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domenica 21 aprile 2013

Ro-do-tà! Ro-do-tà! Ro-do-co-li!

Ro-do-tà! Ro-do-tà! Ro-do-co-li! Qualche appunto su Stefano Rodotà, i diritti e "l'uomo che verrà" (+ premessa su Giorgio Napolitano)


Alla fine è andata nel peggiore dei modi: la gran parte delle forze politiche, compreso il PDL, che lo criticava sino al giorno prima, hanno votato per una clamorosa rielezione, alla presidenza della Repubblica, di Giorgio Napolitano (Napolitano G. - Napolitano G. - Napolitano G. il ritornello nell'aula della Camera...). Un altrettanto clamoroso teatrino, in cui nemici dichiarati si sono accordati su quel nome in nome del non tentare altre strade. Gli antichi cinesi e la saggezza tradizionale di ogni luogo affermano che non bisogna rischiare la strada vecchia per la nuova. Vale anche rispetto ai mali, piccoli o grandi che siano? Possibile che non ci fosse altro e altri? Perché, data la crisi economica e come maniera per scuotere lo Stato e la società, non pensare a qualche grande imprenditore? Perché non pensare a Leonardo Del Vecchio di Luxottica o al designer Giorgietto Giugiaro, oppure qualcuno più giovane, come Mario Moretti Polegato di Geox o Marco Boglione di Kappa-KWay-Superga? Tanto per fare qualche nome e altri se ne potrebbero fare. Ma il punto è, perché non utilizzare l'attuale natura presidenziale repubblicana come forma di rappresentanza dell'Italia, specie nella sua natura creativa e imprenditoriale, piuttosto che i soliti circoli politico-professorali?

Nota: tre giorni fa, sarà un caso (ma, come sapete, da queste parti non crediamo al caso), la Corte di Cassazione ha confermato che le intercettazioni tra Napolitano e Nicola Mancino, riguardo la trattativa Stato-mafia, vanno distrutte e il tutto andrà fatto subito. (Trattativa, Cassazione: “Distruggere le intercettazioni Mancino-Napolitano”, Il Fatto Quotidiano, 18 aprile 2013)

Ma il peggiore dei modi riguarda anche chi non si è espresso pro-Napolitano, anzi contestando tale scelta con grande forza. Pensiamo a SEL di Nichi Vendola, oscillante, sul nome del candidato, tra accordi con il Partito Democratico e opposizioni dure con lo stesso, oppure al Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Per quest'ultimo, le poche migliaia di votanti (48.000 circa), alle loro cosiddette "quirinarie" (e dopo l'annullamento delle prime votazioni per supposti attacchi hacker), dovrebbero essere espressione popolare. Grillo più i comunisti rappresentano circa un quarto dei votanti in Italia, se stiamo alle politiche di febbraio. E' perciò abbastanza curioso che il loro candidato, Stefano Rodotà, possa essere l'espressione della volontà degli italiani.

Tanto più che, guarda caso (sempre il caso...), è altrettanto curioso che tutti i giornalisti appartenenti ai fogli di Carlo De Benedetti abbiano presentato Rodotà come il candidato più autorevole. Nelle interviste e nelle dichiarazioni di ieri, dei giornalisti di Repubblica o dell'Espresso, Rodotà era "la grande risorsa sprecata dal centro-sinistra", era il "presidente degli italiani", ecc.

Ed è un peccato che, con le e dalle "quirinarie" in poi, il Movimento 5 Stelle si sia sostanzialmente schiacciato su posizioni radical-chic (in parte già intuibili, ma comunque dopo più interessanti o curiose posizioni populiste precedenti). Si veda il volere, dopo le cacciate dei giornalisti, come prima scelta presidenziale, proprio una giornalista (per di più televisiva) come Milena Gabanelli (quella della necessità dell'eliminare il contante... Ecc.). (Abolire il contante, solo i grillini potevano votare la Gabanelli, Daniele Di Luciano, Lo Sai, 16 aprile 2013) (si veda anche L'elite del M5* sceglie Gabanelli, discussione sul forum di Comedonchisciotte, 16 aprile 2013) Oppure, il volere, dopo le filippiche contro la casta politica e i privilegi e le pensioni d'oro, proprio un politico di lunghissimo corso come Stefano Rodotà. Qualcuno dirà che quei nomi erano i meno peggio, ma di certo non erano reali alternative.

La convergenza mediatico-politica su Rodotà tra comunisti, grillini e debenedettiani (più un numero non quantificabile, al momento, di elettori del PD) ha riproposto l'orrido spettacolo del progressismo moralistico e presuntuoso, lasciando l'Italia nel mezzo del loro incudine e del martello dei pro-Napolitano. Considerando che non vi sono certezze per il futuro, dato che nulla garantisce che i vari gruppi e gruppuscoli rimangano in accordo anche prossimamente, la situazione è quanto mai instabile.

Ma torniamo a Rodotà. Lo sapete, politico nazionale ed europeo nell'arco di quattro decenni, professore universitario, non associabile, ci pare, a scandali di alcun genere, protagonista anche di iniziative come i "Beni Comuni" e campione del dirittumanismo (è anche tra gli estensori della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea). "Nuovi diritti", laicità dura e pura e minoranze sono tra i temi principali del suo lavoro intellettuale. Chi è genericamente progressista troverà, sempre genericamente, positiva la sua figura, e ciò spiega il perché di quella convergenza di cui parlavamo. Ma chi non è "genericamente progressista", o ha interessi e preoccupazioni differenti e non ideologiche, può trovare valida una figura pubblica con quella storia?

Rodotà, negli ultimi anni, è stato impegnato con la questione dei beni comuni, di cui, nei giorni scorsi, è stata presentata la Costituente. (Stefano Rodotà battezza la Costituente dei beni comuni, Roberto Ciccarelli, Il Manifesto, 14 aprile 2013) Iniziativa composita, riguardante numerose tematiche, alcune opinabili (specie quando si parla di diritti dei "migranti"), ma interessante per il resto, data la necessità di salvaguardare i beni pubblici, rispetto al rischio di continue privatizzazioni e al rischio che l'interesse privato possa prevalere su quello nazionale. Sembra che tale recente impegno sia anche la ragione dell'interesse dei grillini nei suoi confronti.

Ma Rodotà non è solo "beni comuni" o dibattiti sulla Costituzione italiana. E' anche "nuovi diritti", ossia costruzione artificiosa della società secondo linee ideologiche in continuo mutamento. Rodotà è anche l'idea che il diritto e la legge debbano gestire le innovazioni e l'artificialità, prevedendole e non impedendole, anche qualora sia il popolo stesso ad esprimersi contro (si veda la domanda sul referendum sulla fecondazione assistita, da cui Rodotà svicola: L'Italia è il laboratorio del totalitarismo moderno, intervista di Miguel Mora, El Paìs via traduzione su Megachip, 12 dicembre 2010 - 2 gennaio 2011). E' anche l'idea che il diritto debba essere una semplice mediazione "sobria", senza impedimenti di alcun genere, né riguardo la scienza, né riguardo le minoranze etniche o religiose o sessuali, né riguardo le scelte di vita o di morte, declinate in maniera individualistica.

In un articolo di un paio di anni fa, Rodotà scriveva:

[...] Si sta delineando un ordine sociale e giuridico delle macchine che rivendica una propria autonomia e che non solo può determinare conflitti con la tradizionale autonomia delle persone, ma produce una nuova antropologia? Se i problemi sono nuovi, e sconvolgenti, le soluzioni vanno cercate partendo da parole note, e irrinunciabili. La libertà delle scelte, l'eguaglianza tra le persone, il rispetto della dignità di ognuno. Sono queste le garanzie perché l' umano possa sopravvivere, quali che siano le tecniche che l'investono. (La morale tecnologica, libertà e diritti - Brevi istruzioni per l'uomo che verrà, Stefano Rodotà, La Repubblica, 21 settembre 2011)

E perché mai la nuova antropologia tecnologica dovrebbe piegarsi alla "dignità" individualistica e all'eguaglianza? Il mondo attuale, nato dalla distruzione o dal dissanguamento delle società tradizionali, non è meno ingiusto di quello di secoli fa. Anzi, ci sono dubbi che lo sia maggiormente. E, sicuramente, è più pericoloso, più inquietante. Qual'é la formula che dimostrerebbe che un atteggiamento egualitario riesca a rendere le macchine "umane"? Che riesca a non rendere macchine gli umani? Il mondo attuale non è più giusto del passato; è solo più capace di rendere protagonisti soggetti "differenti" (in senso lato), ma solo nel quadro di una eguale adesione ai valori dominanti. L'egualitarismo è questo: le identità umane che si piegano al dominio tecnocratico-globalista, tutte allo stesso modo. Tutte verso gli stessi risultati.

Se anche il processo della globalizzazione dovesse finire, senza una rinascita identitaria dei popoli e delle istanze etno-culturale più genuine, il dominio dell'artificialità non è detto cesserebbe. Non cessando, rimarrebbero in gioco molte delle dinamiche che conosciamo. L'artificialità, come sostituto sempre mutevole della vita sociale, rimarrebbe l'unico dominatore sul campo e l'unico comun denominatore riconosciuto. D'altronde, senza culture e identità etniche, non esiste l'umano. Anzi, l'umano e l'umanità sono menzogne e non può esistere alcuna umanità "quali che siano le tecniche che l'investono", se non esiste identità. Non eguaglianza, ma identità, in quanto l'identità è sempre quelle genti, discendenti da quegli avi, in quel luogo, aventi quelle abitudini. Solo tutto questo è la condizione necessaria per frenare e gestire la cosa-macchina, senza lasciarsi investire da essa. Le masse egualitarie e individualistiche non esistono, se non come potenziali singole cose, quindi parti (non necessarie) della cosa-macchina, ossia del dominio tecnocratico prima e definitivamente tecnologico e artificiale poi. Il piccolo moralismo individualistico di Rodotà, allora, non servirà a molto. Che cosa dovrebbe difendere? Una cosa-umano che è felice di essere cosa? Che è felice di essere mutabile e mutevole come pezzi di ricambio? Il suo egualitarismo non potrà nulla contro tutto ciò. Già ora nulla può.

Aggiornamento dell'intervento del 7 aprile 2013

Aggiornamento dell'intervento del 7 aprile 2013


Aggiornato l'articolo La balla di "Balotelli tra i 100 grandi del Time" (che balla non era. Purtroppo...)

domenica 14 aprile 2013

Altre (non bianche) opinioni su immigrazione e multiculturalismo

Altre (non bianche) opinioni su immigrazione e multiculturalismo: una lettera, dal passato, della vedova di Martin Luther King e alcune dichiarazioni dell'afro-americano Thomas Sowell e del premio Nobel Vidiadhar S. Naipaul


Nel corso della storia, così come nel panorama dell'attualità, le posizioni non sono sempre nette, indipendentemente dalle singole identità e appartenenze. Anche sull'immigrazione o sul multiculturalismo si possono trovare, nelle nazioni occidentali, tra i non-bianchi, idee e convincimenti che contrastano rispetto alla vulgata irrazionale immigrazionista. Un esempio, non il solo, è la lettera inviata da Coretta Scott King, vedova di Martin Luther King, nel 1991, per conto del Black Leadership Forum e assieme ad altre associazioni di difesa delle minoranze negli USA, e indirizzata al senatore repubblicano dello Utah, Orrin J. Hatch, allo scopo di convincerlo a non portare avanti l'abolizione delle sanzioni per coloro che dovessero assumere immigrati clandestini o irregolari.

Il timore, dei vari gruppi sottoscrittori la lettera, è che tale abolizione avrebbe nuociuto proprio alle minoranze, maggiormente presenti sul mercato del lavoro di basso profilo. Ma, ancora più importante, è l'accusa, da loro fatta, che l'uso della questione della discriminazione sarebbe una scusa per colpire i lavoratori. Ossia, coloro che, al tempo, gridavano alla "discriminazione!" contro coloro che si opponevano a sanatorie indiscriminate, lo facevano o finivano per farlo in favore delle lobbies desiderose di sempre nuovi lavoratori più facilmente ricattabili. Ossia, la discriminazione etnica come scusa per produrre discriminazione di classe, senza eliminare realmente quella etnica. (Lettera al senatore Orrin J. Hatch, via Center for immigration studies, 9 luglio 1991) [in PDF]

Non sarebbe, comunque, la prima volta che appartenenti alle comunità non-bianche affermino la necessità di frenare l'immigrazione o decisioni che la possano favorire in maniera sregolata. L'attivista, di origini messicane, Cesar E. Chavez, pur essendo stato tra coloro che hanno contribuito alla sanatoria del 1986, nel corso degli anni, col suo sindacato UFW, Union Farm Workers, ha anche operato per frenare l'immigrazione clandestina, tanto che, pur non essendo presente fisicamente lui stesso, nel 1973 si arrivò a scontri fisici tra esponenti dell'UFW ed immigrati messicani, nel tentativo di allontanare questi ultimi dagli USA. (Cesar Chavez, Wikipedia) Certo, l'UFW ha sempre affermato e afferma che si debba distinguere tra immigrati clandestini puri e semplici e clandestini "crumiri", per cui la loro opposizione era/è solo verso coloro che sommavano/sommano le due cose, essendo clandestinità e crumiraggio un pericolo per i lavoratori regolari, stranieri o no. Peccato che, senza controllo e freno dell'immigrazione, il loro discorso è claudicante. (Cesar Chavez and UFW: longtime champions of immigration reform, UFW)

Altri esempi, provengono anche dalla comunità afro-americana, come l'ex-schiavo Booker T. Washington, preoccupato, alla fine del XIX secolo, per l'arrivo di sempre nuovi stranieri in territorio USA (si veda, per una panoramica afro-americana, "Cast Down Your Bucket Where You Are" Black Americans on Immigration, Center for immigration studies). Col tempo, la sua posizione si è fatta meno preoccupata. Anche quella del citato Black Leadership Forum non è simile al 1991 della lettera e, in generale, le varie associazioni per le minoranze non sembrano più chiedere un freno, ma tendono più facilmente a pretendere sanatorie o quote assicurate per i propri gruppi di riferimento (la cosiddetta "discriminazione positiva", che altro non sarebbe se non anti-bianca), piuttosto che equilibrio ed equità reali. La diversità come maschera per interessi di altro genere, insomma [come già abbiamo detto in altre occasioni: ARCHIVIO 27/02/2009  e ARCHIVIO 03/04/2009].

E veniamo, quindi, anche alla questione del multiculturalismo (distinguendola dalla multietnicità, che solitamente non viene toccata dagli appartenenti alle etnie non-bianche). Un esempio recentissimo di polemica (segnalato, come quello successivo, su François Desouche), relativo ad esso, viene dall'economista afro-americano Thomas Sowell, della Stanford University. Secondo questi, infatti, il dogma multiculturale è assolutamente irrazionale e dannoso, perché pretende di porre culture diverse su piani paritari, all'interno della stessa Nazione, impedendo, al contempo, che si accettino standard, valori, diritti e doveri uguali per tutti. Giustificando il non adeguamento alla cultura della maggioranza, si riduce anche la possibilità di concorrere adeguatamente dal punto di vista lavorativo o formativo. In questa maniera le minoranze o rimangono indietro, rispetto al resto della società, oppure concorrono alla sua frammentazione in comunità separate (e le due cose possono benissimo essere correlate). Il multiculturalismo finisce per essere una società di caste, con un pizzico di ipocrisia in più, il cui unico risultato concreto è servire gli interessi di alcuni intellettuali o forze politiche, pronti a fomentare e poi sfruttare il risentimento nei confronti della maggioranza, per mostrarsi come paladini degli svantaggiati.

Di solito, quegli intellettuali e politici pro-immigrati e pro-minoranze, accusano coloro che sono contro l'immigrazione di massa o contro il multiculturalismo, di fomentare paure, ma lo stesso vale per loro stessi, in quanto fomentano (venendo all'Europa) i ridicoli spettri del "fascismo eterno" e dell'egoismo sociale-culturale-etnico, dimenticando che esistono limiti, equilibri e prospettive da valutare, partendo prima di tutto dai propri popoli e non da disordinati e pericolosi accumuli continui di nuovi arrivati. Perché l'immigrazione di massa è questo: accumulo forsennato e caotico, né più né meno di altre forme di accumulo, siano esse il consumismo, la produzione di massa, lo "sballo" o altro.

Un altro esempio viene dal premio Nobel per la Letteratura, Vidiadhar S. Naipaul, il quale, pur essendo indiano braminico di origini, ma nato a Trinidad e poi naturalizzato britannico, ha affermato che il multiculturalismo è un vero e proprio racket (in questo ripreso, come abbiamo visto da Sowell), possibile anche a causa del welfare state, che permette a famiglie di immigrati di continuare a far figli, solo per prendere qualche aiuto economico in più dallo Stato. Naipaul contesta anche la mancanza di volontà di integrazione degli stranieri. Scegliere una nazione in cui emigrare, volerne la protezione e i diritti, ma poi non essere disposti ad accettarla culturalmente, pretendendo di vivere come se non si fosse emigrati, è un assurdo.

Ma anche qui, c'è poco da fare senza una limitazione dell'immigrazione e della crescita numerica degli allogeni (bisognerebbe ricordarsi entrambi questi termini della discussione, specie il secondo, non abbastanza citato). Riconoscere i limiti è tutto, in ogni campo della vita o in ogni questione. Anche/specie in quello dell'accoglienza degli altri.

  • When Liberals Sided with U.S. Workers (Bill Chip, Center for immigration studies, marzo 2013):
Congress's frenzied reaction to President Obama's second-term push for "comprehensive immigration reform" (CIR) has revealed a split within the GOP, and within the conservative movement more generally. This split, which is not new, pits businesses that want to maximize access to low-cost foreign labor against "social conservatives" who are uncomfortable with the liberal project to transform American society through mass immigration. The split has been skillfully exploited by Democratic politicians and by mainstream media outlets that have been advancing the notion that CIR is inevitable. 
Not so long ago, this conservative split on immigration policy was matched by a split among liberals or "progressives" on balancing the needs of native-born and foreign-born workers. Indeed, from the earliest days of the Republic, and even before, American reformers who fought against child labor, union-busting, and racial discrimination were also supportive of immigration restrictions that would balance the desire of aliens to relocate to this country with the desire of American workers to earn wages that permitted formation of a family. This created a split on the left, analogous to the longstanding split on the right, between those who viewed immigration restriction as discrimination against foreigners and those who viewed open borders as discrimination against American workers, especially minority workers.
Booker T. Washington, America's pre-eminent civil rights leader in the late 19th century, was unconcerned about accusations of "nativism" when he pleaded with Southern business leaders to look for workers "among the eight millions of Negroes whose habits you know" rather than to "the incoming of those of foreign birth and strange tongue and habits" ( http://www.cis.org/BlackAmericansOnImmigration ). The country's most authentic Mexican-American leader, Cesar Chavez, was unashamed to have his United Farm Workers report undocumented workers to the Immigration and Naturalization Service, and he was joined in protests against the hiring of illegal immigrants by liberal icons such as Ralph Abernathy and Walter Mondale.
This split on the left with respect to immigration policy endured until almost the end of the 20th century. The Immigration Reform and Control Act of 1986, like today's CIR proposals, was packaged as a compromise between those who wanted better enforcement of the immigration laws and those who would not countenance better enforcement without a broad amnesty for the millions of illegal aliens who had exploited our lax enforcement. Shortly after the law was enacted, the amnesty proponents launched a campaign to repeal the employer sanctions on the grounds that they were causing discrimination against legal Hispanic workers. The campaign looked on the road to victory when Sen. Orrin Hatch (R-Utah) announced plans to introduce legislation abolishing employer sanctions, but it came to a screeching halt when a letter arrived on the senator's desk from Coretta Scott King, widow of slain civil rights leader Martin Luther King, Jr.
The letter, dated July 9, 1991, was written by Mrs. King on behalf of the Black Leadership Forum and was co-signed by eight other labor and civil rights leaders, including Jack Otero, president of the Labor Council for Latin American Advancement ( http://cis.org/sites/default/files/king-letter.pdf ). Mrs. King expressed concern that advocates of repeal were using discrimination as a guise "to introduce cheap labor into the U.S. workforce", and offered to report to the senator on "the devastating impact the repeal would have on the economic condition of un- and semi-skilled workers — a disproportionate number of whom are African American and Hispanic." In words that would ring true if written in 2013, she concluded: "With roughly seven million people unemployed, and double that number discouraged from seeking work, the removal of employer sanctions threatens to add additional U.S. workers to the rolls of the unemployed." Although IRCA's employer sanctions were never seriously enforced, thanks to Mrs. King's courageous letter, they were at least not repealed.
Much has changed since 1991. The conservative split on immigration policy is no longer balanced by a split among liberals. Today, liberals (including the AFL-CIO and the Congressional Black Caucus) side almost monolithically with business lobbyists who claim, paradoxically, that even as real wages have stagnated (and in many industries have declined) the United States suffers a severe shortage of both skilled and unskilled workers that can be relieved only by legalizing the illegal workforce, instituting new guestworker programs, and increasing what is already the highest level of legal immigration in U.S. history.
It is never good for the country when either the conservative tendency or the liberal tendency becomes so captive to an ideology that the most natural divisions of interest within their respective coalitions are silenced and suppressed. A social conservative facing the coming armageddon over CIR might well be moved to ask: "Where are the liberals when you need them?"

  • ‘Multiculturalism’ is a racket (Thomas Sowell, Triblive, 16 marzo 2013):
Among the many irrational ideas about racial and ethnic groups that have polarized societies over the centuries and around the world, few have been more irrational and counterproductive than the current dogmas of multiculturalism. 
Intellectuals who imagine that they are helping racial or ethnic groups that lag behind by redefining their lags out of existence with multicultural rhetoric are, in fact, leading them into a blind alley.
Multiculturalism is a tempting quick fix for groups that lag by simply pronouncing their cultures to be equal, or “equally valid,” in some vague and lofty sense. Cultural features are just different, not better or worse, according to this dogma.
Yet the borrowing of particular features from other cultures — such as Arabic numerals that replaced Roman numerals, even in Western cultures that derived from Rome — implies that some features are not simply different but better, including numbers. Some of the most advanced cultures in history have borrowed from other cultures, because no given collection of human beings has created the best answers to all the questions of life.
Nevertheless, since multiculturalists see all cultures as equal or “equally valid,” they see no justification for schools to insist that black children learn standard English, for example. Instead, each group is encouraged to cling to its own culture and to take pride in its own past glories, real or imaginary.
In other words, members of minority groups that lag educationally, economically or otherwise are to continue to behave in the future as they have in the past — and, if they do not get the same outcomes as others, it is society's fault. That is the bottom-line message of multiculturalism.
George Orwell once said that some ideas are so foolish that only an intellectual could believe them. Multiculturalism is one of those ideas. The intelligentsia burst into indignation or outrage at “gaps” or “disparities” in educational, economic or other outcomes and denounce any cultural explanation of these group differences as “blaming the victim.”
There is no question that some races or whole nations have been victimized by others, any more than there is any question that cancers can cause death. But that is very different from saying that deaths can automatically be blamed on cancer. You might think that intellectuals could make that distinction. But many do not.
Yet intellectuals see themselves as friends, allies and defenders of racial minorities, even as they paint them into a corner of cultural stagnation. This allows the intelligentsia to flatter themselves that they are on the side of the angels against the forces of evil that are conspiring to keep minorities down.
When they cannot come up with hard evidence in any particular case to support this theory today, that just proves to the intelligentsia how fiendishly clever and covert these pervasive efforts to hold down minorities are.
Why people with high levels of mental skills and rhetorical talents would tie themselves into knots with such reasoning is a mystery. Perhaps it is just that they cannot give up a social vision that is so flattering to themselves, despite how detrimental it may be to the people they claim to be helping.
Multiculturalism, like the caste system, paints people into the corner where they happened to have been born. But at least the caste system does not claim to benefit those at the bottom.
Multiculturalism not only serves the ego interests of intellectuals, it serves the political interests of elected officials, who have every incentive to promote a sense of victimhood, and even paranoia, among groups whose votes they want, in exchange for both material and psychic support.The multicultural vision of the world also serves the interests of those in the media, who thrive on moral melodramas. So do whole departments of ethnic “studies” in academia and a whole industry of “diversity” consultants, community organizers and miscellaneous other race hustlers.
The biggest losers in all this are those members of racial minorities who allow themselves to be led into the blind alley of resentment and rage, even when there are broad avenues of opportunity available. And we all lose when society is polarized.

  • Multiculturalism a `racket,' says Naipaul (Hasan Suroor, The Hindu, 6 settembre 2004):
V.S. Naipaul, the acerbic Nobel Laureate who famously denounced the British Prime Minister, Tony Blair, as a "cultural vandal," has made a blistering attack on Britain's multiculturalism calling it a "racket."

Sir Vidia, who himself came here as an immigrant from Trinidad but quickly became a pucca sahib — dubbed by bemused fellow-immigrants as "more British than the British" — dismisses the idea of multiculturalism as "absurd" and says that new settlers should do more to integrate with the host society. "What do they call it? Multi-culti... .It's all absurd you know. I think if a man picks himself up and comes to another country he must meet it halfway... He can't say `I want the country, I want the laws and the protection, but I want to live in my own way'. It's wrong. It's become a kind of racket, this multiculturalism. Jobs for the boys," he is quoted as saying in an interview to Tatler magazine to coincide with the publication of his new novel, Magic Seeds.

Sir Vidia's remarks chimed with those of the head of the Commission for Racial Equality, Trevor Phillips, who provoked a row recently when he called for multiculturalism to be "abandoned" saying that it had outlived its purpose. But critics said that such remarks were likely to play into the hands of the anti-immigrant lobby, particularly the xenophobic tabloid press.

`New monster'

Sir Vidia also attacked Britain's welfare state saying it was creating a "new monster". "Today's benefits society, with all the handouts for children, is creating a new monster. You see these children that have been littered only for the money that the benefits bring... It's time to see whether education should be free, even whether it should be compulsory," he said.

More controversially, he accused Saudi Arabia of financing terrorism. "All this comes from Saudi Arabian money. I don't know who we are kidding. Here is this war on terror and it is being subsidised by an ally," he said. In the past, Sir Vidia has caused controversies by attacking Islam which, he said, had had a "calamitous effect" on the world. [...]

lunedì 8 aprile 2013

La Boldrini e i poveri

La Boldrini e i poveri: una annotazione necessaria, dopo le morti di Civitanova Marche (+ la Fornero che ha perso un'occasione per star zitta...)

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Su Conflitti e Strategie fanno una considerazione interessante. Laura Boldrini, la dirittumanista col naso rifatto, che va a Civitanova Marche a piangere gente per cui lei mai ha lottato, pur essendo marchigiana, afferma che la dignità dovrebbe essere proporziale ai valori che si posseggono e non al denaro. Ora, tralasciamo la questione su cosa siano i "valori" e la "proporzionalità" (concetti meno trasparenti di quanto sembri). Il punto segnalato è che il messaggio, che filtra dal discorso della Boldrini, lascia presumere una pericolosa mutazione antropologica, per cui viene schiacciata la voglia di indipendenza e autentica libertà (in quanto imprenditoriale e non in quanto individuale/individualistica) dei cittadini. Esiste la crisi, esistono i poveri, esistono più o meno sbandierate misure di contenimento. I cittadini sono soggetti passivi, da aiutare nei limiti del possibile.

Il riferimento ai "valori" è, infatti, questo, ossia riferimento ad ipotetici aiuti della società o dello Stato. Non lo Stato come Nazione, in cui ci si possa identificare e che possa organizzare la vita sociale creando prospettive di benessere, non solo materiale, ma lo Stato come assistenza. Il messaggio, che, però, non è solo della Boldrini, ma di molti altri, è che lo Stato deve sostenere i cittadini in difficoltà. Tale punto, apparentemente condivisibile, lo è meno se riflettiamo sull'assenza di progettualità nazionale, così come del suo concretizzarsi nella società, lasciando spazio alle competenze e ai talenti degli italiani nell'imprenditoria, nella ricerca, nelle arti, ecc.

Ormai, troppi si rincorrono nel paternalismo e nell'assistenzialismo (tra l'altro freddi e all'acqua di rose. E non è un caso). L'italiano è un poveraccio (come ormai viene dipinto in ridicoli spettacoli televisivi tedeschi) e la povertà è il panorama quotidiano rappresentato o minacciato. Ma, capite vero?, che tale panorama funziona come cortina fumogena? Capite che è un velo mistificatore, per nascondere la verità?

Che il Movimento 5 Stelle o altri chiedano redditi di cittadinanza o misure simili può andar bene e può essere discusso, ma sarà solo un palliativo, se non viene accompagnato dalla descrizione brutale delle cause della crisi (principalmente l'adesione alla pseudo-Europa, l'UE, con conseguente perdita di sovranità, così come la finanziarizzazione delle economie occidentali), dalla messa sotto accusa di eventuali (probabili e non pochi) responsabili della crisi stessa (dai politici, che ne hanno provocato o accellerato le cause, ai giornalisti, che ne hanno sostenuto le menzogne, ai banchieri e altri personaggi del mondo economico-finanziario, che di tutto questo hanno goduto e in questo hanno mestato) e dalla demolizione dell'attuale assetto socio-economico-politico italiano (e, potendo, non solo).

Nella serata di oggi, una trasmissione televisiva come Porta a Porta (titolo della puntata "La crisi e la politica") ad un certo punto mostra una schermata con su scritto "La vergogna di essere poveri". Povertà, assistenzialismo, richieste d'aiuto, carità, Caritas, ecc., ecc., sono queste le parole della quotidianità italiana? E' questo quello che vivete/volete vivere/lasciate vivere?

O, piuttosto, non bisognerebbe riconoscersi come defraudati di un diritto, riassumibile con l'espressione "sovranità nazionale"? Il diritto cioè di far crescere i frutti della propria terra e di goderne, nel solco di quanto seminato dai nostri padri e madri. Perché lasciarsi dipingere come "poveri" (per finire magari nei ripugnanti confronti delle "guerre tra poveri" [19 gennaio 2012]), e non come italiani, da parassiti che per l'Italia poco hanno fatto e faranno?

P.S.

Riguardo il suicidio di Romeo Dionisi, di sua moglie Annamaria Sopranzi e del fratello di questa, Giuseppe Sopranzi, il ministro del Welfare, Elsa Fornero, ha affermato di essere dispiaciuta per le nuove morti causate dalla crisi e dalle situazioni di disagio derivatene, ma ha ricordato che il Governo Monti sarebbe riuscito a salvaguardare 140.000 esodati. Peccato che Romeo Dionisi fosse un esodato.

  • Le brioches di Mariantonietta (Giuseppe Germinario, Conflitti e Strategie, 7 aprile 2013):
Sono esterrefatto. Ho ascoltato più volte l’intervento di Laura Boldrini, Presidente della Camera, ai funerali dei tre suicidi a Civitanova Marche. Ascoltatelo anche voi e soprattutto interpretatelo (http://www.youtube.com/watch?v=hUqAUwufmqY&NR=1&feature=endscreenhttp://www.youtube.com/watch?v=CMmk6YJwT_E).

Sono stato funzionario sindacale per diversi anni negli anni ’70 nel settore meccanico ed edilizio. Il nocciolo duro del sindacato di allora era costituito dagli operai professionalizzati e dai tecnici i quali fondavano sulla considerazione del lavoro, sulla consapevolezza professionale la legittimità delle battaglie sindacali, anche le più dure e l’orgoglio della rivendicazione di diritti e condizioni di vita e lavoro decenti. Tralascio il resoconto della mia vicenda professionale una volta tornato al lavoro dipendente; vi presterò attenzione una volta giunto alla pensione non per narcisismo, ma per divertimento e per stigmatizzare il rapporto che esiste in tante grandi aziende, spesso e volentieri inversamente proporzionale, tra appartenenza a combriccole e competenza professionale. Il segno, anche se degenerato, che comunque il potere, il conflitto di potere prevale sul cosiddetto merito specie quando si sceglie di sopravvivere negli interstizi del mondo.

Dalla mia attuale postazione di lavoro osservo con sempre maggior frequenza lo stesso atteggiamento e pudore, così come rivelato, dei tre suicidi di Civitanova, anche se smentito da alcuni loro concittadini: il rifiuto della richiesta di assistenza, vissuta come una umiliazione insopportabile, da parte di chi ritiene di essersi guadagnato il diritto a un reddito e a una pensione decente con il proprio lavoro di una vita. Noto altresì la gran “generosità” con la quale vengono elargiti oboli, assistenzialismo e prebende a persone in transito occasionale in questo nostro paese; non ne faccio colpa ai singoli opportunisti di turno. Sono la conseguenza di un welfare ormai del tutto avulso dalla capacità di un paese di produrre ricchezza e attività e di riconoscere il contributo dei propri cittadini alla prosperità e all’indipendenza della comunità nazionale; sono il riverbero dell’umanitarismo e del dirittocittadinario pelosi dell’Unione Europea così lesta a riconoscere uguali diritti di cittadinanza sociale all’universo mondo, così subdola nel delegare però ai singoli stati nazionali, all’interno dei propri confini e con poche possibilità di verifiche efficaci, sempre che ne abbiano l’intenzione, l’erogazione e il controllo delle elargizioni.

Un discorso che riprenderò con dovizia di argomenti quanto prima e senza alcuna venatura di razzismo.

Ad una rivendicazione estrema e disperata di dignità negata, la nostra Maria Antonietta offre simbolicamente la propria brioche: “la misura della dignità di una persona va associata ai valori di cui è portatrice, non alla ricchezza materiale di cui dispone” è la sintesi del suo predicozzo.

Annamaria, Romeo e Giuseppe avranno finalmente compreso, da lassù, di essere vittime delle apparenze della società consumistica e del proprio inganno; si saranno già pentiti della loro scelta irreversibile.

La nostra benefattrice non fa che riproporre al proprio piccolo paese, all’Italietta bisognosa e questuante, il proprio ruolo planetario di assistente e prefica di profughi, spesso al seguito diretto degli artefici del degrado e della distruzione che li producono.

Gli espropriati, i depredati, gli annullati diventano “poveri”; gli interventi auspicati diventano pura e semplice assistenza. Nessuna parola su un patrimonio professionale, imprenditoriale, di competenze costruito in decenni che si sta vaporizzando in pochi mesi; un paese con sempre meno identità, coerenza e amor proprio e uno stato spappolato che si vorrebbe ridotto a una ONG o ad una succursale dell’UNICEF e dell’ONU dei quali si sente, evidentemente, ancora dipendente a pieno titolo.

Una mutazione antropologica mostruosa che rispecchia fedelmente l’evoluzione della sedicente sinistra superstite degli ultimi decenni.

Questi signori e, nella fattispecie, la Signora vivono ormai in una sfera di cristallo; non si accorge nemmeno, quest’ultima, degli insulti compassionevoli che dispensa sin dal suo insediamento alle vittime compassionate; rischia di irretire prematuramente oltre ogni misura i “poveri” e fustigati che ancora plebe non sono.

A fine ‘700, in Francia, non riuscirono a tacitare la sua antenata e sopraggiunsero sei anni terribili.

È probabile che l’attuale rediviva sarà messa a tacere dai suoi stessi mentori prima che contribuisca a determinare con entusiasmo plasticoso definitivamente l’irreparabile.

Ma la Storia, come la gatta frettolosa, fa spesso i figli ciechi, specie quelli più supponenti.

domenica 7 aprile 2013

La balla di "Balotelli tra i 100 grandi del Time"

La balla di "Balotelli tra i 100 grandi del Time": complimenti all'informazione italiana

  • Articolo aggiornato in data 21 aprile 2013 (si veda più avanti)

Dando un'occhiata ai vari articoli elogiativi nei confronti del calciatore del Milan di origini africane, Mario Balotelli, riguardanti il supposto inserimento di questi tra i 100 personaggi candidati dell'anno 2013, per la rivista statunitense Time, un commento ci colpisce. Tale Grigio47 afferma che il nome di Balotelli non c'è e che la notizia, riportata da tutti i maggiori quotidiani e siti d'informazione, è una menzogna. (Milan, Balotelli tra i 100 grandi secondo 'Time' Prandelli: "Ora avrà più responsabilità", La Repubblica, 4 aprile 2013)

Controllando sul sito del Time, effettivamente, il suo nome non compare. (The 2013 TIME 100 Poll, The Time, 28 marzo 2013) Se è pur vero che in passato ha goduto di una intervista e di una copertina sulla stessa rivista, d'altronde, perché dovrebbe comparire nella ben più importante lista? Buon giocatore, ma nulla più, eterno secondo o peggio, mai capace di una magia che valga di per sé e non per il piedistallo (ideologico) in cui l'hanno posto, e dagli atteggiamenti moralmente e civicamente opinabili. E' curioso, ad esempio, come in Italia si denunci il maschilismo e lo si identifichi con la figura di un Berlusconi, mentre il mettere incinta una donna e, poi, tenere a distanza la figlia nata non scandalizzi troppo (ormai, lo sappiamo: contano alcune minoranze, non i bambini, evidentemente neanche se meticci come la figlia di Balotelli). Altro esempio, di questi giorni, il calciatore si è fatto trovare in treno fumando una sigaretta. Neanche sono atteggiamenti da "dannato", alla George Best o alla Maradona, solo da strafottente viziato.

Appunto, perché mai sarebbe dovuto essere in una classifica (comunque molto opinabile) di personaggi capaci di influenzare il prossimo? Ed infatti non c'è. La domanda è: come nasce questa falsa notizia? Il perché, invece, già lo possiamo intuire.

Aggiornamento in data 21 aprile 2013: e a quanto pare dobbiamo scusarci, ma la "balla" non era tale. (The 2013 TIME 100, The Time, 18 aprile 2013) Balotelli non era presente tra i nomi in votazione sul Time, ma era tra quelli proposti dalle firme della rivista (nel gruppo "Icons"), appunto senza votazione, quindi, evidentemente, già comunicati ai mezzi di comunicazione, pur senza essere ancora visibili sul sito settimane fa (quindi non visibili a noi lettori). Certo, a questo punto la domanda diventa: perché mai mettere tra i nomi influenti un mediocre? Il perché, anche in questo caso, lo possiamo ben intuire.

venerdì 5 aprile 2013

Provincia di Trento e spese per associazioni di volontariato

Provincia di Trento e spese per associazioni di volontariato: contributi nel 2012 e solidarietà internazionale 2013


La provincia trentina ha speso, nel corso del 2012, tre milioni di euro in favore di progetti riguardanti gli immigrati. Inoltre, per il 2013, si prevedono oltre 500.000 euro per tre progetti di solidarietà internazionale. In entrambi i casi, parliamo di soldi destinati ad associazioni, le quali... ecc., ecc.

  • Immigrati, la Provincia  ha investito 3 milioni (L'Adige, 3 aprile 2013):
Ammontano a più di 3 milioni i contributi erogati nel 2012 dalla Provincia alle associazioni di volontariato attive nel settore della solidarietà verso gli stranieri. 
L'assessore alla salute Ugo Rossi ha fornito i dati rispondendo a un'interrogazione presentata dal consigliere provinciale del Pdl Giorgio Leonardi , che chiedeva un rendiconto dei contributi erogati da piazza Dante negli ultimi 5 anni e le motivazioni che stavano dietro a ogni intervento.
Le ragioni dei finanziamenti, ha scritto Rossi, sono riconducibili alla rimozione degli stati di emarginazione degli immigrati, ad attività di promozione sociale e tutela degli associati, a progetti innovativi, all'acquisto di attrezzature e arredi e ad interventi su strutture socio-assistenziali.
Nell'allegato alla risposta, con il dettaglio dei contributi, spiccano i 2,2 milioni versati alla cooperativa sociale «Kaleidoscopio» di Povo per i lavori di ristrutturazione e ampliamento del centro per servizi di accoglienza temporanea, di sollievo o tregua. Questo contributo è stato concesso tramite i Patti territoriali. Sempre alla stessa cooperativa sono andati anche più di 65 mila euro per l'acquisto di attrezzature, apparecchiature e arredi e 34.784 euro per attivare alcuni progetti innovativi. Nel prospetto risaltano, inoltre, i 367.650 euro per l'associazione Atas, destinati alla gestione degli alloggi in autonomia e 122.550 euro alla Fondazione Comunità Solidale per mantenere le unità di strada. In via San Giovanni Bosco sono finiti anche 31 mila euro per l'acquisto di apparecchiature e arredi, mentre per la stessa ragione la Provincia ha destinato quasi 22 mila euro a «Villa S.Ignazio». Infine, la Comunità islamica del Trentino, nel 2012 ha ricevuto 24.640 euro per le sue attività.


  • Solidarietà internazionale 2013, contributo di 519.433 euro (L'Adige, 25 marzo 2013):
Sono stati approvati dalla giunta provinciale i progetti relativi alle iniziative di solidarietà internazionale 2013. Si tratta di tre progetti che avranno un contributo complessivo di 519.433 euro. In particolare 400 mila euro andranno in Mozambico (al CAM-Consorzio Associazioni con il Mozambico Onlus), mentre 120 mila euro circa, equamente divisi, andranno in Brasile (Associazione Sagrada Familia) e Bolivia (Associazione Amici dell'Africa Onlus).

"Le iniziative di solidarietà internazionale - spiega la giunta provinciale - sono particolarmente rilevanti per la gravità delle situazioni e l’importanza dei bisogni che affrontano; attribuiscono un’attenzione particolare a programmi e progetti di educazione e formazione delle competenze locali che siano finalizzati a sostenere, valorizzare e rafforzare le competenze e risorse locali in un ottica di autosviluppo sostenibile. Esse rispondono ad un diretto interesse istituzionale".

Le iniziative si inseriscono nell’ambito degli 8 "Obiettivi di Sviluppo del Millennio" delle Nazioni Unite, delle “Linee guida e indirizzi di programmazione” stabiliti dalla cooperazione italiana e dei criteri internazionalmente adottati in materia di efficacia degli aiuti (Peer Review OCSE 2009), e rispettando quanto previsto dall’accordo tra Stato e Regioni del 18 dicembre 2008.

giovedì 4 aprile 2013

Segnalazione articolo: venti argomentazioni contro l'Euro

Segnalazione articolo: venti argomentazioni contro l'Euro


Segnaliamo sinteticamente l'articolo Fact Checking alle argomentazioni PRO-EURO: smontate una per una (GPG Imperatrice, Rischio Calcolato, 1 aprile 2013), in cui, come da titolo, si passano in rassegna diverse ragioni fornite da molta stampa e politici per rimanere nell'Unione Europea, da un punto di vista economico-finanziario, e altrettante controargomentazioni.

mercoledì 3 aprile 2013

Gli zingari milionari e il Tar del Lazio

Gli zingari milionari e il Tar del Lazio: tanto potè cosa? L'ideologia dirittumanista? Il denaro? Cosa?

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Premessa fondamentale e che non dovrebbe valere solo in questo caso: quando si parla di poteri pubblici, compreso quello giudiziario, sia in sede penale che civile, i nomi dovrebbero essere sempre presenti. Ma se notate, spessissimo, le sentenze, sui mezzi d'informazione, non vengono accompagnate dai nomi dei giudici o altre autorità responsabili delle stesse. Il potere giudiziario, ossia il terzo Potere dello Stato, spesso è presentato come anonimo. Come tale, rischia di non avere "responsabili". E, considerando che non esiste ancora una responsabilità vera e propria della magistratura, ciò rende o rischia di rendere tale Potere l'unico in quanto tale in Italia, così come di renderlo avulso alla popolazione nazionale (come di fatto spesso viene sentito ed è).

Veniamo alla questione: il Tar del Lazio (nella persona di chi? Non abbiamo trovato il nome) ha accolto la domanda di due zingari di non abbandonare un campo nomadi attrezzato (perciò, pagato con soldi pubblici), nonostante sia stato scoperto che i due siano titolari di conti correnti e possessori di grosse somme di denaro che, di fatto, li renderebbero estranei ai servizi del campo nomadi stesso, essendo questo diretto solo ai "bisognosi".

Tralasciando la questione sulla necessità reale o immaginaria di questi campi, così come la questione sull'emegenza zingari a Roma, ma perché un giudice anonimo (non si penserà che tutti abbiano il tempo di correre nelle sedi opportune per controllarne il nome?!) decide che chi possiede (e in che maniera?) denaro sufficiente per pagarsi da solo vitto e alloggio e sfizi vari, dovrebbe vivere alle spalle della comunità? Qual è la motivazione?

Nell'attesa di sapere il chi e il perché, il come si chiama invece Nicolò Paoletti [foto sopra], noto avvocato romano, a quanto pare sempre pronto a difendere le comunità zingaresche. Con soldi di queste, a titolo gratuito o con soldi pubblici?

  • Nomadi con conti milionari vincono il ricorso - Tar blocca l'allontanamento dal campo rom (La Repubblica, ed. di Roma, 2 aprile 2013):
Il Tar del Lazio ha sospeso la decisione di Roma Capitale di allontanare una coppia di nomadi, nullatenenti per il fisco ma in realtà milionari, che abitavano in un campo attrezzato del Comune di Roma. I due, marito e moglie, nei giorni scorsi sono finiti nel mirino dei vigili urbani e si sono rivolti al Tar che ha sospeso la decisione di Roma Capitale e quindi non dovranno abbandonare i loro alloggi nei campi attrezzati.

E' stata così accolta la richiesta di sospensiva del decreto di allontanamento, emesso da Roma Capitale, presentata dai due rom residenti nel campo nomadi di via di Salone interessati dallo scandalo dei conti correnti milionari. Il Tribunale ha obbligato Roma Capitale a prolungare l'accoglienza almeno fino al 24 aprile, quando si esprimerà l'organo collegiale. A renderlo noto sono stati il sindaco e il vicesindaco di Roma Capitale, Gianni Alemanno e Sveva Belviso, in una conferenza stampa convocata ad hoc in Campidoglio. La sospensiva 'salva' solo le due persone che hanno presentato il ricorso. In totale sono 50 i nomadi interessati da decreti di allontanamento in seguito alla vicenda.

"Per noi è una condizione inaccettabile perchè queste persone non hanno il diritto di stare in quel campo dato che hanno più di 100 mila euro sul conto corrente", ha spiegato Belviso. Il sindaco Alemanno ha aggiunto: "E' un provvedimento molto negativo perchè difende i diritti di due persone che hanno commesso evidenti illegalità: non si può infatti avere conti correnti postali
di decine di migliaia di euro e contemporaneamente vivere in un campo nomadi dove dovrebbe risiedere soltanto soggetti fragili. Questo non è un danno - ha sottolineato il sindaco - solamente a Roma Capitale ma anche agli altri rom che avrebbero il diritto di stare nei campi. Credo quindi - ha proseguito il sindaco - che sia necessario continuare lo sgombero di tutte le persone che stanno nei campi rom con dei redditi molto consistenti, spesso ingiustificati, e che girano con automobili di grossa cilindrata".

Radu e Vergina Georgescu avevano depositato più di 100mila euro in due conti correnti a loro intestati: sul conto dell'uomo sono stati trovati quasi 64mila euro mentre su quello della moglie più di 38mila. ''Ormai non ci stupiamo più di nulla - ha detto il vicesindaco di Roma Sveva Belviso - Avevamo proceduto nei loro confronti con un decreto di allontamento dal campo in data 25 marzo perché non ritenute più 'persone fragili'. Ora ci viene notificato dal Tar un decreto di sospensione dell'atto. Per noi è inaccettabile, ci siamo mossi con estrema responsabilità e non possiamo accogliere nei campi persone con conti correnti milionari". Tra le cause, elencate dalla Belviso, che hanno motivato la sospensione dell'allontanamento: violazione del principio del giusto procedimento per omessa comunicazione dell'avvio del procedimento, mancanza di un adeguata istruttoria del provvedimento (che secondo l'avvocato della coppia sarebbe ''carente da punto di vista motivazionale'') e il fatto che avere soldi sul conto corrente non è ''fattispecie sufficiente per l'amministrazione ad esprimere un decreto di allontamento''.

Il decreto di allontanamento, hanno specificato Alemanno e Belviso, interessa 50 nomadi e la sospensiva del Tar sarà valida soltanto per i due soggetti che hanno presentato il ricorso. "Per gli altri - ha concluso Alemanno - i vigili hanno già notificato il decreto di allontanamento. Ora occorrerà verificare la sua attuazione. La vicenda nomadi da quattro anni a questa parte è stata contrassegnata da interventi di tribunali di vario ordine e grado che hanno difatti ritardato e creato problemi alla realizzazione del piano nomadi. Questa di oggi è l'ultima vicenda - ha aggiunto il primo cittadino - Mi ricordo dell'intervento fatto sul campo nomadi La Barbuta ( http://roma.repubblica.it/cronaca/2012/08/10/news/la_barbuta_no_al_trasferimento_dei_rom_il_tribunale_civile_ferma_il_campidoglio-40728740/ ), quello di un giudice che aveva messo in discussione completamente la qualità giuridica del piano nomadi stesso e infine la cancellazione dal Consiglio di Stato della qualifica di commissario straordinario per l'emergenza dei campi nomadi" ( http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/11/22/piano-nomadi-non-era-emergenza.html ).

La sospensiva, ha sottolineato Alemanno, "vuol dire che non saremo in grado di ripristinare la legalità, nonostante ci sia gente che si muove su macchine di grossa cilindrata, in mezzo a traffici abbastanza oscuri e che non riesce a giustificare quei flussi di denaro, incidendo sui diritti degli altri abitanti dei campi". L'amministrazione, ha continuato il primo cittadino, "andrà avanti per la sua strada, ma chiediamo un atto di responsabilità a chi ha il potere decisionale. Solidarietà e legalità devono andare di pari passo, altrimenti sprechiamo risorse per assistere persone che non hanno alcuna fragilità". Il merito al legale che ha curato il ricorso, l'avvocato Nicolò Paoletti, Alemanno ha aggiunto che "è singolare che sia sempre lui, ormai è diventato una sorta di difensore civico della comunità nomade. Questo è comprensibile quando si interviene per il rispetto dei diritti, ma non quando si difendono illeciti che creano un danno a tutta la comunita'".

"In una situazione come quella che stiamo vivendo - ha concluso anche Belviso - in cui abbiamo una grave carenza di risorse, questa vicenda diventa veramente inaccettabile perchè ci sono altre persone che sono realmente in difficoltà, che non hanno un tetto e che lottano per la sopravvivenza. Le indagini della magistratura proseguono per dimostrare la liceità o meno dei flussi denaro, ma Roma Capitale non può permettersi di dare accoglienza e assistenza a persone con 100 o 200 mila euro in banca. Ci difenderemo con la nostra Avvocatura - ha aggiunto Belviso - chiedendo al Tribunale di assumersi le sue responsabilità visto che per strada ci sono persone che veramente soffrono la fame e non possono permettersi una casa". Le motivazioni del ricorso presentato dai due, entrambi residenti nel campo di via di Salone, ha informato Belviso, "sono una violazione nella notifica di avvio del procedimento, che però compete alla Procura, e poi, secondo l'avvocato, che il provvedimento sia stato emesso senza la necessaria istruttoria. In sostanza, quei soldi non costituiscono una fattispecie sufficiente per giustificare il decreto di allontanamento". Roma Capitale, ha spiegato il vicesindaco ricostruendo la vicenda, "è venuta a sapere con atti ufficiali della Procura del fatto che alcune persone residenti nei campi nomadi del Comune detenessero conti correnti milionari alle Poste. L'amministrazione ha proceduto in data 25 marzo all'emissione dei provvedimenti di allontanamento dai campi in quanto persone non fragili e quindi non bisognose di accoglienza". Questa mattina, poi, "è stato notificato via fax a Roma Capitale il decreto di sospensiva dell'atto emesso dal Tar, richiesto da parte di due di queste persone con più 100 mila euro, e accolto venerdì stesso dal Tribunale, che chiede anche a Roma Capitale di estendere l'accoglienza a queste due persone fino al 24 aprile, quando non si esprimerà il giudice monocratico ma l'organo collegiale".

Il decreto di allontanamento, hanno specificato dallo staff del sindaco, è scattato in seguito a 3.500 controlli dai quali è emerso che 88 nomadi residenti nei campi a loro destinati avevano, complessivamente, 10 milioni di euro sul conto corrente. Il decreto interessa 50 di questi 88 soggetti i quali hanno ciascuno oltre 25 mila euro sul proprio conto.

martedì 2 aprile 2013

Affidamenti di minori e culture alloctone

Affidamenti di minori e culture alloctone: il caso del piccolo Yunus (+ nota finale avvelenata)


Yunus, minorenne di origini turche, è stato affidato ad una coppia lesbica olandese, dopo aver subito percosse nella famiglia d'origine. La madre del bambino, scavalcando le autorità del Paese europeo, ha deciso di appellarsi alle autorità del proprio Paese d'origine, appunto la Turchia, tanto che è intervenuto il Presidente Recep Tayyip Erdogan, pretendendo che il caso venga discusso tra i due Paesi, allo scopo di ridare il bambino alla famiglia di origine.

Il primo ministro olandese Mark Rutte ha affermato che l'affido fatto era ottimale, data la situazione locale e dato che (badate bene) in Olanda le famiglie affidatarie maomettane non sono abbastanza (perciò ci si deve accontentare di ciò che c'è, cristiani od omosessuali)...

Qual è il punto quindi? La scarsezza di famiglie seguaci del Corano? E' questa la società multiculturale? Ora, intendiamoci, una coppia omosessuale non è minimamente una soluzione ideale in simili casi. Non lo pensiamo e non intendiamo, infatti, dirlo. La famiglia, come luogo di crescita per un bambino, lo è se esistono i due poli uomo/donna. Ma, il punto ora non è quello, quanto semmai quel che lascia filtrare l'affermazione di Rutte, ossia che l'affido potrebbe (dovrebbe?) seguire linee di demarcazione etno-culturale. Prospettiva interessante nella cosiddetta società multietnica...

NOTA FINALE (molto a latere e dedicata a... chi difende l'indifendibile esistente): oggi, la corte d'appello di Leeuwarden ha ribaltato una decisione precedente, in cui si vietava ad un gruppo lobbistico pedofilo di continuare le proprie attività. La corte ha motivato il proprio via libera, a detto gruppo, affermando che la società civile è sufficientemente capace di riconoscerne gli aspetti negativi.

L'Olanda, per altro verso, è una delle nazioni europee che proibiscono, pena il carcere, il revisionismo storico, considerato come "crimine d'odio".

Ora, unite i puntini.

  • 'Turkey to take Yunus case to court': Dutch media quote Turkish paper (DutchNews, 28 marzo 2013):
A Turkish newspaper is reporting that the Turkish government is to take the case of a nine-year-old Turkish-Dutch boy to the European Court of Human Rights in an effort to have him returned to his family. The boy, known as Yunus, has been looked after by a lesbian couple since he was a baby after social workers said he was at risk with his biological mother. Dutch media quote Turkish paper Sabah as saying that prime minister Recep Tayyip Erdogan plans to take the case to the court.  The boy’s mother asked Erdogan to intervene. Her other two sons live with her, but the Dutch courts have ruled Yunus should stay in foster care.

Divisions

The issue caused a public division between Erdogan and Dutch prime minister Mark Rutte during a state visit last week.
ANP said Turkey asked for the issue to be discussed at ministerial level, but Rutte has turned down the request. ‘I did not agree this should be discussed by ministers,’ Rutte told reporters.
‘We consider the best possible care for the child to be paramount… and as long as there are not enough Islamic foster parents, we will do what is in the child’s best interests,’ the prime minister said.
The case has led to some disquiet in Turkey about the fostering of Turkish children by gay couples and Christians.

  • Appeal court reverses ban on pro-paedophile lobby group (DutchNews, 2 aprile 2013):
A Dutch foundation which campaigns for legalised sex between children and adults cannot be banned because it’s existence does not threaten to cause social disruption, the appeal court in Leeuwarden ruled on Tuesday.
Last year, a civil court in Assen banned the paedophile lobby group Stichting Martijn with immediate effect, saying what the foundation does and says about the sexual contact between adults and children contravenes the accepted norms and values in Dutch society.
The appeal court said that texts and photos on the foundation’s website does not break the law, the appeal court said. And while some members have been found guilty of sex crimes, this cannot be connected to their work for the foundation, the panel of judges said.

Dangers

The foundation’s work is a ‘serious contravention’ of certain principles in the Dutch criminal system. The foundation also ‘plays down the dangers of sexual contact with young children’, the court said.
At the same time, society is resilient enough to withstand such ‘undesirable statements and abhorrent behaviour’, the court ruled.
The club was disbanded after last year’s lower court ruling. However, former chairman Martijn Uittenbogaard said the 60 former members would now meet to decide what to do next.

Appeal

The public prosecution department is studying the ruling in detail to see if there are sufficient grounds for an appeal. A spokeswoman said Tuesday’s verdict is ‘disappointing’.
Christian political parties said they are considering revising earlier draft legislation to have paedophile clubs like Martijn banned.
Martijn was founded in 1982. It hit the headlines in 2007 after publishing pictures of crown prince Willem-Alexander's children on its website. It was ordered to remove them on a court order. Founder and former chairman Ad van de Berg is the most recent of its members to be jailed for child pornography offences.

Il mescolazionista Mélenchon

Il mescolazionista Mélenchon: una nota sulle sue dichiarazioni razziste



L'intervista a Jean-Luc Mélenchon, del francese Parti de Gauche, in cui afferma di non voler vivere laddove vi fossero solo individui bianchi e dagli occhi azzurri, è abbastanza conosciuta. Mélenchon rilascia tale intervista (video) il 18 febbraio 2013 alla radio marocchina Hit Radio (rilanciata poi dal 23 marzo su Youtube. Si vedano soprattutto i primi due minuti circa), relativamente ad un incontro presso la sede di Rabat dell'Istituto universitario per il management (più brevemente HEM Rabat), tenutosi il 15 dello stesso mese. L'incontro aveva come tema l'innocuo "L'ecosocialismo per reinventare la politica", che, in ambiente di futuri manager e amministratori, avrà avuto, immaginiamo, un interesse vivido.

Nell'intervista, dicevamo, riporta la famosa frase, preceduta dai suoi ricordi personali nella Tangeri di qualche decennio fa, che gli avrebbe permesso di amare la società "mescolata". E' una specie di crescendo, dove il razzismo di Mélenchon conduce al globalismo come provincialismo di ritorno. Il progressista Mélenchon, che peraltro non si lamenta dei visi (per lo più omogeneamente) più scuri dei marocchini, afferma che, una volta lasciato il Marocco con i genitori, si sarebbe ritrovato in piccoli centri abitati della Normandia, tra persone che non parlavano altra lingua che la propria e che tendevano a bere parecchio. Da qui una ridicola, chirurgica selezione di cosa salvare, per cui il Marocco sembrerebbe essere solo le città di grosse dimensioni sul mare, mentre la Francia di campagna è ignoranza e arretratezza. Il confronto tra Casablanca (città sui 4 milioni di abitanti) e Clermont-Ferrand (142.000 abitanti) è fin troppo smaccatamente ridicolo. Come voler confrontare New York e Cuneo o Berlino e Varese. Ma forse, bisognerebbe confrontare una grande città occidentale, specie europea, con una qualche cittadina (nord)africana, con la differenza che la qualità della vita e, spessissimo, anche la storia culturale difficilmente deporranno per quest'ultima. Compreso un eventuale confronto che venisse fatto con Cuneo, Varese o Clermont-Ferrand.

Mélenchon, però, sbaglia anche in un altro senso. Non può e non deve esistere solo la "grande città (magari sul mare), piena di gente di varia origine". Perché esista la diversità, devono esistere anche i centri più o meno piccoli, più o meno chiusi, ma la cui alterità, e quindi ricchezza, è data proprio dall'essere "distante" dal centro. Una identità deve essere anche "distanza". Chissà, perciò, a quale "ecosocialismo" si sarà riferito Mélenchon nell'incontro marocchino. Che "ecologia" e che "socialismo" si possono avere senza diversità e senza popolo/i?

Fermo restando che le parole di Mélenchon potrebbero essere, semplicemente, il prodotto di una qualche tara...

Conférence 15 Février M JL Mélanchon