's design at the meeting, according to the internal records. Many objected that it placed all the burden of a painful adjustment on the Greeks while asking nothing of its European creditors. Several suggested the bailout was doomed to fail unless Greece's creditors reduced some of the financially troubled country's towering debt burden.

"The alternative of a voluntary debt restructuring should have been on the table," Argentina's then-executive director at the IMF, Pablo Andrés Pereira said at the 2010 meeting. The fund, he said, risked merely "postponing, and maybe worsening the inevitable"—a Greek debt default.

Directors from Brazil, Russia, Canada, Australia—representing 38 additional countries—worried about the "immense risks" of the program, according to minutes of the meeting. The program could prove to be "ill-conceived and ultimately unsustainable," Brazil's executive director at the IMF warned, or simply "a bailout of Greece's private-sector bondholders, mainly European financial institutions."

U.S. and most European directors, representing more than half of the IMF board's voting shares, were able to win approval for a program that required the Greek government to adopt wrenching spending cuts and tax increases. It included no debt restructuring, such as forgiving principal, reducing the interest rate on the debt or stretching out the payment schedule to make servicing easier. That spared the holders of the debt—chiefly European banks—the losses that would have come with restructuring.

Some of the IMF dissenters at the meeting and some IMF staff believe the interests of the European powers were placed above those of Greece, which has seen its economy contract by a fifth since 2009 and its jobless rate reach nearly 28%. That helps shape the IMF's position today going into the negotiations with the Europeans over debt restructuring, according to some current and former fund officials.

"The Greek bailout was not a program for Greece, but for the euro zone itself," one participant at the 2010 meeting says today.

The 2010 documents show that several IMF directors were deeply skeptical of the staff's economic projections from the beginning, calling them "rather optimistic," "overly benign," even "Panglossian."

An IMF spokesman said the lender still expects a recovery in Greece as its economic overhaul takes effect. "But we are more conservative than before, and we certainly realize it will take longer for Greece to catch up on the growth side," he said.

In several key respects, the confidential documents rewrite the story of the biggest bailout in IMF history.

For instance, then-IMF Managing Director Dominique Strauss-Kahn told reporters after the May 2010 meeting that the fund had "no doubt" that the bailout would work. But behind the scenes, a considerable share of non-European directors had expressed serious doubts—and even anger—about the bailout plan, according to board-meeting minutes, staff briefs and board-member comments written in the days before and after the meeting.

The scale of the fiscal adjustments to be required of Greece would be "a mammoth burden that the economy could hardly bear," India's former director at the IMF, Arvind Virmani, told the meeting. He questioned whether the magnitude of the belt-tightening that the IMF was expecting would cause the rescue program to fail and the country to default on its debt.

Efforts to reach Mr. Strauss-Kahn for this article were unsuccessful. The IMF has since, though, conceded some failures. In hindsight, it had been too rosy about the financial projections that underlay the program, it said in a report in June.

IMF officials always have maintained that they didn't think Greece would have to restructure its debt when the rescue program was approved in 2010.

"In May 2010, we knew that Greece needed a bailout but not that it would require debt restructuring," IMF Managing Director Christine Lagarde said in a June interview. "We had no clue that the overall economic situation was going to deteriorate as quickly as it did."

By early 2011, as it became clear that Greece's debt had become unsustainable, the IMF did advocate Greece's debt be restructured, an IMF spokesman said.

But the IMF documents show there were heated discussions about the need to write off part of Greece's debt from the start. At the May 2010 meeting, directors from Middle Eastern, Asian and Latin American countries repeatedly asked why they weren't being presented with the option.

European directors were "surprised" when Switzerland "forcefully" weighed in on the dissenting side, the minutes show. "Why has debt restructuring and the involvement of the private sector in the rescue package not been considered?" the Swiss executive director, Rene Weber, asked at the time.

The IMF says today that debt restructuring simply wasn't feasible in 2010, because the risk of Greece's financial turmoil spreading to other countries was so high.

Much of the debt was held by already fragile French and German banks, so European nations wouldn't consider it. And the U.S. feared its own trillion-dollar exposure to European banks.

Ms. Lagarde was French finance minister at the time and keen to avoid losses by her country's banks, which had lent heavily to Greece. Mr. Strauss-Kahn—widely known to be angling for the French presidency at the time—backed off a tentative effort to press the issue after encountering European opposition before the IMF meeting.

The June 2013 IMF staff report conceded "notable failures" in its first Greek bailout while concluding the fund had broadly followed the right policies. "An upfront debt restructuring would have been better for Greece although this was not acceptable to the euro partners," it said.

In retrospect, the report said, the "program served as a holding operation" that allowed "private creditors to reduce exposures…leaving taxpayers and the official sector on the hook."

Several IMF directors had warned of just that outcome three years earlier. The program "may be seen not as a rescue of Greece, which will have to undergo a wrenching adjustment, but as a bailout of Greece's private debtholders, mainly European financial institutions," Brazil's executive director, Paulo Nogueira Batista, said at the May 2010 meeting.

The doubters were ultimately proved right. Greece couldn't meet its financial targets and required a second bailout in 2012. The remaining private creditors took a haircut as part of the largest debt restructuring in history.

Greece's debt has ballooned since then as the economy collapsed, forcing euro-zone governments to now confront the prospect of a third bailout in which they would also forgive some of Greece's debt.

[Segnalazione cinematografica] Agathe Cléry (di Étienne Chatiliez)

[Segnalazione cinematografica] Agathe Cléry (di Étienne Chatiliez)

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Commedia musicale francese del 2008, tratto da una idea dell'ebrea parigina Yolande Zauberman [1], con morale "meticcia" esibita. La protagonista (il cui nome suona un po' come "bianca e chiara") viene colpita dalla malattia di Addison o, meglio, da una sua fantasiosa versione. La malattia originaria, che riduce drasticamente gli ormoni corticosurrenali, ha effetti, per lo più definitivi, come iper-affaticamento, depressione, forte perdita di peso sino all'anoressia, turbe psichiche e iperpigmentazione cutanea, ossia forte inscurimento della pelle.

Diverso quanto avviene nel film, dove la protagonista Agathe, dipinta in maniera rozza come "razzista", avrà solo un leggero e passeggero affaticamento e una iperpigmentazione, anch'essa momentanea. Questo breve periodo con la pelle scura porterà Agathe a ridefinire la propria vita [2], secondo le più ovvie e banali linee di qualunque film a tesi, che in questo caso significa diventare "tollerante" e sposare un africano.

Il film, che prova a nascondere la propria pochezza narrativa e l'incapacità di delineare psicologie profonde e interessanti con continui momenti musicali (praticamente ogni 10 minuti c'è un intermezzo, inevitabilmente artisticamente piatto), parte da un momento iniziale in cui, come dicevamo, la protagonista viene definita razzista e fortemente competitiva. Ciò in realtà viene effettuato per lo più grazie alle opinioni di alcuni dipendenti dell'azienda di Agathe, tutti particolarmente antipatici e senza che nel corso del film le cose migliorino troppo. Alla fine, il razzismo di Agathe è più dichiarato da altri che mostrato da lei stessa, non bastando due brevi battute a farne chissà che mostro politicamente scorretto.

Non manca naturalmente l'ipocrisia politicamente corretta, dato che in uno dei balletti, in cui i dipendenti affermano quanto la "capa" non sopporti questa o quella etnia o nazionalità straniera, si confrontino queste col Belgio, citato ironicamente, ma viene il dubbio anche con una punta di disprezzo (ossia, la "capa" razzista non può che sopportare il grigio Belgio. C'è sempre qualche dove o chi denigrabile senza troppi patemi).

Tutto questo condito, manco a dirlo, da banalità come "ormai la società è meticcia, abituatici", medici e infermieri tutti di pelle scura come neanche nei telefilm e film statunitensi, "razzisti" o supposti tali che finiscono inevitabilmente male e naturalmente finale con felice famiglia meticcia (che poi significa marrone, perché il meticciamento ha un unico colore. Alla faccia delle diversità) [3].

[1] L'ultimo lavoro della Zauberman, del 2011, è il documentario ambientato in Israele "Faresti sesso con un arabo?", dove la domanda del titolo ne è il filo conduttore. Ma lì è ancora solo una domanda provocatoria, non il centro di un filmetto di propaganda.
[2] Da notare che la protagonista, col diventare scura, e tranne il breve momento iniziale di una leggera abbronzatura, non diventa più bella. Più probabile il contrario, anche se molti non vorranno ammetterlo (per come vanno i tempi, ora come ora). La questione non viene posta esplicitamente nel film, ma è desumibile da come viene abbigliata la protagonista nei due diversi momenti del film, dove si cerca di mostrare il periodo "nero" come più spigliato e (siamo ironici) luminoso.
[3] Tra l'altro, pur se ambientata a Parigi, di francese, in questa commedia, c'è poco e nulla. Se non ci fosse qualche riferimento alla Normandia potrebbe benissimo essere ambientata in qualunque altra nazione, dall'Australia al Sud Africa all'Argentina. Sarà anche per questo che persino alcuni personaggi pubblici, come Alain Delon, stanno mostrando sempre più simpatia per il Front National?

domenica 22 settembre 2013

I bianchi, nuovi poveri e nuovi discriminati: Regno Unito

I bianchi, nuovi poveri e nuovi discriminati: Regno Unito


Per completare il breve excursus sui bianchi come nuovi discriminati, dopo gli USA [15 settembre 2013] e la Francia [17 settembre 2013], veniamo al...

Regno Unito

Ad inizio 2013, il ministro per l'Università, David Willetts, ha affermato che la categoria "studenti bianchi di sesso maschile provenienti dalla classe operaia" va considerata alla pari di una minoranza etnica, in quanto risulta sempre più svantaggiata nel proprio percorso di studi, finendo per avere grosse difficoltà ad accedere all'università. Si tratterebbe, in pratica, di portare avanti una politica di "discriminazione positiva", ma per i figli della maggioranza del Paese. C'è ovviamente una amara ironia in tutto questo, ma passiamo oltre.

Il problema, che Willetts ha minacciato di risolvere anche col blocco della libertà di gestione delle tasse, per le università inadempienti, si situa all'interno di un problema più ampio, dove la categoria maschile, senza connotazioni etniche, sta retrocedendo in termini quantitativi, rispetto alle donne. Nel 2012, gli ingressi maschili all'università sono calati di 22.000 unità, ben quattro volte più delle donne.

In questo calo complessivo, come detto, si staglia il problema dei bianchi, condizionati probabilmente dalla subcultura delle tre F "fighting, football and fucking". Naturalmente, tale subcultura è più un effetto che non la spiegazione del problema, in quanto questo è più il risultato di scelte politiche e di attenzioni maggiori fornite alle minoranze etniche, anche per ragioni geografiche, dato il loro concentrarsi in determinate aree, specialmente a Londra, meglio servite e monitorate dalla politica, dalle associazioni e da programmi di assistenza (Londra, al 2011, era composta al 41% di non-bianchi; il Regno Unito, nell'ormai lontano 2001, al 9%, ma chissà ora). Vediamo allora di dare un'occhiata al rapporto, riguardante l'Inghilterra e non tutto il Regno Unito, pubblicato di recente dall'agenzia governativa per l'educazione OFSTED (Office for Standards in Education, Children's Services and Skills).

Unseen children: access and achievement 20 years on (OFSTED, 20 giugno 2013) [in inglese; nella pagina è possibile scaricare anche il PDF]

Nel corso di soli cinque anni, dal 2007 al 2012, i bianchi hanno visto, nelle scuole di grado inferiore all'università, diminuire ulteriormente il raggiungimento di buoni risultati, in confronto a quanto fatto dalle altre etnie, già in vantaggio per quanto riguarda cinesi e indiani, tanto da venir superati dai bengalesi e raggiunti dagli africani [Fig. 10, pag. 26]. Ciò è appunto il risultato di vent'anni di politiche inclusive (il rapporto parte da considerazioni fatte nel 1993), su cui ci sarebbe comunque da discutere, dato che tali politiche hanno aiutato una parte delle singole minoranze allogene, ma nella restante parte (per alcune minoranze in particolare, come quelle africane, afro-caraibiche, pachistane, ecc.), anche nella sola Londra, è facile un ampio coinvolgimento in episodi criminali e di devianza sociale.

Tornando ai dati, se si considerano invece solo gli studenti provenienti da situazioni disagiate, i bianchi, già ultimi come risultati scolastici, risultano essersi ulteriomente allontanati dalle altre etnie [Fig. 12, pag. 29]. Ora, che ciò abbia molto a che vedere con la dislocazione geografica delle minoranze allogene e degli aiuti a loro forniti è anche facilmente osservabile dal fatto che, per quanto riguarda il raggiungimento di buoni risultati scolastici, Londra è passata, dal 2007 al 2012, dal penultimo al secondo posto nazionale [Fig. 9, pag. 24], così come dalla localizzazione dei migliori e dei peggiori risultati scolastici nell'intero territorio inglese, per gli studenti appartenenti a classi svantaggiate [mappe alle pagine 50 e 51. Si noti, in particolare nella prima, la concentrazione londinese] [Fig. 20, pag. 55].  Tra l'altro, neanche è vero che sia un problema di 3F al maschile, come citato sopra, dato che anche le ragazze bianche provenienti da contesti difficili hanno fortissime difficoltà scolastiche [Fig. 13, pag. 30].

Le due ragioni principali indicate per tali differenze sono l'atteggiamento dei genitori e il contesto famigliare più in generale e le iniziative di sostegno alle realtà disagiate, in ambito scolastico e soprattutto dal punto di vista degli insegnanti e della qualità dell'insegnamento. Nel secondo caso, ad esempio, i migliori risultati di Londra sono il frutto di iniziative come il London Challenge o il Teach First (con ques'ultimo che, soprattutto negli anni passati, ha visto mobilitare insegnanti motivati per il 50% nella sola area londinese). Ciò ha prodotto delle significative differenze tra zone disagiate e non in riferimento ai successi scolastici, con la zona di Londra, ovviamente, presente tra quelle con i migliori risultati [Fig. 26, pag. 77 - Fig. 27, pag. 78].

Venendo all'ambito famigliare, esso è ritenuto estremamente significativo, tanto che influirebbe tra il 16 e il 21% nel divario del successo tra i ragazzi provenienti da ambienti svantaggiati o meno. Ma, se ciò è vero, ci viene un dubbio. Se i divari tra bianchi delle classi svantaggiate e non-bianchi sono anche frutto della vita in famiglia, allora quanto contano altre disparità venutesi a creare negli anni passati? Nel vecchio blog avevamo riportato alcuni dati aggiornati al 2007 sulle percentuali di occupazione, sui compensi orari, sulla proprietà di abitazioni, sull'occupazione di alloggi sociali. Dati in cui risultava che i bianchi autoctoni stavano retrocedendo sotto tutti gli aspetti [ARCHIVIO 28 giugno 2008] [1]. Socialmente i bianchi retrocedevano (retrocedono?); ciò possiamo ipotizzare abbia e abbia avuto effetti anche in ambito famigliare, nell'educazione dei figli, quindi nei loro successi scolastici, ma le iniziative degli ultimi anni, in ambito scolastico, sono state specialmente indirizzate e hanno avvantaggiato i figli delle minoranze etniche. Da qui, tutta una serie di domande che bisognerebbe farsi...

[1] Il rapporto, di cui si fa lì riferimento, è attualmente rintracciabile al seguente indirizzo: http://www.ippr.org/publication/55/1598/britains-immigrants-an-economic-profile

  • Exclusive: Treat white working-class boys like ethnic minority, Willetts tells universities (Richard Garner, The Independent, 3 gennaio 2013):
Universities will be told they should recruit more white, working-class boys in the wake of figures showing a massive slump in applications from men for courses.

The Universities minister David Willetts wants white, working-class teenage boys put in the same category as students from other disadvantaged communities and ethnic minorities – as groups that should be targeted for recruitment.

The move has the potential to create conflict with Britain's independent schools if universities – as a result – use it to discriminate against middle-class applicants in order to curry favour with the university access watchdog, the Office for Fair Access.

The watchdog "can look at a range of disadvantaged groups – social class and ethnicity, for instance – when it comes to access agreements, so I don't see why they couldn't look at white, working-class boys," Mr Willetts says in an interview with The Independent.

He also warns, in an accompanying article: "There are now more women who enter university each year than there are men who submit a Ucas [university application] form."

The final figures for last autumn's intake show the slump in applications from men last year was 22,000 – and the decrease in the entry rate for men to university was four times higher than that for women.

Mr Willetts called this "the culmination of a decades-old trend in our education system which seems to make it harder for boys and men to face down the obstacles in the way of learning … That is a challenge for all policymakers and all parties."

He added: "I do worry about what looks like increasing under-performance by young men."

Mr Willetts said he plans to advance the question of including white, working-class boys as a target group for recruitment in university access agreements – which universities have to sign to gain permission to charge higher fees –in his forthcoming meeting with Professor Les Ebdon, the director of the access watchdog Offa.

If universities fail to deliver their access agreements, they can be refused permission to charge fees of higher than £6,000 a year – although this sanction has not yet been invoked.

William Richardson, the general secretary of the Headmasters' and Headmistresses' Conference, which represents 250 of Britain's independent schools, said reaction would depend on how universities reacted to "tie-breaks" in admissions – where two candidates have exactly the same qualifications.

"We wouldn't expect middle-class girls' applications to be turned down in favour of working-class boys. Each application should be looked at individually."

Dr Wendy Piatt, director general of the Russell Group, which represents 24 of the country's most selective universities, said: "Universities cannot solve this problem alone.

"The root causes of the under-representation of students from disadvantaged backgrounds are under-achievement at school and poor advice on the best choices of A-level subjects and university degree course."

Many universities would be able to convince the watchdog they had met the requirement to attempt to recruit more white, working-class boys by pointing to summer schools they already run in disadvantaged areas, it was being argued last night.

The latest gender breakdown on applications for university (for 2011) show that girls outnumber boys in medicine and dentistry (10,145 to 7,190), and also in law (19,080 to 13,255). In applying for courses to gain teaching qualifications, they lead by 60,335 to 19, 725.

In terms of this year's A-level results, they massively outperform boys in the creative arts and drama, English, languages and psychology.

The performance of boys – particularly the white working classes – has worried Ofsted, the education standards watchdog, for more than a decade ever since a report it published bluntly said they concentrated more on the three Fs (fighting, football and f***ing) than the three Rs.

In his article, Mr Willetts also reveals there will be a major increase in funding for teaching in universities over the next two years – up from £8bn now to £9.1bn in 2014 – as income from the higher fees begins to roll in.

This will allow them to improve teaching standards and cut back on the size of classes, he says.

In addition, he wants to increase the flexibility for universities to recruit students by removing the rigid cap on over-recruiting students (whereby universities face stiff fines for going above their target number).

Parents will also be targeted in a new drive to convince school leavers they should not be fearful of the new fees structure, he added.

He said they "reportedly understand the details of the student finance system less well than their children – for example, no eligible student has to pay upfront fees".

giovedì 19 settembre 2013

Aggiornamento dell'articolo del 28 maggio 2013

Aggiornamento dell'articolo del 28 maggio 2013: ad Atene insistono con la moschea


Nonostante siano passati alcuni mesi, nella evidente contrarietà di tantissimi cittadini e personalità politiche e religiose, così come nonostante diverse gare d'appalto andate a vuoto, il Governo mondialista greco sembra intenzionato ad andare avanti col progetto da circa un milione di euro, riguardante una moschea da costruire ad Atene [28 maggio 2013], costi quel che costi (ossia, come detto, contro il volere della gran parte del proprio popolo. Vecchio refrain, ormai).

Il fatto che ora l'intenzione sia quella di coinvolgere solo aziende di grandi dimensioni, lascia diffidenti. Quali saranno le possibili candidate? Saranno, in particolare, greche? Perché in una Grecia con una crisi socio-economica devastante, non è così improbabile che possano essere straniere. Nel caso così fosse, sarebbe ulteriormente confermato il proposito di spossessamento della nazione greca, a danno dei greci autoctoni, da parte della propria classe politica, sotto diversi punti di vista. Ma il pericolo per alcuni è Alba Dorata, no? [1]

[1] No, le risse tra tifosi di calcio non ci interessano. Al massimo possono interessare il Consiglio d'Europa e simili ammenicoli, che però non si interessano, nonostante il nome, dell'Europa e degli europei...

  • Grecia: nuova gara d'appalto per costruzione moschea Atene (ANSAmed, 19 settembre 2013):
Sarà riservata esclusivamente a grandi imprese edilizie la quarta gara indetta dal ministero delle Infrastrutture greco per assegnare l'appalto per la costruzione della tanto controversa moschea nel quartiere Votanikòs di Atene, una delle poche capitali europee ancora sprovvista di un tempio per i suoi circa 300mila residenti di fede islamica. Lo riferiscono oggi i giornali locali ricordando che le prime tre gare (8, 18 e 26 luglio) erano andate deserte perché diverse compagnie non si erano presentate in quanto avevano ricevuto minacce e intimidazioni da parte di gruppi di estrema destra come il partito filo-nazista Chrysi Avgì (Alba dorata) o di residenti del quartiere Votanikòs dove il tempio islamico dovrebbe sorgere. Però al progetto, del valore di 946mila euro, si oppone strenuamente anche il vescovo del vicino quartiere del Pireo, Seraphim.

"Riteniamo che importanti compagnie edilizie, proprio perché impegnate in grandi progetti, non avranno alcun problema con eventuali reazioni popolari", a detto al giornale Kathimerini Stratos Simopoulos, segretario generale del ministero dei Lavori Pubblici. "E questa volta pensiamo che il progetto sarà realizzato ed anche prima del previsto proprio grazie alle capacità di tali aziende", ha concluso.

martedì 17 settembre 2013

I bianchi, nuovi poveri e nuovi discriminati: Francia

I bianchi, nuovi poveri e nuovi discriminati: Francia


Proseguiamo la breve panoramica sui bianchi, nuovi discriminati nelle proprie terre, dopo l'articolo sugli USA [15 settembre 2013], con un'altra importante realtà occidentale, ossia la...

Francia

Le classi popolari sembrano essere scomparse oltralpe. Nei discorsi pubblici, sembra quasi che le situazioni di difficoltà riguardino solo gli stranieri (di prima, seconda o ennesima generazione), più per il loro essere allogeni, che per ragioni sociali od economiche propriamente dette. D'altronde, l'associazionismo è fortemente cittadino. Gli stranieri, tendenti ad essere concentrati nelle città più grandi, finiscono per godere di attenzioni maggiori da parte delle varie associazioni ed organizzazioni per i diritti umani et similia.

Ciò però non spiega tutto. Se si considerano le cosiddette ZUS (zone urbane sensibili), in cui le situazioni sociali tendono ad essere più delicate od esplosive, la concentrazione è di circa il 24% di allogeni (alcuni studi arrivano però ad affermare il 50%). Al di fuori delle ZUS, tale concentrazione scende a circa il 4%. Ora, al di là dell'implicazione di queste percentuali sul panorama quotidiano in dette zone, è interessante il fatto che, riguardo le ZUS, tendano a godere di particolari attenzioni mediatiche soprattutto, appunto, gli allogeni. E gli altri tre quarti di popolazione?

In Francia, circa il 13,5% della popolazione è in condizioni economiche difficili. Possibile che siano solo allogeni? Possibile che gli autoctoni vogliano continuare ad abitare le ZUS nonostante tutto? Tenete presente che nelle ZUS la percentuale di disoccupazione è doppia rispetto al resto della Francia (arriviamo, ed in alcuni casi superiamo, il 20%). E' chiaro che qualcosa non torna.

Esempio: nei vari programmi televisivi, la presenza non-bianca è attestabile tra il 10 e il 20%, a seconda della tipologia di trasmissione. Ciò è, quasi, in linea con i dati affermanti che circa il 20% della popolazione in Francia non è autoctona, Quasi perché quel 20% citato riguarderebbe appunto tutti gli allogeni, bianchi o neri o a pallini. Ossia, c'è già, in certi casi, un sovradimensionamento della presenza non-bianca (ma, non stupitevi, voi sentirete dire il contrario...). Se, invece, consideriamo le classi popolari, gli operai (senza riferimenti etnici) rappresentano il 23% della popolazione francese, ma sono rappresentati solo per il 2% sui programmi televisivi. Va un po' meglio per gli impiegati, che sono il 30% della popolazione, ma godono di una visibilità al 16%.

In quello che è ancora il mezzo di informazione più pervasivo e più dipendente da certi importanti circuiti economico-finanziari, quindi, le classi popolari vengono lasciate da parte, per privilegiare le masse allogene delle città maggiori. Niente operai, niente cittadine rurali, tanti video hip-hop dalle periferie parigine o marsigliesi (per quanto possano ancora aver valore gli aggettivi "parigine" e "marsigliesi")... Chiaro no? La povertà o le difficoltà sociali vengono mediatizzate perlopiù tramite la coppia indivisibile allogeno-urbano. Ma il resto?

Prendiamo la questione scolastica. In un saggio del 2009, gli autori Annick Kieffer e Yaël Brinbaum facevano notare come ci sia un problema, ossia che "non ci si interessi più a l'origine sociale" riguardo la questione della riuscita in campo scolastico. Se lo si facesse, tenendo conto anche del loro saggio, si vedrebbe come i giovani usciti da famiglie di immigrati abbiano migliori risultati scolastici rispetto a quelli usciti da famiglie autoctone di operai. Ad esempio, a parità di genitori operai, il 46% di chi termina positivamente le scuole superiori ha origini allogene, mentre il 40% ha origini autoctone. Come leggere questi dati? Secondo Kieffer e Brinbaum, ci sarebbe tra i genitori allogeni un forte sostegno ai figli (mancante tra gli autoctoni?). Ma non giocano anche altri fattori? Ad esempio, il citato fattore "urbano", così come la forza persuasiva delle citate associazioni ed organizzazioni, così come la retorica sull'allogeno svantaggiato? Quando pochi anni fa, in Francia si propose il curriculum vitae anonimo, per favorire gli allogeni, i risultati, per quanto contestati, non mostrarono grosse differenze rispetto a prima (e così altrettanto in qualche altre realtà europee, come Svezia, Svizzera e Olanda). Quindi in Francia non c'era una discriminazione contro gli allogeni nelle assunzioni?

Se c'era una situazione tale che alcuni chiedevano il CV anonimo per aiutare gli allogeni, significava che costoro trovavano maggiore difficoltà nel farsi assumere. Ma se i risultati del CV anonimo non erano rilevanti, a meno di grossi errori nella sperimentazione dello stesso, allora significava che gli allogeni erano meno preparati. Allora, questa migliore riuscita scolastica? Dal 2006 al 2010, i giovani provenienti da famiglie di agricoltori, operai ed impiegati hanno visto scendere, anche in maniera importante, la loro percentuale tra gli studenti universitari, passando dal 35 al 31%, escludendo i corsi di economia ed ingegneria. Considerando invece lauree o diplomi a carattere tecnologico e tecnico, c'è stata una diminuzione dal 42 al 34% e dal 53 al 49%. Qualcuno potrebbe anche pensare a fattori demografici, ma in soli quattro anni è difficile crederlo. Più facile che c'entri la crisi economica, che potrebbe aver allontanato molti da un percorso di studi superiore. Ma così, torniamo a bomba: la crisi colpisce le classi più deboli, ma le "chiacchiere" ruotano attorno solo agli allogeni.

  • Blancs et pauvres: les études qui montrent comment cette catégorie sociale est devenue l’une des plus défavorisées et des moins aidées en France (intervista a Guylain Chevrier di Alexandre Devecchio, Atlantico, 24 giugno 2013):
Atlantico : Difficultés d'accès aux aides sociales, éloignement des grands centres d'activités, les natifs français issus des classes populaires semblent être encore plus pénalisés que d'autres catégories pauvres de la population. Peut-on parler d'une émergence des "white trash" à la française ?

Guylain Chevrier : White trash, que l’on traduit littéralement par « déchet blanc », terme d’argot américain, désignant à l'origine la population blanche pauvre se situant encore plus bas que les noirs américains sur l'échelle sociale : travailleurs non qualifiés ou agriculteurs pauvres. Une réalité qui appartient à la société américaine avant tout divisée sur un mode racial.

Pour autant, on peut en retrouver une part dans l’état d’esprit aujourd’hui en France, en reflet d’une évolution de la lecture politique des inégalités sociales de notre société tendant à se réduire à une opposition entre Français d’origine et population issue de l’immigration.

Tout un courant idéologique dans ce sens tend à faire passer pour invisible une partie non négligeable de notre population qui se paupérise et se dévalorise, formée de personnes, de familles originaires du cru, ouvriers ou employés à faible niveau de rémunération ou au chômage après un licenciement dans des zones à faible taux d’emploi, travaillant à temps partiel ou en contrat précaire, travailleurs pauvres par excellence. Selon une enquête de l’INSEE de 2009, les employés et ouvriers non qualifiés ont un niveau de vie inférieur d’un quart à la moyenne des salariés, population au regard de cette problématique qui reste non-située. Aujourd’hui, on évalue selon le seuil de pauvreté à 60% du niveau de vie médian, que le taux de pauvreté en France est de 13,5%, c’est-à-dire, 8,2 millions de personnes (La Documentation française), dont inévitablement une large majorité de Français de longue date.

Pourtant, on ne parle pour répondre à cette situation que de la prise en compte des critères ethniques et culturels dans l’action publique, comme le voit le Centre d’analyse stratégique (CAS) dans sa note d’analyse de 2011. Selon lui, pour établir un équilibre entre respect de règles universelles et prise en compte des difficultés particulières liées à l’appartenance communautaire il faudrait introduire une dose de discrimination positive. On justifie cette démarche en expliquant que le modèle républicain, qui ne voit dans chaque individu qu’un citoyen, quelles que soient leurs appartenances communautaires ou culturelle, serait ainsi fondé sur un idéal rigide, pouvant s’aveugler sur les réalités sociales.

Pour repenser la politique de la ville, l’association Terra Nova le think-tank proche du PS, a proposé dans son rapport (Le Monde du 12 avril 2012) d'importer le "community organizing" à l'américaine dans les banlieues françaises. Venu des pays anglo-saxons, ce modèle prône la mise en place de conseils de quartier dit « réellement représentatifs » pour porter les projets de la politique de la ville, comprenant des habitants « sélectionnés en fonction de leur pays d’origine, de leur genre, de leur âge… »

En matière de réalités sociales, en dehors de ceux issus de l’immigration, n’y aurait-il donc rien à voir ni à prendre en compte ? Selon le Haut Conseil à l’Intégration, dans son étude sur Les défis de l’intégration à l’école (Janvier 2011), on explique que dans les ZUS les élèves issus de l’immigration sont particulièrement nombreux, car la part des familles immigrées y représente près d’un quart de la population, 23,6 %, contre 4% hors ZUS. Mais pourquoi alors n’entend-t-on pas plus parler des 76,4 % des enfants issus des autres familles en ZUS ? Où sont les études qui en rendent compte et comment pense-t-on les représenter ?

L’immigré semble bien devenir le nouveau prisme des réponses publiques à la problématique de la pauvreté indiquant combien s’est déjà réalisé l’abandon des autres pauvres, pourtant largement plus nombreux. Un choix politique qui pourrait être lourd de conséquences.

Le CSA en 2008 révélait le contenu d’une enquête éloquente à ce sujet. Elle montrait que dans tous les genres de programmes, la représentation des personnes "vues comme Noires" atteignait 10 %, la population non blanche atteignant 20 % dans le divertissement, 19 % dans l'information, 16 % dans la fiction, 11 % dans la fiction française. On y relevait aussi que les classes populaires sont délaissées par la télé, les ouvriers ne représentant que 2 % de la population observée alors qu'ils sont 23 % dans la population française. Les employés 16 % alors qu’ils sont 30 % dans la population.

De plus, même du côté d’une certaine gauche radicale, l’immigré, nouveau damné de la terre, est venu remplacer avec la chute du communisme une classe ouvrière qui était vue jusque-là comme le moteur de l’histoire de la libération humaine. Les transformations du monde du travail ont ringardisé l’industrie à la faveur de l’explosion des services, l’ouvrier étant soudain désigné comme appartenant au passé, et même, un obstacle à l’évolution inéluctable des choses. Ainsi, les luttes ouvrières contre les fermetures d’entreprises sont traitées sur le mode d’une bienveillance nostalgique par les médias.

Les ouvriers ont perdu aussi avec cette transformation leurs bastions et en plus les fleurons de l’industrie qui les montrait comme l’alpha et l’oméga de l’économie. Avec tout cela, le Parti communiste qui les représentait, est lui-même devenu une force d’appoint à un PS ou à un Front de gauche où ce « petit peuple » est conçue à la marge d’un électorat formé essentiellement de classes moyennes travaillant dans l’enseignement, la Fonction publique et les services, tolérantes aux accommodements dits raisonnables, réclamant la fin des frontières à la faveur d’une immigration sans contrainte, autrement dit l’enterrement de l’idée de souveraineté du peuple dans laquelle la classe ouvrière se reflétait avec une affection certaine pour la nation et le drapeau tricolore. Le peuple est fréquemment désigné dans ce contexte comme du côté de la xénophobie et du rejet de l’autre.

On retrouve cette population pour une part enclavée dans des ghettos dans des cités populaires de banlieue où elle est laissée à l’abandon, avec pour tragique recours, un FN qui fait son succès sur cette réalité invisible mais assourdissante. Il y a une cote d’alerte qui est déjà atteinte ici mais qu’on ne veut pas voir.

Autre chose est, quant aux difficultés d’accès aux aides sociales de ceux pouvant relever de cette population. La répartition dans ce domaine entre population immigrée et Français d’origine sur le fondement d’une catégorie sociale, par exemple les foyers modestes, n’est pas aujourd’hui repérée par des études chiffrées, et pour cause, ce seraient des statistiques ethniques. Par-delà, il s’agirait plutôt de questionner la position des uns et des autres et de la façon dont se répartissent les aides dans la population socialement en difficulté.

Du côté des services sociaux, il n’ya pas d’altération de cet accès, car l’égalité de traitement préserve les choses, mais on peut aussi constater que les familles d’origine immigrée sont, proportionnellement à ce qu’elles représentent dans la population en général, plus bénéficiaires que les autres des aides sociales en raison de leur situation sociale. Rien d’étonnant, si on considère qu’elles cumulent souvent des difficultés d’intégration économique et sociales que ne facilitent pas certains aspects cultuels. La place faite aux femmes dans certaines familles réduites à un rôle de mère n’est pas favorable à leur intégration par le travail, voire la polygamie que l’on sous-estime qui tire encore vers le bas la condition de ces femmes, parfois une monoparentalité qui découle du délaissement après décohabitation qui les fait encore plus pauvres.

On pourrait rajouter toutefois que leur part parmi ceux qui demandent une aide sociale est majorée du soutien qu’apporte tout un milieu associatif à ces populations, parfois doublé d’un clientélisme politique, qui favorise leur accès à certains biens sociaux comme le logement, tel que le squat de Cachan l’a bien montré en faisant aboutir l’essentiel de ceux qui en faisaient partie à un logement. On pourrait faire référence aussi à l’action de Droit au logement, qui n’hésite pas à occuper dans ce sens des logements dans des villes communistes embarrassées, qui pourtant ne peuvent être accusées de discrimination et comme d’autres obtempères.

Ces inégalités "silencieuses" se font-elles remarquer dès l'école ? De quelle manière ?

Concernant la comparaison entre enfants d’ouvriers et d’immigrés, «A caractéristiques sociales comparables des parents, on observe (…) un avantage des enfants d’immigrés essentiellement dû à l’investissement très forts des parents », explique Annick Kieffer, auteur avec Yaël Brinbaum de l’étude La scolarité des enfants d’immigrés de la sixième au baccalauréat (2009). « C’est vrai à l’entrée en sixième et c’est vrai également au niveau du BEPC » rajoutent les auteurs. Ne serait-ce pas plutôt en raison de la répartition géographique des ouvriers et des immigrés, les premiers étant principalement concentrés dans des bassins industriels à la dérive sur tous les plans, sans perspective et sans soutien, alors que les seconds sont essentiellement concentrés dans les banlieues des grands centres urbains, bénéficiant de leur dynamique, de leurs moyens et de tout un réseau associatif aux multiples soutiens ?

Selon cette étude, parmi les élèves dont les parents sont ouvriers et employés, 46% ont le bac chez les enfants d’immigrés, contre 40% chez les Français d’origine. Ils sont aussi plus nombreux à aller vers une seconde générale. « Le problème, c’est qu’on ne s’intéresse plus à l’origine sociale, déplore Annick Kieffer. On compare deux populations (enfants issus de l’immigration et français d’origine) dont les caractéristiques socioprofessionnelles n’ont absolument rien à voir. » Là, on ne peut que rejoindre les auteurs.

Les études supérieures sont de moins en moins accessibles aux enfants d'ouvriers selon l'observatoire national de la vie étudiante. En 2010, il y avait moins d'enfants d'ouvriers dans l'enseignement supérieur qu'en 2006. La sixième édition de l’enquête annuelle que l’Observatoire national de la vie étudiante(OVE-2010) met en évidence certains ratés de la démocratisation des études supérieures avec une surreprésentation des professions intellectuelles supérieures qui s'accentue dans les filières sélectives telles les écoles de management (52 %), les études de santé à l'université (49 %), les classes préparatoires aux grandes écoles (48 %) ou encore les écoles d'ingénieurs (46 %). Inversement, les enfants d'ouvriers et d'employés "sont sous-représentés". Depuis 2006, la part des étudiants issus des milieux populaires dans l'enseignement supérieur (hors écoles de commerce et d'ingénieurs) a baissé de 35 % à 31 % alors que ceux issus des classes favorisées a progressé de 32 % à 36 %. Pis, dans les filières que constituent les Instituts universitaires de technologie (IUT) et les Sections de techniciens supérieurs (STS), la part des enfants d'agriculteurs, d'ouvriers et d'employés a reculé respectivement de 42 % à 34 % et de 53 % à 49 %.

Sur le plan des valeurs collectives et des idées, il y encore fracture au-delà de ces réalités chiffrées. L’intégration dans les programmes scolaire d’un enseignement du fait religieux, comme y invitait le rapport de Régis Debray sur L’enseignement du fait religieux dans l’Ecole laïque réalisé à la demande de Jack Lang, ministre de l'Education national (2002), visant à intégrer les enfants issus de l’immigration par leurs différences pour mieux qu’ils s’y reconnaissent, a fait beaucoup de mal sans aucune évaluation sérieuse depuis. Ainsi, ceux qui ne se reconnaissent dans aucune de ces différences se retrouvent encore ici en situation d’invisibilité, la minorité imposant par cette entremise à la majorité sa différence. Sans compter avec un enseignement qui dès la primaire se fait trop fréquemment en citant des extraits de textes religieux sans aucune contextualisation ou mise au conditionnel. Un enseignement donc aux antipodes de la laïcité et de la science qui favorise l’idée que de n’avoir pas de religion c’est ne pas avoir de morale, renvoyant encore des familles ouvrières souvent en dehors de toute pratique religieuse ou non croyantes à la marge.

Christophe Guilly évoquait déjà en 2010 à travers son livre "Fractures françaises" l'inquiétante paupérisation des natifs ruraux éloignés des grands centres d'activités. Un ouvrage qui a fait réagir une bonne partie de la classe politique française en son temps. Comment expliquer que depuis, le sujet soit resté lettre morte ?

Christophe Guilly avait défendu une thèse reprenant pour une part celle de Christophe Noyé dans son très pertinent Atlas des nouvelles fractures sociales. Les classes moyennes oubliées et précarisées (Paris : Autrement, 2004). Ainsi, contrairement au halo médiatique constitué par le "problème des banlieues", la France des petits, des sans grade qui souffre des effets de la mondialisation (au sens économique et culturel), apparaitrait comme la vraie France. La question sociale serait à analyser par opposition à celle médiatique des émeutes urbaines avec leurs écoles et voitures brûlées, comme s'étant déplacée dans le péri-urbain ou le rural profond. Elle en serait devenue du coup invisible.

Les politiques publiques feraient ainsi largement erreur dans leur focalisation sur les banlieues parce qu’elles réagissent plus à chaud à des hauts faits médiatisés qu’à la vague de fond qui restructure le territoire, ce qui n’est pas faux. Sans pour autant oublier la réalité aussi des banlieues et de ce qu’elles cristallisent d’inégalités sociales malgré tout, avec aussi un fond de discrimination qu’il ne faut pas taire pour autant mais combattre pour être plus fort encore sur l’égalité entre tous, y compris et particulièrement concernant ces invisibles dont nous parlons.

Plus loin peut-être, faut-il encore replacer la lecture de la question sociale sous celle des classes sociales, en revenant aux causes des inégalités qui devraient faire s’unir ceux du cru et immigrés dans un même mouvement revendicatif qu’une lecture opposant Français de souche et immigrée au contraire divise. Un sujet qui reste lettre morte, pour une large part, car il met en cause une lecture de l’immigration victimisée sur le mode d’une culpabilisation postcoloniale qui offre plus d’intérêt dans ce qu’elle procure de bonne conscience générale. Ceci, d’autant plus dans le contexte d’une mondialisation libérale qui tend à minorer l’ouvrier devenu son mauvais objet pour promouvoir l’immigré comme celui qui transgresse les frontières à l’image de l’argent qui n’en a pas, qui fait se tromper une certaine gauche radicale de combat projetant illusoirement dans celui-ci le nouveau combat anticapitaliste.

Cette paupérisation des natifs se fait nettement ressentir dans plusieurs pays occidentaux, dont l'Angleterre et les Etats-Unis. Ces phénomènes peuvent-ils être pour autant reliés entre eux ?

Elle reflète une réalité commune qui tient à la lecture politique qui en est faite. Le développement du communautarisme, qui impose une société dont les divisions apparaissent d’abord comme culturelles et/ou religieuses, voire ethniques, tend à faire oublier toute lecture en termes de classes sociales qui arrange une mondialisation libérale qui s’accommode très bien du multiculturalisme qui divise les forces sociales, oppose les immigrés au reste de la société en désignant un bouc-émissaire à tous les maux, faisant passer pour effectivement invisibles la nature de classe de la problématique de la pauvreté.

La place qu’à pu prendre l’immigration au regard de la mondialisation, est à relier à un nouveau phénomène depuis une trentaine d’années qui touche l’ensemble des pays occidentaux y compris la France, qui n’est pas pourtant une société organisée sur le mode multiculturelle. C’est la laïcité qui l’organise, c’est-à-dire l’égalité de traitement devant la loi indépendamment de l’origine, de la religion, de la couleur, ce que l’on met en commun étant considéré comme supérieur à ce qui nous différencie, ce qui favorise le mélange des populations de toutes origines qui a fait le fameux creuset français.

Pour autant, la lecture des inégalités sociales se fait sur le même mode que dans les pays où le multiculturalisme organise la société en espaces divisés selon les différences, comme une voie qui ne devrait souffrir aucun débat en renonçant ainsi à l’égalité, pour faire se réjouir les chantres de la mondialisation libérale qui y voient l’obstacle principale en France à une libéralisation totale des besoins sociaux. Voilà par quoi ce phénomène est sans doute relié, ce peuple invisible d’ouvriers et d’employés modestes qui n’ont aucun intérêt à la mondialisation libérale doit disparaitre comme force sociale s’y opposant.

Peut-on imaginer un retour de ces oubliés dans le discours social ?

Il faudrait pour cela une petite révolution. Mais elle n’est pas sans espoir dans la mesure où l’immigration ne met pas en branle la simple question économique ou sociale, mais aussi culturelle et religieuse, faisant apparaitre des dangers qui avaient été sous-estimés par la gauche comme la droite, trop longtemps, face au risque du communautarisme. L’affirmation communautaire d’une partie croissante de l’islam à travers le mouvement de revoilement auquel on assiste dans les sociétés occidentales, avec une auto mise à part fondée sur le refus dorénavant de se mélanger au-delà de la communauté de croyance, pousse dans le sens d’imposer au nom du droit à la différence d’une minorité des accommodements vécus comme de plus en plus insupportables à nombre de Français ou d’immigrés, qui entendent ne pas se voir imposer leur façon de vivre ou de penser au nom du respect d’une religion. En janvier 2013, le journal Le Monde publiait une enquête qui s’en faisait le reflet disant que 74% des sondés interrogés par Ipsos estimaient que l’islam était une religion « intolérante », « pas compatible avec les valeurs républicaines ».

La décision concernant le cas de la crèche Baby loup, de donner raison à la femme voilée contre l’association laïque et sa directrice, contre le service social qu’elle rendait au point de donner carte blanche ainsi aux communautaristes qui a force d’intimidation ont imposé le déménagement de celle-ci, est remarquable de ce point de vue, montrant le décalage entre les élites institutionnelles et le ressentis légitime de la France populaire.

Ils étaient 8 sur 10 dans l’étude en référence à juger que cette religion cherchait « à imposer son mode de fonctionnement aux autres ». Le droit à la différence justifiant une différence des droits y étaient clairement rejeté de façon très majoritaire, en reflet de cette France oubliée, qui fulmine où bout une marmite que d’aucun n’entendent toujours pas voir. Si cela est vrai spécialement à gauche où globalement on nie encore le problème, cette situation n’épargne pas la droite qui, si elle dit vouloir en prendre en compte les effets n’entend pas s’intéresser sérieusement à sa principale cause, la mondialisation ultralibérale, comme le signe d’un suicide politique général et annoncé qui fait le lit de ce que l’on sait.

domenica 15 settembre 2013

I bianchi, nuovi poveri e nuovi discriminati: USA

I bianchi, nuovi poveri e nuovi discriminati: USA


Conosciamo ormai la retorica multietnicista, focalizzata non sull'ordine sociale e sulle sue identità fondanti, quanto su costruzioni fantasiose e futuristiche, senza concreta aderenza alla realtà. Ciò ha due effetti: indifferenza per i popoli che hanno costruito la società (parassitata dai multietnicisti); sviamento di una parte più o meno ampia di risorse dagli autoctoni a sempre nuovi allogeni, in costante arrivo grazie proprio a tali risorse. Il tutto, naturalmente, si situa in un panorama economico senza controlli da parte delle élites politiche e giudiziarie, in cui molti imprenditori sfruttano i nuovi arrivati, allontanando al contempo i lavoratori autoctoni [14 gennaio 2012]. Questo, per completare il quadro, senza che vi siano sufficienti voci (giornalisti, scrittori, ecc.) che dicano come realmente stanno le cose e non perdano tempo solo in supposti diritti universali.

Vediamo perciò che effetti ha avuto negli ultimi anni questa preferenza pro-allogeni, discriminante i bianchi autoctoni, partendo dagli...

USA

Secondo quanto riportato dall'agenzia Associated Press, basandosi su uno studio dell'Oxford University Press, più altre università ed agenzie, quattro statunitensi adulti su cinque ha conosciuto la povertà durante il corso della propria vita. Ciò è il segno di una crescente disuguaglianza tra ricchi e poveri, essendo crescente, tranne, appunto, per i più ricchi, l'insicurezza economica. I bianchi in particolare sono, al 63%, coloro che vedono in maniera maggiormente negativa lo stato dell'economia attuale, non potendo godere, tra l'altro, di aiuti particolari, come il discriminatorio affirmative action, creato per sostenere solo neri e ispanici. Solo il 45% dei bianchi ritiene che esistano, allo stato attuale, possibilità di migliorare la propria posizione socio-economica.

Negli USA, il numero di poveri è oltre 46 milioni di individui (15% della popolazione), di cui 19 milioni sono bianchi. Il problema di questi numeri è che i bianchi, sotto la soglia della povertà, sono soprattutto distribuiti nei piccoli centri dell'America profonda, finendo per rappresentare quella che è definita "povertà invisibile", perché lontana dalle associazioni e dai mezzi di comunicazione, per lo più orientati verso le grosse città, dove sono concentrati i non-bianchi. Nei piccoli centri, i poveri sono per il 60% bianchi.

Si tengano presenti altri dati: le famiglie bianche senza padri hanno raggiunto numericamente le famiglie nere (1,5 milioni per entrambi i gruppi. 1,2 per le famiglie ispaniche).

Dal 2000, il gruppo etnico con la maggiore crescita nelle statistiche della povertà è quello bianco, passato da un tasso del 3% all'11%. Neri e ispanici hanno tassi più alti (il 23%), ma senza crescite altrettanto importanti, indicando che i bianchi sono quelli che hanno subito maggiormente gli effetti negativi della mutazione socio-economica e della crisi dall'inizio del secolo [si valuti però anche la crescente immigrazione: 16 luglio 2013].

I bambini bianchi, negli ultimi anni, sono diminuiti percentualmente considerando la popolazione complessiva. Eppure, quelli in condizioni di povertà sono passati dal 13% del 2000 al 17% attuale, mentre i bambini afro-americani, in condizioni analoghe, sono passati dal 43 al 37% e gli ispanici dal 38 al 39%.

Il sociologo afro-americano William Julius Wilson, dell'Università di Harvard, afferma che, mentre i non-bianchi, nonostante tutto, vedano con un minimo di ottimismo il futuro, i bianchi, che continuano ad essere la maggioranza del Paese, si dimostrano decisamente più pessimisti, rischiando di far crescere fenomeni di alienazione (con quali effetti?). Lo stesso Wilson consiglia di valutare le disuguaglianze soprattutto da un punto di vista economico (rispetto, immaginiamo, a valutazioni etniche, che avvantaggiano solo le minoranze non-bianche). [1]

Analisti politici, specie democratici, fanno notare che, nonostante quanto avvenuto nelle ultime due elezioni, dove le minoranze sono state importanti per il successo di Barack Obama, in futuro i bianchi (insoddisfatti) potrebbero rappresentare il gruppo etnico decisivo.

[1] Si tenga presente che William J. Wilson tende a sposare una visione delle cose "color-blind", quindi un po' indifferente alle etnie e alla questione razzismo, ma privilegiando altre spiegazioni e altri punti di partenza.

  • Four out of five American adults experience poverty at some point during their lifetime (Associated Press via Daily Mail, 28 luglio 2013):
Four out of 5 U.S. adults struggle with joblessness, near-poverty or reliance on welfare for at least parts of their lives, a sign of deteriorating economic security and an elusive American dream.

Survey data exclusive to The Associated Press points to an increasingly globalized U.S. economy, the widening gap between rich and poor, and the loss of good-paying manufacturing jobs as reasons for the trend.

The findings come as President Barack Obama tries to renew his administration's emphasis on the economy, saying in recent speeches that his highest priority is to "rebuild ladders of opportunity" and reverse income inequality.

As nonwhites approach a numerical majority in the U.S., one question is how public programs to lift the disadvantaged should be best focused - on the affirmative action that historically has tried to eliminate the racial barriers seen as the major impediment to economic equality, or simply on improving socioeconomic status for all, regardless of race.

Hardship is particularly growing among whites, based on several measures. Pessimism among that racial group about their families' economic futures has climbed to the highest point since at least 1987. In the most recent AP-GfK poll, 63 percent of whites called the economy "poor."

'I think it's going to get worse,' said Irene Salyers, 52, of Buchanan County, Va., a declining coal region in Appalachia. Married and divorced three times, Salyers now helps run a fruit and vegetable stand with her boyfriend but it doesn't generate much income. They live mostly off government disability checks.

'If you do try to go apply for a job, they're not hiring people, and they're not paying that much to even go to work,' she said. Children, she said, have 'nothing better to do than to get on drugs.'

While racial and ethnic minorities are more likely to live in poverty, race disparities in the poverty rate have narrowed substantially since the 1970s, census data show. Economic insecurity among whites also is more pervasive than is shown in the government's poverty data, engulfing more than 76 percent of white adults by the time they turn 60, according to a new economic gauge being published next year by the Oxford University Press.

The gauge defines 'economic insecurity' as a year or more of periodic joblessness, reliance on government aid such as food stamps or income below 150 percent of the poverty line. Measured across all races, the risk of economic insecurity rises to 79 percent.

Marriage rates are in decline across all races, and the number of white mother-headed households living in poverty has risen to the level of black ones.

'It's time that America comes to understand that many of the nation's biggest disparities, from education and life expectancy to poverty, are increasingly due to economic class position,' said William Julius Wilson, a Harvard professor who specializes in race and poverty. He noted that despite continuing economic difficulties, minorities have more optimism about the future after Obama's election, while struggling whites do not.

'There is the real possibility that white alienation will increase if steps are not taken to highlight and address inequality on a broad front,' Wilson said.

Nationwide, the count of America's poor remains stuck at a record number: 46.2 million, or 15 percent of the population, due in part to lingering high unemployment following the recession. While poverty rates for blacks and Hispanics are nearly three times higher, by absolute numbers the predominant face of the poor is white.

More than 19 million whites fall below the poverty line of $23,021 for a family of four, accounting for more than 41 percent of the nation's destitute, nearly double the number of poor blacks.

Sometimes termed 'the invisible poor' by demographers, lower-income whites generally are dispersed in suburbs as well as small rural towns, where more than 60 percent of the poor are white. Concentrated in Appalachia in the East, they are numerous in the industrial Midwest and spread across America's heartland, from Missouri, Arkansas and Oklahoma up through the Great Plains.

Buchanan County, in southwest Virginia, is among the nation's most destitute based on median income, with poverty hovering at 24 percent. The county is mostly white, as are 99 percent of its poor.

More than 90 percent of Buchanan County's inhabitants are working-class whites who lack a college degree. Higher education long has been seen there as nonessential to land a job because well-paying mining and related jobs were once in plentiful supply. These days many residents get by on odd jobs and government checks.

Salyers' daughter, Renee Adams, 28, who grew up in the region, has two children. A jobless single mother, she relies on her live-in boyfriend's disability checks to get by. Salyers says it was tough raising her own children as it is for her daughter now, and doesn't even try to speculate what awaits her grandchildren, ages 4 and 5.

Smoking a cigarette in front of the produce stand, Adams later expresses a wish that employers will look past her conviction a few years ago for distributing prescription painkillers, so she can get a job and have money to 'buy the kids everything they need.'

'It's pretty hard,' she said. 'Once the bills are paid, we might have $10 to our name.'

Census figures provide an official measure of poverty, but they're only a temporary snapshot that doesn't capture the makeup of those who cycle in and out of poverty at different points in their lives. They may be suburbanites, for example, or the working poor or the laid off.

In 2011 that snapshot showed 12.6 percent of adults in their prime working-age years of 25-60 lived in poverty. But measured in terms of a person's lifetime risk, a much higher number - 4 in 10 adults - falls into poverty for at least a year of their lives.

The risks of poverty also have been increasing in recent decades, particularly among people ages 35-55, coinciding with widening income inequality. For instance, people ages 35-45 had a 17 percent risk of encountering poverty during the 1969-1989 time period; that risk increased to 23 percent during the 1989-2009 period. For those ages 45-55, the risk of poverty jumped from 11.8 percent to 17.7 percent.

Higher recent rates of unemployment mean the lifetime risk of experiencing economic insecurity now runs even higher: 79 percent, or 4 in 5 adults, by the time they turn 60.

By race, nonwhites still have a higher risk of being economically insecure, at 90 percent. But compared with the official poverty rate, some of the biggest jumps under the newer measure are among whites, with more than 76 percent enduring periods of joblessness, life on welfare or near-poverty.

By 2030, based on the current trend of widening income inequality, close to 85 percent of all working-age adults in the U.S. will experience bouts of economic insecurity.

'Poverty is no longer an issue of `them', it's an issue of `us',' says Mark Rank, a professor at Washington University in St. Louis who calculated the numbers. 'Only when poverty is thought of as a mainstream event, rather than a fringe experience that just affects blacks and Hispanics, can we really begin to build broader support for programs that lift people in need.'

The numbers come from Rank's analysis being published by the Oxford University Press. They are supplemented with interviews and figures provided to the AP by Tom Hirschl, a professor at Cornell University; John Iceland, a sociology professor at Penn State University; the University of New Hampshire's Carsey Institute; the Census Bureau; and the Population Reference Bureau.

Among the findings:

-For the first time since 1975, the number of white single-mother households living in poverty with children surpassed or equaled black ones in the past decade, spurred by job losses and faster rates of out-of-wedlock births among whites. White single-mother families in poverty stood at nearly 1.5 million in 2011, comparable to the number for blacks. Hispanic single-mother families in poverty trailed at 1.2 million.

-Since 2000, the poverty rate among working-class whites has grown faster than among working-class nonwhites, rising 3 percentage points to 11 percent as the recession took a bigger toll among lower-wage workers. Still, poverty among working-class nonwhites remains higher, at 23 percent.

-The share of children living in high-poverty neighborhoods - those with poverty rates of 30 percent or more - has increased to 1 in 10, putting them at higher risk of teenage pregnancy or dropping out of school. Non-Hispanic whites accounted for 17 percent of the child population in such neighborhoods, compared with 13 percent in 2000, even though the overall proportion of white children in the U.S. has been declining.

The share of black children in high-poverty neighborhoods dropped from 43 percent to 37 percent, while the share of Latino children went from 38 percent to 39 percent.

-Race disparities in health and education have narrowed generally since the 1960s. While residential segregation remains high, a typical black person now lives in a nonmajority black neighborhood for the first time. Previous studies have shown that wealth is a greater predictor of standardized test scores than race; the test-score gap between rich and low-income students is now nearly double the gap between blacks and whites.

Going back to the 1980s, never have whites been so pessimistic about their futures, according to the General Social Survey, a biannual survey conducted by NORC at the University of Chicago. Just 45 percent say their family will have a good chance of improving their economic position based on the way things are in America.

The divide is especially evident among those whites who self-identify as working class. Forty-nine percent say they think their children will do better than them, compared with 67 percent of nonwhites who consider themselves working class, even though the economic plight of minorities tends to be worse.

Although they are a shrinking group, working-class whites - defined as those lacking a college degree - remain the biggest demographic bloc of the working-age population. In 2012, Election Day exit polls conducted for the AP and the television networks showed working-class whites made up 36 percent of the electorate, even with a notable drop in white voter turnout.

Last November, Obama won the votes of just 36 percent of those noncollege whites, the worst performance of any Democratic nominee among that group since Republican Ronald Reagan's 1984 landslide victory over Walter Mondale.

Some Democratic analysts have urged renewed efforts to bring working-class whites into the political fold, calling them a potential "decisive swing voter group" if minority and youth turnout level off in future elections. "In 2016 GOP messaging will be far more focused on expressing concern for `the middle class' and `average Americans,'" Andrew Levison and Ruy Teixeira wrote recently in The New Republic.

'They don't trust big government, but it doesn't mean they want no government,' says Republican pollster Ed Goeas, who agrees that working-class whites will remain an important electoral group. His research found that many of them would support anti-poverty programs if focused broadly on job training and infrastructure investment. This past week, Obama pledged anew to help manufacturers bring jobs back to America and to create jobs in the energy sectors of wind, solar and natural gas.

'They feel that politicians are giving attention to other people and not them,' Goeas said.