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domenica 28 luglio 2013

L'ultima perla di Kashetu Kyenge

L'ultima perla di Kashetu Kyenge: quando una frase dice tutto


In una intervista rilasciata a Repubblica, Kashetu Kyenge, se mai ce ne fosse stato bisogno, ha dimostrato tutta la sua acuminata banalità e inutilità (per l'acume, invece, passare altrove). (Kyenge: "Basta insulti, temo per mie figlie". "Ma i razzisti non mi fermeranno", Vladimiro Polchi, La Repubblica, 28 luglio 2013)

Rispondendo ad un lancio di banane, fatto da un anonimo astante ad un suo incontro pubblico, ha affermato che si è trattato di un fatto triste, considerando la gente che muore di fame, specie in tempi di crisi. In realtà, la gente muore di crisi, non di fame, in Italia. C'è una differenza fondamentale, che una non-italiana non può capire [19 gennaio 2012] [8 aprile 2013]. E che non lo possa capire è esemplificato anche da un'altra sua dichiarazione, dove, rifacendosi a quanto affermato dalla sua figlia diciassettenne Giulia, invita coloro che l'osteggiano a viaggiare di più e conoscere altre culture.

Ora, a parte che altre culture insegnano anche quanto riportavamo giorni or sono [24 luglio 2013], ma... in tempi di crisi, lanciare due o tre banane è uno spreco, invece prenotare aerei o navi, prenotare alberghi o pensioni, ecc., ecc., è fattibile?

Non sappiamo in che mondo viva la Kyenge, quella che, parole sue, nell'intervista citata, ha scoperto i piaceri dell'essere scortata (anche per proteggere le sue figlie. Dice lei...), ma di certo non vive nell'Italia reale, così come non vivono nell'Italia reale i tanti politici e giornalisti e "italiani" che hanno fatto la fila per affermare che l'Italia (quella "buona", sempre parole della Kyenge) sta dalla parte dell'italo-congolese.

Be', l'Italia, invece, è conciata come è conciata proprio a causa di tutti coloro che difendono la Kyenge, nessuno escluso, personaggi pubblici parassiti o cittadini privati che, appunto, preferivano viaggiare e dimostrarsi esterofili piuttosto che dirsi italiani e dimostrarsi tali. Che preferivano comprare appartamenti a Manhattan, piuttosto che criticare l'Unione Europea. Che preferivano giocare con ragazze nordafricane, piuttosto che dire una sola parola vera sulla natalità autoctona. Ora, tutti, sembrano essere compatti. La Kyenge li chiama "l'Italia buona". Noi li chiamiamo usurpatori o parassiti. E la verità non sta nel mezzo. E la soluzione non passa dal tacere, come si continua a fare, su quanti stranieri si possono ancora tollerare nel nostro Paese, così come dal raccontare la favola menzognera del "diverso" che arricchisce, come ben diversamente dimostra la storia dell'Europa occidentale degli ultimi 10/20 anni (Kyenge cita la Svezia come esempio. Anche noi: 14 luglio 2013).

mercoledì 24 luglio 2013

Nel Paese di Kabobo ed altre storie

Nel Paese di Kabobo ed altre storie: "Dagli al muso giallo!" "Dagli alla convertita!" "Dagli al negro!" Ecc.


Tempo fa, un lettore (grazie Josh!) ci aveva segnalato quanto affermato dal ministro dell'Economia e del Commercio del Congo, Jean-Paul Nemoyato, che mesi fa affermava la necessità di espellere qualunque straniero non in regola in campo commerciale. (Jean-Paul Nemoyato: «nomenclature sur les petits commerces, tous les étrangers en flagrant délit seront expulsés», Sandra Bushiri, La Prospérité via BSC-RDC, 9 ottobre 2012) Questo, ovviamente, per fare un confronto rispetto a Kashetu Kyenge (definita da alcuni e da se stessa "italo-congolese") e alle sue chiacchiere ideologiche, così come, perché no?, alla sua permanenza, anni or sono, come immigrata illegale (il buon giorno lo si vede dal mattino, così come quello cattivo). Ora, facciamo un po' di altri esempi su come va il mondo, sia per chi crede che andrà meglio, ma si sveglierà moribondo, e per chi, come noi, sa che andrà peggio e si ritroverà almeno nel giusto... costi quel che costi.

  • Ghana (vs Cina)

Una notizia praticamente non passata in Italia, riguardo un fatto avvenuto un po' di settimane dopo la strage dell'11 maggio scorso, ad opera del ghanese Mada "Madman" Kabobo. Erano i primi di giugno, infatti, quando in Ghana è iniziata la caccia al cinese, che ha portato all'arresto ufficiale di oltre 200 immigrati, appunto cinesi, l'allontanamento (parrebbe, ma chissà?) volontario di oltre un migliaio di altri dal Paese, più qualche scomparso, chissà se poi ritrovato. Si ha avuto infatti notizia anche di aggressioni fisiche e di uccisioni. La ragione è dovuta all'estrazione dell'oro, che secondo le accuse ghanesi, veniva in parte trafugato dagli asiatici. Secondo Jeuneafrique, su lanci dell'Agence France Presse, i ghanesi arrivavano ad attaccare qualunque individuo con fisionomia asiatica, requisendo tutto quanto fosse in loro possesso (Ghana: les ouvriers chinois chassés des mines d'or, Jeuneafrique, 24 giugno 2013). I cinesi, provenienti spesso dalla zona di Shanglin, nel sud della Cina, regione particolarmente povera, si muovevano per lavorare in Ghana, considerato il secondo produttore mondiale di oro, vivendo in baracche malmesse e lavorando come schiavi, ovviamente per altri cinesi. I disordini nel Paese africano hanno scatenato proteste nella regione d'origine degli immigrati, ma i rapporti tra Ghana e Repubblica Popolare Cinese non si sono, ovviamente, incrinati. (Ghana’s crackdown on chinese gold miners hits one rural area hard, Dan Levin + Mia Li, The New York Times, 29 giugno 2013) Rimane solo un dubbio: le accuse, almeno, erano parzialmente vere? Come italiani sappiamo benissimo che si tratta di un quadro plausibile. E, sempre come italiani, possiamo fare un proficuo confronto tra questo caso e quanto succede in Italia, sia per casi come quello dello stragista Kabobo, così come per le tasse non pagate dai cinesi o per le loro esagerate rimesse verso la madrepatria.

  • India (vs Italia)

Ileana Citaristi, figlia dell'ex tesoriere della Democrazia Cristiana Severino Citaristi, vive dagli anni '70 in India, convertitasi all'induismo e danzatrice Odissi, danza classica con connotazioni religiose. Nei giorni scorsi, durante un festival religioso, è stata malmenata da alcuni sacerdoti indù, urlanti l'epiteto "straniera". (India, aggredita una ballerina italiana, Il Giornale, 22 luglio 2013) Solo un episodio? La motivazione sarebbe un'offerta ritenuta esosa e non pagata ai sacerdoti, ma perché ora un simile episodio e non 10 o 30 anni fa? Solo un caso? Oppure l'India ha più lacerazioni di quel che sembra? L'India ha perso territori nel corso del Novecento, per la creazione degli Stati artificiali e islamici del Pakistan e del Bangladesh, avendo però ancora ampie comunità islamiche al proprio interno, rivalità confessionali tra induisti, maomettani e cristiani, movimenti politici violenti e situazioni socio-economiche complesse come poche altre nel mondo; in più, ultimamente, la violenza contro le donne, spesso minorenni, che lì ha realmente i tratti di quello che in Italia viene artificiosamente e capziosamente chiamato "femminicidio". Adesso, in aggiunta, un piccolo episodio "razzista" come quello accaduto alla Citaristi. Ripetiamo: solo un caso? Un episodio sfortunato? O un segnale?

  • Israele (vs Eritrea e Africa tutta vs Italia)

Gli eritrei sbarcati illegalmente in Italia possono liberamente girare per l'Europa, senza una completa identificazione da parte delle autorità italiane (ne parla Nessie nel suo blog: Niente impronte digitali agli eritrei, Nessie, blog Saura Plesio, 22 luglio 2013), magari nel giubilo di alcuni, perché, si sa!, in Eritrea c'è il regime, ma gli eritrei che arrivano da noi non possono che essere tutti dei bravi guaglioni bisognosi e invisi al regime suddetto (tra coloro che comprano a scatola chiusa, c'è, ad esempio, la giornalista e mediatrice culturale Erika Farris: Lampedusa, mettetevi nei panni degli eritrei. E festeggiate la loro vittoria, Erika Farris, Il Fatto Quotidiano, 23 luglio 2013). Ma altrove le cose sono diverse. Ad esempio in Israele, dove gli immigrati africani, legali o illegali, non vengono visti di buon occhio. L'anno scorso, l'allora ministro dell'Interno (in carica sino a marzo 2013) Eli Yishai (del partito sefardita-mizrahi Shas), affermò la distizione razziale di Israele, come nazione bianca, rispetto ai vicini maomettani (Israel enacts law allowing authorities to detain illegal migrants for up to 3 years, Dana Weiler-Polak, Haaretz, 3 giugno 2012), così come minacciò una esistenza miserabile per quegli immigrati, soprattutto eritrei e sudanesi, entrati irregolarmente in Israele. Non è il solo. Nel 2012, associazioni per i diritti umani hanno denunciato una escalation sia di proclami contro gli africani (di nuovo, spesso eritrei e sudanesi), sia di violenze fisiche, con accoltellamenti e lanci di bombe molotov. Uri Buskila, del Forum dei vice-sindaci, affermò che gli immigrati illegali rappresentano un problema più serio delle tensioni con l'Iran. (vari spunti, partendo da pagina 16, nel rapporto ACRI’s Annual Report 2012 - Human Rights in Israel and the OPT, The Association for Civil Rights in Israel, dicembre 2012) [in PDF] Tutt'altra cosa, naturalmente, l'ebraismo in Italia, dall'autodichiarato "bastardo" Gad Lerner al "romano" Riccardo Pacifici, sempre richiedente leggi repressive contro "propagatori d'odio" vari ed eventuali.

  • Kuwait (vs Resto del Mondo)

Sul suo blog, due mesi fa Debora Billi segnalava che in Kuwait, probabilmente per una riduzione delle riserve petrolifere, si arriva all'espulsione degli stranieri per semplici infrazioni stradali. (Kuwait: non c'è più petrolio per gli stranieri, Debora Billi, Petrolio, 22 maggio 2013) Come sapete, in Italia, per una consistente crisi economica e altrettanto consistente morìa di posti di lavoro, c'è chi sta cercando di rendere più appetibile l'arrivo in massa di allogeni. No! Tutto il mondo non è paese!

  • ONU (vs Italia... ed altri?)

Tra i blog presenti sul sito del giornale Il Fatto Quotidiano, c'è quello di Enrico Muratore, esperto dell'ONU per i diritti umani. Avendo lavorato nelle Nazioni Unite per diverso tempo, Muratore riporta alcuni fatti e fattacci, anche occorsigli direttamente. Riguardo gli sfottò di Roberto Calderoli a Kashetu Kyenge, il portavoce dell’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani dell’ONU a Ginevra, Rupert Colville, si è detto scioccato da quanto espresso dal politico italiano. Muratore fa però notare che l'ONU non si è minimamente degnata di considerare una sua denuncia del 2004, contro una sua superiore nigeriana, particolarmente e gratuitamente rancorosa contro gli italiani, tanto che la stessa continua a lavorare e prendere un lauto stipendio nella ricca organizzazione globalista. Altrettanto avviene in molteplici altri casi, riguardanti razzismo o corruzione o altro, dato che le Nazioni Unite non sembrano voler indagare sulle denunce al loro interno. (Te la do io l’Onu! / 13 – Caso Kyenge, razzismo e retorica, Enrico Muratore, Il Fatto Quotidiano, 22 luglio 2013) (Te la do io l’Onu! / 12 – Whistleblowers, diritti umani e Snowden, Enrico Muratore, Il Fatto Quotidiano, 16 luglio 2013) E se queste sono le élites globalizzate...

domenica 21 luglio 2013

Ancora sui Radicali e le loro proposte referendarie per abolire il reato di clandestinità

Ancora sui Radicali e le loro proposte referendarie per abolire il reato di clandestinità: le dichiarazioni del patron di Stranieriinitalia (+ la raccolta firme contro Kashetu Kyenge)

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Torniamo ai Radicali e alla loro, ora doppia, iniziativa referendaria, volta a facilitare l'ingresso e la circolazione di nuove masse di allogeni nel nostro Paese [13 maggio 2013].

Intanto, prima di iniziare, vi ricordiamo esistere ancora l'iniziativa lanciata dall'italo-egiziano Magdi Cristiano Allam contro Kashetu Kyenge, per chiederne le dimissioni, in quanto rimasta a suo tempo illegalmente in Italia e per alcuni dichiarazioni, come il suo sentirsi "italo-congolese", quindi non propriamente autoctona. Non discutiamo adesso la figura di Allam, così come la limitata risonanza della sua iniziativa, ma riproponiamo la raccolta firme, anche per fare un confronto tra l'attivismo di un partito ormai a livelli pulviscolari come quello Radicale e il minor attivismo di un partito percentualmente più rilevante, come la Lega Nord, che non ci pare abbia prontamente avviato o abbia adirato in maniera significativa a iniziative come quella di Allam (si cui magari torneremo).

Tornando ai Radicali, segnaliamo qualche nuova dichiarazione del patron di Stranieriinitalia, famoso sito di informazione pro-allogeni, che, ovviamente, sosterrà il più possibile i primi. Secondo il patron Gianluca Luciano [foto sopra] (come riportato nell'articolo che segnaliamo, a tratti dall'incerto italiano, come vedrete) il "mondo dell'immigrazione" saprà mobilitare sia italiani che stranieri con cittadinanza italiana per mandare in porto l'iniziativa dei Radicali.

Iniziativa che ha lo scopo di togliere il reato di immigrazione clandestina, così come la necessità di un lavoro per poter restare in Italia. Come detto, in pratica richiedono porte aperte e totale libertà di movimento a chiunque.

Gianluca Luciano afferma che, proprio perché i decreti-flusso degli ultimi anni, a causa della crisi, sono meno ampi che in passato, allora si potrebbe intervenire in maniera legislativa, portando avanti quanto propongono i Radicali, con in aggiunta selezione e formazione all'estero. Insomma, le solite balle! In Italia c'è la crisi, i flussi richiesti sono inferiori, ma bisogna lasciare porte spalancate e in più formare i lavoratori in altri continenti e da lì portarli in Italia!

Questo delirio senza senso assume una logica solo per chi, come Luciano e simili, campa sull'immigrazionismo e di questo ha bisogno per sostenere i propri interessi ed espandere il proprio business. Non per l'Italia e gli italiani che devono attualmente combattere contro tassi di disoccupazione esasperanti. Italiani che si trovano tra l'incudine e il martello, dove il primo sono i tipi alla Luciano, che vorrebbero svendere il lavoro degli autoctoni a sempre più numerosi stranieri, mentre il martello è la classe politica, capace solo di svendere i beni pubblici e nulla fare contro la delocalizzazione delle imprese. Forme differenti, ma complementari, appunto, di svendita dell'Italia.

  • Referendum. "Cambiamo la legge sull’immigrazione, non funziona" (Elvio Pasca, Stranierinitalia, 19 luglio 2013):

Via il reato di clandestinità e il legame inscindibile tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro.

È l’obiettivo di due referendum dei Radicali, ciascuno dei quali ha bisogno di 500 mila firme di cittadini italiani per essere sottoposto al giudizio degli elettori nelle urne ( http://www.cambiamonoi.it/referendum/immigrazione ). Stranieriinitalia.it aderisce come media partner alla campagna di raccolte firme perché, spiega l’editore Gianluca Luciano, “al di là dello specificità dei quesiti, bisogna segnalare che la legge sull’immigrazione è obsoleta e non funziona, quindi va cambiata”.

In particolare, se i referendum andassero in porto, verrebbero cancellati tre articoli del Testo Unico sull’immigrazione. Sono il 10 bis, che ha introdotto il reato di “ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato”, il 4 bis, dedicato all’Accordo di integrazione e, di conseguenza, al permesso a punti, e il 5 bis, che prevede la stipula tra datore e lavoratore di un “contratto di soggiorno per lavoro subordinato”.

“Il primo quesito –spiegano i Radicali  -   cancella la norma che introduce un reato aberrante che criminalizza una condizione anziché una condotta. Il secondo quesito abroga quelle norme che costringono centinaia di migliaia di migranti al ricatto continuo dei datori di lavoro (creando l’effetto “concorrenza sleale” con i lavoratori italiani) oppure che li obbliga al lavoro nero o al servizio della microcriminalità, perché legano indissolubilmente la possibilità di restare nel nostro paese - anche di cittadini da anni in Italia - alla stipula di un contratto di lavoro”.

“Si tratta – concludono i promotori - in sostanza di eliminare le due norme più restrittive che hanno caratterizzato il pacchetto sicurezza del 2009 fortemente voluto da Maroni e la legge Bossi-Fini del 2002, per ritornare almeno ad un regime simile a quello introdotto dalla legge Turco-Napolitano del 1998”.

“Il filo rosso dell’immigrazione in Italia – nota Luciano - è sempre lo stesso. Si entra clandestinamente e poi in un modo o in un altro si viene regolarizzati. È andata così per l’80% dei cittadini stranieri regolarmente presenti in Italia. Questo vuol dire che proprio l’impianto della legge è sbagliato, non è previsto un autentico percorso di ingresso legale”.

“Con il rallentare dei flussi per lavoro – sottolinea l’editore - abbiamo l’occasione di riscrivere la legge. Possono esserci forme di tutor e di garanzia come in passato, ma anche sinergie tra pubblico e privato che realizzino selezione e formazione del personale all’estero e poi rispondano ai bisogni del mercato del lavoro. Nessuno assume lavoratori che non conosce o che non sono conosciuta da una struttura per professionalmente li seleziona e li garantisce”

Stranieriinitalia.it ospiterà i banner e le iniziative legate ai referendum e invita i lettori a firmare e a farsi protagonisti della raccolta firme. “Sono sicuro – conclude Luciano – che il mondo dell’immigrazione sia in grado di mobilitare firme di italiani, e di tanti cittadini stranieri che sono diventati italiani, che possano dare man forte alla richiesta di una legge giusta ed efficace”.

Ascolta l’intervista di Gianluca Luciano a Radio Radicale
http://download.radioradicale.it/store-56/2013/07/MP679313.mp3

Nuovo caso di pirata della strada che non viene trattato come tale

Nuovo caso di pirata della strada che non viene trattato come tale: l'albanese nel varesotto


Dopo la vergognosa vicenda dei domiciliari dati al marocchino assassino di Beatrice Papetti [20 luglio 2013], ecco un nuovo caso. Lo scorso mercoledì 17, a Brebbia, nel varesotto, un albanese (il cui nome non viene riportato dai quotidiani) ha investito, come nel caso di Beatrice, un minore di 14 anni, che percorreva la strada in bicicletta.

L'albanese è poi fuggito a tutta velocità, secondo le testimonianze, compresa quella di un vigile urbano. Non solo, ma ha anche poi nascosto l'auto, lavandola del sangue del ragazzino (che per fortuna non è in pericolo di vita), per allontanarsi dalla zona sull'auto di un conoscente.

L'albanese era già conosciuto dalle forze dell'ordine in quanto era già stato beccato a gennaio con patente non valida, perché conseguita in Albania e mai convertita in quella italiana. Da allora, l'albanese non ha provveduto a farlo, lasciando anzi che l'assicurazione dell'auto scadesse.

Ora l'uomo si dice sconvolto da quanto avvenuto e si giustifica con la solita manfrina del non essersi accorto di quel che succedeva, mentre il suo legale, Alberto Zanzi, afferma essere depresso. Il giudice di Varese, Stefano Sala, seguendo quanto richiesto dal pm Massimo Baraldo, ha provveduto a concedere i domiciliari... probabilmente per premiarlo della positiva azione di demolizione del quieto vivere nazionale, che vede politici parassiti e corrotti, magistrati cialtroni, mafiosi assassini e stranieri criminali tutti insieme appassionatamente uniti nella distruzione della nostra Nazione. Fino a quando?

  • Il pirata di Brebbia si stava allontanando (S. Car., La Provincia di Varese, 19 luglio 2013):

«Non l’ho visto», così si sarebbe giustificato davanti ai carabinieri l’albanese di 23 anni arrestato l’altro ieri per essere fuggito dopo aver travolto e ferito gravemente un ragazzino di 14 anni. 

L’albanese non ha la patente (o meglio ne ha una conseguita in Albania che in Italia non è valida) ed era già stato fermato e denunciato per questo lo scorso gennaio. Quando i militari di Besozzo l’hanno rintracciato e fermato il giovane era in fuga: era a bordo dell’Alfa Romeo di un amico e stava per prendere il largo sperando di farla franca.

La Ford Focus grigia comprata tre mesi fa da una donna italiana (totalmente estranea alla vicenda) era già stata nascosta in garage e lavata del sangue che il piccolo Alberto aveva lasciato sul parabrezza e sul cofano mentre veniva travolto e scaraventato sull’asfalto. Il pubblico ministero Massimo Baraldo, analizzati questi dati, ha chiesto la convalida del fermo: l’albanese comparirà questa mattina davanti al gip Stefano Sala.

Forse racconterà anche al giudice per le indagini preliminari di non essersi accorto di aver investito il piccolo ciclista che, uscito da casa pochi minuti prima, pedalava spensierato lungo la provinciale 32 diretto all’oratorio.

Un’occhiata alle fotografie della Focus protagonista dell’investimento basteranno a smontare questa ipotesi: la dinamica con il passare delle ore si sta chiarendo. Il ragazzino non stava attraversando la strada: la Focus l’avrebbe urtato con lo specchietto laterale caricandolo direttamente sul cofano, facendogli sbattere la testa contro il parabrezza e poi sbalzandolo via. Impossibile non accorgersi di quanto stava succedendo.

Tra l’altro sono in corso accertamenti anche sulla velocità di percorrenza della Ford: l’auto viaggiava almeno a 30 chilometri orari oltre il limite consentito in quel tratto di strada.

Infine la macchina risultava assicurata in prima battuta: ma la polizza era vecchia; l’albanese ha lasciato scadere la copertura stipulata dall’ex proprietaria dell’auto senza mai rinnovarla. Ad oggi al pirata vengono contestati i reati di omissione di soccorso, lesioni gravissime e guida senza patente. Tra l’altro la precedente denuncia impedirà al giovane di negare di essere al corrente della non validità della sua patente albanese. Il pubblico ministero ha già chiesto gli arresti domiciliari.

Alberto, intanto, è stato sottoposto a un delicato intervento di riduzione dell’ematoma subdurale. È ricoverato nel reparto di terapia intensiva del Circolo di Varese: la prognosi resta strettamente riservata e le condizioni sono serie ma stabili.

  • "Perdonami, Alberto" (Veronica Deriu, La Prealpina, 20 luglio 2013):

«Mi pento per quello che è successo. E chiedo perdono. Sono distrutto, ditemi come sta il ragazzo».
Provato, costernato. L’albanese di 22 anni, che mercoledì 17 luglio ha travolto con l’auto un quattordicenne in bicicletta senza fermarsi a soccorrerlo, è stato interrogato in carcere dal giudice Stefano Sala che doveva decidere sulla convalida dell’arresto. Assistito dall’avvocato penalista Alberto Zanzi, l’indagato con le accuse di lesioni colpose gravi, omissione di soccorso stradale e guida senza patente (non ha convertito quella albanese, un’inadempienza che già a gennaio emerse durante un controllo tanto che il documento gli fu ritirato), ha dunque scelto di rispondere, mostrandosi pentito. E spiegando, sulla dinamica dell’incidente, che quel giorno ha perso la testa, non ha capito più nulla dopo aver urtato la bicicletta. Ma, ha aggiunto davanti al giudice, non voleva scappare dopo essere rientrato a casa e aver lasciato l’auto in garage.
Così sabato 20 luglio al ragazzo sono stati concessi gli arresti domiciliari e lo stesso ha pouto lasciare la cella dei Miogni dov'è rimasto detenuto per tre giorni.
Intanto il quattordicenne investito resta in prognosi riservata nel reparto di Rianimazione dell’ospedale di Circolo: le condizioni sono serie ma stabili dopo il doppio intervento effettuato mercoledì sera. Il quattordicenne ha infatti subìto un intervento neurochirurgico per ridurre l’ematoma intracranico mentre i chirurghi hanno dovuto anche intervenire per asportare un versamento polmonare. I genitori, che non si staccano mai dal capezzale del ragazzino, sono sostenuti da tutta la bella famiglia e la comunità. In centinaia, a Brebbia e non solo, pregano perché Alberto si ristabilisca e torni alla sua vita e alle passioni, come suonare la chitarra con il suo gruppo.
[...]
Un paese in cui, in questi giorni, sta montando la rabbia nei confronti dell’investitore. Il quale, dopo aver travolto la bicicletta del ragazzino sulla Provinciale 32, invece di fermarsi a soccorrerlo ha continuato la sua corsa. Decisivo, per incastrarlo, è stato lo spirito d’osservazione di un vigile urbano di Travedona Monate, Roberto Molla, che ha incrociato quella Ford Focus che sfrecciava a tutta velocità in mezzo al traffico, lanciandosi in sorpassi azzardati, con il parabrezza sfondato. Molla ha quindi memorizzato il numero di targa della vettura e quando, poche centinaia di metri dopo, s’è imbattuto nell’incidente ha riferito tutto ai carabinieri.
I quali, nel giro di un paio d’ore, sono riusciti a rintracciare a casa l’albanese che, dopo aver lavato la macchina ricercata (che peraltro era priva di assicurazione), stava per uscire con un amico.

sabato 20 luglio 2013

Martiri europei: Beatrice Papetti

Martiri europei: Beatrice Papetti

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La quindicenne Beatrice Papetti è stata investita la sera del 10 luglio scorso a Gorgonzola, per poi morire, per le ferite riportate, poco dopo in ospedale. Dopo ben una settimana, quando le forze dell'ordine avevano iniziato il controllo di tutte le auto simili alla descrizione, fornita dal cugino della ragazza, testimone dell'accaduto, ecco consegnarsi ai carabinieri il marocchino El Habib Gabardi.

Il marocchino ha affermato di essersi confidato con un religioso islamico, affermando anche di essere un buon maomettano, ma non fugando il dubbio sull'attesa di ben sette giorni (quante tracce di alcol o droga possono sparire dal corpo in così tanti giorni?), così come sulla motivazione (lo stesso padre di Beatrice sospetta che la ragione sia solo la "terra bruciata" fattaglia attorno dalle forze dell'ordine). Così come non ha fugato i dubbi sull'incidente in sé, dato che lascia perplessi che non si sia accorto di alcunché quella sera, considerando anche che la ragazza non era sola.

Potremmo anche ricordare che i nordafricani in Italia hanno tendenza doppia, rispetto agli italiani, ad essere protagonisti/causa di incidenti stradali [2 ottobre 2012], ma nel caso specifico ci interessa sottolineare qualcos'altro. Come sapete, il gip di Milano, Alessandro Santangelo, ha accolto la richiesta degli arresti domiciliari (anche perché l'omissione di soccorso non prevede misure cautelari?!), avanzata dall'avvocato difensore Giovanni Marchese, il quale ha affermato che il marocchino non sarebbe un pirata della strada.

Ora, anche senza il dubbio citato sui sette giorni di attesa, l'auto del nordafricano non aveva passato la revisione, per cui avrebbe dovuto circolare solo per gli obblighi di legge. E di certo non quella sera, per ragioni evidenti d'orario. Ora, che l'avvocato Marchese e il giudice Santangelo fantastichino come vogliono è evidente, ma che Gabardi El Habib non sia un pirata della strada è una panzana.

Gabardi El Habib, al contrario, è un pirata della strada e l'avvocato Giovanni Marchese e, soprattutto, il giudice Alessandro Santangelo hanno stravolto la realtà delle cose. Così come possiamo fare a meno di allogeni assassini come Gabardi El Habib, possiamo e dobbiamo fare a meno di "compatrioti" come Marchese e Santangelo. Soprattutto dobbiamo imparare a... prescindere rispetto a quanto "compatrioti" simili pensano o provvedono.

  • Si consegna il pirata della strada: «Ho chiesto consiglio all'imam» (Corriere della Sera, ed. di Milano, 17 luglio 2013):

Preso dal rimorso, ha chiesto consiglio all'imam della sua moschea. Ed è stato anche grazie ai consigli ricevuti dal religioso che El Habib Gabardi, marocchino, 39 anni, operaio e ambulante, oltre che buon musulmano, ha deciso di costituirsi per l'investimento mortale di Beatrice Papetti, di 16 anni. Secondo quanto si è appreso, infatti, l'uomo si è confidato durante il Ramadan ed è stato convinto a costituirsi. La decisione è arrivata sette giorni dopo l'investimento di «Bea». L'uomo si era già preoccupato di mettersi al riparo e aveva nascosto l'auto con i segni dell'incidente - un Peugeot Ranch blu metallizzato - nel garage di un amico, perché nessuno potesse vederla, notarla, o ricollegarla a lui. 

IL PADRE - «Non voglio sentir parlare di scuse, né di rimorsi di coscienza, voglio sia fatta giustizia, non voglio che accadano più tragedie così, o almeno che si tenti di non farle accadere più», ha detto Nerio Papetti, il padre di Beatrice. Papetti, che è un autista volontario della Croce Rossa ed è stato uno dei primi ad arrivare sul luogo dell'incidente dove è morta la figlia, ha detto anche di non credere ai motivi che hanno spinto il marocchino a consegnarsi ai carabinieri: «La storia del rimorso mi lascia molte perplessità. Dopo una settimana che era fuggito? Dopo aver nascosto l'auto e la tessera del telefono? No, non credo al rimorso: io credo che il cerchio si era ristretto attorno a lui e non aveva alcuna possibilità di sfuggire». Nerio Papetti mercoledì mattina era di turno sull'ambulanza («continuerò a fare quello che ho sempre fatto: soccorrere la gente»), mentre la mamma di Beatrice, Roberta, era a casa con la figlia più piccola e non ha voluto commentare l'arresto. «Scusatemi ma non riesco ancora a parlare», ha detto al telefono con un filo di voce.

LA CONFESSIONE - Durante la conferenza stampa tenutasi a Milano mercoledì mattina, il Capitano dei carabinieri di Cassano D'Adda Camillo Di Bernardo, che ha coordinato le indagini in seguito alla morte della ragazza, ha raccontato che il marocchino, al momento dello schianto, stava tornando a casa. L'uomo aveva intuito che il cerchio si stava stringendo intorno a lui e mercoledì verso le 23, dopo essersi consultato con il suo legale, si è costituito in caserma. A spingerlo alla confessione sono stati il rimorso e la paura di essere scoperto.

REVISIONE NON FATTA - L'uomo, separato e con un figlio di 7 anni, è scappato dopo aver investito la ragazza a bordo di una Peugeot Ranch blu metallizzato, probabilmente anche perché il veicolo non era a norma, non essendo stato sottoposto alla revisione periodica. I detriti trovati sul luogo si sono rivelati perfettamente compatibili con l'auto e con i pezzi mancanti di questa. I rilievi sull'auto hanno permesso di rilevare danni alla parte anteriore destra del veicolo, al parabrezza, al paraurti anteriore e la mancanza dello specchietto destro.

«NON L'HO VISTA» - «Non mi sono accorto della ragazza, ho sentito un urto ma non mi sono reso conto di aver investito una persona» ha dichiara to Gabardi El Habib ai militari. «Ho letto il giorno dopo sui giornali cosa era successo e ho capito di essere stato io» conclude l'uomo. Il 39enne ha portato la sua auto, la sera seguente, in un deposito privato a pagamento in via Frigia a Milano. Ora il veicolo è stato sequestrato dai carabinieri, che stanno effettuando dei rilievi per capire anche a che velocità andava. L'uomo è stato arrestato per omicidio colposo e omissione di soccorso e si trova ora in carcere a disposizione del magistrato.

  • Domiciliari al pirata della strada Il padre di Bea: «Uccisa due volte» (Corriere della Sera, ed. di Milano, 19 luglio 2013):

Gabardi El Habib, il pirata della strada che il 10 luglio ha travolto e ucciso a Gorgonzola la 16enne Beatrice Papetti, venerdì, è stato scarcerato.

IL PADRE DI BEA - Dura la reazione del padre di Beatrice, Nerio Papetti: «Le leggi italiane hanno ucciso mia figlia per la seconda volta», ha esternato il volontario alla guida dell'ambulanza, il primo a soccorrere la figlia travolta dall'auto. Papetti ha inoltre definito «assolutamente inaccettabile» la decisione del giudice di rimettere il libertà Babardi El Habib.

LA SCARCERAZIONE - A disporre gli arresti domiciliari è stato il gip di Milano. Il 39enne, operaio e ambulante, separato, con un figlio di 7 anni, risiede a Roncello, in Brianza. Dopo l'arresto il pm di Milano, Laura Pedio, titolare delle indagini condotte dai carabinieri, aveva chiesto il carcere come misura cautelare per il marocchino, mentre la difesa, con l'avvocato Giovanni Marchese, aveva chiesto i domiciliari, spiegando anche che l'uomo «non è un pirata della strada». Il gip di Milano, Alessandro Santangelo, dopo l'interrogatorio di garanzia di giovedì nel quale l'uomo ha risposto alle domande, ha deciso per gli arresti domiciliari, perché, da quanto si è saputo, è una misura idonea a garantire le esigenze cautelari: principalmente il pericolo di reiterazione del reato e poi quelli di fuga e di inquinamento probatorio. L'uomo, infatti, è accusato di omicidio ma nella forma colposa e c'è da dire anche che l'altro reato contestato, l'omissione di soccorso, non prevede la misura cautelare.

COSTITUITO - Una settimana dopo l'investimento, l'uomo si era costituito ai carabinieri ed era stato portato in carcere. Aveva detto di essersi confidato, durante il Ramadan, con l'imam della moschea che frequenta abitualmente: il religioso l'aveva invitato a costituirsi. In precedenza l'uomo si era preoccupato di mettersi al riparo e aveva nascosto l'auto con i segni dell'incidente - una Peugeot Ranch blu metallizzato - nel garage di un amico, perché nessuno potesse vederla, notarla, o ricollegarla a lui. Il cerchio degli inquirenti si stava comunque stringendo: colore e modello dell'auto erano stati già individuati ed era questione di giorni prima che l'uomo fosse comunque rintracciato. [...]

martedì 16 luglio 2013

2000-2013 - Il regalo di Bush e (soprattutto) Obama ai cittadini statunitensi

2000-2013 - Il regalo di Bush e (soprattutto) Obama ai cittadini statunitensi: tutti i nuovi posti di lavoro agli immigrati


L'abbiamo detto e ripetuto varie volte, sia relativamente alla realtà italiana, sia di altre nazioni occidentali, ossia che il multietnicismo non è solo una ideologia disastrosa in sé, se presa come reale convinzione dell'esistenza di una informe umanità globale, spalmabile, questa, ovunque senza patemi particolari, nella convinzione idiota che esistano i "diritti umani" e non i popoli, ossia le nature etno-culturali, cresciute in secoli di scelte, avvenimenti e radicamenti.

Ma il multietnicismo è disastroso anche per altre ragioni, in quanto con la retorica ricattatoria dell'accoglienza, peraltro illogicamente illimitata, si maschera, a pensar bene, l'incapacità, governativa e politica, di far coesistere tale accoglienza illimitata con le variazioni, anche brutali, dell'economia e delle risorse disponibili, rispetto ai bisogni dei cittadini autoctoni; ma, a pensar male, si maschera la volontà capitalistica attuale di liberarsi dell'incombenza di dover garantire sia lavoro che salari dignitosi ai propri concittadini, con la complicità governativa e politica, ovviamente. In questo secondo caso, tale illimitata libertà capitalistica trova un nuovo terreno fertile, senza dover delocalizzare, proprio nell'altrettanto illimitata accoglienza degli stranieri (dove "accoglienza" è chiaramente termine quanto mai ipocrita).

Avevamo, tempo fa, segnalato un po' di dichiarazioni dal punto vista delle minoranze negli USA, risalenti agli anni Novanta e più indietro nel tempo, compresa quella della vedova di Martin Luther King, in cui si mostrava preoccupazione per l'immigrazione lasciata crescere senza freno [14 aprile 2013]. Sia queste dichiarazioni, che quelle più numerose provenienti dai bianchi, sono state lasciate cadere nel vuoto (allora come oggi). Come sapete, attualmente Barack Obama porterà avanti la regolarizzazione di 11 milioni di stranieri irregolari, facendo leva sia sulla retorica che sono lavoratori che servono, sia che sono persone ormai in qualche maniera radicate nel territorio statunitense. La retorica del "tanto ormai stanno qua" dovrebbe lasciar molto diffidenti, anche per le prospettive future, ossia che ciò possa invogliare altri stranieri a provare la sorte.

Ma, rimanendo all'immediato passato e alla questione del lavoro, vediamo quali effetti ha avuto negli USA la nuova ondata di arrivi allogeni, considerando il periodo delle rispettive due presidenze di George W. Bush e di Barack Obama. E' utile il testo seguente: Immigrant gains and native losses in the job market, 2000 to 2013 (Steven A. Camarota / Karen Zeigler, Center for immigration studies, luglio 2013) [versione PDF, con collegamenti tra le note]

Vediamo alcuni dati lì riportati:

  • nel periodo 2000-2013, se consideriamo che gli autoctoni (di qualunque appartenenza etnica) hanno rappresentato il 65% della nuova potenziale forza lavoro, mentre gli immigrati il restante 35%, risulterà che questi ultimi hanno però avuto il 100% dei nuovi posti di lavoro [si veda la Figura 1].
  • sempre nel periodo 2000-2013, se gli autoctoni hanno rappresentato un incremento, sulla forza lavoro totale, di 16,4 milioni, mentre gli immigrati 8,8 milioni, risulta però che mentre questi ultimi hanno guadagnato 5,3 milioni di posti di lavoro, gli autoctoni ne hanno perso 1,3 milioni [Figura 2].
  • se si considerano i vari anni, dal 2000 al 2013, si noterà come nella gran parte di essi il saldo perdita-guadagno di posti di lavoro sia stato favorevole per lo più agli immigrati, ma dal 2008, anno del primo insediamento di Barack Obama, ciò abbia avuto un incremento ancor più significativo [Figura 3].
  • se si considerano i gradi di istruzione, si noterà, per semplificare, che mentre gli autoctoni laureati hanno perso meno del 5% dei posti di lavoro, i cittadini meno istruiti hanno perso circa il 14% (a tutto favore, chiaramente, di stranieri, spesso altrettanto o persino meno istruiti) [Figura 8 e Tavola 4].
  • se si considerano le etnie, i bianchi hanno perso il 7% dei posti di lavoro, gli "ispanici" il 9%, mentre gli afro-americani il 10%, tutti con una maggiore flessione dal 2008 di Barack Obama (e tutti, anche in questo caso, a vantaggio degli immigrati) [Figura 9 e Tavola 7].

Tra i testi citati, c'è anche lo studio di Christopher L. Smith, della Federal Reserve, il quale afferma che c'è chiara correlazione tra la diminuzione dell'occupazione per i giovani statunitensi e l'aumento degli immigrati, essendo questi diretti concorrenti, nel mercato lavorativo, dei primi. (The impact of low-skilled immigration on the youth labor market, Christopher L. Smith, Journal of Labor Economics Vol. 30, No. 1 (January 2012), pp. 55-89 [questa è l'edizione a pagamento aggiornata]) [si può visionare anche l'edizione del 2009 gratuita, dal sito della Federal Reserve]

Questo è doppiamente interessante, in quanto molti giovani tendono ad indebitarsi per portare avanti gli studi universitari. (Studenti U.S.A. sul lastrico, debiti oltre 1100 miliardi di dollari!, Medo, Vita nel Petrolitico, 27 giugno 2013)

Ora, immaginate il sommarsi e il crescere rispettivo di indebitamento e di concorrenza alloctona. Qualcuno potrebbe dire: "ma perché continuare a studiare?". Per sperare (senza assoluta certezza) di togliersi dalla concorrenza alloctona e dal rischio di lavori poco tutelati e pagati. Ma, continuando a studiare, ci si mette nelle mani delle banche, nel mentre che la politica e il Governo di Washington lasciano entrare sempre più concorrenti stranieri nel mercato del lavoro e le aziende, almeno quelle che non delocalizzano, non stanno propriamente puntando a salari più alti per i propri dipendenti. Proprio un bel futuro attende gli statunitensi. E parliamo della più grande potenza mondiale!

domenica 14 luglio 2013

Spunti dalla Svezia, dopo la rivolta allogena di maggio

Spunti dalla Svezia, dopo la rivolta allogena di maggio: la strada per l'inferno (multietnicista) è lastricata di...


La rivolta che da Stoccolma si è innescata il 19 maggio scorso, per poi estendersi anche in altri centri, per circa una decina di giorni, ha visto la partecipazione di centinaia di giovani, per la gran parte allogeni, e come risultato danni per alcuni milioni di euro. (2013 Stockholm riots, Wikipedia)

  • L'antefatto, per come non ve l'hanno raccontato

La rivolta, come sapete, è iniziata dopo che la polizia ha ucciso un sessantenne. Inizialmente, si era parlato di un extracomunitario, mentre in realtà l'ucciso era un immigrato portoghese, cittadino svedese dagli anni '70 e sposato con una immigrata finlandese. L'uomo soffriva di disturbi psichici, ma la ragione per cui si è barricato in casa, armato di machete (per poi, appunto, venire ucciso), è da ricercarsi in quanto avvenuto nelle ore precedenti. L'uomo e la donna, infatti, avevano mangiato fuori, in un ristorante di Stoccolma, e, tornando a casa, sono incappati in una banda di giovani, con cui l'uomo ha avuto un violento alterco e da cui è scaturita la reazione esasperata dello stesso, degenerata come sappiamo.

[...] The deceased man, who emigrated from Portugal in the 1970s and his wife, who came from Finland, had been out eating in a restaurant on the day he was killed, according to Aftonbladet. On the way home, they were threatened by a group of youths, prompting the man to get a knife. He was later shot by police in his apartment, according to the newspaper.
(Rioting linked to police shooting continues outside Stockholm, The Washington Post, 23 maggio 2013)

La domanda è: chi erano quei giovani? Non lo sappiamo, ma sarebbe grottesco se fossero stranieri. Immaginate: un gruppo di allogeni provoca qualcuno (poco importa se sano di mente o meno), questo qualcuno dà di matto a causa di ciò, viene ucciso dalla polizia e gruppi più ampi di giovani allogeni scatenano una rivolta per vendicare l'ucciso, di cui una parte di loro sono moralmente corresponsabili della morte. Suona grottesco, surreale, ma quanto improbabile? Naturalmente, considerate questa possibilità confrontandola con i fiumi di inchiostro e parole e tasti di computer premuti in cui si è dipinto l'episodio come l'ennesima morte in una società ingiusta, razzista, bla, bla, bla. La strada per l'inferno (multietnicista) è lastricata di luoghi comuni, opinabili o proprio falsi.

  • I multietnicisti svedesi ragliano: "Separare l'essere svedesi dall'essere bianchi"

Nei giorni in cui la rivolta stava per esplodere, il Centro Multiculturale del comune di Botkyrka, vicino Stoccolma, ha invitato a valutare l'idea della separazione tra l'essere svedesi e l'essere bianchi. Secondo gli esponenti del centro, ciò è necessario affinché l'essere svedese sia "socialmente sostenibile". La curiosa espressione (che però non riesce a nascondere un forte razzismo anti-autoctono) viene motivata col fatto che sarebbe la questione razziale quella che spiega il malcontento degli stranieri in Svezia.

In pratica, non è la menzogna multietnicista che, indifferente alle possibilità economiche effettive della società, permettendo l'accumulo di stranieri con le più varie motivazioni e scuse, provoca il caos sociale, da cui deriva anche l'impossibilità oggettiva di provvedere alle crescenti masse allogene secondo gli standard generalmente ricercati nella nazione, quanto, secondo gli esponenti del Centro Multiculturale, ipotetiche volontà razziste e discriminatorie, ovviamente di singoli cittadini autoctoni o di qualche partito politico. Per gli esponenti del Centro Multiculturale, come per ogni altro contaballe multietnicista, invece sembrerebbe essere "socialmente sostenibile" la crescita disordinata e illimitata di nuovi stranieri. La strada per l'inferno (multietnicista) è lastricata di strabismo socio-economico.

  • Trasferire uffici anti-discriminazione nei quartieri degli allogeni, in modo... da impedire che essi li abbandonino?

Il Governo svedese, un paio di settimane dopo le violenze, ha richiesto il trasferimento di diversi uffici anti-discriminazione dal centro di Stoccolma alle periferie, con alta percentuale di stranieri. Altrettanto, l'intenzione sarebbe di spostare in quei quartieri anche circa 1500 posti di lavoro. La motivazione è che ciò dovrebbe permettere una maggiore integrazione degli allogeni o, almeno, dare un segnale in tal senso.

Il ministro per l'integrazione, Erik Ullenhag (autoctono, a differenza che in Italia, dove si dà lavoro a stranieri non titolati), ha affermato che si vuole anche impedire lo spiacevole fenomeno dell'abbandono di quei quartieri, da parte degli stranieri lì abitanti. La strada per l'inferno (multietnicista) è lastricata di ipocrisia.

  • Come il multiculturalismo umilia i multiculturalisti

Il comune di Trollhättan ha deciso, il mese scorso, di pagare alcune migliaia di euro ad un allogeno (non è specificata l'origine o la religione), dopo una sua denuncia per discriminazione. In pratica, l'uomo si era presentato per uno stage nel locale ufficio per l'integrazione degli stranieri, ma si era rifiutato, per ragioni religiose, di stringere la mano della dirigente, in quanto donna. La donna, perciò, ha deciso di annullare lo stage, ritenendo inappropriato l'atteggiamento dell'uomo, il quale però ha sporto denuncia. Il comune ha poi trovato un accordo, pagando un risarcimento alla "vittima", in modo da evitare che il caso passasse in mano ai giudici.

Inutile dire che il morale, nell'ufficio per favorire gli stranieri, non è da allora molto alto. La strada per l'inferno (multietnicista) è lastricata di masochisti (e utili idioti).

  • L'estrema-destra sta conquistando il web svedese

Anche se nessuno sembra volerlo dire, le rivolte allogene, così come notizie come quelle citate, potrebbero spiegare il perché l'estrema destra in Svezia stia diventando la protagonista quasi totalmente indiscussa, almeno e per il momento su internet. Secondo una ricerca governativa, i tre siti di estrema-destra più conosciuti hanno ognuno più visitatori che non tutti i siti dei partiti del parlamento sommati. Complessivamente, i sette siti più conosciuti hanno sette volte il numero di lettori di tutti gli altri partiti, mentre l'estrema-sinistra ha poche migliaia di visitatori e gli islamisti poche centinaia.

Birgitta Ohlsson, ministro per gli Affari Europei, si dice preoccupata da questi dati, affermando che, per quanto non si possa "immunizzare" totalmente una società da certe idee, è comunque possibile approntare numerose iniziative per combatterle. Nel mentre, le rivolte violente le fanno le masse crescenti di allogeni; nel mentre, gli operatori che lavorano per integrare gli stranieri vengono umiliati dagli stranieri e dallo Stato; ecc., ecc. La strada per l'inferno (multietnicista) è lastricata di strabismo ideologico.


  • Swedishness must be split from being white (Christina Zedell / Willy Viitala / Leif Magnusson / Tobias Hübinette, Newsmill via The Local - Sweden, 2 maggio 2013 - 21 maggio 2013):

Why is it that the notion lives on about what a Swedish appearance looks like? The radio programme Studio 1 asked this question in March during a debate about racism in Sweden today. The question of Swedishness is a loaded one and the debate heats up when race becomes an ever-more central concept in order to understand racist practices in every-day life in Sweden. 

Our thoughts and our actions are affected by history and by society's structures and norms. Society and its different shapes existed before each and every one of us alive today were born. In other words, we are born into a web of thought patterns and values that influence how we treat and regard each other and ourselves. We are quite simply greatly affected by structural power hierarchies that came about during a period in history marked by racism and colonialism. Of course there is development over time, but when it comes to norms and stereotypes it takes a long time.

Swedes do not stand apart from the world and its history of racism and colonialism. Our way of dealing with this has so far been to deny that race exists, while we have also wanted to affirm the unknown and the new. Most Swedes will claim they are colour blind, and only see a human before them when they meet someone new. This denial risks hiding from view the discrimination and the segregation that is so tangible and evident for the many who are not seen as Swedes, and whose stories make up a painful testament to the state of things in Sweden.

Several articles and debates have recently criticized Multicultural Centre's exhibition Warning For Race and our anthology Race And Whiteness In Contemporary Sweden. We have read twenty-odd texts that object to our choice to use the term race. We know that the word race is taboo today, but at the same time it is related to a history that we still have not managed to come to terms with.

Critics say we are trying "fight fire with fire", as a Svenska Dagbladet (SvD) editorial writer put it, or they say speaking about race doesn't lead anywhere in attempts to understand today's Sweden. What the criticisms has in common is that they strongly argue for how things should be - that race should not have any significance in today's Sweden - instead of looking at what they actually look like.

That is why we argue that Sweden needs a non-colour-blind anti-racism that enables an understanding of the thought structures behind today's exclusive Swedishness. That is what we are trying to talk about and what we intend the exhibition Warning For Race to contribute to.

Like most other people, we do not believe that separating people into race would solve any social problems. But if certain groups of people with similar backgrounds are found over and over in the lower tiers of the statistics tables, then there is a reason to seek out knowledge about it and try to understand what the consequences are.

The reason Multicultural Centre raises the concept of race is because we still think race is an active category in Sweden, or, as we say in the exhibit, "race is still done" all the time in today's Sweden even though the concept itself has been discarded by science and politics alike.

We still separate people based on what they look like. Not always and not everywhere, but it is happening all the more often and in particular in relation to who is regarded as being Swedish or not. It happens in the media, it happens in culture.

There is even solid empirical research about Swedish every-day racism that has chronicled the experiences of non-white Swedes. It does not make for fun reading.

For the past 15 years, we at Multicultural Centre have studied and worked with the phenomenon of every-day racism in an educational manner. From there, we have concluded that we need to speak about race, instead of just contenting ourselves with analyses of ethnicity, meetings between cultures, and general xenophobia.

Despite most Swedes today distancing themselves from racism, we still meet stereotypical images and descriptions of non-white minorities and non-Western cultures in contemporary Swedish culture. Comparatively, Sweden has established some of the strongest laws against discrimination, and therefore gets top grades in the Migrant Integration Policy Index for creating the best preconditions for integration of new citizens. This isn't what needs improving.

We see a segmented labour market, and we see housing segregation - even when we compare with other countries that are much more cautious towards people who are not seen to belong to the majority population.

Taken together, this should prompt us to pause for reflection.

We want a new Swedish story better equipped to deal with and include today's demographic diversity and to create a new Swedishness for the future. That new story's main task is to separate whiteness from Swedishness in order to be a socially sustainable future Swedishness.

To find our way to that story, we think we must make visible the suppression and discrimination based on appearance, which we do in the exhibit and in the anthology. Let us not pretend that Sweden and Swedes stand apart from the world, history and the racial thinking and the norm of whiteness that still live on both in other countries and in our own society.

  • Discrimination unit heads to Stockholm suburbs (The Local - Sweden, 10 giugno 2013):

The government has ordered Sweden's Equality Ombudsman (Diskrimineringsombudsmannen, DO), the country's primary arbiter of discrimination claims, to relocate its offices to a north Stockholm suburb with a high concentration of immigrants. 

The request was revealed on Monday in an opinion article by Integration Minister Erik Ullenhag of the Liberal Party (Folkpartiet), in which he explained that the government wanted the ombudsman's offices moved to either Tensta or Rinkeby, two districts northwest of central Stockholm with large populations of residents with foreign backgrounds.

"This has important value as a signal that society's institutions are present where people feel they are furthest from society," Ullenhag wrote in the Dagens Nyheter (DN) newspaper.

He added that the moving the ombudsman's roughly 100 employees to the Stockholm suburbs would help "lift the most vulnerable parts of the city" and create employment opportunities.

"The decision is intended to break a negative spiral of flight from an area where there is widespread social exclusion," the minister added.

According to Ullenhag, the relocation of the Equality Ombudsman is taking place alongside a larger move by the city of Stockholm to relocate roughly 1,500 jobs within the city's administrative offices to the outer-regions of the Swedish capital.

However, Stockholm University professor Eskil Wadensjö, an expert in macroeconomics, immigration, and integration, said it was hard to know whether the move would have any positive effects in neighbourhoods plagued by social exclusion.

"You don't know until you've evaluated it, but it probably won't lead to any change in recruitment of those who are employed by the Equality Ombudsman," he told the TT news agency.

Previous studies have shown that providing Sweden's main employment office, Arbetsförmedlingen, with additional resources to assist foreign-born job seekers has had an effect on integration, and Wadensjö admitted that moving the ombudsman might also help, despite it never having been examined previously.

"It's a relatively small agency, so I don't think it will have much of an effect. But it's an interesting experiment and will be interesting to follow up on in a few years to see what has happened; to see if there is any local recruitment," he told TT.

"If nothing else, it has signal value; it shows that they care about these suburbs."

  • No review for hand-shake discrimination case (The Local - Sweden, 18 giugno 2013):

The Swedish Justice Ombudsman will not look at a case in western Sweden where a man was paid damages for not being given an internship after he refused to shake a female boss's hand for religious reasons. 

The internship candidate himself had turned the case over to Sweden's Equality Ombudsman (Diskrimineringsombudsmannen - DO), but Trollhättan municipality managed to avoid a probe by paying him 30,000 kronor ($4,500).

The case has received widespread attention, however, with the municipality since receiving about 100 critical emails, reported the Ttela news site. The case was also reported to the Justice Ombudsman (Justitieombudsmannen - JO), but the agency has now decided not to review it.

The incident stemmed from an office visit by a man who had been offered an internship with the integration division at Trollhättan municipality.

When the man was set to meet a female supervisor at the office, he refused to shake her hand, explaining his religion forbade him from shaking hands with women unless he washed his hands directly afterwards.

The female supervisor then reportedly told the man that he could not intern at the office if he was not comfortable shaking everybody's hand. She also allegedly added that the office had hand sanitizer that he could use.

While the incident was later reported to the Equality Ombudsman, the national office that investigates suspected cases of discrimination, the case was settled before the ombudsman began its investigation, with Trollhättan municipality choosing to pay damages to the man.

"By law, a person who feels they've been disadvantaged because of their religion has a right to damages. We made a mistake, we took responsibility for it, and the person was compensated," municipal spokesman Said Niklund told the TTELA newspaper.

Last month, it was reported that the incident had had repercussions at the workplace, damaging the morale among the staff at Trollhättan's integration division.

  • Extreme-right sites beat political party pages (The Local - Sweden, 19 giugno 2013):

Far-right websites in Sweden are receiving so much traffic they are seven times more popular than the established political parties' online portals.

The seven most popular far-right websites attract a total of 145,000 unique visitors a day, according to the report, which was prepared by the government-run Swedish Media Council and handed to the government on Tuesday.

"I'm surprised to find out that (the sites) have seven times more visitors than the total of all parties in parliament," Ulf Dahlquist, the council's research director, told Sveriges Radio (SR).

Three sites have more visitors each than all parliamentary parties combined, including realisten.se, run by the Neo-Nazi Party of the Swedes.

The report, which described websites advocating violence, did not give any figures for visits to the websites of political parties in parliament.

It noted that the extreme left did not enjoy a similar level of popularity, with the two top sites attracting a total of just 3,620 unique visitors a day. Islamist websites are even more marginalized with only about 500 unique visitors each day, according to the report.

Swedish European Affairs Minister Birgitta Ohlsson told SR the finding had to "be taken very seriously".

"You can never completely immunize a society against anti-democratic and extremist groups that favour violent action. But it's possible to take a large number of initiatives," she said.

Realisten.se denied advocating violence, arguing that the report ought to make the parties in parliament reflect on "their inability to set up popular websites."

Bulgari e polacchi in Olanda

Bulgari e polacchi in Olanda: qualche dato


Qualche dato sulla presenza di bulgari e polacchi, residenti regolari in Olanda (secondo una ricerca dell'Istituto olandese per la ricerca sociale SCP [1]):

  • i polacchi sono 111.000
  • i bulgari sono 21.000
  • il 50% circa dei bulgari sono di etnia turca [2]
  • solo il 47% dei turco-bulgari ha un lavoro
  • il 59% dei bulgari etnici ha un lavoro
  • l'84% dei polacchi ha un lavoro
  • il 70% dei polacchi ha un'istruzione almeno a livello di MBO (grosso modo la scuola media-superiore italiana)
  • il 54% dei bulgari etnici ha una istruzione MBO
  • solo il 23% dei turco-bulgari ha una istruzione MBO
  • due polacchi su tre non hanno una buona conoscenza dell'olandese
  • anche due bulgari su tre, etnici o turchi, non hanno una buona conoscenza dell'olandese
  • i polacchi generalmente suppliscono la scarsa conoscenza dell'olandese con l'inglese
  • solo il 6% dei turco-bulgari conosce l'inglese
  • ai polacchi è riconosciuto che si sforzino maggiormente nell'apprendimento dell'olandese, a differenza dei bulgari

[1] Nieuw in Nederland - Het leven van recent gemigreerde Bulgaren en Polen (Mérove Gijsberts / Marcel Lubbers, SCP, 9 luglio 2013) [scaricabile nella pagina segnalata dal collegamento in alto a destra, in formato PDF e in olandese]
[2] In Bulgaria i turchi rappresentano il 9% circa della popolazione.

  • Bulgarian Immigrants are Often Uneducated Turks (NisNews, 10 luglio 2013):

Immigrants from Bulgaria are often ethnic Turks. They are poorly educated, usually have no work and the majority want to continue to live in the Netherlands, according to a study by the Socio-Cultural Planning Bureau (SCP) presented Tuesday.

The SCP studied Poles and Bulgarians that have emigrated relatively recently to the Netherlands and are officially registered as residents at municipalities. The study shows wide differences between the two groups.

On 1 January 2013, 111,000 Poles and 21,000 Bulgarians were registered in the municipal register. Among the Bulgarians, half consisted of the Turkish minority in Bulgaria. Only 47 percent of them have work. Among other Bulgarian, this figure is 59 percent.

Labour market participation among Bulgarian women is extremely low at 36 percent. Bulgarian men are much more likely have a job in the Netherlands (67 percent). The Bulgarians with a job however are mostly working few hours. They often work for a Turkish-Dutch employer in the Netherlands.

Among the recently migrated Poles, 84 percent have a job in the Netherlands, and 70 percent of them have had an education at least to MBO level. This is seen by the government as the minimum level for having good prospects on the labour market.

Among Turkish Bulgarians, only 23 percent reached MBO level, while among ethnic Bulgarians, the figure is 54 percent. One in three Bulgarians has completed no more than primary education. These figures and those for labour market participation have been corrected for the student population, which forms about one quarter of the Bulgarian emigrants.

"The educational level of the Bulgarians that come to the Netherlands is clearly lower than the educational level in Bulgaria itself. This means that a selection of lower educated Bulgarian is migrating to the Netherlands,” according to the SCP.

Among the Poles, nearly half (45 percent) expect to go on living in the Netherlands. Among the Bulgarians, this applies to one-quarter. Within the Bulgarian group, it is mainly the lowest educated that are planning to stay in the Netherlands (59 percent). Among the Bulgarian study migrants, only one in 10 expects to go on living in the Netherlands.

Two out of three Polish and Bulgarian migrants say they cannot understand the Dutch language or cannot understand it well. And where migrants from Poland can generally get along well in English, this is only the case for 6 percent of the Turkish Bulgarians. Poles are also more likely to make efforts to learn Dutch than Bulgarians.

giovedì 11 luglio 2013

Le legge per la legge non è il bene della Repubblica e della Nazione

Le legge per la legge non è il bene della Repubblica e della Nazione: qualche nota ancora sulla rielezione di Giorgio Napolitano e la distruzione delle intercettazioni con Nicola Mancino, più altre questioni attorno al problema dell'adesione acritica alla Legge e ai valori dominanti attuali (ossia: uno spettro si aggira per l'Italia)


"La France a compris que je n'étais sorti de la légalité que pour rentrer dans le droit"
(Napoleone III, 1852) [1]

Torniamo un po' indietro nel tempo, ossia alla rielezione di Giorgio Napolitano in aprile [si vedano anche gli interventi del 21 aprile 2013 e del 5 maggio 2013], così come alla distruzione delle intercettazioni tra lo stesso Napolitano e Nicola Mancino, riguardanti il coinvolgimento di quest'ultimo nelle trattative tra Stato italiano e mafia siciliana. Come capirete, tali questioni sono sintomatiche di un approccio alla legalità (e al diritto) che interessa ogni ambito della realtà che viviamo, compresi recenti gravi fatti di cronaca.

  • Le intercettazioni Mancino-Napolitano e Mancino-D'Ambrosio

Annotiamo subito un fatto, che probabilmente rammenterete: una volta rieletto Napolitano, Beppe Grillo urla al golpe, per poi fare una mezza marcia indietro parlando di "piccolo golpe", forse frenato anche da quanto il suo candidato presidente, Stefano Rodotà, ha subito affermato, ossia che la rielezione era legale.

Due giorni dopo la rielezione, ossia il 22 aprile, viene portata avanti, dal gip palermitano Riccardo Ricciardi, la distruzione delle intercettazioni con Nicola Mancino. Dalle voci emerse, o, meglio, dai sospetti circolanti, in quelle intercettazioni sembra che ci fosse la richiesta, da parte di Mancino, affinché Napolitano (in quanto Capo dello Stato e, di conseguenza, anche presidente del Consiglio Superiore della Magistratura) premesse contro la Procura di Palermo, frenandone le indagini sulla trattativa citata. Nell'estate del 2012, su Panorama era uscita una ricostruzione delle intercettazioni diversa, in cui si prospettava che Mancino e Napolitano avessero formulato giudizi poco lusinghieri su alcuni personaggi, tra cui Silvio Berlusconi e Antonio Di Pietro, per cui la rilevanza delle stesse intercettazioni avrebbe riguardato i rapporti tra ambiti istituzionali e politici, non la mafia, né questioni ancora più gravi. (ESCLUSIVO - Ecco il contenuto delle telefonate tra Napolitano e Mancino, Giovanni Fasanella, Panorama, 31 agosto 2012)

Tale ricostruzione, però, contrasta con altre intercettazioni, stavolta non distrutte ed anzi pubblicate, ossia quelle tra il solito Mancino e il magistrato Loris D'Ambrosio, consigliere di Napolitano. Le comunicazioni in questione avvengono verso dicembre 2011. La notizia delle stesse e delle relative intercettazioni esce a giugno 2012. Solo un mese dopo, Loris D'Ambrosio muore per infarto all'età di 65 anni.

Intercettazioni della conversazione tra Nicola Mancino e Loris D'Ambrosio (Il Fatto Quotidiano su Slideshare, giugno 2012)

La parabola esistenziale di D'Ambrosio è interessante, in quanto è stato uno dei collaboratori di Giovanni Falcone nella preparazione del 41-bis, il carcere duro per i mafiosi. Gli ultimi suoi giorni, invece, l'hanno visto, a vent'anni esatti dalla morte di Falcone e Borsellino, invischiato, pur non come protagonista principale, nei sospetti riguardanti politici rei di aver dissanguato il 41-bis e trattato con la mafia siciliana. Una parabola forse metafora della Seconda Repubblica (con una battuta su quest'ultima: si è passati dal 41-bis al Napolitano-bis).

Tornando alle intercettazioni Mancino-D'Ambrosio, ecco quanto riportava la stampa italiana allora:

[...] Il giorno dopo l'audizione in Procura, Mancino telefonò al magistrato Loris D'Ambrosio, uno dei più stimati consiglieri del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. E a lui affidò un drammatico sfogo, anche questo intercettato. Mancino dice di essere rimasto "un uomo solo ", e poi aggiunge che "quest'uomo solo va protetto". I magistrati ritengono che anche queste parole siano rilevanti ai fini dell'inchiesta: nella telefonata, Mancino paventa addirittura la possibilità che "l'uomo solo", se resta tale, potrebbe anche chiamare in causa "altre persone". Quindi, l'ex ministro chiede a D'Ambrosio di parlare dell'indagine di Palermo con il presidente Napolitano, perché intervenga sui magistrati che stanno indagando sulla trattativa. Mancino chiede soprattutto che venga "evitato il coinvolgimento di Scalfaro", l'ex presidente della Repubblica. Le intercettazioni raccontano ancora di Nicola Mancino che telefona insistentemente, anche a D'Ambrosio e al procuratore di Palermo Messineo, per tentare di evitare il confronto a cui i magistrati volevano sottoporlo, con Claudio Martelli. L'ex ministro della Giustizia aveva spiegato ai pm di aver chiesto conto e ragione a Mancino della trattativa del Ros con Vito Ciancimino. "Era l'estate '92", ha spiegato Martelli. Alla fine, il confronto fra i due ex ministri si è fatto, in Procura. Mancino ha negato con decisione quel colloquio, Martelli l'ha confermato. [...]
(Trattativa tra Stato e mafia da Mancino pressioni sul Quirinale, Salvo Palazzolo, La Repubblica, ed. di Palermo, 18 giugno 2012)

  • La loro Seconda Repubblica

Ci sono, quindi, alte cariche dello Stato che, in spregio allo Stato stesso e ai numerosi caduti nella guerra contro le organizzazioni criminali, avrebbero trattato con queste ultime, dopo i numerosi attentati nel periodo 1992-1993, comprese le stragi che sono costate la vita di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La trattativa venne portata avanti inizialmente proprio dalle cariche dello Stato (si veda, ad esempio, la sentenza sull'attentato a via dei Georgofili a Firenze, nel marzo 2012, in cui si conferma il loro "protagonismo": "Una trattativa indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des. L'iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia"). Le organizzazioni criminali puntavano, sfruttando le bombe e gli accordi ricercati dalle cariche dello Stato, in particolare a ridimensionare il 41-bis.

Nel 1993-1994, il Governo Ciampi vede Nicola Mancino come ministro dell'Interno e Giovanni Conso come titolare di Grazia e Giustizia. Durante quel periodo, furono centinaia i provvedimenti di carcere duro che vennero affossati. Nel 2011, Conso ha tentato di assumersi la totale responsabilità di quegli atti, affermando che non ci fu alcuna trattativa tra istituzioni e cosche mafiose, ossia che si trattò di una sua iniziativa personale (?!).

Ora, dato questo quadro generale, e nonostante che la magistratura palermitana abbia negato che le intercettazioni tra Mancino e Napolitano abbiano/avessero rilevanza penale, la sensazione non è delle più positive. Ricapitoliamo: Mancino, nelle intercettazioni, parla con Napolitano e con D'Ambrosio. Le prime intercettazioni vengono distrutte dopo pronunciamento della Corte Costituzionale, senza che possano essere ascoltate/visionate dalla società civile. Per quanto riguarda le seconde, in esse Mancino chiede aiuto per sé e chiede che non venga coinvolto Oscar Luigi Scalfaro. Mancino chiede che si interessino alla questione il procuratore palermitano Francesco Messineo e il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. Messineo, nel corso delle telefonate, verrà comunque considerato inutile rispetto ai problemi posti da Mancino.

Un mese dopo, Scalfaro muore. Sette mesi dopo (appunto, un mese dopo la pubblicazione sui giornali) D'Ambrosio muore. L'anno successivo, Napolitano è il primo presidente della Repubblica rieletto, Pietro Grasso diventa Presidente del Senato, mentre Francesco Messineo subisce procedimento disciplinare, con la motivazione di essere troppo dipendente dal procuratore Antonio Ingroia (e sulla rivalità esistente storicamente tra la corrente, diciamo così, del procuratore Pietro Grasso e quella, ora perdente, di Ingroia preferiamo passare oltre). Mancino, invece, rimane indagato.

  • L'adeguarsi di Stefano Rodotà al Napolitano-bis e il pronunciamento della Corte Costituzionale sulle intercettazioni

Torniamo a Stefano Rodotà, il quale, pur essendo stato il candidato designato dal Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo, immediatamente accetta la rielezione di Napolitano [Stefano Rodotà alla "Repubblica delle idee" sul tema di bioetica "Il governo della nostra vita", Bari, 20 aprile 2013], affermando, addirittura, la legittimità della stessa. Ora, legittimità è qualcosa di più che non legalità. Legalità, nel caso in questione, riguarderebbe l'incostituzionalità della rielezione, ma, pur molti facendo rilevare una certa non opportunità della stessa, rispetto alla storia politica repubblicana e alla prassi, non sembra esistere alcunché, nel quadro costituzionale e normativo nazionale, che impedisca una simile eventualità. Di fatto, una rielezione è possibile. Quindi è legale. Ma è anche legittima?

Il punto è questo. La guida di una nazione e di uno Stato deve essere autorevole, perché sia anche legittima. Altrimenti, si dà solo legalità e autorità, non riconoscimento condiviso popolarmente. Il presidente Napolitano è autorevole? Da ciò ne deriverebbe la sua legittimità. Lo possiamo considerare autorevole, quindi legittimato, dato quanto avvenuto riguardantelo? La doppietta intercettazioni-Governo Letta è micidiale in tal senso, in quanto mostra un distacco mostruoso delle istituzioni tutte (e della presidenza Napolitano in particolare) rispetto al Paese. Distacco solo parzialmente attutito (perché mascherato) dalla lentezza ideologico-organizzativa dell'unica (apparente) opposizione percentualmente rilevante esistente. Il fatto che il Movimento di Grillo non abbia posto simili problemi nelle calde giornate di aprile la dice lunga sullo stesso movimento, ben più che i problemi che lo riguardano riportati quasi ogni settimana su stampa e tv. Altrettanto, il distacco è ugualmente attutito dalla non-mediaticità dell'astensione dal voto. Percentuali sempre più ampie di cittadini, alle elezioni politiche e, soprattutto, alle amministrative, disertano le urne. Non essendo però voci abbastanza organizzate né potenti da imporsi sui mezzi di comunicazione, tale diserzione rimane solo un fatto statistico e di momentanea cronaca elettoralistica (indipendentemente da quello che potrebbe agitarsi dietro essa).

Nei mesi successivi, che separano la rielezione di Napolitano e l'oggi, Grillo e molti dei suoi sembrano essersi stancati di Rodotà, quando avrebbero dovuto immediamente reagire alla sua legittimazione nei confronti del rieletto. E l'avrebbero dovuto fare considerando tutte le questioni citate, di modo da colpire, almeno idealmente, la struttura del potere vigente.

Pensiamo a quanto detto dalla Corte Costituzionale, riguardo le intercettazioni al presidente della Repubblica, le quali non possono essere ammesse proprio in ragione di quanto presente nella stessa Costituzione. Il presidente della Repubblica non è intercettabile e non è riferibile, tanto meno divulgabile quanto eventualmente emerso, pena il colpire le prerogative della figura istituzionale in questione.

L'art. 90 della Costituzione dice, infatti:

Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione.

In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri.

Capirete bene che, se, come ricorda la Corte Costituzionale, nessuna magistratura può valutare penalmente eventuali intercettazioni, perché comunque non riconosciute valide e subito distruggibili, siamo di fronte ad un vicolo cieco. (Trattativa, la Consulta: “Presidente mai intercettabile, per nessun reato”, Giovanna Trinchella, Il Fatto Quotidiano, 15 gennaio 2013)

Se è la maggioranza assoluta dei parlamentari, in seduta comune, a dover portare avanti delle accuse, ma una parte degli elementi di indagine non sono minimamente utilizzabili perché formalmente lesivi della carica istituzionale presidenziale e se, in più, quello stesso Parlamento è composto per lo più da esponenti dello stesso mondo di interessi, mancante una opposizione degna di questo nome, allora siamo di fronte ad un cane che si morde la coda.

Secondo l'art. 134, comma III, della Costituzione:

La Corte costituzionale giudica:

[...] sulle accuse promosse contro il Presidente della Repubblica, a norma della Costituzione.

Se il presidente è accusabile solo per alto tradimento o attentato alla Costituzione e se è solo la Corte Costituzionale a decidere se agire contro il presidente, ma se non è possibile, nella società civile, valutare la rilevanza di eventuali intercettazioni rispetto ad una eventuale accusa di altro tradimento, allora tale possibilità è semplicemente fasulla. Si deve accettare quanto deciso dalla Consulta, in maniera fideistica. Nella questione di una eventuale trattativa tra Stato e mafia, è possibile che emergano elementi per un sospetto di tradimento nei confronti dello Stato italiano. Il fare gli interessi delle organizzazioni criminali dovrebbe essere paragonato a quello nei confronti di nazioni estere (e nemiche). Non sappiamo e non ci pare che ciò avvenga, ma la questione dovrebbe essere posta così, non trattandosi di semplici interessi personali, per quanto delittuosi.

Non stiamo dicendo che nelle intercettazioni ci sarebbe o no potuto essere qualcosa di rilevante, ma che la questione, col distruggere quelle, viene comunque coperta da una ombra. Se la Corte Costituzionale ha motivato, come detto, con la tutela istituzionale, alcuni (evidentemente non sufficientemente numerosi) commentatori e cittadini hanno affermato che non si "nasconde" ciò che è innocuo o innocente. Quindi, la rielezione di Napolitano nasce macchiata da questa ombra, forse non più eliminabile. Data tale ombra e dato quanto detto in precedenza, la rielezione di Napolitano nasce senza una autorevolezza condivisa. Conseguentemente, senza legittimità. Manca solo il (contro)potere che lo affermi a gran voce.

  • Assenza di legittimità e normativismo astratto

Certo, se non esiste un movimento d'opinione di forte impatto, allora vince il formalismo costituzionale e la fredda legalità. Nel caso delle intercettazioni con Napolitano, la Corte Costituzionale ha preferito quanto citato, piuttosto che valutare l'impatto delle stesse o anche solo l'impatto di sospetti ruotanti attorno alle stesse, che, in una nazione come l'Italia, divisa territorialmente, e sotto molti altri aspetti, dalla guerra contro le mafie e la corruzione endemica, producono fratture e risentimenti (per inciso: Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, e i legali di Massimo Ciancimino, figlio di Vito, hanno provato, inascoltati, ognuno per ragioni di propria difesa in diversi procedimenti penali, ad impedire la distruzione delle intercettazioni).

Non si è tenuto in debito conto quanto "sentito" a livello pubblicistico, mediatico, popolare sulla questione dei rapporti tra Stato e mafia. Si è aggiunto, perciò, un nuovo capitolo, tra l'altro non sfruttato minimamente polemicamente dalla nuova pseudo-opposizione di Beppe Grillo, alla lunga storia dei timori della connivenza tra apparati statali e crimine organizzato.

Citiamo da Carl Schmitt:

[...] il pensiero normativistico, quanto più è puro, tanto più conduce ad una frattura sempre più drastica fra norma e realtà, fra dovere ed essere [...] il disordine della situazione concreta non interessa il normativista, che appunto è interessato solo alla norma. Ma allora, il comportamento concreto non può mai essere, dal punto di vista normativistico, disordine in contrapposizione all'ordine. Normativa è l'attuazione della disposizione legale, cioè ad esempio il fatto che l'assassino venga condannato a morte in applicazione della legge penale vigente; la violazione invece non è disordine, ma semplice "fattispecie". [...]
("I tre tipi di pensiero giuridico", 1934)

Ed ancora, dallo stesso testo:

[...] Il violatore non viola quindi la pace o l'ordinamento, non viola assolutamente la norma generale in quanto regola, e dal punto di vista "strettamente giuridico" egli non viola proprio nulla. Solo la pace concreta e un ordinamento concreto possono essere violati: solo partendo da un pensiero orientato in questa direzione si può cogliere il concetto di violazione. La norma e la regola astratta invece continuano tranquillamente ad aver vigore, immutabilmente, nonostante la "violazione" [...]

Ciò significa che il formalismo arriva a non rispettare il diritto, piuttosto che il contrario. La legge formalmente rispettata non indica necessariamente la vittoria del diritto, perché affinché avvenga questo bisogna che esista una società concretamente data, ossia di cui vengono riconosciuti i bisogni, l'identità e i princìpi. Tale riconoscimento dovrebbe essere prima di tutto portato avanti da legislatori e governanti e giudici. Non è, invece, quanto avvenuto con le intercettazioni di Napolitano.

Facciamo un esempio in altro ambito: ricordate quanto miseramente affermò Laura Boldrini dopo la strage di Milano dell'11 maggio scorso? [13 maggio 2013] Secondo l'attuale presidente della Camera, la strage del ghanese "Madman" Kabobo andava valutata "per il reato commesso" e non per "la condizione di chi l'aveva commesso". La qual cosa se, da un lato, poteva anche smussare certo vittimismo allogeno (ma solo se preso alla lettera. Ma ben conosciamo la Boldrini...), dall'altro negava il problema del caos immigratorio, dell'assenza di limiti e di una idea di società propriamente ordinata e rispettosa dei cittadini, in primis autoctoni. In pratica nega(va) la natura della tragica realtà odierna, dietro un ipocrita e astratto normativismo.

Citando ancora Carl Schmitt, da altro volume (come nelle citazioni che seguiranno):


[...] Max Weber afferma: "La burocrazia è il nostro destino", noi dobbiamo aggiungere: la legalità è il modo di funzionamento di questa burocrazia. [...] Il positivismo giuridico non significa altro che la trasformazione del diritto in un insieme di ordini. [...] Dal punto di vista sociologico essa costituisce una parte dello sviluppo dell'epoca tecnico-industriale. Dal punto di vista storico-filosofico essa rientra nella trasformazione del pensiero rivolto alla sostanza in pensiero rivolto alla funzione: una trasformazione che, fino a poco tempo fa, ci è stata decantata come un grande progresso scientifico e culturale. Il quadro tremendo che deriva da un'incessante funzionalizzazione dell'umanità [...]
("Il problema della legalità", 1950-58)

Ed ancora:

[...] Alla trasformazione del diritto in legalità fece immediatamente seguito la trasformazione della legalità in un'arma della guerra civile. [...]

[...] Padre Laberthonnière va, nella sua critica, assai lontano: "La massima: è la legge, non si distingue affatto nella sostanza dalla massima: è la guerra". [...] [2]

[...] Per il progresso rivoluzionario la legalità era un'espressione della razionalità ed una forma storicamente più elevata della legittimità. [...] "la legge, il governo dell'uomo da parte dell'uomo. Basta padri!" [...] La legalità diventa l'arma avvelenata con la quale si colpisce alle spalle l'avversario politico. In un romanzo di Bertold Brecht alla fine il capo dei gangsters comanda ai suoi seguaci: il lavoro deve essere legale. La legalità finisce qui come parola d'ordine di un gangster. Essa aveva cominciato come ambasciatrice della divinità della ragione. [...]

  • Funzionalizzazione della realtà e spossessamento

Il vivere contemporaneo è composto da differenti fenomeni: la frammentazione "atomica" della società, in cui sembrano esistere solo gli astratti diritti degli astratti cosiddetti "esseri umani"; la funzionalizzazione dell'esistenza sino all'estremo, ossia della vita stessa; l'astrattezza normativa, che cresce funzionalmente ai due punti precedenti, divenendo il campo aperto per qualunque avventura sociale, culturale e individualistica; il meccanismo giuridico, appunto, come maschera per portare avanti tutto e il contrario di tutto, compreso il poter "colpire alle spalle l'avversario politico".

Una rapinatore è un rapinatore. Un commerciante che uccide un rapinatore è un assassino. Un pensionato che ruba al supermercato è un ladro. Un evasore fiscale è un evasore fiscale (ed un parassita, secondo la pubblicità televisiva commissionata dall'ultimo Governo Berlusconi nel 2011. Il che è tutto dire). Non esistono distinguo, se non limitatamente (e spesso contradditoriamente), che rendano conto dei presupposti delle azioni giudicate. Esistono, è vero, le attenuanti o le aggravanti, ma sono attenuanti e aggravanti giuridiche (artt. 62, 62bis e 61 del Codice Penale), non sociali e storiche. Si giudicano gli individui, non gli italiani viventi nell'anno x nelle condizioni y nella società z.

Dato questo, si è inevitabilmente spossessati della propria terra, ossia della terra, perché l'individuo astratto non ha confini suoi propri e, perciò, neanche terreno cui poggiarsi. Detto altrimenti, si è spossessati della realtà. Chi si stupisce o indigna dei diritti dei lavoratori che evaporano, che ha fatto, ad esempio, quando il lavoro emigrava (30 o 20 o 10 anni fa) per delocalizzazione in Asia? Cioè: se si toglie la terra da sotto ai piedi di qualcuno, questo qualcuno cade (c'è sempre un al di sotto), forse anche rovinosamente. E il non aver pensato a ciò che dovrebbe stupire. Chi si stupisce per il lavoro che si degrada, che ha fatto quando (30 o 20 o 10 anni fa) si è iniziato a rilocalizzare l'Asia e l'Africa qua da noi? Cioè: se quel poco di terra che rimane diventa più piccola, chi la divide non può avere libertà di movimento o altra libertà [3]. E anche il non aver pensato a questo che dovrebbe stupire.

Tutti questi ambiti citati appartengono ad un unico fenomeno di spossessamento, dovuto alla funzionalizzazione della realtà. "La realtà è funzione di qualcosa": questo dice il processo in corso nel suo complesso. Non esistono le realtà sociali, culturali, etniche, così come non esistono gli uomini e le donne che ne fanno parte, ma gli individui come soggetti in gioco nel dispiegarsi delle funzioni e delle leggi, dove "funzione" indica un certo meccanismo posto per un dato scopo, mentre "legge" indica le direttive che permettono al meccanismo di produrre il risultato cercato.

Ora, tutto questo vede (non incidentalmente) una piccola minoranza di persone gestire meccanismi e leggi e una grande maggioranza essere gestita e giudicata. C'è chi crederà che ciò sia "lotta di classe", ma la funzionalizzazione della realtà non è la vecchia sperequazione, così come non è la vecchia accumulazione. Funzionalizzazione della realtà significa, come detto, che questa è decisa. Ciò che vivono sempre più pervasivamente gli italiani, e gli occidentali in genere, è questa decisione e questo meccanismo decisionale. Chiamatelo pure totalitarismo.

  • I diritti: la diritta via è smarrita...

Ora, si può pure, in maniera "classista", sottolineare il "sopra" e il "sotto" di questo decidere, ma come si pensa di opporsi ad esso? Cioè, su quali princìpi basare la propria opposizione alla pervasività della funzionalizzazione, se sono proprio l'individuo e i suoi diritti alcune delle componenti del meccanismo? Prendete la rielezione di Napolitano: per la gran parte, chi era contrario ha "partiticamente" sventolato il proprio candidato preferito (magari poi, scompostamente, pentendosene). Nessuno che sia andato alla questione del perchè quella classe politica parassitaria abbia prodotto quella rielezione, tra l'altro con lo spettro della distruzione delle intercettazioni, evocato dalla Corte Costituzionale e poi materializzatosi pochi giorni dopo. Si sarebbe dovuto colpire mediaticamente tutto quell'intreccio di partiti governativi, di finta opposizione e di istituzioni.

Ma il feticcio della libertà partitico-elettoralistica è più importante di tutto per troppi. La funzionalizzazione della realtà, che è il risultato finale di diversi e convergenti processi sociali e culturali, alla fine viene vissuta come una medicina per malatti d'ansia. La costruzione artificiosa della realtà, come prodotto di decisioni pseudo-razionali valide per chiunque e in qualunque ambito, suona per molti rassicurante. E', anche se non esplicitamente o coscientemente, la promessa della fine della Storia, ossia di qualunque conflitto immaginabile e temuto.

E' anche questa la ragione per cui i diritti allargati alla fine bastano rispetto ai vecchi diritti, del lavoro o civili ad esempio. E nei casi in cui ciò non avvenga, ossia dove i vecchi diritti comunque vengano ugualmente rivendicati, tale rivendicazione deve ormai "stringersi" per lasciare spazio anche a quelli allargati, altrimenti non esisterebbero più diritti in assoluto. La rivendicazione come adesione inconfessata.

Per quale ragione multinazionali, quotidiani progressisti o liberali, politici democratici o anche repubblicani statunitensi, politici di "sinistra" o di "destra" italiani ed europei, ecc., concordano, e da un paio di anni a questa parte in maniera più convinta (crisi economica o no), perché i diritti si allarghino sempre più? Avete sentito voi pari impegno per i vecchi diritti? Ma, soprattutto, avete voi notato e dubitato e frenato tale stato di cose? Avete detto, forse: "Ehi! Calma, ma il lavoro?! Ehi, un attimo, ma prima di cittadinanze agli stranieri o adozioni per omosessuali, che mi dite della delocalizzazione o della dismissione, in molte pseudo-democrazie occidentali, della libertà di parola e di ricerca?".

Alla fine, la funzionalizzazione della realtà è un pasto completo imposto come tale. Non si può saltare una portata, pena il temere la futura penuria di cibo (in una pubblicità pro-ONG o simili, si andava oltre, dato che si affermava che nessuno può mangiare, se a tavola non ci sono tutti...). Proprio per questo si accetta qualunque cosa. Come dite, non è così? Ci sono Occupy Wall Street, gli indignados, ecc.? Certo, ma da quali princìpi partono? Il generico lavoro non è dire "riportate le nostre aziende nelle nostre terre tra i nostri lavoratori". I diritti non sono "voi siete espressione del nostro popolo, i cui avi e i nostri padri hanno lottato affinché... ecc.".

Si citano costituzioni e lotte per la libertà, ma lo si fa genericamente, anche per problemi e questioni non presenti, né forse immaginate né desiderate nel farsi di quelle. Credete che i garibaldini lottassero per Kashetu Kyenge o per Vladimir Luxuria? Altri tempi? Altri tempi non vuol dire molto. Vorrete dire, semmai, altri princìpi (o valori, se preferite). Ma, appunto, altri princìpi. Siamo onesti! Chi blattera di diritti individuali non parla per la Costituzione o per la Nazione, ma perché aderisce più o meno volutamente alla funzionalizzazione della realtà.

Non esistono i "diritti". Esistono invece i diritti dei popoli e degli uomini e delle donne che ne fanno parte, così come esistono i rapporti tra i popoli, volti possibilmente i primi al benessere dei propri cittadini, nell'ottica del benessere complessivo della nazione, e i secondi volti al reciproco rispetto tra aree etno-culturali, nazioni e Stati differenti. Se non si parte dal rispetto e dalla tutela del naturale processo generazionale del proprio popolo, della tutela del lavoro del proprio popolo, della chiarezza nei rapporti tra governanti e cittadini, dei princìpi fondanti lo Stato nei confronti del benessere generale e dell'identità del proprio popolo, ecc., allora ogni altra considerazione su generici diritti è fuorviante, così come è fuorviante l'adesione formale alle leggi (magari sviluppate su quei generici diritti).

  • I politici muoiono nel loro letto, i cittadini sulla dura terra: lo spettro della guerra civile

Una volta tolta la terra da sotto i piedi dei cittadini, rimane solo una dura e fredda superficie. Ed è su questa dura e fredda superficie che sono morti la gran parte degli uccisi dalla mafia (persino uno come Giovanni Falcone, osteggiato mediaticamente sino a poche settimane dalla morte, per poi divenire santino subito dopo). E' sempre su questa dura e fredda superficie che stanno morendo molti italiani, vittime della crisi economica attuale, ossia di quella guerra economica condotta dalla finanza internazionale e da certi ambienti politici europeisti contro alcune nazioni. Ecc.

In contrasto a ciò, a simbolo della drammatica frattura esistente nella nostra Nazione, i politici muoiono nel loro letto, confortati dai propri cari: Francesco Cossiga, Giulio Andreotti, Oscar Luigi Scalfaro, Tommaso Padoa-Schioppa...

Solo in quella promessa di guerra civile, condotta da bande criminali opposte, ossia Mani Pulite, si è visto qualcosa d'altro, ma, ovviamente, non a godimento del popolo italiano, se non per alcuni ingenui. In ciò si è visto anche l'uso del formalismo della Legge come arma contro il nemico, con gli italiani tifosi del formalismo e non del bene comune. Ancora oggi, molti, forse la maggioranza dei nostri concittadini è ancora convinta che negli ultimi vent'anni il problema sia stato solo Silvio Berlusconi o Romano Prodi, senza riflettere su cosa abbia significato complessivamente l'alternarsi di centro-sinistra e centro-destra, dopo il disfacimento della comunque molto imperfetta Prima Repubblica.

In questi giorni, Beppe Grillo ha affermato che gli italiani "hanno voglia di sparare" e che solo qualcosa come il suo movimento è capace di frenare tale eventualità. Questa eventualità si è in realtà già avuta ad aprile, come battesimo dell'inconcludente Governo Letta [5 maggio 2013]. Episodio senza sviluppi ulteriori, che ha comunque fatto sobbalzare i governanti per qualche breve istante. Da allora, gli italiani hanno avuto come risultato il solito ritornello dell'Italia che "ha riacquistato la fiducia internazionale" (ma due giorni fa si è beccata però un downgrade da BBB+ a BBB da parte di Standard & Poor's).

Vorrà dire che i nostri concittadini sfameranno i loro figli con la "fiducia internazionale" e i gol di qualche mario-balotelli, utile anche per ringiovanire l'età media italiana. Questo, ovviamente, finché non ci si ricorderà di essere i discendenti di Scipione, Cesare, Macchiavelli, del piccolo Balilla, Mazzini, Garibaldi, Mattei, ecc., ecc. Dopo di che, tutto sarà ovviamente, naturalmente, finalmente possibile.

P.S.: i diritti allargati vengono dopo, molto dopo. E se è il caso che vengano...

  • NOTE

[1] La citazione non vuole dare un giudizio sulla figura storica di Carlo Luigi Napoleone Bonaparte. Tale citazione è presente negli scritti di Schmitt ed è adeguata rispetto al tema trattato.

[2] Padre Lucien Laberthonnière era vicino al modernismo cristiano. In quanto tale non particolarmente interessante nel complesso della sua opera, anche per quella sua diffidenza nei confronti del mondo greco antico e della sua filosofia. Ma Schmitt lo cita, opportunamente, perché, nella polemica del francese contro il sentire logico e impersonale della filosofia antica, produsse considerazioni utili rispetto alla questione della legalità impersonale e astratta, dell'adesione formale alle leggi, del normativismo.

[3] La libertà di immigrare degli stranieri lede la libertà degli autoctoni? Per quanto attiene all'immigrazione di massa, la risposta è sì. La libertà dei primi e la libertà lesa dei secondi sono collegate. Sulle responsabilità, poi, se ne può discutere.