eh cookies

sabato 23 febbraio 2013

Siate populisti, non responsabili!

Siate populisti, non responsabili!


Riguardo le ormai prossime elezioni, ci permettiamo un invito: in qualunque modo voi vogliate votare, non vergognatevi del popolo. Nelle scorse settimane e mesi è stato tutto un florilegio di deliri anti-populisti, come se la politica non debba partire prima di tutto dal popolo (e, possibilmente, dalla sua storia. Ma non pretendiamo troppo, per ora). Si è creata la ridicola antinomia tra populismo/populisti e responsabilità/responsabili, dando al secondo elemento il privilegio della dignità e al primo solo lo scherno. Ma essere responsabili, a guardare bene e dato chi si fregia di esserlo, significa solo essere piegati a qualche ideologia o a qualche lobby, non, come si pretende, essere moderati e capaci di ponderare l'utile e il deleterio, il bene e il male.

Perciò, alle prossime elezioni, si sia populisti, non responsabili. Non responsabili della rovina italiana! Perché solo di questo si rischia di vedersi riconosciuta la responsabilità!

giovedì 21 febbraio 2013

Alcune annotazioni (ed esempi) sulla violenza sulle donne

Alcune annotazioni (ed esempi) sulla violenza sulle donne: questione etno-culturale (autoctona ed allogena) e ruolo nefasto della magistratura


Considerate questo intervento come una nota ulteriore rispetto a quanto detto sugli stupri a Milano [16 luglio 2012], ma anche in Gran Bretagna [22 luglio 2012], agli episodi ed ai dati generali lì riportati.

C'è un elemento che generalmente viene poco o nulla citato in molti studi statistici riguardanti la violenza sulle donne, ossia l'appartenenza etnica. [1] Perché è importante rilevare questa informazione? Le ragioni sono due: una attiene la questione immigratoria, l'altra la questione più specifica della violenza e delle sue cause immediate. E le due ragioni, ovviamente, si intersecano; non sono ambiti separati.

Partiamo dalla questione delle cause. In generale, queste non sembrano interessare allo stesso modo degli effetti delle violenze. Nella gran parte dei casi di cronaca (rapine, spaccio di droga, terrorismo, truffe, ecc.), l'interesse tende ad essere maggiormente spostato verso chi compie o si suppone abbia compiuto l'atto criminoso (e indipendemente dalle possibili motivazioni di fondo). L'autore del crimine è il soggetto principale dell'evento mediatizzato. Nel caso delle violenze sulle donne, e tranne alcune eccezioni, l'autore delle violenze sparisce e con esso spariscono i possibili perché. Negli studi sul tema, si trovano vaghi cenni all'età, al lavoro e all'eventuale rapporto di parentela o di conoscenza quotidiana dell'autore con la vittima, ma nulla di più. Di conseguenza non esiste una casistica che permetta di capire in che maniera, percentualmente, possano entrare in gioco fattori culturali (e quali), disturbi psichiatrici (e legati a cosa), fattori socio-economici, situazioni momentanee di disagio (e di che tipo), ecc. Sembrerebbe che le cause vengano genericamente e pregiudizialmente comprese in un macro-insieme definibile come "maschilismo" (anche se non sempre esplicitamente citato. E anche questo sarebbe da indagare). Non si tratta di giustificare, ma esiste una correlazione tra crisi economica ed alcuni episodi di violenza famigliare? Se un uomo, di fronte alla (propria) crisi economica decide di suicidarsi, un altro è possibile che orienti la propria distruttività verso chi gli sta più vicino? Casi del genere vanno trattati (mediaticamente, penalmente e psicanaliticamente) alla stregua di violenze sessuali o stalking o altro?

Di contro a ciò, c'è la questione etno-culturale. Essa va suddivisa in due insiemi: quello degli autoctoni e quello degli allogeni (specialmente non-europei). E i due insiemi vanno trattati in maniera differente, proprio per la diversa identità dei due.

L'insieme autoctono (italiano, ma più in generale europeo) è contraddistinto dall'adesione o dalla "costrizione" a vivere in un orizzonte di frammentazione che investe ogni ambito (etnico, culturale, religioso, sessuale, ecc.). Tale frammentazione prescinde, anticipa, oltrepassa la questione della violenza sessuale o famigliare o sulle donne. Riguardando ogni ambito del vivere, è tale frammentazione, ovviamente, che investe la questione della violenza sessuale o famigliare o sulle donne. Da questo punto di vista, nell'orizzonte della frammentazione, l'idea di un "maschilismo", come causa possibile generale, è da escludersi. Affermare una monoliticità "maschilista" è semplicemente improponibile. Certo, questo renderà complicato identificare e indicare le cause, ma è più accettabile credere e far passare l'idea che l'attuale epoca veda una recrudescenza di violenza maschile contro le donne (anche più che nel passato), magari nella convinzione che avvenga perché ci sono i capufficio donna invece che uomo? C'è davvero chi pensa che questa possa essere la spiegazione di tutto, dimenticando, invece, di rimettere in discussione lo stesso orizzonte della frammentazione?

Se l'insieme autoctono è condizionato dalla frammentazione, vale anche per gli stranieri, soprattutto non-europei? Difficile dirlo. L'indagine sulle singole cause, che manca per gli autoctoni, manca, ovviamente, anche per gli stranieri, ma nel caso di questi si può ipotizzare un minore condizionamento psicologico e culturale dovuto alla frammentazione del vivere. E' curioso come nei mezzi di informazione si dipinga lo straniero come sradicato, quando in realtà, se non altro data la maggiore possibilità odierna di tenere i legami tra sé e la propria terra (spesso ancora non-frammentata come l'Occidente), e data anche l'identità "di scorta" dell'essere immigrato (su cui ci sarebbe da discutere), si può dire che lo sia più dell'autoctono che vive nell'orizzonte della frammentazione e senza "al di là" o altrove possibili? In un mondo interlacciato con internet o i telefonini portatili o le televisioni satellitari, certi legami possono non dissanguarsi o farlo molto più lentamente di un tempo. Le generiche accuse di "maschilismo" che effetti dovrebbero avere su simili legami, che, per la natura non frenata dell'attuale immigrazione di massa, se ne può ipotizzare il rinsaldarsi e non il loro assottigliarsi?

Riportando alcuni dati già citati in altra occasione, vediamo che, in Italia, la percentuale di stranieri responsabili di stupri è passata dal 9%, negli anni Novanta, al 40% nel 2009. Su 100 stupri avvenuti nelle grandi città, ossia là dove c'è una maggiore concentrazione di allogeni, la percentuale di responsabilità straniera sale al 60%. Su 100 stupri compiuti da stranieri, il 40% è compiuto da immigrati regolari. [16 luglio 2012] In una puntata di Porta a Porta del 22 novembre 2012, intitolata "Tante, troppe vittime di violenza", sono stati riportati alcuni dati del Telefono Rosa, che riceve segnalazioni di casi di violenza sulle donne. Nel corso del 2011, sono arrivate 1189 segnalazioni di violenza famigliare, di cui 978 riguardanti italiane e 211 riguardanti straniere. Ciò significherebbe, se proiettate a livello nazionale, che le violenze in famiglia riguardano quasi al 18% gli allogeni, ossia ben oltre il doppio rispetto alla loro presenza percentuale sulla popolazione complessiva. A questo dato, sempre per il 2011, bisogna aggiungere che la percentuale di bambini che assistono alle violenze in casa è del 75% tra gli italiani (decisamente non è poco, purtroppo) e del 78% tra gli stranieri. E, in questi casi, molto probabilmente, parliamo di situazioni di immigrazione cosiddetta regolare (quindi, non c'è la scusante dell'irregolarità), dato che normalmente le famiglie di allogeni si ricompongono nella regolarità. Considerando che nel mondo una donna su tre è vittima di violenze, ciò significa che tra le comunità straniere (certo, bisognerebbe anche compiere una studio suddiviso per etnie) le possibilità di riscontrare casi simili, e che questi si riproducano anche in futuro, salgono.

Quale soluzione? Le accuse di "maschilismo"? I balletti della Littizzetto in televisione? L'assenza di un dibattito etno-culturale, per lo meno in Occidente, impedisce di vedere quali forme culturali importate possano costituire o costituiscano già elementi di slittamento verso quelle forme di prevaricazione denunciate come genericamente "maschiliste". Ma questo battere sul generico "maschilismo" rischia anche di lasciar spazio ad elementi disgregatori importati. Si pensi alla questione del velo islamico, che grottescamente è divenuto elemento di orgoglio identitario per molte donne maomettane in Europa (e visto quasi con simpatia "femminista" da alcune donne europee), a causa dell'attuale incapacità di fissare dei limiti culturali e di farli rispettare. Perché dovrebbe essere diverso con le violenze, che per chi viene da luoghi in cui la donna è sempre oggetto da comandare, possono essere valvole di sfogo?

Basteranno le proteste e le manifestazioni in giro per il mondo, avvutesi negli ultimi tempi (ad esempio Egitto ed India), per modificare le situazioni altrove e poi riverberarsi in Occidente, tra le comunità immigrate? Basteranno le manifestazioni in Europa e in Occidente, per modificare culturalmente le comunità allogene, numericamente, al momento, crescenti? La questione è complessa, ma la soluzione, a nostro avviso, non può non passare che da una rimessa in discussione delle singole culture. Ciò significa citare esplicitamente certe culture e, se necessario, accusarle. Parzialmente lo si è fatto, in questi anni, con il mondo maomettano (anche se visto monoliticamente e comunque in maniera contradditoria. Si pensi, appunto, alla questione del velo, oscillante tra segno di sottomissione o di orgoglio "femminista"). Ma si potrebbero citare anche le culture dell'India, certi fenomeni socio-culturali africani, un certo atteggiamento verso le donne da parte dei centro-sudamericani (specie meticci), l'atteggiamento verso le donne da parte degli afro-(nord)americani (riprodotto dagli "afro" di altre parti del mondo, Europa compresa), ecc.

Nel caso, invece, degli occidentali, bisognerebbe essere più coraggiosi, riconoscendo che l'orizzonte di riferimento non è più quello patriarcale e/o cristiano, ma quello schizofrenicamente oscillante tra desessualizzazione e ipersessualizzazione; l'orizzonte della reificazione esasperata del corpo sia della chirurgia estetica, sia della più recente evoluzione della pornografia (in cui il corpo femminile è solo una componente); l'orizzonte dell'individualismo e dei suoi mascheramenti (il "gruppo degli amici" come sostituto di maturi rapporti di prossimità, ad esempio); il degrado sociale derivante dalla fine (definitiva o momentanea?) dello Stato (e dello stato sociale) come espressione del popolo e del suo portato identitario e, persino, affettivo. Se non si considera tutto questo, la questione della violenza sulle donne in Occidente diviene solo una sorta di caccia alle streghe, in cui si spacciano piccoli segni, persino insignificanti, per prove di stregoneria (il "maschilismo").

Di fronte a tutto ciò, come valutare l'operato della magistratura? E come valutare l'atteggiamento che la società civile ha rispetto ad esso? Rimanendo in Italia, la magistratura è sostanzialmente incline a posizioni progressiste o, comunque, dirittumaniste. L'individuo è il bene supremo. Difficile che la magistratura difenda, con le sue sentenze, identità e forme culturali. Da questo punto di vista non è, realmente, il diritto ad essere servito, quanto il diritto umano. Ad esempio, il procuratore di Bergamo, Francesco Dettori, riguardo il caso della giovane donna incinta, stuprata in un parcheggio da un albanese kosovaro, regolarmente residente in zona, afferma:

[...] La ragazza è stata aggredita in una zona centrale della città.
«Ovvio che è impossibile un presidio del territorio al 100%. E così anche ai cittadini sono richiesti sforzi che a volte sembrano cozzare contro i diritti della persona».

Tipo?
«Le donne sono l'anello debole di una società in cui è parzialmente ancora inculcata l'assurda mentalità della femmina come oggetto del possesso. Lo dico con tutto il rammarico, ma sarebbe bene che di sera non uscissero da sole».

Ma così sembra che la ragazza sia andata a cercarsela.
«Non voglio colpevolizzare la giovane che ha subito violenza, anzi a lei vanno le nostre scuse per non aver saputo offrire la degna protezione. Ma a volte bisogna ragionare in termini reali».

Non le sembra una sconfitta?
«Sì, vero: è una sconfitta della convivenza civile».

Ci sono rimedi?
«L'episodio è chiaramente collegato a un difetto di vigilanza. Bisogna intensificare il controllo del territorio, soprattutto di notte». [...]

(Il procuratore Dettori: «Non c'è allarme criminalità», Stefano Serpellini, Eco di Bergamo, 15 gennaio 2013)

Quello che è curioso è il ribaltamento dei significati, per cui il procuratore parla di "sforzi che a volte sembrano cozzare contro i diritti della persona", ma il riferimento non è allo stupratore allogeno, quanto al fatto che le donne dovrebbero essere più caute nell'uscire di sera da sole. Lo stupratore allogeno, infatti, è stato messo, dirittumanisticamente, agli arresti domiciliari. (Domiciliari al presunto stupratore - Il ministro: una scelta tecnica, Eco di Bergamo, 14 gennaio 2013) Le donne di Bergamo, invece, si troverebbero a vivere in una cultura in cui la donna è oggetto di possesso e quindi "non devono uscire da sole". Ma, poi, quale sarebbe questa cultura? Quella albanese-kosovara o quella bergamasca? Ovviamente, e dirittumanisticamente, non viene specificato. Il procuratore fa una generica accusa, per non colpevolizzare una cultura straniera, pur accusando in termini culturali. Al limite, dello stupro compiuto dall'albanese-kosovaro sembrerà accusata la cultura bergamasca!

In tutto questo, che reazioni si sono avute, non semplicemente allo stupro, quanto alle parole del procuratore Dettori? Nebbia in Val Padana. Per non dilungarci ancora, citiamo solo altri due casi. Il primo, riguarda una minaccia di stupro con coltello, ad opera di due giovani romeni (o zingari? Viene sempre il dubbio) e contro tre ragazze minorenni, in quel del circondario bolognese. (Tre minorenni minacciate con coltello alla fermata: "Ora ti stupro qui", Bologna Today, 20 novembre 2012)

Nel caso in questione, entrambi gli autori delle minacce erano già noti alle forze dell'ordine e, se uno è ancora minorenne, l'altro già ventiduenne. Ora, perché l'autorità competente, dopo gli atti formali, ne ha disposto immediamente la scarcerazione? Perché anche il maggiorenne? Che tipo di godimento provoca o che tipo di devianza porta alla liberazione immediata di un potenziale pericolo pubblico, già conosciuto? Per cortesia, non parliamo di "legge", "diritto", "diritti", ecc. Non usiamo parole a sproposito! Anche qui, reazioni di sdegno? Sempre nebbia in Val Padana.

Altro caso: la seconda sezione della Corte d’appello di Venezia ha giudicato come non-colpevoli due genitori nigeriani, indagati per infibulazione sulle figlie, in quanto il "fatto non sussiste", trattandosi di "piccolo taglietto" non invalidante, ma anche tenendo conto del retroterra culturale tribale, in cui si viene discriminati non accettando tale pratica. (Infibulazione: genitori assolti, Laura Tedesco, Corriere del Veneto, 24 novembre 2012)

Detto altrimenti, i diritti umani occidentali cedono di fronte ai pregiudizi tribali africani. O meglio, i diritti umani mostrano il loro vero volto, che è informe. Ossia: i diritti umani (altrui), non il diritto. Anche in questo caso, il silenzio ha confortato la ridicola decisione dei giudici di Venezia.

Questi tre casi citati, da soli, bastano a mostrare un quadro di desolazione, in cui non è semplicemente la cultura autoctona a venire degradata, né solo il corpo delle donne, ma anche il diritto. Il problema mediatico e mediatizzato della violenza sulle donne diventa stranamente evanescente quando ci si trova di fronte alla coppia "decisioni della magistratura" più "protagonisti stranieri". Basta uno scarto etno-culturale perché la violenza divenga meno eclatante. Essa lo è solo genericamente e statisticamente (contano il crudo numero e la quantità), mai rispetto all'identità culturale precisata (quindi, mai realmente rispetto alle cause). E' genericamente sessualizzata; mai etno-culturalmente, neanche quando la cultura d'origine è o può essere parte in causa. In ciò si può presagire un disastro futuro.

NOTE

[1] Ad esempio, gli studi dell'ISTAT: http://www3.istat.it/dati/catalogo/20091012_00/Inf_08_07_violenza_contro_donne_2006.pdf

mercoledì 13 febbraio 2013

I razzisti anti-bianchi del PIR contro l'imperialismo "omosessuale"

I razzisti anti-bianchi del PIR contro l'imperialismo "omosessuale": una rivelatrice presa di posizione


In Francia è uscito ad ottobre 2012, scritto da due giovani saggisti (per brevità diremo) legati all'estrema sinistra, Stella Magliani-Belkacem e Félix Boggio Ewanjé-Epée, un piccolo saggio intitolato "Les féministes blanches et l’empire" e la cui tesi di fondo è che il femminismo sia stato usato e si sia lasciato usare dall'imperialismo bianco/eurocentrico/occidentale per diffonderne le idee e gli stili di vita, contribuendo al suo potere. [1] In aggiunta a questo, anche la retorica omosessuale e gender ha avuto analoga utilità, non essendo l'omosessualità realmente parte della culture arabe ed africane.

La tesi del libro è stata, negli ultimi tempi, rilanciata da Houria Bouteldja, algerina con cittadinanza francese e leader degli Indigènes de la République, nato come movimento politico multietnicista e antimperialista, ma divenuto comunitarista e anti-bianco [2]. Bouteldja in una intervista su StreetPress, rilanciata su Rue89 (entrambe testate online progressiste: Rue89 è praticamente una costola di Libération) afferma che il problema politico omosessuale è assente nei Paesi arabi e africani e, per "analogia", anche nei quartieri francesi ed europei a forte presenza arabo-africana. La ragione è che conta prima e maggiormente la presunta sudditanza delle minoranze rispetto al potere degli autoctoni europei, rispetto a pulsioni individualistiche sessuali e, ancor di più, a pretese politiche attorno a tali pulsioni. Ossia, conta l'assenza (presunta, nel caso degli allogeni presenti in Europa, aggiungiamo) di pane e prospettive sociali, piuttosto che le identità individuali (vere o costruite). (Plus forts que Frigide Barjot, les Indigènes de la République dénoncent l'«impérialisme gay», Robin D'Angelo, StreetPress, 6 febbraio 2013)

Successivamente all'intervista, gli Indigènes de la République hanno rilasciato una dichiarazione polemica, in cui veniva rimarcata la differenza tra "essere omosessuale" e "fare politica omosessuale", essendo quest'ultima serva dell'imperialismo e non la prima. (L’homosexualité n’est pas l’identité politique homosexuelle, Indigènes de la République, 7 febbraio 2013) Anche Stella Magliani-Belkacem et Félix Boggio Ewanjé-Epée hanno contestato la ricezione che il loro testo sta avendo, tanto che Rue89, aspettando una loro nuova dichiarazione nei prossimi giorni, ha pubblicato un capitolo del libro, in modo da meglio farne conoscere il pensiero. (Solidarité internationale et hégémonie occidentale, capitolo 5 tratto da "Les féministes blanches et l’empire", di Stella Magliani-Belkacem et Félix Boggio Ewanjé-Epée, Editions de la Fabrique, 2012) [in PDF]

Nell'estratto del saggio di Magliani-Belkacem e Boggio Ewanjé-Epée, si afferma, ad un certo punto, che l'imperialismo occidentale conduce a dipingere i non-bianchi come la minaccia principale contro le femministe e gli omosessuali, allo scopo di nascondere i propri pregiudizi e le proprie forme di discriminazione sessuale. Si afferma anche che molto episodi, riportati nei mezzi di informazione occidentali, come riguardanti forme di discriminazione contro omosessuali al di fuori dell'Europa e dell'Occidente, siano in realtà leggibili in altre forme e il non farlo sarebbe, appunto, costringere altri modi di vita e di sentire secondo la dicotomia "occidentale" omofobo/omosessuale. Questo perché, al di fuori dell'Occidente, non esiste/esisterebbe "omosessualità" né "eterosessualità", intese come stabili modi e scelte di vita. In pratica, gli autori affermano che non si debba confondere "omosessualità" con "sodomia" o pratiche omoerotiche in generale e il confonderle sarebbe frutto di vecchi pregiudizi.

Lo scrittore omosessuale e marocchino Abdellah Taïa ha subito risposto alle affermazioni citate, affermando la presenza di numerosi scrittori arabi e mussulmani del passato dalla chiara identità omosessuale, così come la presenza, oggigiorno, di singoli individui o organizzazioni che stanno operando per i diritti degli omosessuali nei Paesi arabi, da arabi e tra arabi, così come la presenza di riviste omosessuali in Nord Africa o Medio Oriente. (Non, l’homosexualité n’est pas imposée aux Arabes par l’Occident, Abdellah Taïa, Rue89, 8 febbraio 2013) D'altronde, nell'articolo iniziale di StreetPress, Johan Cadirot, dell'associazione francese Refuge, afferma che circa il 50% di coloro che chiedono aiuto contro atti di omofobia sono "giovani di città", espressione politicamente corretta per dire giovani allogeni, ossia, in ambito francese, per lo più arabi e subsahariani. A conferma dell'omosessualità come modo di vita individuale anche tra alcune minoranze tra le minoranze in Europa, così come fuori dall'Occidente.

Il punto essenziale della questione

Le affermazioni di Magliani-Belkacem e Boggio Ewanjé-Epée, così come di Bouteldja, ci sembrano sostanzialmente speciose. E' curioso che vogliano separare i concetti di "omosessualità" e di "omoerotismo", col risultato di dipingere il non-Occidente in maniera quasi pittoresca, proprio quando, soprattutto i due saggisti, accusano autori europei, come Édouard-Adolphe Duchesne, di usare vecchi cliché orientalisti. Che cosa è, altrimenti, questa idea di una sessualità fluida, ma che non mette in discussione i valori complessivi della società, né gli stili di vita individuali richiesti dalla stessa, se non una idea romantica dell'altrove? Che cosa è, invece, questa idea di dipingere l'altrove come coeso, in maniera comunitaria, contro l'Occidente predatore e i bianchi oppressori, tanto che le individualità e le inclinazioni sessuali [3] passerebbero in secondo piano, se non una idea ipocrita? Per non dire della visione di un Occidente che nasconderebbe i propri pregiudizi indicando quelli altrui, quando l'Occidente attuale è un continuo rincorrere posizioni sempre più in là nell'abolizione di qualunque idea tradizionale riguardo il sesso, i sessi, la famiglia, la genitorialità, la maternità, ecc.?!

Perché il punto è questo. Perché l'Occidente è questo: spingere più in là i limiti. Qualunque limite. Le reazioni alle affermazioni dei due saggisti o di Houria Bouteldja, da parte di un variopinto mondo progressista e tollerante e dirittumanista, ecc., ecc., sono corrette dal punto di vista dell'Occidente attuale. La perplessità di costoro, rispetto all'affermazione dell'omosessualità come stile di vita stabile occidentale e non arabo o africano, è quella di chi vive nell'orizzonte sempiterno degli individui e della società individualistica. Da questo punto di vista, non esiste contrapposizione tra "omosessualità" e pratiche altre, in quanto conta la scelta individualistica. Se, attualmente, è la campagna in favore degli omosessuali che viene combattuta con maggiore veemenza, essa lo è in quanto campagna globale e non esistono diritti umani se non globalmente. Il diritto umano, ossia il diritto individualistico, o esiste ovunque e sempre o non esiste.

Se Magliani-Belkacem e Boggio Ewanjé-Epée possono scrivere libri, così come Bouteldja può dire la sua sui mezzi d'informazione, così come possono esistere gli Indigènes de la République è grazie alla società individualistica e all'ideologia dirittumanistica. Quella fluidità sessuale, che secondo loro viene usata come arma di ricatto contro il non-Occidente, è speculare alla fluidità etnoculturale che permette l'immigrazione di massa, le moschee e i partiti maomettani in Europa, il meticciamento come valore superiore rispetto alle proprie identità originarie e storiche, ecc. Ciò che permette una cosa, permette anche l'altra.

Non sappiamo cosa abbia spinto nello specifico i tre personaggi citati alle loro prese di posizione; quali convincimenti profondi e quali esperienze. Il sospetto è che le campagne pro-omosessuali cozzino contro i valori e i modi di vita di una parte rilevante, anche se non necessariamente maggioritaria, delle comunità allogene con cui i tre vengono a contatto ogni giorno. Questo attrito viene visto, in maniera strabica, come una messa in pericolo di quelle comunità, cosa che è effettivamente, ma tanto quanto quelle comunità sono una messa in pericolo delle nazioni ospitanti o, per altro verso, dell'ideologia omosessuale o gender. Il dirittumanismo fa coesistere, finché non divenga palese l'impossibilità (nel qual caso scatta la reprimenda), mondi diversi, purché tutti (chi prima chi dopo, ma potenzialmente tutti) aderiscano alla fluidità individualistica. Il dirittumanismo chiede a tutti la reciproca accettazione, purché tutti abbandonino sè stessi.

Ora, i tre hanno intuito (anche) questo nelle loro prese di posizione? Se hanno intuito questo, perché pretendono dagli occidentali, dagli europei, dai francesi maggiore apertura al non-Occidente? Houria Bouteldja ha, proprio in giornata, pubblicato un nuovo, lungo articolo-risposta, in cui riconferma in sostanza quanto già da lei detto, ossia che i bianchi (ed i) progressisti devono rispettare le situazioni e i tempi degli "indigeni" (espressione da lei continuamente usata, in cui conta non il significato letterale, bensì quello metaforico. Per quanto, per noi, indigeno, in Francia, sia solo un français-de-souche. Gli altri sono solo allogeni). (Universalisme gay, homoracialisme et «mariage pour tous», Houria Bouteldja, Indigènes de la République, 12 febbraio 2013) Inutile dire che i bianchi (ed i) progressisti troveranno tale risposta in linea con i loro sospetti, ossia un modo razzista per evitare di sposare fino in fondo le battaglie per i diritti individuali. Inutile anche dire che i bianchi non-progressisti, come noi, troveranno tale risposta un modo razzista per continuare a dividere il mondo tra bianchi-sempre-dominanti e colorati-sempre-oppressi (cosa che costituisce comunque il centro ideologico degli Indigènes de la République), evitando di affrontare il punto centrale della questione: perché non accettare la fluidità sessuale ed accettare invece quella etnoculturale, quando entrambe si abbeverano allo stesso acquitrino? Oppure, perché non rifiutarle entrambe?

NOTE

[1] Riguardo la questione femminista, una lunga risposta è stata data dalla sociologa e militante Josette Trat, secondo cui il femminismo francese sia stato anche liberazione delle allogene e non solo delle autoctone. Con quali esiti? Fatte un po' voi... ("Les féministes blanches et l’empire", ou le récit d’un complot féministe fantasmé, Josette Trat, Europe Solidaire Sans Frontières, 4 dicembre 2012)

[2] Indigènes de la République: si vedano soprattuto gli Objectifs du mouvement.

[3] L'espressione "inclinazione" ci sembra sufficientemente neutra, sia che si giudichi l'omosessualità come una deviazione dello spirito, una tara genetica, una scelta di vita, un problema psichiatrico, il prodotto di una particolare situazione epigenetica o altro.

lunedì 11 febbraio 2013

Le "dimissioni" di Benedetto XVI

Le "dimissioni" di Benedetto XVI... e la profezia di Malachia


In genere non ci occupiamo di ciò che attiene religione, profetologia, esoterismo e quant'altro, ma le improvvise e inconsuete dimissioni (per un pontefice cattolico-romano), rese note oggi da Benedetto XVI, ci spingono a fare una brevissima deviazione.

Secondo il conteggio attribuito a Malachia di Armagh, Benedetto XVI è (stato) il pontefice detto "Gloria Olivae", penultimo della storia cattolica. Il prossimo pontefice verrà detto "Petrus Romanus" e sarà l'ultimo della storia.

La profezia dice: "In persecutione extrema Sanctae Romanae Ecclesiae sedebit Petrus Romanus, qui pascet oves in multis tribulationibus; quibus transactis, civitas septicollis diruetur, et Judex tremendus iudicabit populum suum. Finis." [ossia: Durante l'ultima persecuzione della Santa Romana Chiesa siederà Pietro il Romano, che pascerà il gregge fra molte tribolazioni; passate queste, la città dei sette colli cadrà ed il tremendo Giudice giudicherà il suo popolo. Amen.]

Ora, tutti associano il secondo periodo della profezia su "Petrus Romanus" al primo periodo, ma realmente è/sarà così? Che intendiamo? Ecco un elenco di varie città su sette colli:

-Roma
-Gerusalemme
-La Mecca
-Bruxelles
-Istanbul
-Teheran
-Mosca
-Atene
-San Francisco
-Armagh, Irlanda del Nord (la città d'origine di Malachia)
ecc.

Per parte nostra... il futuro sarà altro...

domenica 10 febbraio 2013

Lo scherzo della regina

Lo scherzo della regina: la retorica e la probabile realtà


Ricorderete quanto accaduto a dicembre, quando due conduttori radiofonici australiani, durante uno scherzo in diretta, riuscirono a farsi dare informazioni riservate da una impiegata dell'ospedale londinese in cui era ricoverata Kate Middleton, moglie del duca di Cambridge e futuro pretendente al trono britannico William. I due conduttori si fecero passare per la regina Elisabetta e per il principe Carlo. Si innescò una polemica su quanto avvenuto, che si esacerbò ulteriormente e notevolmente quando l'impiegata, Jacintha Saldanha, si suicidò.

La Saldanha, originaria dell'India, sembra abbia lasciato un messaggio d'addio, in cui si trova un riferimento esplicito allo scherzo radiofonico. Quindi, nessun dubbio che la molla nasca da quella trasmissione della radio 2Day-FM di Sidney. Fin qui le cose ovvie. Veniamo però alle cose meno ovvie e meno dibattute.

Innanzitutto, l'identità etnica della donna, che dal nome potrebbe anche essere stata di fede cristiana, ma che sicuramente non è nata e cresciuta in Gran Bretagna, essendovi emigrata solo dopo aver abbondantemente superato i 30 anni ed essendovi vissuta solo negli ultimi 10. Parliamo quindi di una persona cresciuta, sia come personalità individuale, sia come etica del lavoro, in un ambiente totalmente non europeo. Quanto può aver inciso la sua identità alloctona nella decisione del suicidio? Una impiegata etnicamente britannica o europea si sarebbe lasciata trascinare in maniera altrettanto forte dalle polemiche seguite allo scherzo?

A questi dubbi, si aggiunga, il fatto che Saldanha ben altre due volte, a dicembre 2011 e gennaio 2012, tentò il suicidio, entrambe delle quali mentre era in visita ai famigliari in India. A causa di questo, era sotto somministrazione di anti-depressivi (eh, sì! Sembrano non portare bene, questi commercialmente fortunati farmaci). Quanto c'entrava, nel suo stato mentale, il suo Paese d'origine e la lontanza da esso?

E' curioso che la polemica, fatta in Occidente, riguardo questo caso, non abbia voluto tener conto dell'identità della donna, né della sua vicenda personale, ma sia sia indirizzata, ipocritamente, solo sullo scherzo, quando l'Occidente si fa ormai vanto di dileggiare qualunque cosa.

Probabilmente, però, lo scherzo ha creato un qualche altro genere di problema, ossia il (ri)mettere in evidenza una certa approssimazione della sicurezza nazionale britannica, perché il poter avere informazioni riservate di importanti personalità, semplicemente facendo una telefonata, non è un dettaglio. Non è da escludere che Saldanha abbia subito pressioni a causa della sua ingenuità e potrebbero essere queste pressioni la vera ragione che ha fatto scattare la molla del suicidio (in una personalità, però, come detto, già fragile).

La polemica sulla trasmissione australiana e sullo scherzo è stata utile nel mascherare il vero problema, ossia l'assenza di una cortina di efficace riservatezza attorno a Kate Middleton. Ma perché stupirsi di ciò?

Nel 2007, si scoprì che diverse migliaia di immigrati illegali erano assunti come guardie di sicurezza a Scotland Yard, in alcuni aeroporti e altri edifici governativi [ARCHIVIO 14/12/2007]. Ultimamente si scopre che è in forte aumento il numero di poliziotti con doppio lavoro (attualmente il 10%), con i possibili rischi di maggiore affaticamento fisico e mentale e di maggiori conflitti di interessi (Gb: piu' poliziotti con doppio lavoro, ANSA, 30 dicembre 2012). Aggiungiamo che il mese scorso, un elicottero ha volato sul centro di Londra a quota molto più bassa del consentito, andandosi a schiantare non lontano dalla sede dei servizi segreti. Non sarà stato un atto di terrorismo, ma se qualcuno avesse avuto in mente qualcosa di simile, chi l'avrebbe fermato? Il poliziotto che per secondo lavoro balla la lap-dance? (L’elicottero che si schianta nel centro di Londra, Alessandra Cristofari, Giornalettismo, 16 gennaio 2013)

Per i dettagli del caso dello scherzo telefonico: Death of Jacintha Saldanha

mercoledì 6 febbraio 2013

Hollande vuole eliminare la parola "razza" dalla Costituzione

Hollande vuole eliminare la parola "razza" dalla Costituzione: il multietnicismo non ammette le diversità


François Hollande, come promesso in campagna elettorale nel 2012, afferma di essere pronto a cambiare la Costituzione francese, in maniera da eliminare il riferimento alla razza.

Nella Costituzione d'Oltralpe, nel primo articolo si afferma l'uguaglianza della legge indipendentemente dalle origini, dalla razza e dalla religione, rispettando qualunque credo. Con Hollande rischia di sparire il riferimento alla razza e, con esso, per quanto possa essere problematico tale termine, sparirà anche il riferimento alla differenza tra genti. Le sole "origine" e "religione" non bastano, infatti, a dar conto di quegli insiemi di differenze fenotipiche, caratteriali, culturali, politiche, ecc., che sono stati e sono i diversi popoli.

Le sole "origine" e "religione" sembrano sottolineare solo gli accidenti della vita degli individui e le loro scelte, non il succedersi delle generazioni e il loro essere radicate in luoghi e modi di vita. Una Costituzione, perciò, a misura di una società, pur dicendosi "multietnica", in cui le diversità non sono ufficialmente gradite (prime fra tutte, ovviamente, quelle autoctone).

  • Vers la suppression du mot «race» dans la Constitution (Anne Rovan, Le Figaro, 31 gennaio 2013):
La réforme constitutionnelle, que l'Élysée souhaite voir adopter avant l'été, prévoit la suppression du mot «race», qui figure dans l'article 1er de la Constitution, qui stipule: «La France est une République indivisible, laïque, démocratique et sociale. Elle assure l'égalité devant la loi de tous les citoyens sans distinction d'origine, de race ou de religion. Elle respecte toutes les croyances. Son organisation est décentralisée.» ( http://www.legifrance.gouv.fr/affichTexteArticle.do?idArticle=LEGIARTI000019240997&cidTexte=LEGITEXT000006071194&dateTexte=vig )

La suppression du terme «race» «figure dans le projet de texte qui fait l'objet des consultations que le premier ministre va engager» avec les présidents des groupes parlementaires, affirme au Figaro un conseiller du président de la République.

Durant sa campagne, François Hollande avait pris cet engagement. «Il n'y a pas de place dans la République pour la race. Et c'est pourquoi je demanderai au lendemain de la présidentielle au Parlement de supprimer le mot “race”de notre Constitution», avait déclaré en mars 2012 le candidat socialiste, lors d'un meeting consacré à l'outre-mer à Paris.

domenica 3 febbraio 2013

Spara generale! Spara!

Spara generale! Spara! Una nota su stragi, psicofarmaci e repressione

Come annotazione ulteriore al precedente intervento [27 gennaio 2013] [ma si veda anche l'ultima articolo riportato nell'intervento del 30 marzo 2012], segnaliamo quanto presente in traduzione italiana su Effedieffe (Rivelazione shock: Obama vuole solo Generali disposti a sparare contro i cittadini USA, DeDefensa via Effedieffe, 30 gennaio 2013) (articolo originale: Général, êtes-vous prêt à tirer sur la foule?, DeDefensa, 23 gennaio 2013). In esso viene citata una dichiarazione dell'attivista per i diritti civili Jim Garrow, il quale avrebbe avuto notizia, da un alto grado dell'esercito statunitense, rimasto anonimo, che il Governo Obama avrebbe messo, come nuova condizione per selezionare i generali, l'accettazione a sparare sui cittadini (senza specificare altro).

Dopo una decina di giorni, ancora non si sa se quanto riportato da Garrow sia vero o meno, sia in merito alla fonte, sia in merito alle affermazioni. Eppure quanto riportato, pur se non nei mezzi di informazione mainstream, ha avuto una certa eco, sia perché Garrow non è il tipico appartenente alla controinformazione, sia perché quanto detto cade in un periodo di decisioni politiche che, come segnalato nei precedenti interventi, vertono tutte verso la restrizione delle libertà civili negli USA (si veda anche l'articolo più avanti, sui campi di internamento e rieducazione su suolo statunitense, non solo per stranieri).

Questa sensazione di accerchiamento e minaccia, che sembra essere condivisa da molti commentatori appartenenti ai circuiti di controinformazione, è tanto più interessante in quanto diretta verso il Governo centrale (e non verso Al Qaeda o chissà che altro). E' vero che non è nuova e potrebbe essere una sorta di eredità della "frontiera" o della Guerra Civile, ma le personalità in gioco sembrano essere numerose e differenti tra loro, tanto da riguardare un Noam Chomsky (di certo non uno wasp del Midwest) così come il Jim Garrow della Pagoda Rosa (in favore dei bambini cinesi).

La guerra perenne contro il terrorismo, per molti commentatori e semplici cittadini, si sta trasformando o si è già trasformata da guerra contro culture alloctone in promessa di nuova guerra civile, senza che ne siano chiari tutti i contorni, se non il disprezzo delle élites di Washington, New York e una manciata di altre grandi città degli USA, contro il resto della popolazione civile statunitense, sommato al desiderio di quelle élites di conservare il potere, nonostante una crescita economica irrazionale e drogata da loro voluta e il conseguente rischio, prima, di sempre nuove e maggiori crisi economiche e, poi, di disordini sociali o peggio.

La foglia di fico dei diritti agli immigrati

Ci sembra però anche giusto fare un'altra considerazione: se anche quanto riportato da Garrow non dovesse essere confermato, né fosse vero, non essendo l'unica traccia di un sospetto scollamento tra Governo USA e cittadini, quanto desidera realizzare Barack Obama, ossia portare avanti una riforma dell'immigrazione, in maniera da legalizzare ben undici milioni di immigrati irregolari o illegali, assume ulteriormente contorni inquietanti.

Lo dovremmo sapere, ormai, che l'immigrazione di massa, nei Paesi occidentali e negli ultimi decenni (in un lasso di tempo da cinquanta a dieci anni a seconda delle realtà nazionali), non è il frutto della mancanza di lavoratori, ma è il frutto del disinteresse per una crescita armonica dell'economia reale, per il mondo del lavoro autoctono, per le regole sociali e per i diritti dei cittadini (quelli autoctoni. Non i "viandanti"). Così si spiegano i milioni di immigrati, accorsi e lasciati accorrere in Occidente, col risultato di creare sacche consistenti di lavoro mal pagato e (ma non solo a causa loro) disgregazione sociale in aumento.

Le riforme della cittadinanza o il diritto di voto o simili sono solo le foglie di fico con cui i Governi occidentali mascherano tutto ciò. Mascherano il non aver controllato l'imprenditoria privata e la società negli ultimi decenni e lo fanno col ricattatorio presunto diritto degli allogeni ad avere questo o quello. Mascherano la mancanza di progettualità sociale, basata sulle famiglie e sui singoli individui autoctoni, e lo fanno affermando un diritto alla cittadinanza che non esiste in natura. Prima che cittadini (ossia possessori di un pezzo di carta che attesta un qualcosa), infatti, si è quel popolo (pur con molte contraddizioni).

Il genocidio

Ma forse è questo il punto. I cittadini diffidano sempre più del Governo e della classe politica e ne temono l'operato. Il Governo e la classe politica, cause dei problemi che affrontano i cittadini autoctoni, invece, lasciano spazio a nuovi "cittadini", che anche solo per questo saranno riconoscenti a tempo debito, ossia col voto (come hanno già dimostrato nelle ultime elezioni politiche), permettendo che il potere rimanga in mano agli stessi. La sostituzione etnica come condizione necessaria per il persistere élitario. Il genocidio come condizione per il mantenimento del potere. Non solo negli USA...

  • Yes, The Re-Education Camp Manual Does Apply Domestically to U.S. Citizens (Paul Joseph Watson, Infowars, 4 maggio 2012):
A shocking U.S. Army manual that describes how political activists in prison camps will be indoctrinated by specially assigned psychological operations officers contains numerous clear references to the fact that the policies do apply domestically to U.S. citizens.
Despite the fact that the manual is well over 300 pages long and would take hours to read properly, within minutes of posting our story yesterday a minority of commenters were claiming that the policies outlined in the document only pertained to foreign combat operations and did not apply domestically to U.S. citizens.
This is similar to the denial witnessed prior to the passage of the NDAA when some argued that the indefinite detention provisions did not apply to American citizens despite numerous legal analysts asserting they did and President Barack Obama himself acknowledging they did when he signed the bill ( http://www.salon.com/2011/12/16/three_myths_about_the_detention_bill/ ).

Click here to read the full document entitled FM 3-39.40 Internment and Resettlement Operations.

The most alarming portion of the document appears on page 56 and makes it clear that detention camps will have PSYOP teams whose responsibility will be to use “indoctrination programs to reduce or remove antagonistic attitudes,” as well as targeting “political activists” with such indoctrination programs to provide “understanding and appreciation of U.S. policies and actions.”
Let’s make one thing clear – the manual primarily deals with enemy combatants captured and detained in foreign prison camps run by the U.S. Military. However, another thing that is just as clear from reading the manual in full is the fact that it also applies to citizens detained within the United States, whether they be DCs (displaced citizens) or “civilian internees,” in other words citizens who are detained for, “security reasons, for protection, or because he or she committed an offense against the detaining power.”
Firstly, throughout the manual there are scores of references to how the U.S. Army would work together with the DHS, ICE and FEMA (page 24) to implement the policies “within U.S. territory” as part of “civil support operations” in the aftermath of “man-made disasters, accidents, terrorist attacks and incidents in the U.S. and its territories.” (page 38).

“The handling of DCs (displaced citizens) is also a mission that may be performed in support of disaster relief or other emergencies within the United States or U.S. territories during civil support operations,” states page 33. Page 56 also states that it is the responsibility of the PSYOP officer to “control detainee and DC populations during emergencies.”
“Resettlement conducted as a part of civil support operations will always be conducted in support of another lead agency (Federal Emergency Management Agency, Department of Homeland Security)” states page 37.
All these passages make it clear that the policies outlined on page 56 are also applicable within U.S. territory as part of “civil support operations” conducted in partnership with domestic federal agencies like the DHS and ICE. The U.S. Immigration authorities have no role in detaining prisoners in Afghanistan and Iraq and neither do other U.S. agencies also listed in the document such as the Public Health Service (page 224).
The document also contains numerous references to U.S. citizens (notably pages 13, 41). Page 13 notes how “U.S. citizens will be confined separately from detainees,” meaning they will be separated from foreign prisoners in the camps
On page 146 of the manual, we learn how prisoners in the camps are to be identified.

“The prisoner’s last name, first name, and middle initial are placed on the first line of a name board, and the prisoner’s social security number is placed on the second line.”
Last time I checked, the United States Social Security Administration was not responsible for handing out social security numbers to people in Afghanistan or Iraq.
On page 193 of the document, we learn that the policies outlined in the manual can be applied domestically. The language makes it clear that so long as the President passes an executive order to nullify Posse Comitatus, the law that forbids the military from engaging in domestic law enforcement, the policies “may be performed as domestic civil support operations.”

The manual states, “These operations may be performed as domestic civil support operations,” and adds that “The authority to approve resettlement such operations within U.S. territories,” would require a “special exception” to The Posse Comitatus Act, which can be obtained via “the President invoking his executive authority.”
These examples are just a handful of a plethora contained in the 326 page ‘Internment and Resettlement’ document which prove that the policies in the manual apply not only to foreign prisoners abroad, but also to American citizens within the United States.
On top of this, we have the 2009 story about how the National Guard posted a number of job listings looking for “Internment/Resettlement Specialists” to work in “civilian internee camps” within the United States ( http://publicintelligence.net/national-guard-looking-for-internmentresettlement-specialists/ ).
The time for denial is over. People spent weeks arguing over the ‘indefinite detention’ provisions of the National Defense Authorization Act, ignoring assertions by top scholars and legal experts that the kidnapping provisions did apply to U.S. citizens.
It appears as though cognitive dissonance is causing some people to desperately search for any way of denying the shocking truth contained in these Army documents. This is particularly prevalent amongst Democrats and liberals, whose support for the cult of Barack Obama has blinded them to the fact that his administration is passing legislation which in many cases is far more draconian than anything Bush signed into law.
Take this comment for example from the Democratic Underground forum ( http://www.democraticunderground.com/11352980 ). Linking to our article from yesterday, a user writes, “A friend of mine just posted (as he usually does) a ridiculous article from InfoWars and it’s pissing me off to no end. I’m trying to find stuff to continuously disprove this drivel, and I’m probably wasting my time. Anyone able to help on this particular “story”?”
The individual does not even have the inclination to look at the source document to find out if the story is true, they would rather just throw out ad hominem insults like “ridiculous” and “drivel”. Rather than being “pissed off” at the frightening language contained in the U.S. Army manual, the individual is “pissed off” at Infowars for reporting on it.
Yes, the U.S. Army has really written a manual which details re-education camps. Yes, the manual does apply to U.S. citizens domestically. Denying these manifestly provable facts will not make the threat go away. This is not an imaginary monster under the bed.
The time for denial is over.