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martedì 28 maggio 2013

Tre sorrisi allogeni

Tre sorrisi allogeni: una stretta di mano negata, un po' di cibo e 15 minuti di celebrità



Tre brevi spunti sull'Occidente attuale, con protagonisti degli allogeni.

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  • La stretta di mano per la sorridente Kashetu Kyenge

Alcuni giorni fa, a Milano, Kashetu Kyenge, formalmente ministro della cosiddetta integrazione, ha presenziato ad una ridicola cerimonia, quella del conferimento simbolico della cittadinanza ad alcuni piccoli allogeni, nati in Italia. Ad un certo punto, gli si avvicina Alessandro Morelli, capogruppo della Lega nel Consiglio Comunale, per presentarsi e presentare le ragioni leghiste riguardo la problematica della clandestinità allogena. La scorta della Kyenge ha però bloccato Morelli, il quale ha ovviamente fatto presente chi fosse. Nonostante ciò, la Kyenge ha fatto finta di nulla ed è andata via, armata del suo solito sorriso falso, sempre stampato in volto (ha qualche problema alla muscolatura facciale?). In fondo a lei che importano le ragioni degli autoctoni? Bisogna chiacchierare di integrazione, fumosa espressione, la cui assenza di concretezza si sta mostrando in tutta la sua evidenza anche nelle ultime settimane, un po' in tutta Europa (Toscana, Milano, Londra, Stoccolma e Parigi).

  • Il sorriso dello stragista ghanese

A proposito di sorrisi, in un articolo di qualche tempo fa del Corriere della Sera, riguardo lo stragista africano "Madman" Kabobo, si dice:

[...] gli agenti della polizia penitenziaria di San Vittore hanno la capacità di predisporre piani speciali di vigilanza sui detenuti maggiormente a rischio. Mada Kabobo lo è. Soprattutto per la sua capacità di sfoggiare sorrisi diabolici, di distendere e rilassare i lineamenti del viso, di assumere un generale atteggiamento di calma, addirittura di serenità. Non urla, non piange, non invoca, non protesta, non sbraita, non picchia i pugni. Mangia con voracità a colazione, pranzo e cena; non avanza nulla, parlasse chiederebbe altri piatti ancora... [...] (Kabobo in cella, le giornate del killer, Andrea Galli / Gianni Santucci, Corriere della Sera, 18 maggio 2013)

La vita di questo immigrato clandestino si è già chiusa nel soddisfacimento dei suoi bisogni primari, senza altre necessità apparenti, né sociali o di altro tipo. Ha un letto e del cibo, il tutto senza fatica. Forse è per questo che ogni tanto sorride.

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  • Il sorriso della sorella dell'assassino

Nella foto che vedete, il sorriso è quello di Blessing Adebolajo, sorella di Michael, uno dei due assassini del soldato britannico Lee James Rigby. E' il momento in cui sale in un'auto della polizia, per venir accompagnata alla stazione di polizia per un normale interrogatorio, essendo parente di un indagato. (Smile of a fanatic's sister: Bizarre grin of Blessing, 32, as she is led away by police after brother Michael 'hacked British soldier to death', Rob Cooper, Daily Mail, 24 maggio 2013) Ovviamente, nel momento in cui sale in quell'auto, conosce il perché gli venga chiesto di salirvi, così come sa cosa ha fatto suo fratello. Ora, a meno che non abbiano ragione coloro che pensano che la morte di Rigby sia un "false flag" (e noi non lo crediamo, per le ragioni già espresse [24 maggio 2013]), allora quel sorriso cos'è?

E' solo l'evidenza che l'alterità degli allogeni, se si estrinseca in qualche modo, non lo fa rispetto alla spettacolarizzazione dell'esistenza. Il che significa, altresì, che non lo fa se non in maniera residuale. Ossia, dato che la società dello spettacolo è la società attuale nella sua pienezza, l'alterità degli allogeni presenti in Occidente è già stata ampiamente divorata dallo spettacolo dominante. La sbandierata "ricchezza" proveniente dagli allogeni (che, appunto, consisterebbe nella loro alterità) non esiste, se non come sostituzione etnica degli autoctoni europei, ossia come genocidio (ossia, possibilità, per le élites, di gestire le umane genti a proprio com/piacimento). Per il resto, la gran parte di costoro vuole solo i famosi 15 minuti di popolarità promessi da Andy Warhol. E quando si è famosi, morti o non morti, bisogna sorridere.

Un milione di euro per la moschea di Atene

Un milione di euro per la moschea di Atene: spese folli per sembrare... "europei"?!


Due iniziative dalla Grecia odierna, entrambe giustificate con l'argomento risibile del dover essere più simili agli altri Paesi d'Europa (ossia, assimilarsi...): una è il milione di euro di soldi pubblici (stornati, ovviamente, dalle necessità del povero popolo greco) per costruire la prima moschea ufficiale di Atene e dell'intera nazione (escludendone una al confine con la Turchia); l'altra è una legge, non ancora varata, ma da diversi partiti politici voluta, per l'inasprimento della legislazione contro il cosiddetto "razzismo".

Due iniziative (moschea e anti-razzismo) per essere più europei?! La confusione è tanta, tanto più che la Grecia sta come sta anche per colpa dell'Unione Europea...


  • Proteste ad Atene contro la prima moschea ufficiale della città (Vittorio Da Rold, Il Sole24Ore, 27 maggio 2013):
«Non vogliamo la sharia, vogliamo la Grecia e la religione ortodossa». Oppure: «No alla moschea, date i soldi alla scuola pubblica», gridavano centinaia di manifestanti ad Atene contro la costruzione della prima moschea nella capitale greca.

La decisione di costruire il primo centro ufficiale di culto musulmano con i soldi pubblici (un milione di euro in un periodo di grave crisi economica) in un sobborgo popolare della capitale ellenica sta suscitando ampie proteste popolari di stampo ultranazionalista, in un paese dove l'identità nazionale si fonde spesso con la guerra di liberazione dall'impero ottomano. La Grecia è l'unico Paese dell'Unione europea che finora non ha avuto luoghi di culto ufficiali né cimiteri per i musulmani. Esiste una sola moschea nel paese, in Tracia, vicino al confine turco dove c'è una comunità musulmana di 100mila persone.

«Innanzitutto – afferma una manifestante di Atene – ho paura perché in questa zona sono successi tanti incidenti con i musulmani. E poi, perché costruiscono la moschea qui e non nei quartieri ricchi di Atene? Pensano che noi siamo razzisti e loro sono bravi. Allora perché non la costruiscono là, così si accorgono di ciò con cui conviviamo qui ogni giorno». Nella sola regione di Atene, i musulmani sono più di 300mila. Pregano in oltre 100 moschee non ufficiali, per lo più in locali sotterranei, per i quali pagano l'affitto, ma che i proprietari, con l'avanzata dell'estrema destra, sono sempre più cauti a concedere.

«Una situazione che ricordava - aveva detto qualche mese fa or sono il premier Samaras - la Germania della Repubblica di Weimar, quel periodo da cui era scaturita l'ingresso al potere del nazionalsocialismo a Berlino».

La crescita di Alba dorata. Mentre Chrysi Avgi' (Alba Dorata, il partito filo-nazista greco) in base ai sondaggi mantiene saldamente il terzo posto nelle preferenze dei greci dopo Nea Dimokratia e Siryza, i tre partiti al governo litigano tra loro sull'opportunità o meno di approvare una legge antirazzista pur essendo tutti d'accordo sulla necessità di mandare un messaggio contro i sempre più numerosi fenomeni di razzismo e di violenza di ogni tipo contro il milione di immigrati clandestini che vivono in Grecia, paese con 11 milioni di abitanti complessivi.

La vicenda della moschea e la legge antirazzista stanno scaldando gli animi e infuocando la polemiche politiche tra i partiti. Le proteste sociali sono cominciate da quando il ministro della Giustizia, Antonis Roupakiotis, ha presentato in Commissione parlamentare un disegno di legge contro il razzismo e contro ogni tipo di violenza e di discriminazione su cui sono d'accordo il Pasok (socialista) e Sinistra Democratica, mentre Nea Dimokratia, il principale partito della coalizione governativa guidato dal premier Antonis Samaras, vorrebbe emendarne il testo perché sostiene che non serve una nuova legge contro il razzismo dal momento che esiste già la norma n. 927 del 1979 e, di conseguenza, la direttiva dell'Unione europea sulla questione non è impegnativa per la Grecia che per una volta ha già fatto i compiti a casa.

Sulla stessa linea si muove anche il governo di coalizione. La legge 927/1979, sostiene il Segretario Generale del governo Takis Baltakos, e' in effetti una legge contro il razzismo mentre il disegno di legge di Roupakiotis ha bisogno di alcune chiarificazioni soprattutto per quella parte che riguarda le sanzioni penali. Questa è la posizione che il premier Samaras portera' all'incontro con i due leader dei partiti che sostengono il suo governo - Evangelos Venizelos del Pasok e Fotis Kouvelis di Sinistra Democratica - per cercare di superare gli ostacoli e dare la luce verde alla presentazione del disegno di legge in Parlamento.

Dal canto suo, Syriza, il partito della sinistra radicale e anche il maggiore partito d'opposizione, ha detto di considerare «necessaria l'approvazione e la realizzazione di un rigido quadro legislativo che agirà da ostacolo e da deterrente alla violenza razzista e nello stesso tempo mettera' fine all'impunità dei crimini contro gli immigrati che ultimamente hanno assunto dimensioni incontrollate». Il riferimento è all'ultimo caso dove alcuni guardiani hanno fatto fucoo ferendoli su dei raccoglitori di fragole immigrati che avevano chiesto semplicemente di essere pagati.

Il leader di Syriza, Alexis Tsipras, accusa il premier conservatore di voler «congelare» il disegno di legge. «Nea Dimokratia - sostiene Tsipras - su ordine di Samaras congela il disegno di legge perche' in sostanza vuole cambiarne il contenuto chiudendo in questo modo un occhio su Chrysi Avgi». Il Pasok insiste, da parte sua, nel chiedere la presentazione in Parlamento del progetto di Roupakiotis perché - afferma -«l'approvazione del disegno di legge antirazzista costituisce un impegno internazionale del Paese ed una misura elementare di auto-protezione dello Stato democratico di diritto». Anche il terzo partito della coalizione, Sinistra Democratica di Fotis Kouvelis, vuole che il disegno di legge sia presentato in Parlamento e sia approvato sottolineando che «la soluzione del problema del disegno di legge si è 'de facto' trasferita a livello dei leader dei partiti di governo e nessuno può pregiudicare la decisione del Parlamento con dichiarazioni arroganti».

Una situazione molto intricata dove crisi economica e crisi sociale si mescolnao pericolosamente. Il Partito Comunista (Kke), ha espresso preoccupazione per il disegno di legge perché non se ne conosce ancora con precisione il contenuto. «Per una volta ancora - sostiene un comunicato del Kke - facciamo notare che il disegno di legge, contiene incorporata una direttiva dell'Unione europea che costituisce l'avanguardia per le misure repressive contro i piu' coerenti avversari dell'ideologia fascista e razzista. Il Kke si riserva a prendere posizione dopo la pubblicazione del disegno di legge». Da parte sua Chrysi Avgi, il diretto interessato, in un comunicato attribuisce tutta la manovra ad presunte quanto imprecisate 'potenze straniere». «Il mostruoso disegno di legge antirazzista - si legge nel documento - viene dettato da centri stranieri antiellenici che hanno come obiettivo di impedire l'impetuosa crescita del nostro partito. La commedia di un'asserita divergenza all'interno del governo e' inscenata per salvare il partito di Samaras ormai in disfacimento. Migliaia di elettori di Nea Dimokratia, ma anche di Syriza, entrano ogni giorno nelle file del nostro Movimento Nazionalista. L'unico razzismo che esiste in Grecia e' quello contro i greci e Chrysi Avgi' lottera' con ogni mezzo legale a sua disposizione per la sua abolizione». Una situazione davvero esplosiva dove la fragile situazione sociale mette a rischio i primi cauti progressi economici raccolti dal Governo Samaras che finalmente vede la fine del tunnel dopo sei anni di recessione.

venerdì 24 maggio 2013

Martiri europei: Lee James Rigby

Martiri europei: Lee James Rigby

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Non è un bel maggio, proprio no. Inoltre, l'ultimo europeo ucciso per mano allogena neanche ha potuto godere di una presentazione dei fatti decorosa. La confusione, nelle prime ore, è stata clamorosa, tenendo anche conto che si è presentata come decapitazione quello che invece è stato un investimento probabilmente volontario, con, ancora da chiarire, il modo in cui il soldato britannico Lee James Rigby è stato effettivamente finito. Che ci sia stata volontarietà sembra facilmente confermabile per quanto detto da uno degli assassini, ossia Michael Olumide Adebolajo [foto al centro e in fondo], lì sul luogo della tragedia, ai presenti.

Che il tutto sia nato da un investimento in auto, ossia qualcosa che assume le parvenze di un incidente stradale, spiega l'atteggiamento di molti dei presenti, per lo più allogeni, non troppo allarmati da quanto accaduto.

La prima presentazione dei fatti, invece, con la storia della decapitazione, ha lasciato perplessi più d'uno, togliendo forza all'avvenimento. Non il contrario. Non sappiamo come i due allogeni abbiamo utilizzato le lame che portavano con sé, ma sappiamo benissimo che si trattava di coltelli e mannaie da macellai, non di machete. Non sapendo come le possano aver usate, non è possibile capire il mistero del sangue assente (sembrerebbe) nella scena del delitto, ma apparentemente copioso nelle mani di Adebolajo. Su quest'ultimo punto, vi facciamo notare che basta sfregare le mani con poche gocce di sangue per sporcarle integralmente. Ma non insistiamo su questo.

Lascia però ulteriormente perplessi la lettura alternativa, ossia che il tutto sia una qualche messa in scena, sia perché non è chiaro come possano aver potuto convincere due allogeni a prender parte a qualcosa che è contro i loro interessi (non sfugge vero che gli assassini, in questo caso, non sono morti, ma hanno ben espresso la loro opinione?), dato che dipinge maomettani e africani come un pericolo per la Nazione, sia perché non è chiaro in che maniera dovrebbero rientrare nella messinscena i presenti, che semmai, se messinscena fosse, dovrebbero venir terrorizzati il più possibile nel farsi della stessa, per renderla credibile agli occhi di tutti.

In realtà, tutte le stranezze sono semplicemente spiegabili nella modalità dell'azione omicida, probabilmente "goffa", di Michael Adebolajo e del suo complice, Michael Adebowale [ultima foto in fondo] (sì, abbiamo anche notato la somiglianza dei nomi. Quindi?), così come nella cialtronaggine di chi ha diffuso la notizia all'inizio, siano forze dell'ordine o agenzie di stampa. Se non emergeranno particolari significativi, quanto avvenuto è solo l'ennesimo martirio di un europeo, da parte di due "nuovi europei", ossia nigeriani (nati o no nel Regno Unito, poco importa) con cittadinanza britannica, che, frustrati dalla menzogna multietnicista e multiculturalista, piuttosto che rendersi conto che abbandonare l'Europa sarebbe stato per loro la soluzione migliore, hanno preferito convertirsi al'islam sunnita, finendo poi per decorare il loro fallimento esistenziale con quanto avvenuto due giorni fa.

Michael Adebolajo, dei due, sembra essere il più interessante, perché ormai erano anni che era ben conosciuto dalle forze dell'ordine, sia per la sua frequentazione di incontri organizzati da gruppi fanatici, sia per manifestazioni violente [la foto sotto riguarda il suo arresto, avvenuto dopo scontri tra integralisti islamici e polizia, a Old Bailey nel 2006]. E' confermato, inoltre, che la sua conversione all'islam sunnita integralista sia avvenuta grazie all'interessamento del noto predicatore fanatico Omar Bakri Muhammad, essendo stato quest'ultimo ad avvalorare la notizia.

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Perciò, la morte di Rigby è l'ennesima conferma del lassismo delle autorità europee di fronte alla presenza di allogeni e culture straniere, rappresentanti un pericolo per i cittadini europei, sotto numerosi profili. Ridicolo sentir parlare il premier David Cameron di "islam tradito" o di necessità di "non dividere la comunità nazionale", quando è precisamente il multietnicismo la miglior garanzia per giungere a simili violenze interetniche.

Ancora più ridicolo, e vigliacco, che si sia dato ordine ai soldati britannici di non circolare in uniforme, tanto più che Rigby non la indossava. Che pericolo dovrebbero correre, perciò, i soldati? Sfugge a qualcuno che sono soldati, non casalinghe o pensionati? Rigby, se è stato preso di mira come soldato, lo è stato perché conosciuto nel quartiere, non per una divisa (non indossata). Ma, se Rigby non era conosciuto dai due allogeni, allora è stato colpito casualmente, in quanto bianco britannico. Si sottolinea scioccamente la questione della divisa, quando forse è stato un attacco razzista. Risentite le parole dell'assassino: dove dice che quell'occhio per occhio è riferito ai soldati e non, semmai, ai bianchi britannici in generale? Certo, il riferimento è alle guerre in Afghanistan o in Iraq, ma con ciò? Pensateci...

P.S: le autorità britanniche, preoccupate di non far circolare i propri soldati in divisa nella propria Patria, non hanno comunque remore ad arrestare una signora di 85 anni, scossa dall'omicidio avvenuto a Woolwich, perché beccata a gridare "tornatevene nelle vostre nazioni" ai frequentatori della moschea di Gillingham a Kent.

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  • Woolwich attack: why was suspect Michael Adebolajo free to kill? (Tom Whitehead / David Barrett / Steven Swinford, The Telegraph, 23 maggio 2013):
Michael Adebolajo, 28, was the man videoed by witnesses with his hands red with blood following the killing of the soldier, who was named as Drummer Lee Rigby, 25, the father of a two-year-old son.

The second suspect was last night identified by The Times as Michael Adebowale, 22, from Greenwich. His flat was reported to have been raided by police.

David Cameron said there would be a full investigation by the Security and Intelligence Committee after it emerged that both of the attackers were known to the police and MI5, but neither was assessed as a major security risk.

The Telegraph has learnt that six years ago Adebolajo was arrested after being involved in violent protests by extremists outside the Old Bailey. He was a regular member of a small group of hardcore fanatics who regularly protested alongside some of Britain’s most notorious hate clerics. He was seen preaching anti-Western rhetoric in Woolwich as recently as last week. At one stage he is believed to have tried to travel to Somalia to join the terrorist network Al-Shabaab, but was forced to return to Britain.

 Anjem Choudary, the former leader of banned radical group al-Muhajiroun, said Adebolajo regularly attended meetings and demonstrations held by his group and successor organisations.

Omar Bakri Mohammed, a hate preacher banned from Britain, claimed he had converted Adebolajo himself.

The disclosure of his close association with some of Britain’s most notorious Islamic extremists is likely to raise further questions about why he was not deemed a serious threat by the security services.

The Independent Police Complaints Commission will carry out an investigation into Scotland Yard’s actions.

Drummer Rigby, of 2nd Bn The Royal Regiment of Fusiliers, was run over and attacked with knives and cleavers as he walked back to barracks in Woolwich, south-east London on Wednesday afternoon. Known as “Riggers”, he was praised by his colleagues as a “true warrior” who had served in Afghanistan, Cyprus and Germany, and by his family as a loving father to his son, Jack.

 His family said: “Lee was lovely. He would do anything for anybody, he always looked after his sisters and always protected them. His family meant everything to him. He was a loving son, husband, father, brother, and uncle and a friend to many. He took a 'big brother’ role with everyone. All he wanted to do from when he was a little boy, was be in the Army.”

WO1 Ned Miller, the Regimental Sergeant Major, said: “Riggers was one of the battalion’s great characters, always smiling and always ready to brighten the mood with his fellow fusiliers.”

Speaking outside No 10, the Prime Minister said: “The people who did this were trying to divide us. They should know something like this will only bring us closer together and make us stronger.

“Our thoughts today are with the victim and with his family. They are grieving for their loved one and we have lost a brave soldier.”

He praised Ingrid Loyau-Kennett, who put her own life at risk to remonstrate with the dead man’s attackers, saying: “She speaks for all of us.”

Both suspects are still in hospital in a stable condition. According to security sources, they are likely to be fit enough to face trial.

Police have raided a total of six addresses including the £365,000 home in Lincolnshire owned by Adebolajo’s father, Anthony, who works as a mental health nurse for the NHS.

In London, detectives arrested a 29-year-old man and a 29-year-old woman on suspicion of conspiracy to murder.

Adebolajo is the son of devout Christian Nigerian immigrants, who settled in Romford, east London. He went to the local school, where he was described by his friends as a “regular guy” until he reached his teens, when his life changed dramatically after he became involved with drugs.

One friend said: “Michael was into his football and was a Spurs supporter. All his friends were white. He was just a normal lad but as he got older he started to go off the rails.

“He was really intelligent and his parents were desperate for him to do well at school but then he got into smoking weed and also started dealing.” Another classmate said that Adebolajo, known as “Narn”, began to turn violent. “[He started] holding knives up to people’s throats, getting their phones etc. He’d show us the phones he’d stolen.”

Omar Bakri Mohammed, who described the 9/11 hijackers as the “magnificent 19”, said he personally converted Adebolajo when he was in his early 20s. “We used to have a stall on the street in London where we would talk about the meaning of life with passers-by,” he said. “He stopped to speak with us and we invited him to Islam. Because he is a convert, I can still remember him. At that time there were a lot of conflicts around the world, and in Iraq and in Afghanistan especially. We talked to him about these and he sympathised with the Muslim people, it seemed.”

Scotland Yard hit back at claims it had taken them too long to respond to the attack, saying it took 14 minutes for armed police to arrive.

mercoledì 22 maggio 2013

Martiri europei: Dominique Venner

Martiri europei: Dominique Venner

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La morte dello storico e scrittore identitario francese Dominique Venner sta facendo discutere molto. Il suo suicidio, avvenuto ieri nella cattedrale di Notre Dame a Parigi, viene presentato come dovuto alla questione "omosessualista", ma basta leggere le righe di commiato, da lui lasciate, per capire che tale questione si lega ad un questione ben più ampia, ossia il genocidio in atto in Europa, ad opera di una potente minoranza (le cui coordinate culturali e antropologiche vanno ricercate tra liberalismo, progressismo, massonerie e dirittumanismo), nell'indifferenza dei più, compresa l'ancora potente Chiesa Cattolica, non particolarmente preoccupata rispetto al tema della natalità autoctona e del rimpiazzo etnico (genocidio), quanto semmai dal florido business delle ONG e delle associazioni di volontariato (spesso pagato), col dubbio che la stessa Chiesa sia ormai rintracciabile in quelle coordinate, che non altrove.

Ed è, probabilmente, questa la ragione del suicidio di Venner nella più famosa cattedrale parigina, ossia il silenzio, spesso, e la timidezza, sempre, delle gerarchie cattoliche e del Vaticano, anche solo nei riguardi di un tema che dovrebbe essere di immediato interesse e di immediata reazione da parte degli stessi, in termini chiari, forti, decisi e possibilmente coraggiosi. Si sa, la Chiesa Cattolica in Francia non gode di un seguito paragonabile ad altre nazioni, ma le manifestazioni degli ultimi mesi contro matrimonio e, soprattutto, adozione "omosessualisti" sono un segnale importante. Cavalcando ciò, avrebbe potuto, se voluto, bloccare la Francia, non lasciando solo associazioni e singoli individui sfilare per le strade, ma portando avanti coordinate azioni di sciopero in ogni ambito della vita sociale e lavorativa.

Il futuro che dirà? La Chiesa Cattolica vorrà convivere con l'espandersi dell'ideologica adozione di bambini da parte di coppie omosessuali, ad esempio e non solo in Francia? O deciderà che alcuni limiti vanno fissati, realmente e non solo per principio, magari durante una predica nella chiesetta di cemento del quartiere? Perché se un tema così "immediato" come questo non scuote in maniera decisa le gerarchie cattoliche, temi più complessi e di ampia portata, come il genocidio, il dominio tecnocratico e capitalistico sul mondo, la predazione della Natura, ecc., che possibilità avranno di venir affrontati dalle stesse gerarchie? Sfugge che non si cambia il mondo dando solo la pagnotta al povero, né lo si "salva"?

Il gesto tragico di Venner viene dipinto e commentato da molti nei modi più diversi, con oscillazioni estreme che vanno dal rispetto alla derisione e all'incitamento che ciò avvenga ancora, sino alla solita attivista dell'organizzazione Femen che, topless d'ordinanza, ha inscenato un finto suicidio nella stessa Notre Dame, dileggiando sia Venner che la stessa cattedrale. Quest'ultimo gesto, in particolare, finisce per sottolineare, per assurdo, il sacrificio di Venner, piuttosto che infangarlo, proprio per la mancanza di sensibilità nei confronti del luogo e dei possibili astanti da parte dell'organizzazione Femen. E' come se venisse detto: vedete, questo è ciò che viene fatto oggi a tutto ciò che è sacro.

Intendiamoci, Venner non era cattolico praticante, né probabilmente credente. Ma è indubbio che certe questioni fondamentali possano far convergere ambienti differenti, anche in maniera non esplicitata, come il suicidio di un probabile ateo in una cattedrale. E non si creda che tale gesto sia semplice debolezza di un vecchio. I suicidi clamorosi, per quanto sbagliati nel loro togliere persone motivate dall'orizzonte dell'esistenza, sono anche dichiarazioni violente, bagnate e battezzate dal sangue.

Un suicidio non dovuto a ragioni totalmente personali, ma inquadrabile in una questione nazionale o religiosa o altro, è sacrificio propriamente detto (Jan Palach, Mohamed Bouazizi, quanti altri?). E' sangue che chiama sangue. E' sangue che produce eventi. Da questo punto di vista, coloro che stanno allegramente e gaiamente invitando gli "altri Venner" a compiere lo stesso gesto, non stanno facendo altro, non consci, che rispondere a quel richiamo.

P.S. (non collegato): sembra che a Genova sia morto un certo Andrea Gallo...

Blog di Dominique Venner

  • Perché mi do la morte (Dominique Venner, via NoReporter, 22 maggio 2013):
Sono sano di spirito e di corpo e s ono innamorato di mia moglie e dei miei figli.
Amo la vita e non attendo nulla nell'al di là, se non il perpetrarsi della mia razza e del mio spirito.
Cionondimeno, al crepuscolo di questa vita, di fronte agli immensi pericoli per la mia patria francese ed europea, sento il dovere di agire finché ne ho la forza; ritengo necessario sacrificarmi per rompere la letargia che ci sopraffà.
Offro quel che rimane della mia vita nell'intenzione di una protesta e di una fondazione.

Scelgo un luogo altamente simbolico, la cattedrale Notre Dame de Paris che rispetto ed ammiro, che fu edificata dal genio dei miei antenati su dei luoghi di culto più antichi che richiamano le nostre origini immemoriali.
Quando tanti uomini vivono da schiavi, il mio gesto incarna un'etica della volontà.
Mi do la morte al fine di risvegliare le coscienze addormentate. Insorgo contro la fatalità. Insorgo contro i veleni dell'anima e contro gli invadenti desideri individuali che distruggono i nostri ancoraggi identitari e in particolare la famiglia, nucleo intimo della nostra civiltà plurimillenara.
Così come difendo l'identità di tutti i popoli presso di loro, insorgo contro il crimine consumato nel rimpiazzo della nostra popolazione.

Essendo impossibile liberare il discorso dominante dalle sue ambiguità tossiche, appartiene agli Europei di trarre le conseguenze.
Non possedendo noi una religione identitaria cui ancorarci, abbiamo in condivisone, fin da Omero, una nostra propria memoria, deposito di tutti i valori sui quali rifondare la nostra futura rinascita in rottura con la metafisica dell'illimitato, sorgente nefasta di tutte le derive moderne.
Domando anticipatamente perdono a tutti coloro che la mia morte farà soffrrie, innanzitutto a mia moglie, ai miei figli e ai miei nipoti, così come ai miei amici fedeli.
Ma, una volta svanito lo choc del dolore, non dubito che gli uni e gli altri comprenderanno il senso del mio gesto e che trascenderanno la loro pena nella fierezza.
Spero che si organizzino per durare. Troveranno nei miei scritti recenti la prefigurazione e la spiegazione del mio gesto.

lunedì 20 maggio 2013

Qualcuno di voi ha sentito parlare di Tiziano Della Ratta o di Jessica Provisiero?

Qualcuno di voi ha sentito parlare di Tiziano Della Ratta o di Jessica Provisiero? Due spunti sull'Italia genocida di oggi


Come da titolo. Intendiamoci, non si tratta di casi totalmente tacciuti, ma si tratta di casi che, messi nella luce corretta, danno idea di quanto di terribile stia avvenendo nella nostra Nazione (e anche dei probabili colpevoli).

  • Tiziano Della Ratta (o della guerra fratricida)

L'appuntato dei carabinieri Della Ratta è stato ucciso il 27 aprile scorso a Maddaloni, nel casertano, nel corso di una rapina finita malissimo, con diversi morti e feriti. Tra questi ultimi, anche il maresciallo Domenico Trombetta. Come da titolo, avete sentito parlare di Della Ratta e del ferito Trombetta? Avete visto molti servizi televisivi e letto molti articoli di giornale in cui si sviscerava la storia personale almeno dell'ucciso? Avete visto o letto interviste a parenti del morto o del ferito? Avete visto e sentito o letto politici o giornalisti dibattere in maniera accorata di questo fatto? La risposta é: poco o nulla (con tendenza al nulla).

Ora, fatte il confronto con il caso di Luigi Preiti, l'attentatore di Palazzo Chigi, e del carabiniere da lui ferito, Giuseppe Giangrande [5 maggio 2013]. Quante altre volte avete sentito parlare di appartenenti alle forze dell'ordine uccisi o solo feriti? Una infinità. Ma la quasi totalità delle volte si è trattato di accenni, come nel caso di Della Ratta e di Trombetta. Gli unici casi differenti, per così dire, sono, giustamente, quelli che riguardano la guerra tra Stato e Mafia (essendo o dovendo essere vera e propria guerra).

E allora, perché di Giangrande abbiamo saputo tutto? Solo per il clamore derivante dal luogo in cui è avvenuto il ferimento? Chi si è interposto tra attentatore e bersaglio ha meritato particolare attenzione solo in funzione del bersaglio, non per la normalità del suo ruolo. Ma anche questo è ovvio, tutto sommato. Questo conta sicuramente, ma la ragione profonda è peggiore della mera spettacolarizzazione giornalistica.

La ragione autentica è che andava contrapposto a Preiti il carabiniere Giangrande. Proprio perché Preiti ha sparato verso un Palazzo del Potere, andava contrappostogli un altro cittadino, per annullare simbolicamente il suo gesto, per quanto forsennato. Tale contrapposizione significa, inoltre, tenere a distanza di sicurezza (anche simbolica) i veri bersagli del gesto, ossia la casta politica. I cittadini vedono, a causa di tale spettacolarizzazione, un cittadino comune che spara contro altri cittadini comuni. Cosa che è avvenuta nei fatti, ma che non era la ragione iniziale, né è il simbolismo autentico di quanto accaduto davanti Palazzo Chigi.

Gli spari, comunque sia, erano contro un Palazzo del Potere. Il Potere pretende che esso sia intangibile (per quanto colpevole della crisi sociale, economica e culturale attuale), perciò si nasconde dietro il corpo ferito una volta, ma da ferire simbolicamente più volte, di un cittadino in divisa. Contrappone uomo comune a uomo comune, cittadino a cittadino. Non altrettanto fa, ad esempio, quando ci sono di mezzo criminali comuni, come nel caso di chi ha ucciso Della Ratta. Lì non serve il santino, il martire, il buon padre di famiglia. Lì è solo una notizia. Il politico di turno partecipa alle esequie, ma poi tutto finisce in giornata. Non serve lo spettro della guerra fratricida. Non serve la guerra civile mediatica. Quella esiste già, tutti i giorni, in tutte le strade d'Italia, contro i cittadini comuni, con proiettili, picconi, inquinamento, colate di cemento o tassazioni inique. Perché parlarne?

  • Jessica Provisiero (o del razzismo anti-italiano)

La poco più che ventenne Jessica Provisiero era, sino ad un paio di settimane fa, una candidata dell'UDC alle elezioni comunali di Portici, nel napoletano. "Era" perché nel frattempo si è scoperto che lei è nipote di Luigi Vollaro, detto 'o Califfo, noto e potente boss della camorra, ora all'ergastolo. A quel punto, il candidato sindaco del suo partito, il giudice di Torre Annunziata, Nicola Marrone, decide, infatti, di costringere la ragazza ad abbandonare la competizione elettorale.

La Provisiero ha pendenze con la giustizia? Che si sappia, no. Ci sono altri motivi per l'allontanamento? No. Quindi, solo la parentela col boss e il vivere in una data zona di Portici ha prodotto ciò. Che la ragazza sia in gamba o non lo sia, che sia onesta o non lo sia, non sembra importare molto.

Ora, fatte il confronto col caso dello zingaro assassino Remi Nikolic [17 maggio 2013].

Nikolic uccide il vigile milanese Niccolò Savarino. Viene catturato, ma il giudice Daniela Guarnieri lo condanna a 15 anni, con le attenuanti "etno-culturali". In quanto zingaro, vissuto perciò in ambiente (perlomeno) criminogeno, non gli è stato dato il massimo della pena prevista, perché non abituato ad altro se non al crimine stesso (a detta del giudice).

La Provisiero, invece, è una ragazza comune, tranquilla e onesta, che decide un giorno di candidarsi con una certa forza politica. Lei, però, appartiene ad una zona e ad un ambiente difficili, dove la criminalità detta legge. Ma questo non gli viene perdonato dal candidato sindaco (il quale, guarda caso, è un giudice).

Riguardo Nikolic, avevamo chiesto se le attenuanti "culturali" si applicano anche ai mafiosi. Ai mafiosi propriamente detti non sappiamo, ma di sicuro non si applicano agli italiani.

domenica 19 maggio 2013

Giuliano Pisapia ai funerali di Daniele Carella

Giuliano Pisapia ai funerali di Daniele Carella: operazione "simpatia" e ripiegamento


Avrete visto, quasi sicuramente, qualche servizio in tv o su internet, riguardo i funerali di Daniele Carella [13 maggio 2013]. Si è deciso, per i funerali delle tre vittime dell'assassino africano Kabobo, per il lutto cittadino, ma anche per la forma privata, in modo da farli separatamente. Da qui il sospetto che si sia voluto "annacquare", con la separazione delle tre cerimonie, la rabbia latente di molti.

Comunque sia, ai tre funerali hanno partecipato varie autorità milanesi e lombarde. Il sindaco Giuliano Pisapia ha partecipato sia a quello di Alessandro Carolè, sia a quello di Carella. In quest'ultimo, ci sono state anche contestazioni (non sappiamo in quello di Carolè). Nei giorni prima, un cugino di Carella, Roberto Testa, era arrivato a consigliare a Pisapia di starsene a distanza dalla cerimonia. Così non è avvenuto.

Da qui, l'inutile (perché innocua) passeggiata tra i presenti del sindaco, così come il successivo giro in macchina dello stesso assieme ad un ragazzino minorenne. Una banale operazione-simpatia, che non avrà risvolti di alcun tipo. Meglio sarebbe stato un giro tra le zone difficili di Milano, con un parente di Carella e qualche altro giovane, a discutere di ordine, servizi e illegalità diffusa.

Ma torniamo al funerale. Nel video che vedrete, ad un certo punto partono contestazioni di diversi presenti contro Pisapia. Qualcuno decide di frenare le contestazioni. In particolare, un ragazzo ventenne si fa avanti. Secondo Il Giornale sarebbe un amico dell'ucciso, un certo Nicolas. Il ragazzo afferma che il sindaco "è presente solo per Daniele, non per altre ragioni". Poi, lo ringrazia "a nome di tutta Milano", chiedendogli che "cose del genere non capitino più" (risposta di Pisapia: "dal male verrà del bene. Insieme ce la facciamo". Bah!? Insieme chi? Insieme con chi?).

[VIDEO] Pisapia al funerale di Daniele Carella: contestazioni e applausi (Francesco Gilioli, La Repubblica, 18 maggio 2013)

[VIDEO] Dopo il funerale di Carella: ''Un giro in macchina col sindaco'' (Francesco Gilioli, La Repubblica, 18 maggio 2013)

Nella nostra lettera agli amici di Daniele Carella [15 maggio 2013], temevamo che il loro lutto avrebbe preso soltanto la forma di una privata commozione. Facendo questo, però, l'uccisione di Daniele e degli altri sarebbe solo un evento casuale (come un temporale passeggero), cosa che non è affatto, essendo il frutto del caos prodotto dalla somma di falsa tolleranza ideologica immigrazionista, cattiva gestione delle forze dell'ordine, contradditorietà delle decisioni di troppi magistrati, incapacità della politica a livello locale e nazionale.

Se Nicolas o altri amici di Daniele pensano che non si debba mostrare rabbia per questo stato di cose, proprio quando il massimo dell'attenzione di tutti è presente, allora si preparino al persistere del caos stesso (se va bene). Indipendentemente dalle colpe possibili di Pisapia, il martirio di Daniele, Alessandro e di Ermanno Masini è il frutto di uno stato di disinteresse rispetto alla società, al popolo italiano e alla Nazione, i cui colpevoli sono la quasi totalità delle autorità pubbliche.

E, per inciso, chi ha dato il diritto a Nicolas di parlare a nome di tutta Milano, quando è evidente che molti milanesi contestano il sindaco o lo stato delle cose (forse, non solo cittadine) più in generale?

Per concludere: verso il 1'40'' del primo video, un signore anziano dice a Pisapia che "Sant'Anna è allo sfascio" (forse si riferisce all'ospedale). Si sente, come risposta: "Non è così". Subito dopo, Pisapia afferma che tutti, amici e parenti dell'ucciso, avrebbero apprezzato la sua presenza, dimostrando a lui affetto e ripetendo il mantra del "bene che nasce dal male" (che è un po' quello del genocidio in atto, oggi, in Europa). Come volevasi dimostrare: ripiegamento dei conoscenti dell'ucciso, da una parte; ripiegamento delle autorità pubbliche, dall'altra. Il sangue versato è solo acqua.

venerdì 17 maggio 2013

Martiri europei: Niccolò Savarino

Martiri europei: Niccolò Savarino

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Il vigile Niccolò Savarino [foto sopra] viene ucciso a Milano il 12 gennaio 2012 dallo zingaro Remi Nikolic [foto in fondo], allora poco meno che maggiorenne. Durante un controllo, Nikolic, a bordo di un'auto rubata, investe e uccide il vigile milanese, trascinandone il corpo per centinaia di metri.

Contro lo zingaro erano stati richiesti 26 anni di carcere. Ieri è arrivata la sentenza di condanna: il giudice Daniela Guarnieri ha condannato Nikolic a soli 15 anni, con le attenuanti "etno-culturali". Nikolic, in quanto zingaro, senza scolarizzazione e vissuto in un ambiente di diffusa illegalità, non avrebbe conosciuto altri modelli di riferimento. Le attenuanti sarebbero state mitigate dalla freddezza dimostrata da Nikolic, oltre che dalla sua fuga all'estero.

Domanda: quindi, quando i giudici italiani si troveranno di fronte qualche mafioso, riconosceranno le attenuanti "culturali"?

Non è difficile capire che la decisione di Daniela Guarnieri sia il frutto (tanto più grave dopo la strage del ghanese Kabobo dell'11 maggio scorso) di un pregiudizio ideologico, per cui la cultura di un individuo ha un valore solo "sociologico". Per la Guarnieri, Nikolic non è uno zingaro criminale, ma è un individuo qualunque vissuto in certo ambiente sociale. Non è una persona con una certa identità, che ha scelto di agire in un dato modo in una data circostanza, ma è un frutto caduto in maniera casuale da un certo albero. Eppure, proprio le ragioni che hanno spinto a non concedere attenuanti più ampie, avrebbero dovuto far intuire altro, ossia che Nikolic ha compiuto volontariamente quell'omicidio. Tra l'altro, la sentenza con simili attenuanti, sostanzialmente afferma che l'ambiente zingaresco sia delinquenziale. Per cui, si afferma al contempo la natura delinquenziale di un ambiente e si attenuano le colpe di chi costituisce quell'ambiente stesso (gli zingari non vanno discriminati per la loro cultura, ma la loro cultura giustifica il loro degrado e le loro azioni delittuose?). Ma se Nikolic ha agito con freddezza, quanto differente/distinto dall'ambiente di provenienza lo possiamo considerare? Alla fine, si lascia che le cose siano come già sono: caotiche e violente. Ma con l'attenuante.

Ora, una sentenza simile che effetti avrà concretamente in futuro? Il vivere in ambienti difficili diverrà comune giustificazione per tutte le violenze del futuro? A che pro sarà morto Savarino?

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  • Vigile ucciso, pena ridotta per il rom: "La famiglia lo aveva abituato ai reati" (La Repubblica, ed. di Milano, 16 maggio 2013):
Il tribunale per i minorenni di Milano ha concesso le "attenuanti generiche" a Remi Nikolic, il giovane rom che a bordo di un suv travolse e uccise l'agente di polizia locale Niccolò Savarino, anche sulla base del "contesto di vita familiare" nel quale "è cresciuto, caratterizzato dalla commissione di illeciti da parte degli adulti di riferimento" e dalla "totale assenza di scolarizzazione". Lo scrivono i giudici nella sentenza con cui a marzo hanno condannato il ragazzo a 15 anni di carcere ( http://milano.repubblica.it/cronaca/2013/03/22/news/invest_e_uccise_il_vigile_in_bicicletta_rom_condannato_a_15_anni_di_carcere-55140640/ ). Il pm aveva chiesto per lui 26 anni, senza il riconoscimento delle attenuanti.

Il collegio del tribunale per i minorenni (presidente Daniela Guarnieri), nelle motivazioni appena depositate, spiega di aver riconosciuto al giovane le attenuanti per "i precedenti penali non particolarmente rilevanti (un tentato furto in abitazione e una guida senza patente), il contesto di vita familiare nel quale Nikolic è cresciuto, caratterizzato dalla commissione di illeciti da parte degli adulti di riferimento, sostanziale totale assenza di scolarizzazione, l'intensità e la tipologia del dolo (nel caso di specie sia d'impeto, atteso il breve spatium deliberandi e la natura di dolo eventuale)". I giudici, però, chiariscono anche che le attenuanti generiche non possono essere concesse "nella loro massima estensione"
a causa della "freddezza mostrata immediatamente dopo aver comesso il reato, la fuga, le reticenze e le mendacità".

Sulla vicenda interviene l'assessore alla Sicurezza della Provincia di Milano, Stefano Bolognini, secondo il quale "è a dir poco sorprendente la giustificazione con cui sono state date le attenuanti al rom che ha brutalmente ucciso un vigile mentre era in servizio. Sono innumerevoli i casi di persone che crescono in contesti di vita familiare disagiati, ma non per questo tutti si sentono liberi di rubare un suv e di andare a investire un uomo". E ancora: "La sentenza dei giudici rappresenta un grave precedente, perché tutti coloro che vengono qui da clandestini e si mettono a delinquere, senza casa e lavoro, sapranno che potranno sempre beneficiare delle attenuanti concesse a Nikolic. La giustizia italiana ha dimostrato ancora una volta di essere totalmente staccata dalla realtà".

Il 12 gennaio 2012 l'agente Savarino, 42 anni, mentre stava effettuando un normale servizio di controllo in un parcheggio in via Varè, nei pressi di piazza Bausan, in zona Bovisa, venne travolto dal suv guidato dal nomade e il suo corpo fu trascinato dalla macchina per 200 metri ( http://milano.repubblica.it/cronaca/2012/01/13/news/milano_morto_un_vigile_urbano_travolto_da_un_suv_in_via_var-28006006/ ). Soltanto tre giorni dopo, a seguito di indagini serrate, gli investigatori della squadra mobile di Milano, coordinati dal pm Mauro Clerici, riuscirono a fermare in Ungheria il giovane. Ci furono subito dubbi sulla sua vera identità: tra i tanti alias venne preso per buono quello di Goico Jovanovic, 24 anni. Dopo l'estradizione il ragazzo rimase per oltre due mesi nel carcere di San Vittore, con il gip e il tribunale del riesame che confermarono la misura cautelare, malgrado la difesa del giovane, rappresentata dall'avvocato David Russo, sostenesse che era minorenne.

Ci si avvicinava così a un processo davanti al tribunale con l'accusa di omicidio volontario aggravato. Pena massima: l'ergastolo. La battaglia legale della difesa è andata avanti, però, tanto che è stata poi la stessa Procura di Milano, nell'aprile 2012, a trasmettere gli atti al tribunale per i minorenni perché si poneva seriamente il dubbio della minore età. Il ragazzo è stato quindi trasferito nel penitenziario minorile Beccaria. Poi sono arrivati gli esiti di una perizia medico-antropologica e infine un certificato di nascita recuperato in Francia: si è così scoperto che era stato registrato all'anagrafe come Remi Nikolic ed era nato il 15 maggio del '94 in un carcere parigino, dove era detenuta la madre.

mercoledì 15 maggio 2013

Lettera agli amici di Daniele Carella

Lettera agli amici di Daniele Carella


Ho letto sul Corriere della Sera il messaggio che avete inviato al sindaco di Milano, Pisapia, in cui gli chiedete di cambiare il nome della vostra (e di Daniele) via, da Arturo Graf a Daniele Carella, per ricordare l'assurda morte del vostro amico.

Vorrei anch'io (molto umilmente, non conoscendo voi, né il vostro amico, né il vostro quartiere) che ciò avvenga, ma devo anche consigliarvi di non sperarvi troppo. Non per quello che si possa pensare o meno di Giuliano Pisapia, che comunque conta, ma perché certe cose avvengano è necessario che trovino un appoggio tra "coloro che decidono". E "coloro che decidono" sono a disagio rispetto alla strage compiuta da "Madman" Kabobo. Lo sono perché, nonostante le chiacchiere e le valutazioni ideologiche di benpensanti e clerici del "politicamente corretto", sanno che la situazione verificatasi sabato 11 maggio era, in realtà, annunciata. Dedicare la via a Daniele significherebbe una confessione di inadeguatezza troppo marcata per costoro. "Coloro che decidono" sono gli stessi che hanno causato la crisi economica che ha investito il nostro Paese e, pur causando tutto ciò (comprese centinaia di morti e decine di migliaia di fallimenti, ancora e ancora anche in questi giorni), non si sono flagellati, né hanno chiesto scusa. Pensate che rispetto ad una singola morte, quella di Daniele, da loro liquidata come "inspiegabile", ci possa essere, foss'anche d'accordo Pisapia, quella confessione che dicevo, con tanto di dedica cittadina?

Ma poniamo che si decida di farlo. Con quale cerimoniale? Con quali parole, la dedica? Considerando che molti, troppi parlano di "assurdità" per quanto avvenuto, su che basi dedicare qualcosa ad un morto? Che genere di testimonianza una morte può dare se questa morte viene dipinta come "inspiegabile"?

Voi stessi, nel vostro messaggio a Pisapia, dite questo, senza rendervi conto che l'assenza di significato rende la morte del vostro amico come quelle dei morti in un incidente aereo o sotto una valanga. Un caso sfortunato, nient'altro. Ma non si dedica una via ad un caso sfortunato... se non per nascondere qualcosa.

E cosa potrebbero nascondere? Vi cito quanto ho scritto in un testo che ho dedicato ad Ermanno Masini, uno degli altri uccisi dal clandestino ghanese:

Ma c'è un aspetto curioso, che non è stato rilevato: assodato che l'idea dell'appello non può essere dello stesso Kabobo, chi lo ha spinto ad appellarsi non ha provveduto poi a nutrirlo? L'appello sì, il tozzo di pane no? Capite? E guardate che questo vale come metafora di tutta l'onda caotica immigrazionista. L'immigrazione di massa in Europa e in Italia è precisamente questo: la legge sotto delirio ideologico sì, ma le condizioni materiali (sempre più difficili anche per gli autoctoni) a chi importano? I limiti a chi importano?

Come ho detto, la strage dell'11 maggio era annunciata. Tutti i fiumi di parole sull'accoglienza e la diversità sono menzogne inutili. Lo sono perché non esiste alcun progetto, in Europa, ma, peggio, in Italia, su cosa fare rispetto ai possibili numeri dei potenziali immigrati e dei reali clandestini, sul perché lasciarli entrare, su cosa fare rispetto alle esigenze delle nostre popolazioni autoctone e su come gestire materialmente (cibo, casa, lavoro, territorio, servizi, risorse, ecc.) il tutto. Chi parla di accoglienza, di "fratelli migranti", di incontro tra culture, ecc., parla di menzogne, perché non parla di limiti e, dopo non aver preso in considerazione questi, neanche ha il coraggio di rilevare seriamente la crescita, in tutta Europa, di ghetti e di zone in cui dominano leggi non scritte non europee. Zone in cui gli europei sono minoranza e tendono ad emigrare (Inghilterra, Francia, Olanda...); zone in cui non si vive più all'europea (Inghilterra, Francia, Olanda, Belgio, Svezia...); zone e nazioni in cui la violenza degli stranieri, poco importa se di prima o successiva generazione, è ben superiore a quella degli autoctoni.

In Italia, un crimine su tre è commesso da stranieri, pur essendo questi il 6 o 7% della popolazione. In Francia, gli africani hanno una propensione al crimine 4 volte superiore rispetto ai veri francesi. In Germania, quasi un crimine su quattro è commesso da turchi, nonostante essi siano il 5% della popolazione. In Inghilterra, il 67% dei crimini a mano armata e il 32% delle violenze sessuali sono compiuti da africani. In Belgio, il 20% dei crimini è opera di stranieri. Ad Oslo, praticamente tutte le violenze sessuali sono opera di stranieri. Ecc., ecc.

Tutti dati che circolano e che sono facilmente rintracciabili, volendo cercare, per poi aprire gli occhi. Non esiste, inoltre, alcun dato o elemento che faccia ritenere che le cose possano migliorare in futuro. Senza l'imposizione di limiti, si accoglie all'infinito e i risultati sono quelli che vediamo: distruzione etno-culturale delle popolazioni europee, ossia genocidio, e violenza sempre più diffusa, come nella strage in cui sono morti Daniele, Alessandro ed Ermanno.

Voi dite di voler parlare con "Madman" Kabobo. A che pro? Pensate che riuscirà a dire qualcosa di sensato, oltre ad incolpare "voci cattive" o dire "io volere mangiare"? Non perdete tempo con chi è egli stesso morto e piuttosto guardatevi realmente attorno. Nella vostra lettera a Pisapia parlate della vostra realtà, la via, il cortile. Ecco, io vi invito, invece, ad uscire dal cortile e dalla via ed a guardare oltre, a tutta l'Italia e all'Europa e a quello che sta avvenendo, nel silenzio o nell'indifferenza di troppi. Non cercate targhe sui muri, ma piuttosto ricercate le vere ragioni (che non dipendono solo dall'immigrazione, ovviamente) di ciò che sta rovinando piano piano la vita di sempre più italiani ed europei.

Ad un certo punto dite che voi avete perso un amico, ma l'Italia, con la morte di Daniele, ha perso un cittadino. Ottimo! Ma siate anche voi cittadini! Non accontentatevi di una via e di un ricordo, che nessuno vi contesta. Pretendete, però, che la verità emerga.

Non so se questa lettera voi la leggerete effettivamente, né so come reagireste ad essa. Ma mi auguro, da cittadino italiano, che certe tragedie non rimangano nell'alveo del ricordo dei conoscenti più intimi, ma divengano motivo di reale e severo confronto di idee, affinché, successivamente, si passi a migliorare, stavoltà sì, la società. Cosa che non sta avvenendo, perché si sta lasciando campo libero a chi preferisce il proprio ombelico ideologico, piuttosto che il bene della Nazione e dell'Europa.

Un saluto,

Lif del blog euro-holocaust.blogspot.it

Riferimento:

Gli amici di Daniele Carella: il sindaco gli dedichi la «sua» strada (Corriere della Sera, 14 maggio 2013)

Martiri europei: Ermanno Masini

Martiri europei: Ermanno Masini

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E così, ieri, è morto anche il pensionato Ermanno Masini [foto sopra], terza vittima del clandestino "Madman" Kabobo. Questa strage ha un che di simbolico: sono stati uccisi tre italiani appartenenti a tre fasi della vita di ognuno, appartenenti a tre momenti possibili della vita lavorativa e tutti e tre reputati ottime persone, tranquille e serie, da chi li ha conosciuti. Un disoccupato di 40 anni, persona tranquilla che viveva con la madre anziana [11 maggio 2013 e 12 marzo 2013]; un ventenne lavoratore, amatissimo dai suoi amici e disponibile anche ai turni di notte per la propria occupazione [13 maggio 2013]; in ultimo, appunto, un pensionato di oltre sessant'anni, conosciuto come ottimo vicino di casa.

"Madman" Kabobo, il clandestino "Io fame, io volere mangiare", completa il quadro. Il caos legalizzato, che ha permesso a Kabobo di circolare indisturbato, è la causa di questa strage. L'aver permesso che un clandestino potesse continuare a circolare in Italia, nonostante il rifiuto alla sua domanda di asilo e a causa della sua richiesta di appello, portata avanti, sicuramente, da qualche avvocato o qualche associazione di cialtroni compiacenti, mossi solo da ridicole convinzioni ideologiche, ha portato alla morte di quel piccolo pezzo d'Italia, rappresentato dai tre milanesi uccisi.

A questo, si è aggiunto il fatto che, nonostante la clandestinità e anche per altri reati l'africano fosse conosciuto dalle forze dell'ordine, abbia pesato più la "sua" richiesta d'asilo che quegli stessi reati. Questo non è ordine e a nulla vale richiamarsi alla legge, di fronte a tanto smaccata assurdità. Aggiungete poi che Kabobo non conosceva praticamente la lingua italiana e anche con l'inglese non fosse bravissimo. E' evidente che qualcun altro, qualche pseudo-italiano abbia voluto spingere, mosso dalla propria aderenza ideologica multietnicista, lo stesso Kabobo ad appellarsi.

Ecco, perciò chi prodotto la strage: materialmente, lo sappiamo, "Madman" Kabobo, ma i mandanti sono tutti coloro, volontari, avvocati o magistrati, che hanno permesso che valesse solo la sciocchezza formale dell'appello rispetto alla clandestinità e ad altri reati associati alla permanenza italiana del ghanese. Costoro, tanto quanto Kabobo, hanno ucciso Ermanno, Daniele e Alessandro.

Il resto (i feriti che non avrebbero chiamato le forze dell'ordine; il fatto che le forze dell'ordine non circolino per un lasso di tempo di un'ora e mezza in un dato quartiere; ecc.) sono dettagli, più o meno importanti.

Ma c'è un aspetto curioso, che non è stato rilevato: assodato che l'idea dell'appello non può essere dello stesso Kabobo, chi lo ha spinto ad appellarsi non ha provveduto poi a nutrirlo? L'appello sì, il tozzo di pane no? Capite? E guardate che questo vale come metafora di tutta l'onda caotica immigrazionista. L'immigrazione di massa in Europa e in Italia è precisamente questo: la legge sotto delirio ideologico sì, ma le condizioni materiali (sempre più difficili anche per gli autoctoni) a chi importano? I limiti a chi importano?

lunedì 13 maggio 2013

Martiri europei: Daniele Carella

Martiri europei: Daniele Carella (+ le sintomatiche e gravi affermazioni di Laura Boldrini)

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E così è purtroppo morto anche Daniele Carella [foto sopra], il più giovane, 21 anni, tra i quattro feriti nella strage dell'africano Mada Adam Kabobo, di sabato 11 maggio (due morti e altri due feriti, di cui uno in condizioni disperate, non si avrà mica il coraggio di chiamarla altrimenti se non strage?!).

Ormai conoscete tutti i dettagli: circa un'ora e mezza di violenza, in cui non si sono viste forze dell'ordine, a dimostrazione del caos prodotto da autorità ormai incapaci a gestire lo Stato e il territorio nazionale. Gli ultimi nostri concittadini assassinati sono vittime tanto del ghanese assassino, quanto dell'élite politica e ammenicoli vari, siano giornalisti, preti, volontari di associazioni parassitarie, ecc., e del mare di retorica ideologica che ammorba la società civile, impedendo che questa prenda coscienza del degrado sempre maggiore (e di cui l'immigrazione di massa e, in particolare, quella irregolare sono aspetti tra i più evidenti).

Sapete anche che Daniele Carella era un giovane lavoratore, la cui morte è l'ennesima variazione di questo Stato repubblicano, in cui la cosa pubblica è solo appannaggio di chi ha creato le condizioni per la morte violenta dello stesso Daniele, allo stesso modo in cui ha creato le condizioni per migliaia di altre morti o vite rovinate, siano esse dalla violenza allogena, dalla violenza mafiosa, dalla crisi economica esasperata dal giogo dell'Unione Europea.

  • Vito Crimi e Laura Boldrini

Significative le parole di Vito Crimi, capogruppo del movimento di Beppe Grillo al Senato, il quale ha affermato che "sullo ius soli non ci sono dubbi". Grillo, in questi giorni, ha ribadito, invece, i suoi dubbi sulla concessione della cittadinanza ai figli degli immigrati e Crimi, che mai si è smarcato in passato dal suo leader, sembrando uno zerbino, guarda caso lo fa proprio ora sugli pseudo-diritti degli stranieri. Nell'Italia di oggi per molti cittadini del domani non v'è certezza, ma per certi presunti politici anti-casta lo ius soli è indiscutibile. E questi sarebbero il "nuovo"?

Più gravi ancora le parole di Laura Boldrini, che afferma: "Questa persona che ha ucciso, se ha ucciso verrà condannata per il reato che ha commesso" e che "non lo può essere più o meno a seconda della condizione di chi l'ha commesso". Attenzione! Perché le parole dell'attuale presidente della Camera nascondono una trappola grande come una casa. E non ci riferiamo solo a quel ripugnante e demenziale "se ha ucciso", quanto al resto, perché nasconde un atteggiamento vigliaccamente ideologico dietro il paravento sterile della legalità e della conseguente (e falsa) neutralità. [1] Piuttosto, la Boldrini e tutti coloro che plaudono al caos "umanitario" (plaudendo magari, al contempo, alla distruzione della Libia e della Siria), si prendano le loro insanguinate responsabilità, rispetto al loro opporsi ad una gestione nazionale realmente ordinata e patriottica, perché orientata, prima di tutto, agli autoctoni. Sono loro che impediscono di controllare chi entra in Italia e per quali ragioni e con quali costi sociali. Kabobo era una bomba ad orologeria ben conosciuta dalle forze dell'ordine, ma lasciata libera di circolare. E di sterminare. Mal colga tutti i difensori dei vari potenziali Kabobo d'Italia.

[1] Ma su questo argomento (la legalità come arma ideologica), già avevamo in mente un intervento che, per ragioni di tempo, ora non possiamo sviluppare, ma lo faremo nei prossimi giorni.

  • Aggressione a picconate, Boldrini: reato grave, non conta la condizione di chi l'ha commesso (Il Messaggero, 13 maggio 2013):
«Questa persona che ha ucciso, se ha ucciso verrà condannata per il reato che ha commesso». Lo ha detto il presidente della Camera Laura Boldrini a Napoli, a margine della visita a Città della Scienza. Si tratta di un reato grave, che «non lo può essere più o meno a seconda della condizione di chi l'ha commesso». Durante la visita a Napoli il presidente della Camera ha appreso della morte di una seconda persona ed ha espresso solidarietà e vicinanza alla famiglia.

I Radicali hanno richiesto un referendum contro il reato di clandestinità

I Radicali hanno richiesto un referendum contro il reato di clandestinità: la CGIL è intenzionata a sostenerli

Image and video hosting by TinyPicPietro Soldini

Come da titolo e come da articolo, nei giorni appena passati, con tempismo inquietante, a dimostrazione dell'indifferenza di certi gruppi ideologizzati rispetto alla tragica realtà, i Radicali di Mario Staderini [foto sopra a sx] hanno presentato la richiesta per un referendum volto alla cancellazione dei confini nazionali e del controllo territoriale italiano (l'assenza del reato di clandestinità alla fin fine significa questo). Aderirebbe a ciò anche Pietro Soldini [foto sopra a dx], responsabile immigrazione della CGIL.

  • Radicali: depositato referendum per l' abrogazione del reato di clandestinità (Stranieri in Italia, 11 maggio 2013)
I radicali hanno depositato in Cassazione la richiesta per un referendum di abrogazione del reato di clandestinita' "per ingresso e soggiorno illegale" degli immigrati.

Il comunicato della Cassazione e' apparso sulla Gazzetta Ufficiale.

La notizia e' confermata da Mario Staderini. Il comitato promotore ha eletto domicilio presso la sede dei radicali. Per far svolgere il referendum serviranno 500mila firme entro la fine di settembre. Il referendum propone il seguente quesito: "Volete che sia abrogato l'articolo 10-bis del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), nel testo risultante per effetto delle successive modifiche e intergrazioni?".

L'articolo 10 bis riguarda l'ingresso e il soggiorno illegale nel territorio dello Stato. Staderini rende noto che all'iniziativa ha aderito anche Pietro Soldini, responsabile nazionale immigrazione della Cgil. "Contro questo stallo - afferma Staderini - confermato dagli stop e dalle aggressioni verbali subite dal ministro Kyenge, facciamo appello perche' si apra in queste ore un fronte ampio di forze politiche e sociali che divengano protagoniste della campagna referendaria".

domenica 12 maggio 2013

Dopo la strage del ghanese clandestino Mada Adam Kabobo

Dopo la strage del ghanese clandestino Mada Adam Kabobo: alcuni cittadini milanesi contestano... la Lega


Era inevitabile che, dopo i gravi fatti di ieri [11 maggio 2013], un qualche tipo di minima reazione politica ci sarebbe stata. La Lega, ad esempio, ha creato un piccolo presidio in piazza Belloveso, nel quartiere Niguarda, teatro della strage. Un pugno di cittadini, però, non ha gradito la cosa, contestando Mario Borghezio e gli altri leghisti presenti sul posto. Alcuni video documentano la cosa:

Niguarda, contestato il presidio della Lega (Gianni Santucci, Corriere della Sera, 12 maggio 2013)

Oppure l'omonimo più breve, che è quasi la continuazione del precedente:

Niguarda, contestato il presidio della Lega (La Repubblica, 12 maggio 2013)

Alcuni punti interessanti:

  • nel primo video, il signor con gli occhiali e il giubbetto chiaro afferma che Borghezio, se avesse incrociato il povero Alessandro Carolè solo un paio di giorni fa, gli avrebbe sputato in faccia. Perché? Carolè era un multietnicista? Era uno di centrosinistra o di sinistra? Era cosa?
  • nel secondo video, la signora bionda con camicia rosa afferma che i leghisti non possono parlare al "suo posto" e, assieme al signore che dicevamo prima, rimarca il fatto che loro due, a differenza dei leghisti accorsi sul posto, abitano nel quartiere. Anzi, hanno lì la residenza.

Si tratta di interessanti testimonianze, in cui, al di là della banale contrapposizione, neanche ideologica, quanto meramente tribal-politicoide, emerge, da parte dei cittadini opposti ai leghisti, la volontà di far pesare il loro radicamento nel quartiere.

Perché è interessante? Perché dimostra la loro sostanziale incapacità di analisi autentica del reale. Detto più ferocemente: che se ne fanno, adesso, Carolè e gli altri feriti dell'appartenenza al quartiere e del fatto che prima "non era mai accaduto nulla"? E' curioso che si voglia far pesare la residenza nel quartiere, quando è proprio il totale non radicamento dello straniero clandestino Mada Adam Kabobo l'elemento fondamentale da cui è scaturita la strage.

Questa schizofrenia, nell'analisi del reale, da parte di questi cittadini milanesi, è solo foriera di futura incapacità di intervenire sugli eventi e di possibili nuove tragedie. Tra l'altro, è ridicolo il pretendere che chi non abita nel quartiere non possa parlare del quartiere stesso, dato che se c'è una cosa che connota il genocidio in atto contro gli italiani, a causa dell'immigrazione di massa e di certe abitudini contemporanee (aborto, bassa natalità come risultante dell'insicurezza economica e dell'incapacità di prendersi responsabilità, ecc.), è proprio il fatto che chi difende l'immigrazione di massa e certe abitudini moderne lo fa a nome di tutti gli italiani, arrogandosi il diritto di dipingere come dovrebbe essere, oggi e domani, la società italiana, intesa come semplice accumulo di presenze di varia origine e non come frutto delle generazioni autoctone precedenti.

Quella mostrata da questi cittadini milanesi è, quindi, solo una cattiva coscienza, che non guarda al di là delle miserabili certezze tribal-politicoidi e ideologiche in cui sono vissuti in tutti questi anni. E' solo il negare la realtà e, soprattutto, nascondere i possibili e pericolosi esiti futuri della stessa.

Quindi, tornando a Carolè, se anche questi fosse stato "amico degli immigrati" o di sinistra (ma poi, era così o il signore nel video si sta solo arrogando il diritto di parlare della vita di un ucciso?), che importanza dovrebbe avere rispetto alla realtà più generale, di cui la morte del milanese Carolè è semmai conferma e non smentita?

A questi cittadini milanesi va detta solo una cosa: il vostro preteso radicamento non conta alcunché. E non conta perché è la realtà globalizzata e multietnicista, in una parola GENOCIDA, a non farla contare. Quindi, o vi opponete alla realtà genocida oppure tornate alle vostre miserabili occupazioni, qualunque esse siano, senza scendere in piazza contro altri e lasciando ad altri il diritto di porre un qualche tipo di freno.

sabato 11 maggio 2013

Martiri europei: Alessandro Carolè (+ i mandanti morali del suo assassinio)

Martiri europei: Alessandro Carolè (+ i mandanti morali del suo assassinio)

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Stamattina, a Milano, è stato assassinato un altro italiano, un altro europeo, Alessandro Carolè [foto sopra], da parte dell'ennesimo extracomunitario clandestino (anzi: CLANDESTINO. Si ficchino in testa questa espressione i "politicamente corretti"), tale Mada Adam Kabobo [foto in fondo], ventenne del Ghana, più volte, negli ultimi due anni e l'ultima volta un mese fa, fermato dalle forze dell'ordine proprio per il suo stato irregolare, ma mai espulso effettivamente, come previsto.

Oggi, il ghanese ha aggredito con un piccone alcuni passanti, tutti italiani, senza motivo, uccidendo Carolè e ferendone gravemente altri due.


  • I mandanti morali e l'assenza di limiti condivisi dai cittadini

Chi sono i mandanti morali di questo assassinio e di questa tentata strage, come di precedenti violenze? Ovviamente tutti quei politici, preti, giornalisti, imprenditori, esponenti di associazioni di volontariato, ecc., che contribuiscono a NON voler porre limiti condivisi e condivisibili rispetto all'immigrazione di massa. Tale fenomeno viene, da costoro, visto solo nell'ottica degli stessi immigrati (e delle necessità delle proprie categorie di appartenenza: imprenditori che vogliono nuovi schiavi; sindacalisti che vogliono nuovi iscritti; politici che vogliono, alla lunga, nuovi elettori; preti che vogliono nuove greggi - anche maomettane?!-; ecc.). Non esiste, da parte di tutte queste persone (che hanno nomi, cognomi e sono facilmente identificabili) alcun progetto, ripetiamo, condiviso e condivisibile di accoglienza moderata e virtuosa degli immigrati, ma solo il laissez-faire degno del caos globalizzato iperliberista, per cui si accoglie senza sosta, o meglio, si accumula sensa sosta, senza ordine, senza criterio, senza rispetto, soprattutto per i cittadini autoctoni. Un po' come in Grecia (e poi ci si stupisce di Alba Dorata!).

Finché non esisterà un progetto condiviso e una limitazione seria, questi sono e saranno i possibili tragici effetti. Di cui, come abbiamo detto, sono mandanti morali personaggi ben identificabili: il ministro italo-congolese Kashetu Kyenge (detta Cécile), il presidente della Camera Laura Boldrini, Andrea Riccardi della Comunità di Sant'Egidio, ecc., ecc., ecc. Tutti personaggi la cui opera ideologica è mancante del rispetto necessario alle necessità dei nostri concittadini, specie in tempi di grave crisi economica e morale e culturale. Tale mancanza, inoltre, è proporzionale alla loro presunzione di fare il "bene".


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giovedì 9 maggio 2013

Segnalazione articolo (+ dossier): Venti esempi dell'attacco dell'amministrazione Obama alle libertà civili nazionali

Segnalazione articolo (+ dossier): Venti esempi dell'attacco dell'amministrazione Obama alle libertà civili nazionali (+ il dossier di Kim Dotcom, boss di Megaupload, sui legami tra amministrazione Obama e lobbies dell'industria audiovisiva)


"Benvenuto in America. Tutto quello che ci diciamo è intercettato, che ci piaccia o no"
(Tim Clemente, ex agente anti-terrorismo FBI)

Veloce segnalazione per un articolo tradotto e ospitato sul blog di Andrea Carancini, il cui titolo dice tutto: Venti esempi dell'attacco dell'amministrazione Obama alle libertà civili nazionali (Bill Quigley, Information Clearing House via blog di Andrea Carancini, 1 dicembre 2011 / 5 maggio 2013)

Inoltre, come aggiunta su un tema collaterale, il dossier, preparato dai legali di Kim Dotcom, creatore del noto servizio di hosting Megaupload (ormai chiuso, ma rinato col nome Mega), sugli stretti rapporti tra l'amministrazione Obama ed esponenti delle potenti aziende dell'intrattenimento audio e video statunitense, allo scopo di controllare e spezzare la libera condivisione dati su internet, anche al di fuori degli USA (ed è questo il punto più interessante del dossier): Megaupload, the copyright lobby and the future of digital rights (Robert R. Amsterdam / Ira P. Rothken, kim.com, 2013) [in PDF]

Per chiudere, tornando al tema iniziale [e si veda anche l'intervento del 27 gennaio 2013]:

  • L'America intercetta tutti, anche chi non è sospettato (Luca Fazzo, Il Giornale, 6 maggio 2013):
Come Echelon, più di Echelon. Un sistema in grado di intercettare e immagazzinare tutto quello che viene detto su qualunque sistema di comunicazione a distanza.

Anche - e questa è la differenza cruciale - ciò che appare oggi innocente, ma che domani potrebbe non più esserlo. Se ne parla da tempo, nella comunità degli analisti di intelligence. Ma oggi le indagini sulla bomba alla maratona di Boston aprono uno spiraglio sulle nuove frontiere del Grande Fratello. E sembrano rivelare che la fantascienza è divenuta realtà, e che già oggi le agenzie di sicurezza degli Stati Uniti registrano e archiviano tutto quello che viene detto al telefono e via computer sul suolo americano.

Ad accorgersene, e a sollevare il tema, è stato uno degli osservatori più puntuali delle tecnologie di sicurezza, Glenn Greenwald del Guardian. Leggendo con attenzione le notizie dagli Usa e ascoltando l'intervista alla Cnn di Tim Clemente, ex agente antiterrorismo della Fbi, Greenwald si è accorto che qualcosa non quadrava. Indagando sui fratelli Tsarnaev, le autorità americane stanno utilizzando le telefonate tra Tamerlan - il fratello rimasto ammazzato durante le ricerche - e la sua moglie americana, Katherine Russell. Il problema è che all'epoca delle conversazioni, non risulta che nè il telefono di Tamerlan nè quello di Katherine fossero sotto controllo. E allora? Da dove vengono le telefonate? La risposta la dà Clemente, l'ex agente della Fbi, quando dichiara alla Cnn: «Noi nella sicurezza nazionale abbiamo sicuramente il modo per sapere cosa si sono detti». E, di fronte allo stupore dell'intervistatore: «Benvenuto in America. Tutto quello che ci diciamo è intercettato, che ci piaccia o no».

É il sogno di ogni investigatore, e l'incubo di ogni garante della Privacy. Un gigantesco calderone dove andare a recuperare, anche a distanza di anni, la frase utile. Da tempo, gli analisti sono convinti che una struttura con queste prestazioni sia a disposizione del governo israeliano: ma si parla di un piccolo paese, e con esigenze di sicurezza molto particolari. Che la stessa cosa fosse possibile in un paese con trecento milioni di abitanti e col traffico più intenso del mondo sembrava finora inverosimile. A meno di non immaginare l'esistenza di un universo parallelo di matematici e cyberanalisti miglia e miglia avanti alle conoscenze ufficiali.

Qua e là, a dire il vero, i segnali di un universo tecnologico in rapida evoluzione si erano colti: dalle notizie sulla superstruttura in corso di costruzione da parte della National Security Agency nel cuore dello Utah, che entrerà in funzione il prossimo settembre, a quelle sulla evoluzione dei programmi di analisi indispensabili a filtrare la massa enorme di dati immagazzinati, con la nascita dei software Einstein 1 e Einstein 2. E soprattutto sulla capacità del nuovo sistema di relazionarsi con il Cloud computing, l'archiviazione dei dati in centri di raccolta dalle capacità calcolate in petabites e zettabites.
Ora l'intuizione di Glenn Greenwald pone nuovamente l'opinione pubblica di fronte all'eterno dilemma: se il progresso tecnologico consente di ascoltare praticamente tutto, quali sono le soglie che la legge deve porre all'invasione della sfera privata? Barack Obama, che nel 2010 era sceso in campo contro la pretesa dell'Arabia Saudita di bandire le comunicazioni Blackberry perché difficilmente intercettabili, già prima delle bombe di Boston aveva cambiato radicalmente opinione, imponendo a tutti i produttori di hardware e software la presenza nei sistemi di backdoors, porte d'accesso per consentire alle agenzie di sicurezza l'accesso alle comunicazioni. E il nuovo attacco terroristico appare destinato a togliere ancora più voce agli irriducibili paladini della privacy.

lunedì 6 maggio 2013

Martiri europei: Ilaria Leone

Martiri europei: Ilaria Leone

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La 19enne livornese Ilaria Leone viene uccisa il 1 maggio scorso, dopo un tentativo di violenza carnale. Il probabile assassino (perché molti indizi portano a lui) sarebbe lo spacciatore senegalese Ablaye Ndoye [foto sotto, a dx], di 34 anni.

La morte della povera Ilaria, se confermata nei termini diffusi dai mass media, è significativa per due ragioni: una prima ragione è l'abitudine malsana di molti giovani, anche di buona famiglia ed essi stessi sostanzialmente di buona indole, ad accompagnarsi o frequentare, anche saltuariamente, personaggi ambigui e di dubbio valore, autoctoni o stranieri (Ilaria conosceva Ndoye e l'aveva incontrato, col gruppo di amici, in qualche occasione in precedenza). Frequentare spacciatori africani, sul cui passato e presente non c'è da giurarci, non è una scelta intelligente a prescindere. Frequentare soggetti "sfuggenti", perché divertenti o curiosi o diversi o chissà che altro, è... molto cinematografico e televisivo, ma poco furbo.

Una seconda ragione, che cade all'uopo in questi giorni, è la questione dell'espulsione degli stranieri irregolari e clandestini. Come sapete, il ministro italo-congolese Cècile Kyenge [foto sotto, a sx], ha affermato che andrebbe eliminato il reato di clandestinità in Italia. Che è come dire porte aperte a chiunque.

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E' uno dei tratti caratteristici dell'ideologia multietnicista quello del rifiutare limiti o del non proporre dati spartiacque. Non esiste, mai, un tetto all'immigrazione, alla capacità di recepimento di masse allogene, e così via. Sembra che le leggi della fisica, le risorse nazionali e la pazienza degli autoctoni siano infinite e infinitamente manipolabili a piacimento di questi ubriachi della pseudo-società multietnica.

Le parole dell'italo-congolese Kyenge sono di ieri. E sempre di ieri sono le parole dei famigliari di Ilaria, i quali affermano che la morte della ragazza è causata dalla non applicazione della legge sull'espulsione degli stranieri irregolari. Ndoye, infatti, era ben conosciuto alle forze dell'ordine e, più volte in passato, gli era stato intimato di lasciare il territorio nazionale.

Questa contemporaneità di opposti punti di vista, bagnati dal sangue della giovane Ilaria, danno il senso della follia ideologica in corso. Sulla pelle dei nostri concittadini.

  • Livorno, la famiglia: “L’omicidio di Ilaria evitabile con l’espulsione degli irregolari” (Il Fatto Quotidiano, 5 maggio 2013):
Ilaria Leoni, la 19enne trovata uccisa in un uliveto nel livornese, prima di morire ha subito un tentativo di violenza sessuale. A rivelarlo l’autopsia eseguita sul corpo della ragazza che ha evidenziato tracce di un tentativo di penetrazione. I residui biologici, secondo quanto emerso fin’ora tracce di sperma, sono al vaglio del Ris. La famiglia della giovane uccisa ha espresso il proprio rancore per la morte della ragazza attraverso i propri legali. “L’omicidio di Ilaria era evitabile”, perchè “generato dalla malata ed inapplicata procedura riguardate l’espulsione degli irregolari”, hanno dichiarato i familiari della ragazza.  ”Pur ringraziando tutte le Autorità che con celerità, serietà e competenza si stanno occupando del caso si chiede con forza e determinazione al ministro dell’Interno, al Questore e Prefetto di Livorno, di conoscere le reali ragioni per le quali non si è data effettività ai decreti di espulsione”. In una nota firmata dagli avvocati Nicodemo Gentile e Antonio Cozza, la famiglia ha poi sottolineato che “Ilaria, contrariamente ad alcune descrizioni distorte, era generosa, vera, solare e lavoratrice, come tutta la famiglia di appartenenza, una giovane, che crescendo viveva con curiosità le sue esperienze, come succede a migliaia e migliaia di ragazzi italiani”. “Amareggia e sconvolge, invece, i familiari, il fatto che – prosegue la nota – il presunto omicida sia uno spacciatore, noto alle forze dell’ordine, violento, perché con precedenti penali specifici, per reati commessi anche nella piccola comunità toscana, irregolare in quanto destinatario nel tempo di plurimi decreti di espulsione, ancora una volta mai eseguiti, che gli hanno permesso di delinquere, sotto gli occhi di tutti, nonostante il suo status”.

Ilaria non è morta strangolata, come sembrava dalle prime ricostruzioni, bensì soffocata dal suo stesso sangue dopo un violento pestaggio. Sul corpo della ragazza sono stati infatti riscontrati anche numerosi segni che fanno ipotizzare un’azione violenta ripetuta e prolungata. La 19enne è stata colpita molte volte a mani nude alla testa e al collo. Nel resto del corpo non ci sono particolari segni di violenza, fatta eccezione per qualche livido sulle gambe. La dinamica è ancora da chiarire, ma le lesioni rilevate sulla schiena della vittima indicherebbero che dopo aver subito l’aggressione, presumibilmente in un punto più in alto del pendio rispetto a dove poi il corpo è stato ritrovato, la ragazza era ancora viva e che quindi potrebbe poi essere stata trascinata giù, già in stato di incoscienza, da una sola persona, escludendo la possibilità di complici.

Ablaye Ndoye, il senegalese di 34 anni fermato dai carabinieri, “è stato ancora interrogato ma ha continuato a non ammettere la colpa“, ha riferito il procuratore di Livorno Francesco De Leo ( http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/03/omicidio-livorno-giovane-senegalese-sotto-interrogatorio/581993/ ). L’uomo ha smentito  tutte le testimonianze, anche quelle fatte dai suoi connazionali, dicendo di essere stato incastrato. Ma il suo alibi non pare essere fondato. Ndoye ha raccontato di aver dormito in spiaggia la note dell’omicidio, dopo aver cenato in un ristorante della zona dove nessuno lo ha visto. Il fermato ha però ammesso di conoscere Ilaria e di aver fumato hashish con lei e i suoi amici. Smentisce però di aver preso il telefonino della giovane, ritrovato nello zaino del senegalese.

Il pm ha inoltre confermato che tra gli elementi che hanno portato all’individuazione del 34enne c’è anche la denuncia fatta da un connazionale del fermato: l’uomo si è rivolto ai carabinieri dopo che Ablaye Ndoye gli avrebbe chiesto di cancellare la memoria del telefonino della vittima. “Sembra che il fermato – ha aggiunto De Leo – non fosse gradito alla comunità che lo ospitava, ma che venisse tollerato per il loro senso del dovere”.

domenica 5 maggio 2013

L'attentato a Palazzo Chigi di Luigi Preiti e due domande

L'attentato a Palazzo Chigi di Luigi Preiti e due domande: ecologia di sangue della crisi


Dalla seconda elezione di Giorgio Napolitano alla carica di Presidente della Repubblica, molte cose sono avvenute, nessuna delle quali positiva per il popolo italiano: la distruzione delle intercettazioni tra Napolitano e Nicola Mancino sulla trattativa Stato-Mafia, avvenuta due soli giorni dopo la rielezione (e si ringraziano il gip di Palermo Riccardo Ricciardi e i componenti della Corte Costituzionale, che hanno permesso ciò: abbiamo sempre bisogno, come cittadini italiani, di autorità che distruggano prove e cancellino tracce di verità!); quindi, il Governo di Unità Nazionale PDL-PD-Scelta Civica montiana (non richiesto né desiderato dai cittadini italiani, ma, potete giurarci, già preventivato quando si è portata avanti la precedente e breve fase bipartisan dei "dieci saggi") e guidato da Enrico Letta (governo già ribattezzato da alcuni "il Lettamaio". E scusate il francesismo); una scelta di ministri che porterà solo avanti l'agenda occidentalista attuale, ossia globalismo economico e dirittumanismo sociale e culturale (compresa Cécile Kyenge, che afferma di essere italo-congolese, ma naturalmente porta avanti solo le istanze allogene, in una Italia ed Europa che vedono i cittadini autoctoni sempre più impoveriti e disoccupati; oppure, compreso il dirottamento della pdellina Michaela Biancofiore ad altro incarico, rispetto all'iniziale sottosegretariato alle Pari Opportunità, su pressioni della lobby omosessualista); in ultimo, una opposizione confusa, frammentata e con poche idee (in particolare, il non essere opposizione, economica e culturale, all'attuale Unione Europea genocida, con argomenti che sarebbero, tra l'altro, facilmente rintracciabili con un po' di ricerca e studio).

  • Luigi Preiti

L'attentato del 28 aprile scorso, proprio nelle ore in cui i ministri del Lettamaio (riscusate il francesismo) giuravano fedeltà (non sappiamo più bene a cosa), si situa nel mezzo di questo caos voluto. Sapete tutto: il calabrese di Rosarno, Luigi Preiti (provocazione: così qualcuno la finirà di dire che in Italia si ribellano solo gli africani a Rosarno. Gli italiani sanno organizzare proteste più clamorose), dopo una attività imprenditoriale in Piemonte, fallita a causa della crisi, torna in Calabria, lavoricchiando saltuariamente, ma senza prospettive per il futuro. La condizione di neo-indigenza lo spinge alla febbre del gioco, nuovo morbo che le autorità nazionali hanno inoculato nella società italiana [14 novembre 2012]. Preiti, conosciuto come buon lavoratore e persona calma, secondo diverse testimonianze, decide, come sfogo per la sua condizione, di colpire/uccidere qualche politico italiano, andando sino a Roma, armato di pistola. Ecc., ecc. Questa è la versione neutra, senza fronzoli e ipotesi di complotto.

Sono ormai passati diversi giorni, ma il clamore del ferimento grave di alcuni carabinieri, lì, quel giorno, di fronte a Palazzo Chigi, da parte di Preiti, non è ancora terminato, venendo nutrito da spettri più o meno sbandierati convintamente o solo temuti di rivolte od omicidi mirati di politici. Le discussioni politiche, nei mezzi di informazione e comunicazione, sono sempre più screziate di ipotetici bagni di sangue.

Nel caso di Preiti, si è speso un po' di tempo a fantasticare complotti confliggenti, con, da un parte, Preiti al soldo della criminalità calabrese, in trasferta assassina a Roma (senza ipotesi sul perché, ma ci sono i dubbi sulla pistola con matricola abrasa e il cellulare "anonimo"), contro, dall'altra, Preiti al soldo dello Stato, col compito di creare le condizioni per giustificare aumenti di scorte e vigilanza e, in seconda battuta, repressioni delle libertà (avete presente la domanda, fatta da altri, sul perché nessun carabiniere abbia sparato contro Preiti?). Molto più semplicemente e probabilmente, Preiti è ciò che abbiamo detto più sopra, un italiano che, di fronte al potere politico attuale, in tempi di crisi, almeno intuitivamente, riconosce le colpe del primo rispetto alla seconda. Che riconosce l'esistenza di una colpa.

  • Il messaggio dei potenti: "Non sconfinate dalle vostre tragedie"

In altra occasione [8 aprile 2013], abbiamo contestato che si debba parlare di "poveri" e di "guerra tra poveri". Si deve parlare, nel caso dell'attuale indigenza di molti italiani, di defraudamento. Gli italiani sono defraudati del loro presente e, forse, futuro a causa di scelte operate (importa relativamente se con consapevolezza o meno) da un paio di generazioni di politici italiani ed europei, con complicità assortite di giornalisti, economisti, ecc. [26 marzo 2013] A meno di sorprese sui suoi scopi reali, quindi, Preiti è solo un italiano che ha subito, prima, e sentito, poi, l'ingiustizia della fase storica attuale, rispondendo in altra maniera rispetto ai ben più numerosi casi di suicidio degli ultimi anni e mesi e settimane.

Le ipotesi di complotto, però, hanno, specie se di provenienza istituzionale o dal giornalismo di sistema, lo scopo di intorbidire le acque, ossia rendere la figura di Preiti sulfurea. Non più un dramma individuale divenuto tragico, ma solo follia omicida. Il messaggio è (sempre prescindendo da complotti): "non vorrette mica imitare un povero pazzo, macchiatosi di un tentato assassinio?" Si aggiungono al tutto le biografie dei carabinieri feriti, specie il più grave, Giuseppe Giangrande, di cui viene sfruttata mediaticamente per giorni la figlia Martina. Quest'ultima è una comune ragazza italiana, senza, da quello che si è potuto intuire dalle sue parole, una particolare visione complessiva della realtà italiana e della tragedia nazionale in corso. Il desiderio (ripetuto), della giovane donna, di una riflessione di tutti è solo una conclusione chiusa in se stessa, non avendo mostrato altro se non il normale timore per la vita del padre. Non avendo mostrato una particolare coscienza politica o culturale, anche solo un accenno, quel "riflettere tutti" è un vicolo cieco. D'altronde, l'accenno al non perdonare, ai progetti personali futuri e all'affetto mostratogli da questo o quel personaggio pubblico, mostrano un ritratto di giovane donna, poco più che ventenne, colpita dalla recente morta della madre e, ora, da questo avvenimento. Ha senso prenderlo ad esempio? Ovviamente no. Bisogna portargli rispetto, ma sul resto della società non ha alcunché da dire (e nessuno pretende che lo debba avere, intendiamoci).

Farla diventare un esempio da imitare, però, è lasciar filtrare il messaggio che gli italiani "giusti", diciamo così, siano quelli che vivono della propria vicenda privata, senza sconfinare. Altro esempio sono i suicidi. Il suicida chiude in sé, senza sconfinare, la propria tragedia. Diventa motivo di articoli e dibattiti (di recente è arrivata la conferma che i numeri dei suicidi sono aumentati per la crisi), ma non viene dipinto negativamente, perché, se anche dovesse indicare responsabilità altrui, non incide su altri.

Il messaggio di chi detiene il potere o ne è servo/complice/corresponsabile è: "per quanto siamo noi la causa di milioni di tragedie individuali, il potere è nostro e lo useremo ancora secondo i nostri voleri. Non azzardatevi a oltrepassare i limiti della vostra quotidiana individualità".

Forse è anche per questo che si tenda a creare una sorta di opposizione tra Preiti e potenziali altri Preiti, da una parte, e i carabinieri feriti, dall'altra. Una sorta di ricatto morale, insomma, in cui l'unico gradimento mostrato è per chi è semplice vittima (e la vittima è, se rimane tale, borghese o in divisa, sempre e solo chiusa in se stessa). Ad esempio, in una manifestazione a Torino per il primo maggio, un gruppo di autonomi ha sfilato con un manifesto in cui venivano riportati i volti di Luigi Preiti e dei recenti suicidi marchigiani, Romeo Dionisi, Annamaria Sopranzi e Giuseppe Sopranzi, più alcuni volti dipinti di nero, come mille altre vittime sconosciute. Sotto questi volti, la scritta "La crisi uccide!". A noi pare una semplice constatazione, non l'esaltazione dell'omicidio. Per il quotidiano Il Giornale, invece, tale manifesto era l'esaltazione del solo Preiti e della sua azione solitaria. Eppure, lo stesso quotidiano ha sempre riportato i vari casi di suicidio con preoccupazione e in più occasioni si sono denunciati i rischi sociali della crisi. Che vuol dire "rischio sociale"? Non si penserà che possa essere solo "suicidio"?! Non si penserà, realmente, che, ipoteticamente, non si sconfini dal darsi solo la morte, di fronte all'insensatezza politico-economico-culturale delle autorità?!

  • Ecologia di sangue della crisi

L'atto compiuto da Preiti, quindi, al di là di teorie di complotto varie, è uno sconfinamento dall'ordinario. E' il cittadino che non si chiude in sé, ma oltrepassa la sua individualità, certo, colpendo poi all'impazzata, senza criterio o, perlomeno, non secondo il criterio iniziale (colpisce lo "scudo" del politico, non il politico stesso).

Il potere dominante comprende questo e ne ha paura. Chi detiene il potere desidera fare il bello e il cattivo tempo, in totale libertà: avendo prodotto la crisi, vuole anche essere il salvatore, che porterebbe a meglio rimarcare la distanza tra sé e il resto della società civile. Che confermerebbe il dominio della Casta (ma un parassita può essere altro che parassita?).

Ma in ciò, c'è la colpa decisiva di noi italiani, che, se votiamo, continuiamo a votare per i vecchi nomi, intesi come persone e come partiti, ma anche come concetti e retoriche.

Intendiamoci, le cose sono complicate: vari articoli e varie analisi segnalano che la retorica dell'austerità (specie legata alla questione del debito pubblico), a livello internazionale, potrebbe venir abbandonata a breve. Non crediamo che, negli anni passati, essa sia stata sposata per un semplice errore di calcolo, ma è probabile ci fossero anche altri ragionamenti, più oscuri. Così come non crediamo che l'abbandono dell'austerità, se ci sarà, avverrà per semplice riconoscimento di un errore economico-matematico, ma perché i detentori del potere hanno ravvisato che, più o meno ampiamente nelle varie realtà nazionali e più o meno episodicamente, si creano fenomeni e condizioni che mettono a repentaglio quello stesso potere. Un semplice calcolo d'interesse personale, che non viene mai sbagliato.

E veniamo al punto: al momento, non sappiamo se l'austerità verrà abbandonata effettivamente, né sappiamo che avverrà, qualora lo si facesse, ossia che scelte verranno portate avanti. Da chi ha sbagliato per decenni, possiamo attenderci miracoli? Ma se la situazione non si risolvesse, neanche in tempi medio-lunghi, un probabile risultato avverrebbe: sparirebbero i più "deboli" e rimarrebbero i più "forti". Questi "deboli" e "forti" di cui stiamo parlando sono i cittadini comuni, non categorie di altro genere, che non ci interessano. Chiediamo scusa per la brutalità del concetto, ma non nascondiamoci che, dopo centinaia di suicidi ed emigrazioni in Svizzera, Austria o altrove, non rimangano quelli che non vogliono/riescono ad abbassare la testa. Certo, rimarrebbero anche quelli che riescono, semplicemente, a sfangarla economicamente, ma sempre in una società problematica. Rimarrebbero, insomma, i più induriti, i più coriacei.

Ora, dopo questa brutale scrematura, i detentori del potere, a meno di miracoli socio-economici, si troverebbero di fronte una generazione antropologicamente nuova, ma cresciuta anche nel ricordo di quanto avvenuto nei decenni e anni passati, ossia cresciuta nel rancore, se non nell'odio o nel disprezzo. Immaginiamo che abbiate già capito, perciò, a meno che non si scoprano complotti dietro la vicenda di Luigi Preiti, quest'ultimo potrebbe essere l'alfiere di una nuova epoca. Il primo di una nuova generazione che non ha da perdere alcunché.

  • La domanda

Perché tutto questo interesse mediatico nei confronti dei carabinieri feriti? Da quando in qua l'ordinaria vita di un carabiniere, ferito nell'esercizio delle sue funzioni, interessa così tanto i mezzi di informazione? In mille altri casi (e tranne quelli più eclatanti, come le stragi di Capaci e via D'Amelio) ciò non avviene, anche quando il carabiniere viene ucciso. Tra l'altro, in altri decenni, di fronte a ferimenti e uccisioni di colleghi, lo Stato provvedeva ad aumentare gli stipendi. Stavolta, sembra non sia avvenuto. Perciò, medita carabiniere o tutore dell'ordine e ricordati che, prima che carabiniere o poliziotto o altro, sei un cittadino. Prima che carabiniere o poliziotto o altro, sei un italiano. L'ordine per l'ordine non è ordine. L'ordine lo si fa rispettare facendo il bene del poprio popolo, non inseguendo ideologie europeiste, dirittumaniste o altro. Ne sei consapevole, carabiniere o poliziotto o altro?

  • Una seconda domanda

Sfugge a qualcuno che, nei mezzi di comunicazione e di informazione e nell'ambito politico o in quello della magistratura o altrove, non viene posto il problema di chi debba pagare per la crisi e le centinaia di suicidi e i milioni di storie di disperazione e di fallimento imprenditoriale e personale? Sfugge a qualcuno che si tenta di far passare la storia socio-economica italiana degli ultimi due decenni come se fosse un semplice incidente, risolvibile con qualche deputato o senatore non rieletto e qualche pensione di politico appena ridotta? Sfugge a qualcuno che i carnefici non vengono rappresentati come tali e, cosa più grave, non vengono giudicati da alcun tribunale come tali?