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martedì 26 marzo 2013

Il nemico è l'Unione Europea (a proposito delle ultime dichiarazioni di Olli Rehn)

Il nemico è l'Unione Europea (a proposito delle ultime dichiarazioni di Olli Rehn): non capirlo e non fare alcunché sarà una tragedia


Partiamo da un presupposto. L'economista Alberto Bagnai, nel suo utilissimo volume "Il tramonto dell'Euro", edito da Imprimatur, spiega, con linguaggio semplice e numerosi esempi storici e grafici e dati e spunti di numerosi altri economisti italiani e stranieri, perché l'Unione Europea sia nata come un mostro capace solo di divorare economicamente i popoli europei.

Sintetizzando estremamente: l'UE viene creata sostanzialmente economicamente e non politicamente. In tale creazione, vengono definiti alcuni parametri economici (quelli di Maastricht), senza eventuali scialuppe di salvataggio condivise (attenzione al concetto! Condivisione non è quello che sta avvenendo! Non sono i prestiti dell'UE!) in caso di crisi economiche o del lavoro o altro. Tali parametri, nel corso degli anni, vengono bellamente disattesi, specie da alcuni Paesi mediterranei, ma non solo. Tale disattenzione è causata dall'interesse di alcuni Paesi creditori (e in particolare uno, la Germania), allo scopo di prestare, per proprio tornaconto, denaro agli altri Paesi. Nessuna autorità europea vigila, per cui, nonostante i famosi parametri (comunque problematici), i prestiti vengono fatti a pioggia. Scoppia la crisi dei subprime di provenienza nordamericana e britannica, di cui si erano imbottiti un po' tutti in Europa, specie coloro che, come la Germania, avevano maggiormente denaro da parte. Data la crisi economico-finanziaria, i creditori europei, impauriti dall'essersi imbottiti di spazzatura anglo-americana, dopo aver prestato indifferentemente a destra e a manca, per ritemprarsi incominciano a pretendere risanamenti nei Paesi debitori, che sostanzialmente significa che costoro debbano nuovamente indebitarsi con i primi, svendendo le proprie ricchezze, perciò impoverendosi, perciò necessitando, appunto, di nuovo denaro prestato dai creditori, in un circolo senza fine, ma il cui risultato dovremmo già intuire: l'asservimento.

Tutto ciò, come detto, in sintesi. Perché lo diciamo? Tra i parametri di Maastricht, c'è il famoso limite del 3% del deficit pubblico. Tale percentuale renderebbe tollerabile un debito pubblico del 60%, altro parametro europeo. Peccato che tale ulteriore limite sia problematico, costituendo un concetto forse futile e d'ostacolo alla possibilità di gestire le proprie risorse al fine di creare ricchezza. (come segnala Bagnai a pagina 157 del suo libro, si veda Excessive deficits: sense and nonsense in the Treaty of Maastricht, Willem Buiter / Giancarlo Corsetti / Nouriel Roubini, Economic Policy, Vol. 8, No. 16 (Apr., 1993), pp. 57-100) D'altronde, lo stesso limite del 3%, secondo quanto afferma l'alto funzionario francese Guy Abeille, deriverebbe da una scelta improvvisata in un'ora, in ambito francese nei primi anni '80, divenuta poi, col tempo, regola a livello europeo. (Deficit pubblico: perché entro il 3%? Perché suonava bene, Debora Billi, Crisis, 4 ottobre 2012) (intervista a Guy Abeille in 3% de déficit : «Le chiffre est né sur un coin de table», Boris Cassel, Le Parisien, 28 settembre 2012)

Dato tutto questo, ripugna sentire il commissario europeo agli Affari Economici, Olli Rehn, affermare che se lo Stato italiano rifonderà quanto dovuto alle aziende private, rischierà di non raggiungere l'obiettivo del 2,9% di deficit (non il 3, ma il 2,9%, in una nazione il cui debito pubblico è tendenzialmente meno in crescita rispetto alle altre dell'UE). Con tale rischio, inoltre, potrebbe non venire chiusa la procedura europea per deficit eccessivo, che ostacola la possibilità, per l'Italia, di gestire più liberamente gli stessi deficit e debito. (Bruxelles: Italia a rischio sul deficit. Monti ribatte: "Uscirà dalla procedura Ue", La Repubblica, 25 marzo 2013)

Come sapete, una delle ragioni dei numerosi fallimenti aziendali in Italia è dato dai mancati pagamenti dello Stato [29 febbraio 2012]. Lo Stato deve alle aziende circa 48 miliardi di euro. L'attuale Governo uscente vorrebbe restituirne 40 in due anni, mentre Confindustria sollecita la totale restituzione in tempi più brevi, al fine di far ripartire sia l'economia che il lavoro (si parla di oltre 200.000 posti in più solo da questo).

Ma per i parassiti dell'Unione Europea, tale restituzione sarebbe contraria ai loro parametri assurdi, avulsi dall'economia reale. Comprendere che il nemico, ora, è soprattutto il sistema parassitario europeista è fondamentale. La politica italiana deve prendere coscienza di questo, ma, soprattutto al momento, è l'italiano comune a doverlo fare, in modo da influenzare i propri rappresentanti. Nell'Unione Europea non si può più rimanere a queste condizioni. O l'Unione Europea o la vitalità dell'economia e della società italiana. Tertium non datur. O la politica italiana prende coscienza di questo o sarà il disastro. Anche qui: tertium non datur.

lunedì 25 marzo 2013

Martiri europei: Grégory Lhomme

Martiri europei: Grégory Lhomme

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Un paio di settimane fa, sono state emesse le prime sentenze contro gli appartenenti ad un gruppo di racailles che, soprattutto durante un paio di mesi a cavallo tra il 2009 e il 2010, furono protagonisti di numerose rapine e  feroci aggressioni notturne a Nancy, una delle quali fatali per Grégory Lhomme, 34enne del posto.

Uno degli aggressori, tale Mehdi, oggi 18enne (e a cui auguriamo di non raggiungere i 19 anni), è stato condannato a dieci anni di carcere, pur negando di essere responsabile della morte dell'uomo, nonostante molte testimonianze sia riguardanti l'accaduto, quando Lhomme tentava di far, inutilmente, ragionare gli assalitori, sia riguardanti le ragioni per l'aggressione di quella singola notte (il 3 gennaio 2010). Infatti, uno dei racailles si lasciò scappare che la loro intenzione era di massacrare un bianco.

Divertente, si fa per dire, quanto affermato dagli psichiatri che hanno visitato Mehdi, i quali si dicono preoccupati per l'avvenire dell'assassino. Quando si dice stipendi rubati...

  • Nancy: la nuit de tous les dangers (Yannick Vernini, Est Republicain, 14 gennaio 2010):
Les premières agressions remontent à l'été 2006. Si le mode opératoire différait légèrement, le déchaînement de violence faisait déjà froid dans le dos (Lire par ailleurs). Reste que les passages à tabac des dernières semaines ont mis les forces de l'ordre face à une nouvelle forme de délinquance, mobile, ultraviolente et crapuleuse. Une délinquance qui a coûté la vie à Grégory Lhomme la nuit du 2 au 3 janvier, rue Pasteur à Nancy. Pris à partie par plusieurs jeunes, ce solide gaillard de 1,90 m pour 102 kg a succombé sous les coups de ses agresseurs. 
Un mode opératoire qui s'est répété à de nombreuses reprises - notamment le week-end dernier dans la Grand-Rue à Nancy - qui a conduit les victimes vers les urgences, sérieusement amochées, physiquement et psychiquement.

En centre-ville

Ce phénomène ultraviolent, hélas bien connu dans la région parisienne, cible essentiellement des hommes, âgés de 20 à 40 ans, sortant pour la plupart d'établissements de nuit, au petit matin. Autre fait nouveau, ces agressions ont gagné le centre-ville. Dans un périmètre constitué par la place de la Croix-de-Bourgogne, la place Saint-Epvre et la place Stanislas. Des endroits qui, jusqu'alors, se voulaient plutôt rassurants, à l'exception peut-être de la première nommée qui est régulièrement victime de méfaits qui empoisonnent la vie des riverains.Le décès de Grégory Lhomme a amené l'ouverture d'une information judiciaire contre X pour « vol avec violences volontaires ayant entraîné la mort sans intention de la donner ». L'enquête, actuellement en cours, a été confiée au SRPJ de Nancy qui ne néglige aucune piste et qui tente éventuellement de faire le lien entre les différentes affaires. Notamment la nuit du drame. En effet, un Nancéien s'est fait passer à tabac deux heures plus tôt, rue Sainte-Catherine, devant la préfecture (Lire par ailleurs). Roué de coup, l'homme de 38 ans a été dépouillé de sa carte bancaire et de son téléphone portable.
Du côté des noctambules, habitués de la place Stan, le phénomène est ressenti depuis quelques mois. « On sent bien que des situations peuvent dégénérer rapidement », raconte une jeune femme, qui réside et sort dans le secteur.

Provocations

« Un soir, ça a un peu remué. Les jeunes qui provoquaient ont été sortis du bar. L'un d'eux est revenu, en prévenant le barman: Fais gaffe, ce soir ils ont décidé de casser du Blanc ! » Une phrase qui a glacé le sang de la pétillante trentenaire qui reconnaît « ne plus se sentir en sécurité, même place Stan ».
Pour l'heure, les services de police ont reçu le renfort de plusieurs dizaines d'hommes « hors département » (Lire en Région). Un dispositif policier qui a ainsi été adapté à cette nouvelle forme de délinquance et qui renforce, entre autres, la surveillance des sorties de discothèques et autres bars de nuit. Et en attendant de mettre la main sur les agresseurs, les autorités déconseillent « d'évoluer seul en deuxième partie de nuit. Il vaut mieux être en groupe ». Et de rappeler « qu'il ne faut pas hésiter à appeler le 17 ».

  • Mort de Grégory Lhomme: un mineur condamné à 10 ans (Valérie Richard, Est Republicain, 16 marzo 2013):
Il est 15 h, le verdict tombe, Mehdi est condamné à 10 ans de réclusion. Dans le box, le jeune homme âgé de 18 ans aujourd’hui n’exprime aucune réaction, comme insensible à ce qui lui arrive.

Selon la loi, les portes du tribunal pour enfants de Nancy statuant en matière criminelle sont ouvertes pour l’énoncé de la décision. Seul moment public de ce dossier examiné à huis clos eu égard au jeune âge du prévenu, moins de 16 ans, au moment des faits.

Mehdi, est reconnu coupable pour l’ensemble des agressions reprochées, y compris celle qui a coûté la vie à Grégory Lhomme, le 3 janvier 2010. Les magistrats sont allés au-delà des réquisitions du parquet. Yvon Calvet avait proposé le matin même un quantum de 9 ans.

« C’est un premier round. Et la justice a tranché sur sa responsabilité », commente sobrement Me Gottlisch, avocat des parents de Grégory Lhomme. « Nous sommes déçus par l’absence d’aveu, mais la justice est passée », appuient Roland et Annie Lhomme dont la dignité a été saluée par l’ensemble des parties, y compris, la défense de Mehdi. Depuis trois jours, l’épreuve est douloureuse pour eux. Comme pour les autres victimes représentées dans l’enceinte judiciaire. « J’ai eu l’impression d’assister une seconde fois à la mort de mon fils », confie les larmes au bord des yeux la mère du grand jeune homme de 34 ans, tombé sous les coups par un matin d’hiver glacial dans une rue tranquille de Nancy.

Des prédateurs

Depuis mercredi, aucun détail ne leur a été épargné. Ni la tentative de fuite de Gregory. Ni même ses suppliques : « arrête, je ne t’ai rien fait ». Il l’a répété à une vingtaine de reprises sont venus dire les témoins. Point d’orgue de cette longue et douloureuse audience, la première (voir ci-dessous) avant que les autres auteurs présumés ne comparaissent devant la cour d’assises des mineurs de Meurthe-et-Moselle en juin, la diffusion d’une de ces agressions, filmée par les caméras de vidéosurveillance de la ville.

Une projection qui a permis d’appréhender la violence de ces guets-apens. Et le mode opératoire mis en place par ceux qui ont semé la panique dans les rues nancéiennes entre décembre 2009 et janvier 2010. Tels des prédateurs ils repéraient des noctambules isolés, grisés et donc fragilisés par les vapeurs d’alcool d’une soirée festive, se positionnaient chacun à des points stratégiques pour mieux les passer à tabac. Des coups concentrés sur le visage. « Au-delà de leur intention de dépouiller leurs proies, ils étaient surtout animés par la volonté de faire mal », a développé le procureur adjoint Yvon Calvet. Horreur de cette scène captée par les caméras de la rue Sainte-Catherine, elle s’est déroulée deux heures seulement avant la plus dramatique.

Les psys inquiets

La victime, présente dans la salle d’audience, bouleversée par cette mise en scène à nouveau infligée sur grand écran, pressée par son conseil, Me Laprévotte, est venue déposer son émotion à la barre. Raconter aussi comment quelques minutes après cette épreuve, elle a tenté de déposer plainte à l’hôtel de police. Et la façon désinvolte dont elle a été reçue par une fonctionnaire, qui, pieds sur la table, lui a opposé un franc refus…

Mehdi, du bout des dents, a reconnu sa participation à cet épisode-là. Comme à 4 autres des 15 agressions retenues. Il a fermement nié, en revanche, être présent à celle qui a coûté la vie à Gregory Lhomme. Une version défendue par son son avocat, Me Lagarrigue. Dans une plaidoirie jugée sensible, elle a tenté de pointer l’absence d’éléments matériels qui accrochent Mehdi aux coups mortels. Reste que les psys ont exprimé des craintes pour l’avenir du jeune homme. Ce qui a sans doute influencé les magistrats. Le conseil consultera le jeune homme lundi pour savoir s’il compte relever appel de cette condamnation.

Lezione per idioti e giornalisti (spesso coincidenti)

Lezione per idioti e giornalisti (spesso coincidenti): i 60 centesimi del tunisino parcheggiatore abusivo


Il giornalista Andrea Ossino [1] del Messaggero riporta un caso che, a suo giudizio, riguarderebbe lo spreco di denaro pubblico in inutili processi. Questi i fatti per come sono stati riportati: un tunisino, Riadh Chraiet, vive di espedienti a Roma, come il parcheggiatore abusivo o il chiedere l'elemosina. Un ciclista romano decide di non accontentarlo, non volendogli dare gli spiccioli richiesti (i 60 centesimi del titolo). Chraiet gli bercia contro che potrebbe anche ritrovare la bicicletta rotta. Il ciclista lo denuncia e inizia un processo per tentata estorsione.

Secondo il giornalista Ossino, il tutto sarebbe causato dal fatto che il ciclista si è intestardito, non volendo dare i 60 centesimi. Secondo l'avvocato d'ufficio, Angelina Pepe, si tratterebbe di querela strumentale.

A questo mondo, può essere tutto, ma perché un ciclista romano dovrebbe perdere tempo in un processo, piuttosto che occuparsi d'altro, magari godendosi le giornate di sole in sella alla propria bicicletta? Che motivo ci sarebbe?

Ma, a parte questo dubbio a monte, a valle c'è tutto il resto. Perché Ossino nota solo i fantomatici 60 centesimi? La denuncia non è partita per quelli, ma per la minaccia riguardante la bici. Bici più minaccia uguale ben più che quei centesimi. Ossino, invece, lascia filtrare il messaggio che si debba dare i soldi richiesti dai parcheggiatori abusivi, senza troppo discutere, perché in fondo sono solo dei poveracci (ecco l'ambiguità di fondo -voluta?- nell'articolo, sull'essere mendicante o parcheggiatore). Il messaggio di Ossino è che "colpevole" è il romano, perché avrebbe messo in moto una macchina statale, che costerà soldi pubblici.

Su questo Ossino ha ragione: non bisognerebbe sprecare i soldi pubblici, specie per qualche straniero prepotente. Il ciclista romano, alla prima minaccia, avrebbe dovuto agire in altra maniera, senza denunciare o dire alcunché a chiunque. Nel silenzio della città, senza che alcuno avesse modo di accorgersi di alcunché.

In questo modo, avrebbe anche portato ad un altro risultato interessante, ossia un articolo in meno sui quotidiani, perciò qualche spicciolo in meno per i vari Ossino. Sarebbe stato un bel risparmio.

[1] Ossino ha o, meglio, avrebbe un blog aperto a ottobre 2012, ma, di fatto, ancora ai nastri di partenza, difettando di interventi aggiornati. In esso, l'unica cosa, perciò, che spicca è una citazione di Mauro Rostagno: "E' meglio che i giornalisti sbaglino, piuttosto che tacciano". E Ossino l'ha preso un po' troppo alla lettera.

  • Due anni di processo per 60 centesimi gli sprechi della burocrazia giudiziaria (Andrea Ossino, Il Messaggero, 24 marzo 2013):
Anni di processo per sessanta centesimi. Giudici, pubblici ministeri, avvocati, cancellieri, ufficiali giudiziari, tutti impegnati a lavorare intorno a una tentata estorsione che non raggiunge l’euro.
Succede anche questo a piazzale Clodio, dove le udienze si dilatano e la giustizia deve fare i conti con un numero infinito di lentezze. È in corso nelle aule del palazzo di giustizia il processo a Riadh Chraiet, un tunisino di 43 anni, che siede sul banco degli imputati con l'accusa di tentata estorsione. Non c’è criminalità organizzata dietro il suo gesto. Riadh è senza fissa dimora, vive di espedienti, in genere cerca di mantenersi chiedendo l’elemosina, o anche di racimolare qualche soldo come parcheggiatore abusivo di biciclette.

LA STORIA
Era il marzo del 2011 quando il tunisino vede un ciclista accostarsi per parcheggiare vicino via Tuscolana. Come di consueto, gli si avvicina e gli chiede qualche moneta. Una cosa che per le strade di Roma accade mille volte. In questo caso, però, inizia una discussione che finisce con il tunisino che desiste e che dice: «Peggio per te. Magari trovi la bicicletta rotta». La storia, quindi, non finisce lì, perché il padrone della bici decide di rivolgersi ai carabinieri, spiegando quanto è accaduto e denunciando l’episodio. Riadh Chraiet viene identificato e la macchina della giustizia comincia a muoversi. La denuncia viene trasmessa in procura, viene chiesto il rinvio a giudizio e il gip manda il tunisino a processo.

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Il parcheggiatore abusivo si ritrova in aula a doversi difendere dall’accusa di tentata estorsione, anche se quello che chiedeva erano 60 centesimi. Un’elemosina. Il reato in questione, poi, per il Codice penale, è un crimine molto grave e ha tempi di prescrizione lunghi. Così, è facile immaginare, che se il Tribunale dovesse decidere di condannare Riadh, il suo avvocato, nominato d’ufficio perché l’imputato non ha un soldo per pagarselo, porterà la questione in appello e poi in Cassazione. Tutto a spese dello Stato, perché il tunisino è stato ammesso al gratuito patrocinio. L’avvocato Angelina Pepe, nominata per assisterlo, ritiene che «gli atti d'indagine dovrebbero essere più completi e non limitarsi ad analizzare solo le querele depositate». «Spesso - aggiunge il difensore dello straniero - si tratta di querele strumentali. Basti pensare a questo caso, è un fatto troppo importante in un sistema di economia processuale».

venerdì 22 marzo 2013

Partito Democratico USA e minoranze etniche

Partito Democratico USA e minoranze etniche: un feeling necessariamente produttivo?


Un sintetico articolo di Ryan D. Enos, assistente all'Università di Harvard ed analista politico, mette qualche dubbio, pur senza troppa cattiveria, sul binomio, spesso dato per scontato, tra Partito Democratico statunitense e voto delle minoranze etniche. Come sapete, le ultime due elezioni hanno visto una decisa polarizzazione dei non-bianchi in favore del candidato meticcio Barack Obama. Tale polarizzazione viene vista come il segnale di una sempre maggiore importanza delle minoranze nella scelta dei rappresentanti politici, data la crescita numerica di queste rispetto al complesso della popolazione statunitense. A fronte di ciò, è sempre più facile trovare, nella stampa e nei dibattiti d'Oltreoceano, considerazioni in merito anche da parte repubblicana, con esponenti del partito, reputato convenzionalmente come più conservatore e "bianco", convinti che si debba variamente corteggiare le minoranze.

Ma, come detto, Enos getta un piccolo dubbio nel mare delle certezze multietniciste, specie "democratiche" (nel senso del partito). Da cosa nasce tale dubbio? Dal notare come, storicamente, l'incontro concreto e quotidiano tra gruppi etnici diversi abbia polarizzato etnicamente e politicamente gli stessi. Esempi: nel 1930, i bianchi, che vivevano nelle contee degli Stati del Sud con maggiore presenza afro-americana, erano anche quelli più orientati a votare politici con idee discriminatorie contro questi ultimi. Nella Chicago degli anni '60, il voto dei bianchi puniva quei politici ritenuti responsabili dell'aumento percentuale di cittadini afro-americani. Nella Chicago del 2000, alcune politiche edilizie avevano permesso che numerosi cittadini, per lo più afro-americani, venissero spostati in altre zone. Se prima di quelle iniziative edilizie, i voti dei bianchi andavano al Partito Repubblicano, una volta "spariti" i vicini di casa afro, i bianchi tornavano a votare "democratico".

Sembra essere questo il punto: almeno per i bianchi, storicamente c'è una tendenza a prediligere il Partito Repubblicano in vista di interessi etnicamente omogenei. Altrimenti, i bianchi si sentono liberi di votare ciò che più aggrada loro. Se gli interessi delle minoranze vengono reputati contrari agli interessi dei bianchi, allora questi, pur normalmente "democratici", diventano elettori "repubblicani".

Il fenomeno, però, non sembra riguardare solo i bianchi. Gli ispanici di Los Angeles, ad esempio, se abitanti in quartieri con forte presenza afro-americana, in questi ultimi anni hanno dimostrato, pur essendo normalmente pro-Partito Democratico, di non voler votare per Obama.

Enos fa presente che queste tendenze molto dovrebbero, però, all'abitudine o meno nel frequentare, nella propria vita quotidiana, le minoranze, per cui, chi è più giovane dimostrerebbe maggiore tolleranza. Inoltre, se la collettività fornisce obiettivi comuni e pari opportunità a tutti, allora i motivi di attrito diminuiscono. Ma tralasciamo queste considerazioni alquanto ingenue, basate come sono su una visione socio-economica progressista, in cui l'assenza ideologica di limiti è la condizione primaria per poter immaginare futuri mondi infinitamente accoglienti, indipendenti dalla realtà e dai suoi limiti, storici o materiali che siano. Vediamo, piuttosto, qualche dato, tratto dal Pew Research Center.

Dalla figura sotto, relativa alle ultime tre elezioni politiche, si nota come il Partito Democratico abbia aumentato i suoi voti regolarmente tra le due etnie crescenti, quella ispanica e quella asiatica, e sia rimasto su alti livelli tra gli afro-americani (nonostante un 2% in meno nel 2012). Soltanto tra i bianchi c'è un calo più consistente nell'ultima elezione, tanto da prendere poco meno del 40% dei loro voti. (Latino voters in the 2012 Election - Appendix A, Mark Hugo Lopez / Paul Taylor, 7 novembre 2012)

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Considerando le ultime due elezioni, si nota come tra i giovani (generalmente più inclini a votare per il Partito Democratico e ad avere opinioni a questo più vicine) Obama abbia avuto meno voti. Nel rapporto, da cui provengono i dati, si afferma che comunque i voti dei giovani siano stati fondamentali per la rielezione del candidato meticcio, ma, date tutte le voci che potete vedere e il segno meno che compare nella quasi totalità, sembrerebbe essere più un caso che altro. Spicca in maniera impressionante quel 14% in meno tra i giovani afro-americani di sesso maschile, ma vi sono segni negativi importanti anche considerando i bianchi. C'entra la crisi economica o c'entrano considerazioni di altro genere, come, appunto, quelle relative alla volontà "democratica" di portare avanti la sanatoria di ben 11.000.000 di immigrati irregolari? Chissà? Certo è che tra i giovani bianchi, il risultato del 2012 è sostanzialmente un ribaltamento rispetto al 2008, mentre tra neri e ispanici si tratta solo di qualche piccola perdita percentuale. (Young Voters Supported Obama Less, But May Have Mattered More, 26 novembre 2012)

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Consideriamo ora altri dati, come il tasso di natalità per etnie e per luogo di nascita delle madri. Spesso si sente parlare di proiezioni demografiche nel futuro, con la data simbolica del 2050 per l'ipotetico superamento percentuale dei non-bianchi rispetto ai bianchi statunitensi. Che ci sia un aumento percentuale in corso è indubbio, ma tale aumento è dato da alcuni fattori, l'ultimo dei quali fondamentale: tassi di natalità non particolarmente alti tra i bianchi e immigrazione di massa, specialmente per quanto riguarda etnie non-bianche. Che significa questo? Significa che quell'ipotetico superamento del 2050, se avverrà, sarà dovuto soprattutto a nuovi immigrati, non tanto a non-bianchi già presenti e ai loro figli. Qualcuno potrebbe rimanere perplesso da questo rilievo, ma quando si parla della data del 2050, lo si fa dando l'idea di una nazione meticcia. Se quel 2050 arriverà, ciò sarà dovuto soprattutto a confini ancora abbondantemente (lasciati) aperti. Il che è cosa totalmente diversa (e si chiama genocidio). Che intendiamo? Guardate questi dati: dal 1990 al 2010, i crolli percentuali più imponenti nella natalità riguardano i non-bianchi, sia nati negli USA che all'estero, ma residenti negli USA. Tra l'altro, considerando i tassi di natalità, sia considerando donne nate negli USA che nate all'estero, le madri bianche non mostrano tassi eccessivamente più bassi rispetto alle non-bianche e, anzi, rispetto alle asiatiche sono decisamente migliori. Con dati simili, il 2050 sarebbe così "vicino" se non ci fosse la tolleranza per l'aumento indiscriminato di sempre nuovi immigrati? (U.S. Birth Rate Falls to a Record Low; Decline Is Greatest Among Immigrants, Gretchen Livingston / D’Vera Cohn, 29 novembre 2012)

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In tempi di crisi, c'è da chiedersi se anche gli appartenenti alle minoranze etniche saranno contenti di dover convivere con (l'idea di) sempre più numerosi rivali nel mercato del lavoro, nell'assegnazione di aiuti pubblici, nella ricerca di un'abitazione, ecc. Ora, fatevi anche un'altra domanda: negli USA, chi sono coloro che preferiscono più Stato e più assistenza pubblica e, invece, coloro che preferiscono maggiore libertà in senso lato? Non ponetevi nella questione in maniera personale, lasciandovi trasportare da una forma mentis europea. Non stiamo discutendo quale delle due forme sociali sia la migliore. Si tratta, soltanto, di individuare un punto di frizione negli USA. E la risposta non dovrebbe essere troppo difficile. Basta chiedersi, appunto, chi vuole più assistenza. Ora, indipendentemente dalla questione etnica, si veda anche il seguente grafico, in cui è riportata la stima dei cittadini statunitensi per i vari livelli di governo, quello locale, quello statale e quello federale. Se i primi due sono in leggero calo da una decina d'anni, quello federale è in caduta libera. Tenete anche presente che chi vota repubblicano o indipendente tendenzialmente diffida di Washington e chi vota repubblicano o indipendente tendenzialmente è bianco. (Growing Gap in Favorable Views of Federal, State Governments, 26 aprile 2012)

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Non intendiamo, ovviamente, dare nulla di scontato. Considerate questi dati come semplici spunti, ma ricordatevi che questa è l'epoca della crisi sistemica, che non è solo economico-finanziaria, che non è solo una crisi politica e di rappresentanza, ma è anche qualcosa di più, con lo spettro delle risorse naturali in calo e l'aumento insensato della popolazione mondiale, specie nelle aree extra-occidentali. Credete che il tutto andrà per il meglio dando cittadinanze agli stranieri, diritto di voto, "pari opportunità" (come riporta Enos) e così via? E questo, ovviamente, non vale solo per gli USA.

  • How the demographic shift could hurt Democrats, too (Ryan D. Enos, The Washington Post, 8 marzo 2013):
Since the November election, in which President Obama won huge majorities among minority voters, it’s been taken as gospel that the Republican Party must, for its own survival, seek to appeal to those groups by moving to the left on topics such as immigration reform ( http://www.washingtonpost.com/opinions/the-republican-party-must-go-back-to-go-forward/2012/11/09/55947d9e-2a87-11e2-96b6-8e6a7524553f_story.html ). But as the nation becomes more diverse, the demographic shift can cut the other way, too: Some Democratic voters are likely to move to the right.
It’s assumed that, as the United States becomes increasingly non-white, white Democrats will continue to support the party. But a substantial amount of social-science evidence suggests a different conclusion: As the United States becomes more racially and ethnically diverse, liberal whites might start leaning Republican.
Consider a straightforward experiment I conducted last year: Over two weeks, I sent pairs of Latino men in their 20s to ride commuter trains in the greater Boston area, often cited as one of the nation’s most liberal regions.
These people were not asked to do anything out of the ordinary, just to wait for the train and ride it. The pairs I sent were native Spanish speakers, so when they spoke to each other, it was probably in Spanish. To gauge other riders’ attitudes about Latinos, I surveyed them before the experiment and two weeks into the tests. In each case, the trains and times were randomly selected and were later compared with a control group of riders on different trains. These trains originated in communities with very few Latino residents, and the men I sent to ride the trains were often the only Latinos at those stations on a day-to-day basis. In this sense, the experiment was testing how people react when a very small group of Latinos moves to a new community.
The results were clear. After coming into contact, for just minutes each day, with two more Latinos than they would otherwise see or interact with, the riders, who were mostly white and liberal, were sharply more opposed to allowing more immigrants into the country and favored returning the children of illegal immigrants to their parents’ home country. It was a stark shift from their pre-experiment interviews, during which they expressed more neutral attitudes.
Political scientists, economists, sociologists and psychologists have long noted that, under most circumstances, when people from different ethnic, racial and religious groups come into new contact, conflict ensues. Just look at the battles over busing students from different neighborhoods into public schools in the 1960s and ’70s.
And those conflicts often change the way people vote.
In the 1930s, political scientist V.O. Key found evidence that, in Southern counties with large numbers of African Americans, white voters were politically mobilized: They voted more than whites in neighboring counties and supported candidates espousing discriminatory views in greater numbers. A similar trend recurred a generation later, when liberal Sen. Paul Douglas of Illinois lost his 1966 reelection bid, in large part because of votes cast by whites living in parts of Chicago that had seen an influx of African Americans.
In a more recent example, the city of Chicago began a massive effort in 2000 to overhaul its public housing. Large and notorious housing projects, such as Cabrini-Green, were demolished, and their residents were relocated. More than 99 percent of the relocated residents were African American. The outcome of the effort was the reverse of my experiment in Boston — rather than coming into contact, groups were separated.
Did that separation result in more liberal political views? Voting patterns among white residents living near these projects before and after their demolition showed that it did ( http://ryandenos.com/papers/chicago_threat.pdf ). After their African American neighbors left, fewer white residents turned out to vote, and voters became less likely to choose Republican candidates, whom they had previously supported at higher levels than had residents in other parts of the city. It seems that the contact with African Americans had politically mobilized whites in Chicago, similar to how Southern whites were mobilized in the 1930s.
To explore whether there was a similar effect among minority voters, in 2008 I conducted an experiment in which I sent a letter to African American voters just before an election in Los Angeles ( http://ryandenos.com/papers/racial_threat.pdf ). The content of the letter was simple: It reminded people to vote and included a map noting how often people on their block voted compared with a nearby block. In some randomly selected cases, the comparison block consisted of African American residents; in others, it was largely Latino. When the letter pointed to a majority-Latino block, African Americans were significantly more likely to vote, suggesting that they were concerned about political competition with Latinos — even though both groups vote overwhelmingly for Democrats.
In that same year, I examined the voting of Latinos in Los Angeles and found that those who lived near predominantly African American neighborhoods were far less likely to vote for Obama than Latinos who lived farther away — suggesting that contact with their African American neighbors may have prompted them to vote against an African American candidate ( http://ryandenos.com/papers/threat_LosAngeles_primary.pdf ).
As different groups come into contact, people often have adverse reactions, and this can cause them to vote for a party that represents opposition to other groups. In today’s electoral landscape, that might mean white Democrats would be more willing to vote Republican. There is some evidence that when most people vote against their party identification — perhaps as a Reagan Democrat, just once — they return to their regular partisan identity within an election or so. However, if people make that switch during their impressionable years, in their teens or 20s, it can last a long time ( http://www.amazon.com/gp/product/0300101562?ie=UTF8&camp=1789&creativeASIN=0300101562&linkCode=xm2&tag=slatmaga-20 ). And if they become familiar with members of the other group on a personal level, then the initial aversion might diminish. For example, this might be why attitudes about same-sex marriage are changing — as more people come to know gay friends, neighbors, co-workers or family members.
Of course, people might change the way they vote for reasons other than the race or ethnicity of their neighbors, such as a change in their job or the birth of a child. However, these experiments tell us that, all else equal, contact between different groups, such as native whites and Latino immigrants, leads to more conservative voting.
None of these findings bode well for Democrats. As ethnic groups mix, voters become more exclusionary and tend to vote for more racially conservative candidates — which may make it more difficult to maintain a diverse Democratic Party and could tilt the field in favor of Republicans.
But such changes are not inevitable.
Just as demographic shifts do not guarantee a Democratic majority, it is not certain that interaction between groups will hurt Democrats. Social scientists have identified a host of conditions that foster political harmony between groups, including economic equality and common goals, such as being part of the same team in the workplace, school or the military. These are conditions that liberals typically favor through their legislative agenda.
For example, a progressive tax code and liberal social spending are designed to promote economic equality. And immigration reform proposals, such as the Dream Act, are designed to more fully integrate institutions such as colleges and the military.
The recognition that liberals’ policies can not only establish their ideological goals but also help maintain their political majority should give Democrats greater urgency in their legislative efforts to promote equality.

mercoledì 20 marzo 2013

Karim Benzema si rifiuta di cantare la Marsigliese

Karim Benzema si rifiuta di cantare la Marsigliese: che vi aspettate da un algerino?

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Il calciatore algerino, con cittadinanza francese, Karim Benzema si rifiuta di cantare la Marsigliese, durante le partite della Nazionale d'Oltralpe, alla stregua di altri "nuovi francesi", come Zinedine Zidane (altro algerino in Francia. E tutti e due, a vario titolo, lavorano al Real Madrid. Ne tira più una moneta che... Marine Le Pen, riguardo Benzema, ne parla come di un mercenario).

Una parte importante dei "nuovi francesi", indipendentemente dal loro essere o non essere "integrati" (e andrebbe discusso tale concetto), non si sentono tali (né francesi, né integrati). Sfruttano la nazione ospitante (la Francia), ma continuano a sentire (quanto chiaramente o confusamente ha una importanza relativa) maggiormente il legame con la terra d'origine. D'altronde, integrati che vuol dire? Capaci di trovare un lavoro? Rispettosi della legge del Paese ospitante? Rispettosi dei valori dirittumanisti? Cos'altro?

In realtà, per quanto l'ideologia dirittumanista dica altro ripetutamente, "integrare" ha un significato esclusivamente negativo, con una buona dose di ipocrisia in aggiunta: ossia, nascondere (nei modi più diversi) le identità etno-culturali, per dirsi (appunto, ipocritamente) tutti "uguali".

Da questo punto di vista, Benzema, almeno, non è (troppo) ipocrita. E' soltanto un algerino in terra straniera (denaro permettendo, ovviamente...).

  • Francia, Benzema: "Io l'inno non lo voglio cantare" (La Gazzetta dello Sport, 19 marzo 2013):
Un caso agita all'improvviso la vigilia della sfida fra Francia e Georgia, venerdì, per le qualificazioni al Mondiale 2014. L'attaccante dei Bleus e del Real Madrid, Karim Benzema, ha detto. "Non possono costringermi a cantare la Marsigliese. Sono fiero di portare la maglia dei Bleus, ma l'inno io non l'ho mai cantato". Il tutto nei giorni in cui c'è grande attesa per un Croazia-Serbia che riscalda i cuori di Mihajlovic e Srna. Così, a bruciapelo, Benzema intervistato da RMC: "Non è certo cantando la Marsigliese che segnerò una tripletta. E poi sono sicuro che se non la canto, ma poi segno tre gol, alla fine del match nessuno mi verrà a farmi notare che non ho cantanto. Il fatto è proprio questo: tutto è legato al fatto che non segno da un po' di tempo. Ma ciò non ha niente a che vedere con ciò che ho sentito, con chi dice che non amo la Nazionale. Bisogna calmarsi. Io amo la Nazionale. Lo ripeto, per me giocare coi Bleus è un sogno, ma non possono costringermi a cantare la Marsigliese. Zidane, per esempio, non la cantava. E ce ne sono altri. Non vedo dove sia il problema di non cantare. Si mischia tutto. Ci sono anche dei tifosi che non la cantano. Non è che tutto lo stadio cantI la Marsigliese". Va detto che Benzema è nato sì in Francia, ma da genitori algerini. E' questo il problema?

le reazioni — Inevitabile la reazione in Francia. Politica, anche, col Fronte Nazionale (estrema destra francese), che ha chiesto l'esclusione dalla nazionale di Karim Benzema. Il partito guidato da Marine Le Pen in una nota del responsabile dello sport, Eric Domard, ha parlato di "una mancanza di rispetto inconcepibile e inaccettabile da parte di un mercenario del calcio che guadagna 1.484 euro l'ora. Cantare la Marsigliese è un dovere per qualsiasi atleta, quando si ha l'onore di rappresentare il paese ad alti livelli. Condanniamo questo comportamento insultante, che va a rovinare ancora una volta l'immagine della nazionale, già distrutta dai fatti del Mondiale sudafricano".

Il ministro dell'Interno dello Stato indiano del Madhya Pradesh sulla turista svizzera violentata

Il ministro dell'Interno dello Stato indiano del Madhya Pradesh sulla turista svizzera violentata: "la vittima è responsabile di quel che le è successo"


Come da titolo. In India sembra che un vento di follia stia colpendo gruppi di uomini, pronti ad assalire e violentare ragazzine autoctone così come turiste europee, nonostante (o forse a causa di?) una sempre maggiore mediatizzazione di casi simili e delle proteste e dibattiti seguiti ad essi. A causa di tutto ciò, il Governo centrale di New Delhi ha appena inasprito la legge sulla violenza carnale.

Ma un caso ha scatenato ulteriori polemiche. Giorni fa, una turista di Lucerna è stata violentata da sei uomini nello stato del Madhya Pradesh, nell'India centrale (L'India sempre più Paese degli stupri, Maria Grazia Coggiola, Il Giornale, 17 marzo 2013). Il locale ministro dell'Interno, Umashankar Gupta, ha affermato che la colpa dell'accaduto è della donna, in quanto i turisti stranieri dovrebbero girare avvertendo le autorità del posto («La victime est responsable de ce qui lui est arrivé», Laszlo Molnar, Le Matin, 18 marzo 2013).

Naturalmente le autorità svizzere si sono dette oltraggiate, così come altre autorità del Madhya Pradesh si sarebbero dette pronte a costringere Gupta alle dimissioni. (Viol en Inde: «La Suisse est outrée», Le Matin, 19 marzo 2013) Ma chissà che ne pensa quest'ultimo degli ultimi fatti, sempre occorsi in India, dove una turista norvegese è stata molestata dall'ennesimo gruppo e dove una turista britannica si è gettata da una finestra, per sfuggire alle molestie del manager dell'hotel in cui dimorava? Forse quest'ultima avrete dovuto avere le guardie nella propria camera? (India: tenta stupro, manager hotel fermato, ANSA via Corriere della Sera, 19 marzo 2013)

domenica 17 marzo 2013

La formula magica contro la violenza

La formula magica contro la violenza: ancora qualcosa sul controllo delle armi negli USA


Proseguiamo il discorso riguardo la violenza negli USA, la libertà di tenere armi e la volontà politica di eliminare tale libertà [dopo gli interventi del 27 gennaio 2013 e del 3 febbraio 2013]. Iniziamo intanto con due annotazioni veloci. La prima riguarda il giovane Adam Lanza, autore della strage di bambini a Newtown, nel Connecticut, secondo cui la sua intenzione sarebbe stata di imitare altri assassini di massa, in particolare Anders B. Breivik. La locale polizia ha però negato che esista una tale possibilità, se non altro perché al momento non esistono elementi utili, oltre alla complicazione ovvia dell'impossibilità di avere risposte dall'autore stesso, essendo morto nella strage. L'impressione, perciò, mancando quegli elementi utili, è che Breivik venga utilizzato mediaticamente come boogey-man, in quanto terrorista identitario, perciò doppiamente colpevole agli occhi della gran parte dei mezzi di comunicazione, sostanzialmente appiattiti su posizioni progressiste e dirittumanitarie (Police: 'Mere speculation' that Adam Lanza was motivated by obsession with other mass killers, Pete Williams, NBC News, 19 febbraio 2013).

Tale uso storna dalle possibili cause reali, che andrebbero ancora indagate, come già abbiamo segnalato nelle precedenti occasioni, riguardo il possibile collegamento tra assassinii di massa e uso di antidepressivi. A riprova, come seconda annotazione, segnaliamo che un recente studio svedese, sulla presenza di antidepressivi nei fiumi, ha rilevato come i pesci, condizionati da tali sostanze, tendano a diventare più voraci, aggressivi e anti-sociali rispetto al normale (Antidepressivi nei fiumi, pesci introversi e voraci, ANSA, 15 febbraio 2013).

Nelle ultime settimane, invece, sono da rilevare alcune dichiarazioni fatte riguardo la questione della violenza sulle donne e, in parte in correlazione con essa, riguardo la libertà di detenere armi. Ad esempio, la senatrice democratica del Colorado Evie Hudak ha irriso Amanda Collins, sopravvissuta ad uno stupro, durante un dibattito pubblico sulla possibilità di tenere armi nei campus universitari. La Hudak ha liquidato tale possibilità come inutile, affermando che "attualmente, le statistiche sono contro le donne stuprate, anche se posseggono un'arma". Ma la Collins è proprio questo che contestava, affermando che un'arma è quel mezzo in più tra la possibile vittima e l'aggressore. Eppure, nei dibattiti sulle armi, come rileva il senatore repubblicano Ted Harvey, sembra che "pesi" di più la possibilità di tenere armi per auto-difesa che la violenza nelle strade in sé. Curiosa deriva!

Secondo i dati dell'FBI, negli USA ci sono quasi 580.000 casi di armi usate in maniera criminale, mentre i casi di armi usate per auto-difesa raggiungono i 2 milioni. Solo nell'8% di questi 2 milioni di casi l'aggressore subisce danni fisici di qualunque rilevanza, mentre, per la gran parte del resto degli episodi, basta la minaccia armata a far fuggire l'aggressore. Circa un caso su quattro di auto-difesa avviene lontano da casa. Il 10% dei casi riguarda donne aggredite sessualmente (Colorado Dem to Rape Survivor: A Gun Wouldn’t Have Helped You Against Rapist Because ‘Statistics Are Not on Your Side’, Jason Howerton, The Blaze, 5 marzo 2013).

Si considerino anche altri dati. Gli USA sono uno dei Paesi la cui popolazione ha, percentualmente, più armi possedute. Pur essendo una nazione con percentuali di violenza maggiori rispetto a molte altre nazioni occidentali ed europee, non raggiunge comunque i livelli di altre parti del pianeta. Ad esempio, se gli USA hanno una media di 5,22 omicidi ogni 100.000 abitanti e 3 per 100.000 considerando le armi da fuoco, l'Honduras ne ha 60,87, la Giamaica 59,5, il Sud Africa 36,54, lo Zimbabwe 34,29, ecc. La media mondiale è 9,63. Il tutto è molto diverso se consideriamo le grandi città statunitensi. Ad esempio, Milwaukee ha una media di 14,5. New Orleans ha ben 62,1 omicidi per armi da fuoco ogni 100.000 abitanti. Ecc. Le grandi città raggiungono o, addirittura, superano le nazioni del Terzo Mondo per quanto riguarda la violenza, compresa quella con armi da fuoco, nonostante siano loro quelle con i maggiori controlli sulle armi, rispetto al resto degli USA. Violenza che sembra riguardare, soprattutto, aggressori e vittime afro-americane e, soprattutto, uomini e donne con precedenti penali (Most murder victims in big cities have criminal record, Michael Thompson, WND, 4 marzo 2013). Il che farebbe pensare che la violenza è pane quotidiano per chi vive in ambiti dove l'illegalità è più diffusa (cosa abbastanza ovvia), così come, considerando i dati precedenti, la difesa armata è un buon deterrente. In altre parole, il possesso delle armi è un modo per evitare che la violenza dei quartieri malfamati delle grandi città possa esondare al di fuori di essi.

Ma non tutti sembrano d'accordo con questo, come già accennato. Non sembra esserlo, ad esempio, anche l'analista politica afro-americana Zerlina Maxwell, vicina al Partito Democratico, secondo cui il miglior modo che le donne hanno per difendersi da una violenza sessuale non è possedere una pistola, ma... "chiedere agli uomini di non violentarle"! (Democratic Strategist’s Shocking Claim: Women Don’t Need Guns for Self-Defense, Just Tell Men ‘Not to Rape Women’, Jason Howerton, The Blaze, 5 marzo 2013) A questo po' po' di analista qualcuno deve averle fatto credere che si tratti di una sorta di formula magica, capace di rendere mansueto qualunque lupo metropolitano.

Certo, c'è anche un aspetto culturale da valutare, per cui il rispetto tra uomini e donne non può (o non dovrebbe) basarsi su una pistola, ma è pur vero che se una nazione è tale solo formalmente e solo formalmente la legge e la giustizia hanno valore, il fatto culturale difficilmente può durare e la violenza tenderà a seguire logiche tutte sue (si pensi ai campi nomadi o ai quartieri della mala meridionale o ai quartieri pieni di islamici in Francia e in altre nazioni europee). Difficilmente, perciò, negli USA si potrà fare a meno delle armi.

Tanto più che la formuletta magica di Zerlina Maxwell è già utilizzata, ma ribaltata, ossia come scusante per gli stupratori. Ad esempio [foto sotto], nel caso dello stupro "multietnico" ai danni di una ragazza minorenne dell'Ohio, fatta ubriacare e poi violentata dall'afro-americano Ma'Lik Richmond e dal bianco Trent Mays, anch'essi minorenni, secondo l'avvocato difensore Walter Madison, afro-americano, lo stupro non sarebbe esistito perché la ragazza "non avrebbe detto in maniera chiara no". ('She didn't affirmatively say no': Silence means consent according to defense in Ohio high school rape trial where passed out, drunken teenage girl was 'sexually assaulted' by multiple football players, The Daily Mail, 12 marzo 2013) Ora, tralasciando alcuni dettagli di questo caso, per altri versi più complesso, specie riguardo le eventuali responsabilità dei testimoni del "festino", lascia perplessi che si possa pretendere, come fa l'avvocato, presenza di spirito alla vittima. E c'è anche un'ironia crudele se si pensa alle parole della Maxwell, perché, sia nel caso in questione, sia in molti altri casi, la violenza è un caso improvviso, dove la vittima non può instaurare un dialogo con l'aggressore. Tanto più se tra vittima e aggressore ci sono differenze culturali ed etno-culturali. Chi è contro il possesso di armi pretende dalle vittime, o possibili tali, dialogo, ossia comprensione culturale (perché di questo si tratta, anche se non si tratta di "giustificare") e, di conseguenza, fa da sponda agli assalitori.

Siamo sicuri che, negli USA, la cosa peggiore siano le stragi? Siamo sicuri che un qualche veleno non stia ammorbando la società statunitense in maniera ben più letale che qualche pallottola?
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lunedì 11 marzo 2013

Martiri europei: Aaron Dugmore

Martiri europei: Aaron Dugmore

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Circa un mese fa, il piccolo Aaron, nove anni, si è suicidato. Una cappa di ipocrita silenzio si è subito estesa su Birmingham, la città dove viveva. Il gesto, tragico sempre, ma ancora più eclatante data la giovanissima età del bambino, è diventato solo l'occasione (la solita) per ribadire come tutta la comunità cittadina si sarebbe stretta attorno al dolore della famiglia.

Ma il dolore della famiglia è stato espresso in maniera chiara, nonostante tutto. Aaron si è impiccato perché i più numerosi e incanagliti ragazzini allogeni della sua scuola (dove il 75% non sono autoctoni e per lo più indopachistani) lo facevano oggetto di bullismo e lo tormentavano, trattandolo, nella "sua" Birmingham, come uno straniero in Patria.

Ora, certo, la famiglia pur avendo detto la verità, ha sentito anche il dovere di giustificarsi per aver espresso quei timori: "non siamo mica razzisti!". No, non lo siete! I razzisti sono ancora lì, in quella scuola, tra quelle pelli scure, gloriose nell'ipocrisia multietnicista. I razzisti sono anche tra quei politici che si indignano perché, nei giorni scorsi, alcuni identitari bianchi hanno manifestato davanti la scuola, ricordando la morte di Aaron, favoleggiando di una comunità unita che, di fatto, non esiste.

Razzista (e auto-genocida) è chi permette e lascia e desidera e vuole che crescano le comunità allogene, indifferente agli autoctoni europei, per poi lamentarsi se si fanno notare le mille e più brutture della pseudo-società multietnicista. Aaron è morto a causa di chi permette questo. Aaron è stato ucciso non solo da piccoli visi marrone, ma anche da grandi visi bianchi indifferenti. Quelli per cui i diritti sono sempre riguardo gli stranieri o gli omosessuali, l'eutanasia o l'aborto. Mai dei piccoli del proprio popolo. Mai il proprio futuro. Mai il normale desiderio di vita.

Chi vuole la società multietnicista, chi vuole l'artificialità dei rapporti rispetto alla naturalità, chi spaccia diritti di morte come grandi conquiste sociali e umane, vuole solo la morte. La storia prossima futura saprà accontentarli...

  • Aaron, 9, ‘bullied to death for being white’ (Andrew Parker e Felix Allen, The Sun, 24 febbraio 2013):
THE devastated family of a nine-year-old boy who hanged himself say he took his life after racist taunts by Asian bullies. 
Aaron Dugmore — thought to be one of Britain’s youngest suicides after bullying — was found in his bedroom after months of jibes at school, they claim. 
His family say that Aaron was threatened with a plastic KNIFE by one Asian pupil — who warned him: “Next time it will be a real one.” 
But despite complaints to the school, where 75 per cent of pupils come from ethnic backgrounds, they claim nothing was done to stop the bullying.
Heartbroken mum Kelly-Marie Dugmore is convinced the taunts led to her son killing himself two weeks ago. She sobbed: “We are not racist people. Aaron got on with all the children at his last school, and for him to have been bullied because of the colour of his skin makes me feel sick to my stomach.”
Aaron joined Erdington Hall primary in Birmingham last September after the family moved nearby. But Kelly-Marie, 30, and stepdad Paul Jones, 43, noticed a change in him from his first day.
Paul said: “He became argumentative with his brothers and sisters, which wasn’t like him at all. Eventually he told us that he was being bullied by a group of Asian children at school and had to hide from them in the playground at lunchtime. He said one kid even said to him, ‘My dad says all the white people should be dead’.”
Kelly-Marie claimed: “He was even threatened with a plastic knife by one boy. When Aaron stuck up for himself he said it’d be a real one next time.
“I went to see head Martin Collin a few times, but he only said, ‘You didn’t have to come to this school, you chose to come here’.”
A spokesman for Erdington Hall, labelled unsatisfactory by Ofsted, said Aaron had “settled in quickly”. West Midlands Police are investigating the causes of Aaron’s death.

  • Neo-Nazis protest outside Birmingham primary school (Jonny Greatrex, Birmingham Mail, 10 marzo 2013):
A Neo-Nazi protest outside a Birmingham school has been condemned by an MP.

A group, calling themselves the ‘Infidels of Britain’ (IoB), gathered at the gates of Erdington Hall Primary School as children arrived for lessons on Monday morning.

Three weeks earlier nine-year-old pupil Aaron Dugmore was found hanging in his bedroom. His family claimed he took his life after racist taunts by Asian bullies at school.

Labour MP Jack Dromey said that the extremists were trying to exploit Aaron’s death and divide the community in Erdington.

And a friend of Aaron’s family stressed that the IoB protest had nothing to do with the youngster’s parents or relations.

Police have patrolled the school gates before and after lessons following the protest.

Mr Dromey said: “With an investigation underway, it is contemptible that neo-Nazis should seek to exploit the tragic death of a nine year-old boy, hoping to divide our community.

“But they will not succeed. Everyone in Erdington is united in sympathy for Aaron’s family and no-one wants boot boys to intimidate young children and their parents as they arrive for school.”

The family friend and fellow parent told the Sunday Mercury: “This protest was organised without the knowledge of Aaron’s family.

“There were three people standing outside the gates, and another man walking up and down the road handing out leaflets.

“It said on the leaflet: ‘Aaron, aged nine, was bullied to death for being white.”

The IoB demo came two days before Aaron’s funeral at St Barnabus Church in Erdington.

The youngster was discovered unconscious in his bedroom in his home in Erdington, on February 11 and died the following day.

An inquest into his death was opened and adjourned at Birmingham Coroner’s Court on February 21.

One of the protesters was kickboxer Darren Clifft, 24, a far right campaigner who calls himself the ‘Klansman’ of the ‘West Midlands Infidels’.

Clifft, from Walsall, West Midlands, previously posed in pictures giving a Nazi-style salute in support of Norwegian mass murderer Anders Behring Breivik and in others dressed in a Klu Klux Klan costume.

His Facebook page states he supports the British Union of Fascists and National Socialists.

Just hours after the protest – which police attended but made no arrests – Clifft appeared in a picture posted on Facebook with two young associates.

The pictures were uncovered by EDL News, a volunteer organisation which monitors the far right English Defence League.

The trio – who were also photographed together at a recent EDL march in Manchester – were holding a flag emblazoned with ‘White Pride Worldwide’ and giving flat-handed Nazi salutes.

Aaron started in Year 5 at Erdington Hall last September after his family moved to Erdington.

The school had previously said how the youngster had ‘settled in quickly’ and had begun to work well in his small class.

West Midlands Police and the Birmingham Safeguarding Children Board are investigating the death, but have refused to comment on the bullying allegations.

Aaron’s mum Kelly-Marie, 30, previously claimed that her son had been the victim of racist taunts before his death.

Speaking last weekend Kelly-Marie said of her son’s death: “We are not racist people.

“Aaron got on with all the children at his last school, and for him to have been bullied because of the colour of his skin makes me feel sick to my stomach.”

A spokesman for West Midlands Police confirmed they dealt with the protest.

“We were aware of a small protest which took place outside of Erdington Hall School on March 4,” said the spokesman.

“Officers attended and are continuing to liaise with the school.”

Head teacher Martyn Collin wrote to parents, some of whom had taken their children home over safety fears on Monday.

“I am writing to apologise to you for the difficult start we had to the school day today,” he wrote. “I know some parents were concerned about safety and took their children home.

“We have spoken to the police who will be attending the school at the beginning and end of each day this week to ensure that pupils arrive in a safe environment.

“The protestors are within their rights to attend and carry out a peaceful protest, and this will be monitored by the police.”

I marò rimangono in Italia?

I marò rimangono in Italia? Bene, ma...


La notizia è di queste ore: i due fucilieri di Marina Salvatore Girone e Massimiliano Latorre rimarranno in Italia, secondo quanto deciso dal Governo, in quanto l'India ha violato "gli obblighi di diritto internazionale [...], in particolare il principio dell'immunità dalla giurisdizione degli organi dello Stato straniero e le regole della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (Unclos) del 1982». L'India non si è espressa ufficialmente, ma ha mostrato contrarietà per la decisione italiana.

Per quanto ci riguarda, giudichiamo la decisione del Governo Monti uscente come un minimo gesto di dignità in chiusura di mandato. Per il futuro l'Italia farà comunque meglio a meno di questi "tecnici". Per il futuro ci auguriamo anche che i nostri soldati e gli italiani in genere vengano difesi un po' più energicamente, non perché non possano sbagliare, ma proprio per capire cosa sia accaduto, senza doversi subito bere le versioni altrui. Intanto, e comunque sia, ben tornati marò!