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mercoledì 26 giugno 2013

Ignazio Marino lascia il centro storico di Roma agli (immigrati) abusivi?

Ignazio Marino lascia il centro storico di Roma agli (immigrati) abusivi? Su un punto del nuovo progetto di decoro del centro storico romano

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Il nuovo sindaco di Roma, Ignazio Marino [foto sopra, con venditore abusivo annesso], avrebbe intenzione di dare il via ad un nuovo piano di decoro per la zona capitolina di Piazza di Spagna. Tra i punti rimarcati, ce n'è uno estremamente negativo, ossia l'intenzione di integrare le masse di venditori abusivi stranieri, trovando loro una occupazione regolare nella riqualificazione della stessa zona cittadina.

Perché si tratta di una idea deleteria?
  • significa negare l'inutilità dei commerci o, meglio, spacci di questi venditori abusivi, per lo più stranieri. Vendere carabattole, borse e scarpe contraffatte, ombrelli di pessima qualità, bibite conservate in maniera dubbia, ecc., il tutto di provenienza opinabile, non è di utilità pubblica, ma tutto il contrario.
  • negare tale inutilità è un modo per nascondere la verità su quegli immigrati, ossia la loro stessa, personale, inutile permanenza nella città. Vendere robaccia e farlo ripetutamente, per giorni e mesi e anni, non significa avere un posto, inteso come lavoro e come senso, ma solo riproporre e amplificare il disordine sociale.
  • tale idea è piegarsi ad un fenomeno imposto esternamente e forzatamente alla zona o alle zone di azione degli abusivi. La vendita abusiva prescinde dai negozi regolari presenti nelle zone stesse, come è facilmente verificabile in qualunque città italiana. Gli abusivi vendono ombrelli vicino a negozi che già vendono ombrelli (di qualità migliore); vendo acqua e altre bibite vicino a chioschi e bar (che conservano acqua e bibite meglio); vendono borse e scarpe taroccati vicino a negozi di scarpe o articoli femminili (che vendono prodotti originali); ecc. Oppure, vendono prodotti non in linea col carattere storico di certi quartieri, tipo giocattoli di dubbia provenienza e fattura tra statue e fontane rinascimentali o caldarroste nelle vie eleganti.
  • trattandosi di un fenomeno imposto esternamente, il togliere quegli abusivi da quel commercio non significa eliminare lo stesso commercio. Uno, perché è da valutare se dietro gli abusivi ci sia un racket (con tutto quel che ne può conseguire). Due, perché, se pur non ci fosse un racket, toglierli produrrebbe un vuoto commerciale, in quanto danneggerebbe tutta una serie di produttori e distributori, i quali vorrebbero rientrare in gioco in qualche maniera. Perciò, servirebbe un piano integrato in tutto il territorio comunale (e forse oltre), con un forte contrasto di quella modalità di commercio, partendo dal produttore (magari cinese, con fabbrica in Italia o in Cina) al venditore (spesso pachistano o bengalese o subsahariano o nordafricano).
  • tale idea rischia di essere un semaforo verde nei confronti dell'immigrazione irregolare. Integrare quelle masse di venditori abusivi è un modo per dire che un posto disponibile lo si trova comunque. Il potenziale immigrato potrebbe pensare che tanto vale rischiare, ché qualche politico o associazione troverà comunque il modo di piazzarlo. Basta insistere. Tutto il contrario di una idea ordinata di gestione della cosa pubblica, con una visione di lungo periodo, rispettosa dei cittadini.
  • l'idea di integrare questi individui nasce solo dalla loro persistente presenza in un dato luogo. Ciò non cambia, come già detto, la natura inutile della loro stessa presenza. Ma la loro presenza e, peggio ancora, l'idea di integrarli nel tessuto commerciale e sociale cittadino, per di più nei centri storici più belli, oltre che trasformarsi in mezzo d'attrazione per ulteriori e nuovi immigrati e abusivi, rischia di trasformarsi in smacco per gli autoctoni, in particolare delle periferie. Immaginatevi ora il risultato: il bengalese Ahmed, o chi per lui, che, da cinque anni in Italia e vendendo abusivamente fiori o ombrelli, trova lavoro in un negozio (già esistente o creato apposta) del centro di Roma, mentre Simone, o chi per lui, cinquantenne operaio della periferia cittadina, senza lavoro da più di un anno, sta nel suo quartiere aspettando un assegno di disoccupazione che tarda da sei mesi (certo, ci sarebbe una "soluzione": gli italiani che fanno concorrenza agli immigrati venditori abusivi e lavoratori irregolari. E' questo che si vuole?).

In ogni caso, profilandosi così le cose, "integrazione" è termine che prospetta scenari almeno un po' contradditori. Basti pensare al fatto che altrove, ossia nella zona romana di Trastevere, i commercianti arrivano ad abbassare le serrande, per protesta contro gli abusivi.

A proposito: notate anche voi che il termine "integrazione" ha un suono meccanico e sgradevole, quasi sinistro?

Video con dichiarazione del sindaco Ignazio Marino (Corriere della Sera, 25 giugno 2013)

Video con dichiarazione di Giovanni Battistoni, presidente dell'Associazione Via Condotti, via della moda adiacente a Piazza di Spagna. Dichiarazione molto perplessa rispetto al progetto del sindaco (Il Messaggero, 26 giugno 2013)

P.S.: dando un'occhiata al curriculum vitae di Ignazio Marino, c'è da chiedersi perché, con quelle competenze ed esperienze, voglia poi fare il politico. E' come gettare perle ai porci (e senza entrare nel merito delle sue idee, spesso non condivisibili).

  • Marino ai commercianti di piazza di Spagna «Piano per il decoro integrando gli abusivi» (Luca Zanini, Corriere della Sera, ed. di Roma, 25 giugno 2013):
I commercianti chiamano, il sindaco risponde. Non sono passate 48 ore dalla denuncia del Corriere della Sera e dall'appello dell'Associazione piazza di Spagna affinché il primo cittadino si recasse a constatare di persona degrado e abusi che deturpano l'area, che ecco Ignazio Marino fendere la folla ai piedi della scalinata di Trinità de' Monti a bordo della sua bicicletta, seguito da una pattuglia di vigili a pedali ( http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/13_giugno_23/notti-alcoliche-piazza-spagna-2221810354905.shtml ). Il primo cittadino ha dovuto anche scampanellare per far scansare dalla sua traiettoria alcuni venditori irregolari. Per ora la visita è arrivata in pieno giorno, anche se la denuncia riguardava soprattutto le notti alcoliche tra birre, vetri rotti e camion bar, animate anche da ambulanti abusivi. 

ALLE SPALLE DI IGNAZIO - E in piazza di Spagna Marino ha incontrato gli operatori commerciali della zona mentre, alla luce del sole, vari extracomunitari proponevano ai turisti bibite, fiori, ombrellini, fotografati alla sue spalle come documenta il servizio di Corriere.it. A sorpresa, però, il sindaco non ha promesso di far sloggiare gli ambulanti: piuttosto, ha detto, vanno integrati in un progetto di decoro che dia loro lavoro.

GLI SCHEDATI DEL 2011 - Marino sorprende con un atteggiamento diametralmente opposto a quello della precedente giunta Alemanno, che nel 2011 mandò i vigili ad effettuare periodici blitz nel Tridente contro gli extracomunitari ed arrivò a «marchiare con braccialetti identificativi gli abusivi, sollevando polemiche a non finire èper l'inedita schedatura degli immigrati dediti a attività di strada per sbarcare il lunario ( http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/11_maggio_25/braccialetti-a-immigrati-ambulanti-abusivi-brogi-190725214347.shtml ). Secondo il nuovo sindaco invece, gli extracomunitari possono essere integrati «con una proposta che parta dalla legalità».

TUTELARE GLI AMBULANTI - Il sindaco ha attraversato tutta la piazza, suonando il suo campanello tra i venditori ambulanti di ombrellini e souvenir. Poi Marino ha chiesto alla vicepresidente dell'Associazione Commercianti di Piazza di Spagna e Trinità dei Monti, Chiara Bedini, di preparare una proposta per migliorare il decoro urbano in questa zona della Capitale integrando gli extracomunitari ambulanti. «Abbiamo chiesto alla vicepresidente Bedini - ha detto - di presentarci un progetto che ci aiuti a migliorare il decoro urbano di questa parte della città. All'interno di questo progetto sarei molto felice se potessero essere introdotti dei parametri che permettano agli extracomunitari che vendono fiori e ombrelli quando piove di avere un'occupazione».

PRESI ALLA SPROVVISTA - Bedini, proprietaria del ristorante - sala da tè «Babington's» in piazza di Spagna, avrebbe giudicato la proposta - a detta del primo cittadino - «interessante», promettendo che l'Associazione che rappresenta molti proprietari di locali importanti nella zona l'avrebbe studiata. Ma in realtà gli operatori della zona sarebbero rimasti non solo sorpresi, ma spiazzati, presi alla sprovvista dal blitz del sindaco. Marino ha quindi sottolineato: «Credo che la strada migliore sia quella di integrare chi in questo momento ha un lavoro precario o non ha un posto di lavoro migliorando allo stesso tempo il decoro urbano di questa zona stupenda della nostra città». La proposta che il sindaco attende dagli operatori commerciali dovrà «avere come parametri legalità, decoro urbano, e se possibile integrazione», e comunque escluderà l'occupazione selvaggia di suolo pubblico.

  • Trastevere abbassa le serrande - Residenti e negozianti: stop abusivi (Gabriele Isman, La Repubblica, ed. di Roma, 24 giugno 2013):
Abitanti e negozianti di Trastevere uniti nella protesta: stamattina per la prima volta le serrande di 40 attività  artigianato di vetro, cuoio, legno, abbigliamento giovanile e oggettistica  resteranno abbassate per chiedere al sindaco Marino di intervenire contro l’abusivismo del quartiere. 

«Nei giorni scorsi  spiega Dina Nascetti, portavoce del Comitato Vivere Trastevere  abbiamo mandato una lettera protocollata in Campidoglio per raccontare dettagliatamente in caso ambulanti». Alla protesta di oggi non parteciperanno le attività di ristorazione che pure hanno sottoscritto il documento dei giorni scorsi con 151 firme per lanciare un grido d’allarme di tutte le realtà del quartiere contro l’abusivismo, piaga numero uno per chi vive e lavora a Trastevere. «Gli esercenti e i negozianti  prosegue Nascetti  pagano affitti importanti e tasse ma si ritrovano, come noi, le strade invase da ambulanti dal mattino fino alle 2 di notte. E anche i ristoratori hanno grossi problemi perché le vie qui sono strette».

L’elenco delle strade che oggi aderiranno all’inedita protesta è lungo e comprende via della Lungaretta, piazza Santa Maria in Trastevere, vicolo del Cinque, piazza Trilussa, piazza della Malva: luoghi dove, come dice Nascetti, «i vigili vengono soltanto se urliamo». Intanto però qualcosa si muove già: «Gli itineranti che vendono bigiotteria  conclude la portavoce   si sono divisi in cinque società e hanno perso i ricorsi al Tar contro l’ordinanza di Alemanno che, su nostra pressione, vietava loro di stare nel nostro municipio. Due delle società hanno già perso anche il ricorso al Consiglio di Stato».

  • Trastevere, residenti e negozianti "Stop alle bancarelle abusive" (Sara Vicarelli, La Repubblica, ed. di Roma, 24 giugno 2013):
Proteste a Trastevere contro l'abusivismo. Residenti e negozianti uniti per manifestare contro i venditori ambulanti che tappezzano le vie del quartiere con bancarelle e tappeti stesi a terra. Lunedì mattina 40 attività hanno abbassato le serrande per lanciare un segnale al sindaco Marino: "Basta venditori ambulanti". Passando per le stradine interne del quartiere, tra via della Lungaretta, vicolo del Cinque, via del Moro e via della Scala, si può leggere in un cartellone bianco, affisso alla vetrina di molti negozi, "chiuso per protesta".

Gli esercenti non ce la fanno più, esasperati dalle bancarelle che invadono le vie e che non permettono loro di commerciare liberamente. La "piccola Capri", così viene chiamata via della Lungaretta e dintorni dai residenti. Un'oasi, che però viene deturpata ogni giorno di più da degrado e abusivismo.

"Il mio negozio nemmeno si vede - dichiara Debora Cecchini, che vende bigiotteria in via della Lungaretta, 79 -, questa è la strada più importante della zona e viene rovinata dai tanti venditori che espongono tappeti in terra pieni di cianfrusaie".

Anche Zuliani Roberto che ha un'attività nella stessa via reclama: "Ho un tipo di clientela che non è da bancarella. La presenza di queste persone, danneggia me e il mio
lavoro". E ancora: "Chiediamo al neo sindaco di trovare al più presto una soluzione, il quartiere sta diventando più affollato di Porta Portese".

Conclude Dina Nascetti, portavoce del Comitato Vivere Trastevere: "Abbiamo mandato una lettera protocollata in Campidoglio. Non vogliamo passare per il municipio, vogliamo risposte direttamente dal sindaco".

domenica 23 giugno 2013

Calciatori e calcio

Calciatori e calcio: Georgos Katidis (e una nostra lettera al Novara Calcio), Fabrizio Miccoli e la globalizzazione secondo Joseph Blatter


Il calcio è un gioco divertente, capace di appassionare con facilità popoli interi. Le sue caratteristiche (semplicità e gioco di squadra) ne fanno il soggetto ideale per divenire spettacolo globale, che trascende i confini. E' per questa ragione, soprattutto nel caso delle grosse squadre delle serie maggiori e delle nazionali, che viene utilizzato per "contrabbandare" la società multietnica, i prodotti (in senso lato) delle multinazionali e della globalizzazione.

  • Georgos Katidis e i veleni di Vittorio Pavoncello del Maccabi (+ una nostra lettera al Novara Calcio)

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Conoscete tutti, immaginiamo, il caso del calciatore Georgos Katidis dell'AEK Atene, allontanato dal campionato greco per un saluto romano. Avrete forse anche sentito parlare dell'interessamento del Novara Calcio per il giocatore, motivato secondo la giusta idea che una seconda possibilità bisogna darla a chiunque (tanto più, aggiungiamo noi, che si è trattato di un semplice saluto, non di chissà quale episodio di violenza o che). (Il pensiero del Patron sulla probabile operazione di mercato Katidis, presidente Massimo De Salvo, Novara Calcio, 20 giugno 2013)

A tale proposito della società novarese, ha reagito, in maniera ultra-ideologica, Vittorio Pavoncello [1] [foto sopra], presidente del Maccabi, associazione sportiva ebraica, e firma del sito di finta controinformazione Huffington Post, affermando sia che una seconda possibilità a Katidis non bisognerebbe affatto darla, sia che produrrebbe emulazione. (Caso Katidis, il Maccabi scrive al patron del Novara: «Non merita una seconda chance», Il Messaggero, 22 giugno 2013) (Novara: Pavoncello, un Katidis non serve, RaiSport, 20 giugno 2013)

In conseguenza di ciò, abbiamo inviato una email al Novara Calcio:

Spettabile società sportiva Novara Calcio,

sono l'autore di un blog identitario italiano ed europeo, che si occupa di questioni attinenti alla libertà e al rispetto, appunto, dell'identità etno-culturale dei popoli europei, in primo luogo italiano. Ho seguito, in questi giorni, la polemica sul vostro proposito di tesserare il calciatore greco Georgos Katidis, espulso dal suo campionato in funzione di un semplice saluto romano. Non nasconderò che simili saluti non mi colpiscono particolarmente, per quanto io non sia fascista o "nazista", nè, per altro verso, comunista o ebreo, ma trovo difficile non indignarmi per alcuni risvolti della questione.

Ho letto la dichiarazione del presidente Massimo De Salvo del 20 giugno scorso, in cui stigmatizzava le scelte passate di Katidis, esprimendo una posizione chiara, sua e della società stessa, rispetto alle ideologie fascista o "nazista" e all'attuale racconto storico della Seconda Guerra Mondiale. E' evidente, anche, che tale posizione è assolutamente in linea con l'intenzione di dare una seconda possibilità al calciatore greco, senza portare avanti "condanne a vita".

Eppure, da quanto riportano le agenzie di stampa, Vittorio Pavoncello, dell'associazione sportiva ebraica Maccabi, ha subito reagito alla vostra decisione, affermando sia che nessuna seconda possibilità bisognerebbe dare al giocatore, sia che rischierebbe un effetto emulazione. Di quale emulazione parli Pavoncello non si sa. Certo è che punire a vita un giovane sportivo, per un saluto, è ridicolo.

Sembra che in Europa, altri casi simili, per semplici saluti o semplici tatuaggi, già vi siano stati. In tutti questi casi, non è esistita la minima intenzione di capire il perché questi individui abbiano fatto certe scelte, se di scelte ponderate si sia trattato e non di una sorta di "moda". I casi sono divenuti, perciò, motivo di sola colpevolizzazione. Da questo punto di vista, questi soggetti sono spariti, in quanto persone, per essere solo oggetti di etichettatura. Che cosa ci sia di maturo e serio in simili etichettature lo sanno solo i cacciatori di streghe moderni. Qualcuno si è forse chiesto perché Katidis abbia salutato romanamente? Qualcuno che se lo sia chiesto realmente?

Nel momento in cui Katidis ha salutato romanamente è divenuto, ipso facto, "nazista" e solo come tale lo si è visto e dipinto. Ciò ha senso? Ovviamente no. Anche meno ha la stigmatizzazione a vita che certuni, come Pavoncello, vorrebbero portare avanti. Stigmatizzazione a vita che è molto poco educativa. Perciò, mi auguro che la società Novara Calcio non desista dal proposito di concedere una possibilità a Katidis, evitando l'ideologizzazione totale dell'esistente che alcuni desiderano, per permettere che certi episodi vengano visti secondo il loro reale peso.

Augurandovi un buon lavoro, vi saluto,

Lif del blog
http://euroholocaust.blogspot.it/ [2]

Quanto espresso nella lettera, lo integriamo affermando che la stigmatizzazione dei vari Pavoncello (ma ci risulta anche una interrogazione parlamentare del PD) è frutto, come già accennato, di una visione ideologizzata dell'esistente. Il diverso atteggiamento del Novara Calcio e di Pavoncello esprime, nel secondo caso, la visione della vita in cui non esistono le persone o i popoli, ma schemi ideali, al di fuori dei quali esiste solo la demonizzazione; nel primo caso, invece, c'è la normale dinamica della vita, intesa come possibile contraddizione e, per ciò stesso, necessitante tolleranza.

In quanto identitari, partiamo dal presupposto che persone e popoli abbiano più importanza che non gli interessi ideologizzati del dirittumanismo europoide e del democraticismo (ormai sempre più lobbistico e all'americana), i quali vedono la vita solo come schematizzazione per aree contrapposte, appunto per interessi, e non per identità etno-culturali e per princìpi. Da ciò, ne deriva che per i primi un Katidis è un criminale a vita (se non peggio) per un semplice saluto. Per noi, un Katidis è un individuo che ha mandato un messaggio (peraltro non violento) da decifrare, secondo la situazione sociale e storica da lui vissuta.

Ora, quale dei due presupposti finiranno per valere in questa vicenda e per quali ragioni?

  • Fabrizio Miccoli e il fango su Giovanni Falcone

In questi giorni, un altro calciatore è nell'occhio del ciclone. Si tratta dell'ex-capitano del Palermo, Fabrizio Miccoli, che da intercettazioni risulterebbe sia vicino ad ambienti della criminalità organizzata (con tanto di scambio di favori), sia ideologicamente ad esso affine, tanto da arrivare ad insultare la memoria di Giovanni Falcone. Perché ci interessiamo a questa vicenda? Ci arriviamo subito...

Secondo quanto riporta la stampa, la voce della vicinanza di Miccoli a certi ambienti mafiosi circolava già da parecchio. (Estorsione, Miccoli finisce nella bufera. E nelle intercettazioni insulti a Falcone, La Stampa, 22 giugno 2013) Quello che ci incuriosisce un po' è la tempistica: se si era a conoscenza da parecchio di simili frequentazioni, come mai solo ora esplode il caso?

Perché il punto è che, da alcune settimane, il Palermo è retrocesso in Serie B e Miccoli, da allora, non ha più un contratto. Viene il sospetto che, finché c'era il giocattolino calcistico, tutti zitti. Rotto il giocattolo, si possono svelare gli altarini. E poco importa che il tutto sia frutto di una indagine della magistratura.

Ora, fatte il confronto con il caso Katidis: lì è bastato un semplice saluto romano per l'immediata demonizzazione a vita, anche oltre i confini greci. Qua, invece, si è atteso...

P.S.: ma, a proposito, che fine ha fatto quella vicenda di Mario Balotelli a Scampia?

  • Joseph Blatter: "Il calcio conta più dei vostri problemi"

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Nei giorni scorsi, il presidente della FIFA, Joseph Blatter [foto sopra], ha denigrato i rivoltosi brasiliani, che da giorni ormai protestano, anche violentemente, contro la sceneggiata dispendiosa dei Mondiali di calcio, affermando che il calcio conta più dei problemi della gente comune. (Blatter sfida gli indignados brasiliani: “Il calcio conta più dei vostri problemi”, La Stampa, 19 giugno 2013)

E' evidente a chiunque la posta in gioco: da un lato, la realtà delle persone comuni; dall'altra, il circo globalizzato. Le parole di Blatter non fanno che rimarcare questa contrapposizione epocale, con quel pizzico di disprezzo non dissimulato, trattandosi del punto di vista di un agente della globalizzazione, ossia di una forma di totalitarismo.

Nulla contano le ragioni dei rivoltosi, né il fatto che il 75% dei brasiliani appoggi le rivolte. (Perché in Brasile si protesta contro la Coppa del Mondo, Marina Amaral, Apublica via Comedonchisciotte, 19 giugno 2013) (Brasile: 75% brasiliani per proteste, ANSA, 23 giugno 2013)

Quando la macchina globalizzata si mette in moto, non è previsto l'uso del freno o della retromarcia. Ora, anche se, immaginiamo, molti non vorranno ammetterlo, quanto detto da Blatter sulle rivolte in Brasile vale anche nella questione dei malumori di alcune parti di tifoseria in Europa, rispetto alla presenza di non europei nelle squadre di calcio.

Nel mese di maggio, proprio Blatter ha prospettato nuove norme mondiali relativamente al tema del cosiddetto "razzismo", con sanzioni più gravi, sia che chi è riconosciuto colpevole sia tifoso o calciatore. Ovviamente, trattandosi del processo totalitario della globalizzazione, nessuno ha ipotizzato un freno al mercato globale, in modo da sostenere i vivai nazionali (comunque problematici in Europa, dato il fenomeno dell'immigrazione di massa).

Perciò, un tifoso o tifa a scatola chiusa o non tifa. O tifa indipendentemente da chiunque venga caricato in squadra oppure non è gradito. L'opzione "etnica" non è prevista ed è reputata razzista. Eventuali malumori, se non silenziosi, sono altrettanto considerati razzisti.

Come dicevamo, anche se alcuni non vorranno essere d'accordo, il meccanismo è lo stesso: libertà identitaria e libertà dei popoli sono concetti più vicini di quanto si voglia ammettere e, perciò, altrettanto invisi ai globalizzatori. "Il calcio conta più di voi". "La globalizzazione conta più delle vostre identità". Per chi è così idiota da bersela, ovviamente.

  • NOTE

[1] Vittorio Pavoncello fa parte anche del cosiddetto "europarlamento ebraico". Curiosa istituzione continentale, la cui utilità ci sfugge. Ma l'Unione Europea non era l'unione di tutti, ecc., ecc.?
[2] Qualora ci sia una qualche reazione da parte della società Novara Calcio alla nostra lettera, naturalmente vi informeremo.

"Nuovi europei"?: lo stupratore pedofilo Ahmed Omar Mohamed

"Nuovi europei"?: lo stupratore pedofilo Ahmed Omar Mohamed (e le "povere vittime" di Kashetu Kyenge)

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Segnalato su François Desouche: il somalo diciottenne Ahmed Omar Mohamed, dopo aver stuprato una bambina di 10 anni e una ragazza di 17 e aver tentato di fare altrettano con una bambina di 9 anni, non verrà espulso dalla Danimarca, in quanto tutte le sue relazioni affettive sarebbero solo in territorio danese.

E' curioso. Di solito gli africani hanno famiglie con molti componenti, ma, in questo caso, lo stupratore non avrebbe più nessuno in Somalia. Sarà... In ogni caso, per questa ragione, il somalo (ben integrato?) non verrà espulso, con grande scandalo non solo di politici anti-immigrazionisti, ma anche delle stesse vittime e relative famiglie. Ovviamente, gli immigrazionisti ritengono "corretta" la decisione di non allontanamento dal territorio danese.

(Per inciso: il personaggio in questione sembra che fosse vicino alla rete terroristica di Al-Qaeda, ma su questo non insistiamo).

  • Sulla nuova provocazione di Kashetu Kyenge

Relativamente alle sempre infelici uscite dell'italo-congolese Kashetu Kyenge, c'è da aggiungerne una nuova: secondo costei, gli stranieri delinquerebbero perché trattati come bestie.

Nell'Italia in cui i pensionati (ossia coloro che hanno lavorato 30-40 anni) prendono 400 euro al mese e in cui oltre il 30% dei giovani è disoccupato, si giustifica la violenza allogena, comunque sia? Non solo, ma si dimentica che (spieghi questo, la poco perspicace Kyenge) non tutte le etnie allogene delinquono e nello stesso modo. Perché i polacchi raramente si sentono nella cronaca nera e hanno nomea di grandi lavoratori, mentre altri, soprattutto subsahariani e nordafricani tutto il contrario? Eppure, 15-20 anni fa anche i primi erano "lavavetri".

Ma soprattutto, (la poco perspicace Kyenge) spieghi come far quadrare i conti (non solo economici) tra autoctoni e masse immigrate a cui non si pone alcun freno reale. Senza freno (senza, cioè, blocco degli arrivi ed espulsioni vere), non ci può essere ordine, ossia possibilità di sostentamento e di civile coabitazione. Le possibilità, a queste condizioni, riguarderanno sempre esigue minoranze, mentre la restante maggioranza vivrà solo condizioni di disagio, con rischi che vediamo sempre più in tutta Europa. Le chiacchiere ideologiche e senza serie valutazioni socio-economiche non servono ad alcuno (per non dire della mai considerata questione etno-culturale).

Se poi aggiungiamo casi come quello danese del somalo pedofilo, è evidente che gli immigrazionisti, oltre a raccontare favolette senza fondamento e senza razionalità, anche simbolicamente sembrano perseguire non l'ordine, ma solo il progetto genocida immigrazionista.

E' evidente, da episodi come questi, che non interessa loro il bene dei singoli e della società, ma un discorso artificiale. Agli immigrazionisti interessa la fede dirittumanista. Come siano le condizioni concrete della società e la sua identità, per costoro non interessa. Per costoro conta la chiacchiera, non i fatti reali. Il feticcio, non le persone. Il simulacro, non la vita.

  • Riferimenti sul caso dello stupratore pedofilo Ahmed Omar Mohamed:

The Gullestrup Rapist Escapes Deportation (Baron Bodissey, Gates of Vienna, 18 giugno 2013)
Voldtog ti-årig: Kræver straf nedsat (Flemming Mønster, Ekstra Bladet, 10 giugno 2013)
Servizio da un telegiornale della rete danese TV/Midt-Vest [video in lingua originale, con sottotitoli in inglese]

martedì 18 giugno 2013

Una esercitazione ad Amsterdam

Una esercitazione ad Amsterdam: ovvero del "tutto il mondo è paese"?


Nel corso di questa settimana, ad Amsterdam, e precisamente nelle zone West e Nieuw-West, si sta tenendo una esercitazione militare. Tali zone sono ad alta concentrazione di stranieri. Lo scopo della stessa esercitazione, infatti, è permettere ai soldati di prendere confidenza, sotto vari aspetti, con le abitudini e il sentire allogeno.

Confidenza utile, poi, durante missioni all'estero.

Tutto molto razionale, non c'è che dire. Eppure, chissà perché, abbiamo una (doppia) strana sensazione...

  • Soldiers to practise conversation skills in multicultural Amsterdam (DutchNews, 14 giugno 2013):
Dutch solders are to spend several days next week practising their conversational skills in the multicultural districts of West and Nieuw-West Amsterdam, the Parool reports on Friday.

The Parool says the defence minister thinks it important that soldiers who will have to communicate with locals during foreign missions can practice 'in a live environment' ( http://www.parool.nl/parool/nl/4055/AMSTERDAM-WEST/article/detail/3458788/2013/06/14/Militairen-oefenen-multiculti-in-Amsterdamse-wijken.dhtml ).

Between 30 and 40 soldiers will be involved in the training exercises and will hold talks with local officials, police and community organisations.

The districts have been chosen because of their cultural mix and will form a 'fictitious mission locality'. The soldiers will have to take into account political, religious, cultural, economic and humanitarian differences while practising their techniques, the Parool says.

Soldiers will wear a military suit rather than battle dress so locals do not think their neighbourhoods have been occupied.

Figli perduti d'Europa: Giuliano Delnevo, detto "Ibrahim"

Figli perduti d'Europa: Giuliano Delnevo, detto "Ibrahim"

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Nessuno pianga per il 24enne genovese Giuliano Delnevo, detto "Ibrahim", morto (non c'è ancora l'ufficialità) nei giorni scorsi in Siria, tra le fila dei terroristi sunniti anti-Assad.

Il giovane, convertitosi all'islam sunnita circa quattro anni fa, si era ormai avvicinato alla galassia terroristica, in particolare ai fondamentalisti ceceni, attivi nel confine tra Turchia e Siria.

Come italiani, chiediamo scusa al popolo siriano per le possibili sofferenze che un nostro connazionale confuso può aver causato, dopo la sua disgraziata scelta.

  • Siria, quel ragazzo italiano morto combattendo nel nome di Allah (Gian Marco Chiocci + Gian Micalessin, Il Giornale, 18 giugno 2013):
È morto in Siria combattendo contro il governo di Bashar Assad, ma non era siriano. E neppure arabo. Era di Genova, aveva in tasca un passaporto italiano ed era cresciuto in una famiglia che non aveva alcun legame con l'islam.

La storia del convertito Giuliano D., confermata a il Giornale da diverse fonti dell'intelligence e del ministero dell'Interno, è la tragica storia di un ventenne genovese innamoratosi dell'islam ed inghiottito dal richiamo del fondamentalismo e della guerra santa. Di lui pochi vogliono parlare. Anche perché subito dopo il primo viaggio al confine turco realizzato più di un anno fa, e già allora puntualmente segnalato ai nostri servizi segreti, sarebbe entrato in contatto con un gruppo di volontari ceceni. Proprio quell'incontro lo avrebbe portato ad unirsi ad uno dei gruppi più estremisti impegnati sul fronte della guerra civile siriana. Sulla sua fine non esistono per ora conferme ufficiali, ma diverse fonti istituzionali e d'intelligence interpellate da il Giornale concordano confidenzialmente sull'esito tragico della sua avventura. E comunque la presenza in Siria di un giovane genovese impegnato a combattere tra le fila dei ribelli viene confermata anche da Hamza Roberto Piccardo, il dirigente dell'Ucoi (Unione comunità islamiche) che oltre ad essere pure lui un convertito è anche di origini liguri. «Ho chiesto ai miei contatti e risulta effettivamente che uno di Genova si trovi in questo periodo in Siria, ma non sappiamo cosa gli sia successo» racconta dopo 24 ore di verifiche Piccardo. E quando il Giornale gli chiede se fosse veramente lì a combattere si mette a ridere. «Pensate ci sia andato in vacanza?».

La notizia - arrivata a il Giornale venerdì sera nel corso di un incontro non ufficiale con un alto esponente istituzionale - non viene confermata dalla Farnesina. I funzionari del nostro ministero degli Esteri interpellati sia domenica sia lunedì ripetono di non poter verificarla.

La tragica morte di Giuliano D. ci ricorda non solo quanto sia vicino a noi il conflitto siriano, ma anche i rischi che l'attrazione fatale esercitata sui musulmani residenti nel nostro paese ce li restituisca trasformati in combattenti fanatici, capaci non solo di adoperare armi ed esplosivi, ma pronti anche a minare la sicurezza interna del nostro paese. È già successo ai tempi della guerra di Bosnia quando dalla moschea di Milano partivano i volontari decisi ad aggregarsi alla Brigata internazionale jihadista in lotta con i serbi. Dai campi di battaglia bosniaci tornarono molti dei militanti che avrebbero trasformato la moschea di viale Jenner in uno dei capisaldi europei di Al Qaida.

Oggi, oltre a Giuliano D., sono passati per i campi di battaglia siriana, secondo fonti de il Giornale, almeno altri 20 jihadisti tenuti sotto stretto controllo dai nostri servizi segreti. A differenza del caduto genovese sono in gran parte immigrati di fede islamica arrivati in Italia da paesi arabi e del Maghreb, ma tutti avrebbero all'attivo almeno una trasferta a fianco dei ribelli anti Assad. La pericolosità di questa ventina di reduci jihadisti va considerata anche all'interno di un contesto europeo dai numeri assai più elevati ed assai più inquietanti. Secondo Gilles de Kerchove, responsabile delle politiche anti terrorismo dell'Unione europea, gli europei che hanno combattuto in Siria sono circa 500. Stando ad un rapporto del King's College di Londra i reduci originari di 14 paesi europei sono invece oltre 600 e rappresentano tra il 7 e l'11 per cento di una legione straniera islamica che conta dai 2000 ai 5mila volontari. Il contingente più elevato risulta quello britannico con effettivi che variano fra i 38 e i 134 combattenti. Subito dopo arrivano il Belgio, la Francia e l'Olanda con 107, 92 e 84 volontari nei momenti di massimo affollamento.

lunedì 17 giugno 2013

Giovanni Sartori su Kashetu Kyenge e "meticciamento"

Giovanni Sartori su Kashetu Kyenge e "meticciamento": "...più disintegrati di così si muore"


Mentre Kashetu Kyenge vaneggia sul governo-suq [1], il politologo Giovanni Sartori le ricorda il Novecento indiano...

[1] Su Wikipedia, è riportato quanto segue (interessante metafora o, forse, prospettiva):
Nell'islam classico esso [il suq, ndr] costituiva - insieme alla moschea e al Palazzo del potere - il terzo centro funzionale della città musulmana. A differenza però della Moschea o del Palazzo, il sūq non occupava quasi mai fisicamente il centro della città e questo a causa della invasività di certe arti e professioni che potevano arrecare disturbo, a causa di rumori o sgradevoli odori, all'ordinato e quieto vivere civile perseguito dalle autorità pubbliche.

  • L’Italia non è una nazione meticcia - Ecco perché lo ius soli non funziona (Giovanni Sartori, Corriere della Sera, 17 giugno 2013):
Il governo Monti era un po' raccogliticcio, ma forse per la fretta e anche perché Monti non apparteneva al giro dei nostri politici e di molti di loro sapeva poco. Ma Letta i nostri politici li conosce, è del mestiere; eppure ha messo insieme un governo Brancaleone da primato. Grosso modo, metà dei suoi ministri e sottosegretari sono fuori posto, sono chiamati ad occuparsi di cose che non sanno. Al momento mi occuperò solo di un caso che mi sembra di particolare importanza, il caso della Ministra «nera» Kyenge Kashetu nominata Ministro per l'Integrazione. Nata in Congo, si è laureata in Italia in medicina e si è specializzata in oculistica. Cosa ne sa di «integrazione», di ius soli e correlativamente di ius sanguinis ?

Dubito molto che abbia letto il mio libro Pluralismo, Multiculturalismo e Estranei, e anche un mio recente editoriale su questo giornale nel quale proponevo per gli immigrati con le carte in ordine una residenza permanente trasmissibile ai figli. Era una proposta di buonsenso, ma forse per questo ignorata da tutti. Il buonsenso non fa notizia.

Sia come sia, la nostra oculista ha sentenziato che siamo tutti meticci, e che il nostro Paese deve passare dal principio dello ius sanguinis (chi è figlio di italiani è italiano) al principio dello ius soli (chi nasce in Italia diventa italiano). Di regola, in passato lo ius soli si applicava al Nuovo Mondo e comunque ai Paesi sottopopolati che avevano bisogno di nuovi cittadini, mentre lo ius sanguinis valeva per le popolazioni stanziali che da secoli popolano determinati territori. Oggi questa regola è stata violata in parecchi Paesi dal terzomondismo imperante e dal fatto che la sinistra, avendo perso la sua ideologia, ha sposato la causa (ritenuta illuminata e progressista) delle porte aperte a tutti, anche le porte dei Paesi sovrappopolati e afflitti, per di più, da una altissima disoccupazione giovanile.

Per ora i nostri troppi e inutili laureati sopravvivono perché abbiamo ancora famiglie allargate (non famiglie nucleari) che riescono a mantenerli.

Ma alla fine succederà come durante la grande e lunga depressione del '29 negli Stati Uniti: a un certo momento i disoccupati saranno costretti ad accettare qualsiasi lavoro, anche i lavori disprezzati. Ma la Ministra Kyenge spiega che il lavoro degli immigrati è «fattore di crescita», visto che quasi un imprenditore italiano su dieci è straniero. E quanti sono gli imprenditori italiani che sono contestualmente falliti? I dati dicono molti di più. Ma questi paragoni si fanno male, visto che «imprenditore» è parola elastica. Metti su un negozietto da quattro soldi e sei un imprenditore. E poi quanti sono gli immigrati che battono le strade e che le rendono pericolose?

La brava Ministra ha anche scoperto che il nostro è un Paese «meticcio». Se lo Stato italiano le dà i soldi si compri un dizionarietto, e scoprirà che meticcio significa persona nata da genitore di razze (etnie) diverse. Per esempio il Brasile è un Paese molto meticcio. Ma l'Italia proprio no. La saggezza contadina insegnava «moglie e buoi dei paesi tuoi». E oggi, da noi, i matrimoni misti sono in genere ferocemente osteggiati proprio dagli islamici. Ma la più bella di tutte è che la nostra presunta esperta di immigrazione dà per scontato che i ragazzini africani e arabi nati in Italia sono eo ipso cittadini «integrati».

Questa è da premio Nobel. Mai sentito parlare, signora Ministra, del sultanato di Delhi, che durò dal XIII al XVI secolo, e poi dell'Impero Moghul che controllò quasi tutto il continente Indiano tra il XVI secolo e l'arrivo delle Compagnie occidentali? All'ingrosso, circa un millennio di importante presenza e di dominio islamico. Eppure indù e musulmani non si sono mai integrati. Quando gli inglesi dopo la seconda guerra mondiale se ne andarono dall'India, furono costretti (controvoglia) a creare uno Stato islamico (il Pakistan) e a massicci e sanguinosi trasferimenti di popolazione. E da allora i due Stati sono sul piede di guerra l'uno contro l'altro.

Più disintegrati di così si muore.

domenica 16 giugno 2013

Lettera alla Lega Nord

Lettera alla Lega Nord: sul caso della consigliera Dolores Valandro e su Kashetu Kyenge


  • Il seguente messaggio è stato inoltrato per email sia alla Lega Nord che alla Lega Nord Veneto. Qualora rispondano alla stessa, pubblicheremo la risposta. In ogni caso, questo messaggio ci serve anche per pubblicare alcune considerazioni rispetto a certe dichiarazioni della Kyenge, prescindendo dalla stessa Lega Nord.

Brevi considerazioni su Dolores Valandro e Kashetu Kyenge e sulle trappole della comunicazione

Egregi responsabili della Lega Nord e della Lega Nord Veneto,
sono Lif, autore di Euro-Holocaust (http://euroholocaust.blogspot.it/), piccolo blog di controinformazione identitaria nazionale. Scrivo le seguenti righe in seguito alla solita piccola tempesta mediatica che investe un vostro esponente politico. Mi riferisco alla infelice frase di Dolores Valandro sullo stupro ai danni del ministro Kashetu Kyenge, detta "Cécile". Inutile rimarcare quanto già abbondantemente rimarcato dai mezzi d'informazione. Ciò che è sbagliato è sbagliato.

Ma, nonostante questo, vi invito a ragionare su due punti, tra loro collegati: il primo punto riguarda proprio la questione comunicativa. Premetto che non intendo specificarvi se sono o non sono un militante o un elettore leghista, perché ritengo che questo sia solo un dettaglio. La Lega, infatti, rimane, nonostante tutto, ancora il più grande partito in Italia definibile come identitario. Perciò le sue vicissitudini, in senso lato, possono interessare qualunque identitario italiano, leghista o non leghista, padanista o non padanista. Premesso ciò, torniamo alla questione comunicativa.

Rimango sempre stupito dalla forma che assume la comunicazione politica in Italia, cui la Lega Nord non rappresenta una eccezione, dove, se da un lato abbiamo partiti e movimenti politici di limitato coraggio (non entro nel dettaglio, ma basti vedere le non-scelte politiche degli ultimi anni, specie in campo economico e specie nei rapporti subalterni con l'Unione Europea), dall'altro abbiamo, in molti gruppi, una pletora di dichiarazioni e uscite estemporanee, che lasciano sospettare persino una mancanza di accordo di base sulla visione di fondo delle cose e sulla maniera di incidere nella realtà.

Rimanendo alla questione dell'immigrazione e delle identità etno-culturali, quello che voglio dire è che è quasi inutile scandalizzarsi delle parole della Valandro, così come, in altre occasioni, di quelle di Mario Borghezio o altri, se non si riconosce, dal punto di vista comunicativo del partito, la diversa sensibilità proprio di soggetti come Borghezio, Valandro o altri. Cioè, se non si riconosce che quel linguaggio è semmai frutto di una incapacità complessiva, sia partitica, sia più generale della società italiana attuale, di dar conto degli avvenimenti in corso e, soprattutto, dei possibili e probabili pericoli all'orizzonte.

Nel guardare il panorama degli esponenti leghisti, andiamo da una minoranza in cui gli accenti anti-immigrazione sono fortemente presenti, anche in maniera scomposta e disordinata, ad altri (molti di più?) dove simili accenti sono deboli o assenti o persino impensabili, nonostante la natura identitaria della Lega Nord. Tutto ciò non può essere derubricato solo come varietà delle personalità dei differenti esponenti leghisti o risultato dei loro differenti impegni, col rischio di dissimulare una mancanza di condivisione dei valori fondamentali.

E veniamo al secondo punto, più importante, ossia quello della questione immigratoria (ossia di alcuni valori fondamentali). Un partito identitario dovrebbe agire e comunicare nell'ottica degli interessi, in senso lato, del proprio popolo. Ogni analisi, dichiarazione e azione dovrebbe riguardare ciò. Persino il rimediare ad un errore (ad esempio: una frase infelice) dovrebbe condividere tale impostazione necessaria.

Mi chiedo, pertanto, perché, dal punto di vista comunicativo, la frase della Valandro abbia prodotto solo l'espulsione della stessa (che non discuto) e una richiesta di scuse. Entrambe le cose denotano il piegarsi alla logica altrui. Ripeto: non discuto l'espulsione, né le scuse, ma la mancanza di una contemporanea presa di posizione identitaria, a contrasto delle posizioni multietniciste e vittimistiche di chi ha attaccato la Valandro.

Per chiarirsi: come sapete, Dolores Valandro ha scritto quel che ha scritto a commento della notizia dell'ennesima tentata violenza sessuale, da parte di un africano, a Genova, il 12 giugno, di due ragazze. Come sapete, gli allogeni rappresentano oltre il 30% degli autori delle violenze sulle donne per strada, pur rappresentando il 7% della popolazione nazionale.

Statistiche, nonostante tentativi di limitarne la gravità percepita, inquietanti e non abbastanza mediatizzate (si veda, al confronto, il fenomeno del femminicidio, su cui ci sarebbe da discutere).

Ad inizio mese, Kashetu Kyenge aveva espresso comprensione per la "rabbia degli immigrati", non considerati italiani da molti, affermando di immedesimarsi in loro. Ricordiamo che settimane prima c'era stata la strage milanese causata dal ghanese Mada Kabobo, ma anche la dichiarazione della stessa Kyenge di essere italo-congolese e di non voler recidere le proprie radici.

Questo reticolo di dichiarazioni e avvenimenti tragici mostrano l'immagine non di una società "meticcia", come in altra dichiarazione afferma sempre la Kyenge (in maniera presuntuosa, da parvenue della società italiana), ma, ovviamente, il contrario, ossia il crescere bubbonico di un contraddittorio e violento venir meno dell'ordine sociale e dell'identità autoctona, sommati a molteplici e contrastanti interessi, lobbistici o etnici o economici.

La Lega, pur avendo mostrato qualche iniziativa dopo la strage milanese, non sempre risponde a tono a numerose altre dichiarazioni e prese di posizione pubbliche dei vari alfieri del multietnicismo, in maniera da evidenziare contraddizioni e punti deboli di questi ultimi. Ad esempio, la citata "rabbia degli immigrati" di cui ha parlato la Kyenge è una evidente provocazione nei confronti dell'Italia autoctona. E', in una maniera non gridata, una minaccia.

La Kyenge, dopo le parole della Valandro, ha affermato di essere contraria a forme di linguaggio violento. Ma la sua affermazione sulla "rabbia degli immigrati" lascia intuire, alla luce della reale violenza allogena, specie dei fatti dello scorso maggio, una giustificazione per quest'ultima forma di violenza. Non intendo dire, ovviamente, che Kyenge spinga alcuno a fare alcunché, ma, dal punto di vista comunicativo, lei usa la "rabbia" e (senza citarla espressamente, ma bisognerebbe essere sciocchi a non intuirlo) la reale violenza fisica per disarmare l'indignazione solo verbalmente espressa di chi ha posizioni non-multietniciste e non-immigrazioniste. Una sorta, quindi, di vergognoso ricatto morale.

La Lega finisce per lasciare l'incombenza della comunicazione anti-immigrazionista ai mal di pancia estemporanei di alcuni militanti ed eletti, senza costruire un discorso coerente e persistentemente duro riguardo le mille menzogne del multietnicismo, dagli "immigrati come ricchezza" al "rilancio dell'Italia grazie agli stranieri", e senza sfruttare dati e fatti esistenti e ben conosciuti, che possano mettere in dubbio quelle menzogne.

Il consigliere veneto Federico Caner ha affermato che la frase della Valandro rischia di vanificare il lavoro della Lega. Ma, semmai, dovrebbe essere la Lega stessa a precedere, dal punto di vista comunicativo, sia uscite disgraziate come quella della Valandro, sia, soprattutto, le mille affermazioni ideologiche di personaggi come Kashetu Kyenge, Laura Boldrini, Andrea Riccardi e chi più ne ha più ne metta.

E' comunicazione, non azione politica. Si può capire che l'azione politica debba venire a patti con chi ha altre posizioni, ma la comunicazione no. Essa è più libera, fluida in senso positivo. Il suo referente non è l'altro politico, ma la gente comune, la propria comunità, la propria nazione. Perché andare dietro alle posizioni dei multietnicisti, invece che preoccuparsi (e per tempo) di comunicare il giusto ai propri concittadini?

Terminando qui e scusandomi della lunghezza della presente, vi auguro un buon lavoro e vi saluto,

Lif di euro-holocaust

Lo scandalo della scuola islamica Ibn Ghaldoun di Rotterdam

Lo scandalo della scuola islamica Ibn Ghaldoun di Rotterdam: esempio di "nuova Olanda"


In questi giorni, la scuola superiore islamica Ibn Ghaldoun di Rotterdam è nell'occhio del ciclone, a causa del furto di esami per il diploma. Dalle ultime notizie, ben 24 esami sarebbero stati rubati e rivenduti. Avendo l'Olanda esami uguali in tutta la nazione, il furto ha rischiato di adulterare profondamente l'attuale tornata di diplomandi e, magari, di futuri universitari. Diciamo "ha rischiato" perché, perlomeno per la città di Rotterdam, gli esami verranno posticipati (e, vogliamo immaginare, modificati).

Ma che è successo, in pratica? Alcuni studenti della scuola, tra cui il figlio di Hassan Bofarid, storico direttore della stessa, hanno rubato, appunto, gli esami, rivendendoli. Il Ministero dell'Istruzione ha affermato che l'amministrazione scolastica non sarebbe coinvolta.

Ci sono però due "ma": il primo è che, secondo la polizia locale, non vi sono segni di effrazioni (come hanno rubato, allora, gli esami?); il secondo è che, curiosamente, la scuola in questione, sino ad un paio di anni prima, era considerata di basso livello, per quanto riguarda i risultati conseguiti dagli alunni, tanto da rischiare la chiusura. Ma, nell'ultima tornata di esami, è salita al quarto posto nazionale tra le migliori scuole?! C'è, quindi, di che pensar male.

Aggiungiamo che l'attuale direttore è il turco Ayhan Tonca, nell'occhio del ciclone anch'egli, in anni recenti, sia per la negazione del genocidio armeno del 1915, sia per l'aver dipinto le donne senza velo come peccatrici. Altro motivo di scandalo, i fondi pubblici elargiti alla scuola, ma utilizzati per pellegrinaggi alla Mecca, anche di persone non legate all'istituto. Sembra che siano circa 1.200.000 gli euro pubblici assegnati alla scuola, ma utilizzati in maniera impropria. Il bello è che Ayhan Tonca ha ricevuto, nel 2010, un riconoscimento da parte della casa regnante per il suo "contributo alla società olandese" e che, dal 1994, è impegnato nelle fila del partito cristiano-democratico.

Se questa è la "nuova Olanda"?!

  • Fifteen National Exams Leaked through Islamic School (NisNews, 12 giugno 2013):
Not just one but 15 national exams for secondary education school leavers have been stolen and distributed from the controversial Ibn Ghaldoun Islamic school in Rotterdam.
Last week, it emerged that the French exam at the pre-university VWO level of secondary education was stolen from the school's vault. Now, the Education Ministry says the same thing happened at Ibn Ghaldoun to 14 other exams.
Everywhere in the Netherlands the French exam at the VWO level was cancelled after the initial discovery two weeks ago. Some 17,000 pupils nationwide were forced to take the national exam - a new version - a day later.
Pupils across the country now worry they may have to redo their exams. But this is unlikely, as the Education Ministry says there are no indications that the 14 other exams that also disappeared from Ibn Ghaldoun were distributed to pupils of other schools.
Three persons have been arrested in connection with the theft, all Ibn Ghaldoun pupils. Police said there were no signs of a break-in. The Education Ministry however says there is no reason to believe the school management is involved.

The school management is controversial. Its director is Ayhan Tonca, a Turk who was forced to leave as a candidate-MP for the Christian democrats (CDA) in 2006 for denying the genocide by Turkey of Armenians in 1915. He also said women who do not wear a veil commit "a sin". But since 2008, he has been a member of the CDA's academic bureau and in 2010 he received a royal decoration for his 'contributions to Dutch society'.
Also, the Education Inspectorate discovered in 2007 that Ibn Ghaldoun had used government subsidies for pilgrimages to Mecca - also for Muslims who had no connection at all with the school. In total 1.2 million euros was spent on this and a series of other fraudulent constructions but the school refused to repay. Following the French exam's theft, weblog Geenstijl.nl and other media were already speculating that there have been leaks to the pupils of Ibn Ghaldoun before because the school has made a remarkable rise on the education quality ladder of the Education Inspectorate. In fact, last year Ibn Ghaldoun ranked fourth among the Netherlands' best schools. Only a couple of years earlier it was actually threatened with closure because its pupils results and the quality of teachers and lessons were labelled "very weak".


  •  Exam Fraud: All Rotterdam Diploma Presentations Postponed (NisNews, 14 giugno 2013):
Diploma presentations for all secondary schools in Rotterdam have been postponed. The Public Prosecutor’s Office (OM) must first establish the extent of the exam fraud at the Islamic school Ibn Ghaldoun.

"No further education final exam diplomas will be presented until end-June,” Rotterdam Education Alderman Hugo de Jonge announced Thursday. The decision was taken to give schools, teachers and parents the opportunity to look at whether individual pupils have committed fraud. “We want to prevent students obtaining a diploma to which they are actually not entitled.”

Meanwhile, it has emerged that the exam theft at Ibn Ghaldoun is even bigger than thought. According to the OM, not 15 but 24 exams were taken from a safe space there and sold on.

Because the exams for all pupils in the Netherlands are the same, where the stolen papers were distributed is being investigated. There are indications that pupils in Noord-Brabant bought the exams.

Remarkably, no teacher whatever remarked in any way on the theft. The exams were after all sealed. One of the three suspects is the 18 year old son of Hassan Bofarid, who was director of In Ghaldoun for years. He claims his son is innocent.

Exams at Ibn Ghaldoun have been interfered with before. Spokesman Bart Renders said Wednesday evening on TV programme Knevel & Van den Brink that in 2010, two lecturers were sacked because they filled in multiple choice questions correctly for pupils.

martedì 11 giugno 2013

A proposito della conferenza dirittumanista "State of the Union" e di un documento dell'ONU di 13 anni fa

A proposito della conferenza dirittumanista "State of the Union" e di un documento dell'ONU di 13 anni fa: il genocidio europeo come risultante di determinati stili di vita, assenza di efficaci politiche di natalità e mancata riorganizzazione delle società europee dal punto di vista formativo-lavorativo


Il mese scorso si è tenuta a Firenze l'annuale conferenza "State of the Union", promossa dall'Istituto Universitario Europeo, istituto di ricerca e formazione finanziato dall'Unione Europea. Alla conferenza hanno partecipato politici, docenti universitari e giornalisti allo scopo di discutere della questione della "cittadinanza" nell'Unione Europea, sia dal punto di vista dell'integrazione tra Stati e popoli europei, sia in riferimento alle masse allogene immigrate. (Lo Stato dell’Unione: diritti umani e migrazione per l’Europa di domani, Quattrogatti.info, Il Fatto Quotidiano, 18 maggio 2013)

The State of the Union 2013

Programma (si vedano le sessioni C e D, più quella pomeridiana, tutte riguardanti questioni attinenti l'immigrazione. Tra i partecipanti, Cecilia Malmström, Tariq Ramadan, Giuliano Amato, Kashetu Kyenge e, nel finale, Laura Boldrini) [in PDF]

Come sempre, tali occasioni pubbliche presentano i soliti nomi, come sempre concordanti sulla questione dei diritti umani e dell'accoglienza indiscriminata, come sempre mai coadiuvata da analisi sui limiti socio-economici di tale accoglienza. E, come sempre, l'essere cittadino europeo non viene discusso nell'ambito dei veri cittadini europei, ma collegato alla presenza di stranieri immigrati, come se i diritti degli europei dovessero essere tali sempre e solo in funzione della presenza degli stranieri e non (eventualmente) della propria storia e identità. Come se essere europeo dipendesse dall'immigrazione extra-europea.

La conferenza "State of the Union" dimostra, mai ce ne fosse ancora bisogno, di come il discorso pubblico sull'immigrazione venga sviluppato senza coloro che dubitano dell'ideologia immigrazionista e senza discutere le mille contraddizioni che l'immigrazione di massa produce, sia per ciò che concerne la questione "integrazione" (con le sempre più numerose violenze e rivolte allogene, proprio in quei Paesi dove gli stranieri sono maggiormente assistiti e da più anni presenti), sia per quanto riguarda il proiettarsi verso il futuro, con l'assenza di progetti volti alla natalità autoctona, alla difesa del lavoro (conta solo il sostegno alla crescita, che peraltro neanche c'è a livello continentale, come in molti singoli Paesi, oppure bisogna anche valutare la qualità del lavoro, anche dal punto di vista degli stipendi e del costo della vita? Si veda la questione dei working poors), ma anche la questione dell'identità europea e della sua difesa (tenendo presente le culture e non l'ideologia dominante europeista).

  • Un documento dell'ONU di 13 anni fa

Nel 2000, il Dipartimento degli affari socio-economici dell'ONU pubblica un rapporto riguardante non semplicemente le prospettive demografiche di alcune nazioni sviluppate, tra cui l'Italia, ma l'idea della "migrazione di rimpiazzamento" come mezzo per rimediare alla bassa natalità. "Migrazione di rimpiazzamento" significa, ovviamente, genocidio.

Si giudica come inevitabile il declino demografico, senza discutere se ciò sia realmente un male, specie di fronte a due fenomeni, apparentemente opposti, ossia l'aumento dello sviluppo tecnologico, da un lato, e l'assottigliarsi delle risorse naturali, dall'altro. Si considera, inoltre, la possibilità eventuale di una crescita della natalità come insufficiente a ritrovare livelli sufficienti, secondo, ovviamente, i parametri fallimentari degli ultimi decenni per ciò che concerne il nesso lavoro-tasse-pensioni (e, altrettanto ovviamente, senza riferimento ai citati sviluppo tecnologico e risorse naturali).

Replacement Migration: is it a solution to declining and ageing populations?

Press Release (17 marzo 2000)

Ad esempio, per l'Italia si prospetta la necessità di circa 6500 immigrati annuali per milione di abitanti, ossia circa 370.000 immigrati all'anno, che è grosso modo quanto realmente essi sono cresciuti annualmente (dal 1.300.000 all'inizio dello scorso decennio ai 4.600.000 degli ultimi anni), fermo restando il discorso sugli irregolari (discorso problematico, di difficile valutazione e risoluzione, stanti le attuali generazioni di magistrati e vertici delle forze dell'ordine e di politici, incapaci di controllare e proteggere il territorio italiano, in senso generale).

Al di là dell'Italia, si fa presente, nel rapporto, che i nuovi immigrati sono necessari molto più per impedire l'invecchiamento della popolazione che per contrastare il declino demografico. Il concetto, che per alcuni può apparire sensato (le famose "pensioni pagate dagli stranieri"), è in realtà una ulteriore assurdità logica, dato che innesca la rincorsa all'abbassamento dell'età media, possibile solo in due modi: quello delle società tradizionali, con molti figli per famiglia (e magari tante morti tra la popolazione adulta); oppure con l'aumento indiscriminato di stranieri, senza considerazione per l'invecchiamento di questi ultimi e senza considerazione per la tenuta sociale complessiva, per le risorse disponibili, ecc. Soprattutto, senza considerazione per l'aumento della popolazione nazionale totale.

La popolazione cresce e cresce l'impoverimento della stessa (le cose sono due: o gli immigrati portano sfiga oppure i conti, chi governa l'Italia, ma non solo l'Italia, non li sa fare).

  • Oggi

Dall'apparire di quel documento dell'ONU, nulla è stato fatto dall'Unione Europea e dalle nazioni interessate dallo stesso rapporto, Italia compresa, per la propria popolazione autoctona. Si è scelta la strada della crescita caotica, spesso foraggiata da miliardi di euro buttati in programmi di assistenza o in associazioni di volontariato, per rimpinzare il sogno multietnicista della pseudo-Europa accogliente e multicolorata (che poi tende sempre al marrone). In questi 13 anni, si sarebbe potuto frenare l'immigrazione di massa, accogliendo soltanto i rifugiati politici autentici, riorganizzando il lavoro in senso continentale, per ovviare alle crisi periodiche di alcune aree europee, valutando l'impatto dell'aumento o della diminuzione della popolazione in rapporto alla capacità di assorbimento del mondo del lavoro e alle spese sociali sostenibili dalle varie nazioni europee.

Si veda il seguente grafico:

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I dati riportati sono impressionanti: indicano che nell'Unione Europea un cittadino ogni dieci non sta trovando prospettive per il futuro e ben un giovane ogni quattro. Ora, in particolare tra questi ultimi, è possibile che una parte di essi siano allogeni, ma lo siano o non lo siano, queste percentuali mostrano l'assenza dell'Unione stessa. L'Unione Europea (la pseudo-Europa, la falsa Europa) non organizza alcunché. Lancia solo perle contraffate di presunti diritti umani di minoranze etniche e sessuali, di decisioni contrarie alle economie locali europee, di politiche dal fiato corto di sostegno alle decisioni NATO o USA o ONU.

Il fatto che, escludendo i paesi germanofoni e l'Olanda, tutte le nazioni europee vedano percentuali di giovani sotto i 25 anni disoccupati dal 20% in su non è un fatto "normale". E' la dimostrazione che l'Unione Europea non ha perseguito alcuna politica per il futuro della gioventù europea, ossia per il proprio futuro.

Che quelle percentuali possano riguardare anche giovani allogeni non cambia di molto la questione. Significa, semmai, che in tutti questi anni, si è lasciato crescere sacche sempre più ampie di comunità straniere, senza che le nazioni europee avessero modo, per mezzi e organizzazione, di sostenerne la presenza. Si è lasciato e si lascia spazio solo alla retorica dirittumanista e multietnicista. Solo spazio alla chiacchiera. Spazio tolto, ovviamente, alla crescita delle proprie popolazioni.

E' da circa un decennio che la denuncia contro l'immigrazione massificata è presente in maniera un po' costante, anche se non in maniera pervasiva (almeno a livello politico) quanto servirebbe. Una parte consistente delle élites dominanti, non solo politiche, non ha voluto ascoltare realmente, concretamente, tale denuncia, lasciando crescere quelle masse allogene, nel mentre, ancora più grave, che crescevano i motivi che avrebbero condotto alla crisi economica attuale, con le prospettive negative non ancora diradate (né diradabili ipoteticamente).

Si è lasciato crescere la delocalizzazione extra-europea e il sistema incoerente del debito e del credito tra aree (contrapposte) europee, i cui effetti nefasti li vediamo nell'attuale crisi economica, con nazioni stritolate da debiti non frenati da una Unione Europea mai vigile e depredate delle proprie aziende. Tale pseudo-Europa, però, pretende l'accoglienza e lo fa, tanto per non cambiare, senza proporre limiti, come nel caso di conferenze inutili come "State of the Union", dove boriosamente si parla di accettare come "verità" la vulgata idiota dell'accoglienza indiscriminata. (Migrazione e integrazione: che cosa ci chiede l’Europa?, Quattrogatti.info, Il Fatto Quotidiano, 21 maggio 2013) Come la Germania poteva prestare denaro alla Grecia all'infinito, senza alcun controllo e con i risultati che sappiamo, così l'Unione Europea vuole l'accoglienza indiscriminata di stranieri, con i risultati che incominciano a vedersi da alcuni anni (Francia, Regno Unito, Italia, Olanda, Norvegia, Svezia...). Il meccanismo è lo stesso.

L'Unione Europea e probabilmente l'Occidente in generale hanno scelto il genocidio e il (contradditorio) liberismo economico come mezzi per un loro sogno recondito, ossia la mutevole e infinita possibilità delle forme e delle esperienze, senza la presenza di limiti e confini. Ciò che in natura era ed è ovvio, così come nell'esperienza delle società e culture umane, ossia la molteplicità, nell'attuale Occidente è divenuto frenesia e compulsione della moltiplicazione e dell'accettazione di stili di vita anche contradditori e confliggenti tra loro, in prospettiva anche tragicamente. Con i risultati dell'impoverimento economico e dell'annientamento delle identità etno-culturali. Hanno scimmiottato la vita e il risultato che hanno prodotto è grottesco e mortifero: in Grecia i ragazzini muoiono di fame; in Italia, in una manciata di anni i suicidi per ragioni economiche sono aumentati del 40%; ecc. Alle scimmie non resta che gridare "al lupo! al lupo!" o al "pericolo fascista" per distogliere l'attenzione. Nel mentre, presto verranno circondate dalle fiamme.

domenica 9 giugno 2013

Un cartone animato sul genocidio

Un cartone animato sul genocidio: distopia sull'Africa "bianchizzata"


Circola un cartone animato, di buona fattura, ironico e senza l'utilizzo di espressioni volgari o aggressive, che, inventando un fenomeno di immigrazione massificata di bianchi in Africa, denuncia, di riflesso, il fenomeno dell'auto-genocidio dei bianchi nelle proprie nazioni.

Inizia con un meticcio di nome Larry Feldstein (vagamente somigliante a Gad Lerner. Chissà come mai?) che si presenta ad un presidente di uno stato africano, facendo presente che, data la violenza passata, nella storia di quello stato, contro altri stati africani, per emendare quel sangue sarebbe stato necessario far arrivare immigrati da altri continenti, come l'Europa, per creare un melting pot. Da quel momento inizia l'invasione genocida. Spassoso e inquietante il balletto, titolato "Diversity", che, all'aumentare dei bianchi, viene rititolato "Genocide". Altrettanto spassoso il finale, con l'africano inquieto perché MTV Africa mostra ore e ore di concerti dedicati a Bach e Beethoven.

La diversité pour l'Afrique [versione originale in inglese con sottotitoli in francese]


Ovviamente, il video è straconsigliato e altrettanto consigliato è farlo vedere ai proprio bambini, specie se non troppo piccoli, quindi già capaci di ragionare su questioni delicate e complesse.