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domenica 22 settembre 2013

I bianchi, nuovi poveri e nuovi discriminati: Regno Unito

I bianchi, nuovi poveri e nuovi discriminati: Regno Unito


Per completare il breve excursus sui bianchi come nuovi discriminati, dopo gli USA [15 settembre 2013] e la Francia [17 settembre 2013], veniamo al...

Regno Unito

Ad inizio 2013, il ministro per l'Università, David Willetts, ha affermato che la categoria "studenti bianchi di sesso maschile provenienti dalla classe operaia" va considerata alla pari di una minoranza etnica, in quanto risulta sempre più svantaggiata nel proprio percorso di studi, finendo per avere grosse difficoltà ad accedere all'università. Si tratterebbe, in pratica, di portare avanti una politica di "discriminazione positiva", ma per i figli della maggioranza del Paese. C'è ovviamente una amara ironia in tutto questo, ma passiamo oltre.

Il problema, che Willetts ha minacciato di risolvere anche col blocco della libertà di gestione delle tasse, per le università inadempienti, si situa all'interno di un problema più ampio, dove la categoria maschile, senza connotazioni etniche, sta retrocedendo in termini quantitativi, rispetto alle donne. Nel 2012, gli ingressi maschili all'università sono calati di 22.000 unità, ben quattro volte più delle donne.

In questo calo complessivo, come detto, si staglia il problema dei bianchi, condizionati probabilmente dalla subcultura delle tre F "fighting, football and fucking". Naturalmente, tale subcultura è più un effetto che non la spiegazione del problema, in quanto questo è più il risultato di scelte politiche e di attenzioni maggiori fornite alle minoranze etniche, anche per ragioni geografiche, dato il loro concentrarsi in determinate aree, specialmente a Londra, meglio servite e monitorate dalla politica, dalle associazioni e da programmi di assistenza (Londra, al 2011, era composta al 41% di non-bianchi; il Regno Unito, nell'ormai lontano 2001, al 9%, ma chissà ora). Vediamo allora di dare un'occhiata al rapporto, riguardante l'Inghilterra e non tutto il Regno Unito, pubblicato di recente dall'agenzia governativa per l'educazione OFSTED (Office for Standards in Education, Children's Services and Skills).

Unseen children: access and achievement 20 years on (OFSTED, 20 giugno 2013) [in inglese; nella pagina è possibile scaricare anche il PDF]

Nel corso di soli cinque anni, dal 2007 al 2012, i bianchi hanno visto, nelle scuole di grado inferiore all'università, diminuire ulteriormente il raggiungimento di buoni risultati, in confronto a quanto fatto dalle altre etnie, già in vantaggio per quanto riguarda cinesi e indiani, tanto da venir superati dai bengalesi e raggiunti dagli africani [Fig. 10, pag. 26]. Ciò è appunto il risultato di vent'anni di politiche inclusive (il rapporto parte da considerazioni fatte nel 1993), su cui ci sarebbe comunque da discutere, dato che tali politiche hanno aiutato una parte delle singole minoranze allogene, ma nella restante parte (per alcune minoranze in particolare, come quelle africane, afro-caraibiche, pachistane, ecc.), anche nella sola Londra, è facile un ampio coinvolgimento in episodi criminali e di devianza sociale.

Tornando ai dati, se si considerano invece solo gli studenti provenienti da situazioni disagiate, i bianchi, già ultimi come risultati scolastici, risultano essersi ulteriomente allontanati dalle altre etnie [Fig. 12, pag. 29]. Ora, che ciò abbia molto a che vedere con la dislocazione geografica delle minoranze allogene e degli aiuti a loro forniti è anche facilmente osservabile dal fatto che, per quanto riguarda il raggiungimento di buoni risultati scolastici, Londra è passata, dal 2007 al 2012, dal penultimo al secondo posto nazionale [Fig. 9, pag. 24], così come dalla localizzazione dei migliori e dei peggiori risultati scolastici nell'intero territorio inglese, per gli studenti appartenenti a classi svantaggiate [mappe alle pagine 50 e 51. Si noti, in particolare nella prima, la concentrazione londinese] [Fig. 20, pag. 55].  Tra l'altro, neanche è vero che sia un problema di 3F al maschile, come citato sopra, dato che anche le ragazze bianche provenienti da contesti difficili hanno fortissime difficoltà scolastiche [Fig. 13, pag. 30].

Le due ragioni principali indicate per tali differenze sono l'atteggiamento dei genitori e il contesto famigliare più in generale e le iniziative di sostegno alle realtà disagiate, in ambito scolastico e soprattutto dal punto di vista degli insegnanti e della qualità dell'insegnamento. Nel secondo caso, ad esempio, i migliori risultati di Londra sono il frutto di iniziative come il London Challenge o il Teach First (con ques'ultimo che, soprattutto negli anni passati, ha visto mobilitare insegnanti motivati per il 50% nella sola area londinese). Ciò ha prodotto delle significative differenze tra zone disagiate e non in riferimento ai successi scolastici, con la zona di Londra, ovviamente, presente tra quelle con i migliori risultati [Fig. 26, pag. 77 - Fig. 27, pag. 78].

Venendo all'ambito famigliare, esso è ritenuto estremamente significativo, tanto che influirebbe tra il 16 e il 21% nel divario del successo tra i ragazzi provenienti da ambienti svantaggiati o meno. Ma, se ciò è vero, ci viene un dubbio. Se i divari tra bianchi delle classi svantaggiate e non-bianchi sono anche frutto della vita in famiglia, allora quanto contano altre disparità venutesi a creare negli anni passati? Nel vecchio blog avevamo riportato alcuni dati aggiornati al 2007 sulle percentuali di occupazione, sui compensi orari, sulla proprietà di abitazioni, sull'occupazione di alloggi sociali. Dati in cui risultava che i bianchi autoctoni stavano retrocedendo sotto tutti gli aspetti [ARCHIVIO 28 giugno 2008] [1]. Socialmente i bianchi retrocedevano (retrocedono?); ciò possiamo ipotizzare abbia e abbia avuto effetti anche in ambito famigliare, nell'educazione dei figli, quindi nei loro successi scolastici, ma le iniziative degli ultimi anni, in ambito scolastico, sono state specialmente indirizzate e hanno avvantaggiato i figli delle minoranze etniche. Da qui, tutta una serie di domande che bisognerebbe farsi...

[1] Il rapporto, di cui si fa lì riferimento, è attualmente rintracciabile al seguente indirizzo: http://www.ippr.org/publication/55/1598/britains-immigrants-an-economic-profile

  • Exclusive: Treat white working-class boys like ethnic minority, Willetts tells universities (Richard Garner, The Independent, 3 gennaio 2013):
Universities will be told they should recruit more white, working-class boys in the wake of figures showing a massive slump in applications from men for courses.

The Universities minister David Willetts wants white, working-class teenage boys put in the same category as students from other disadvantaged communities and ethnic minorities – as groups that should be targeted for recruitment.

The move has the potential to create conflict with Britain's independent schools if universities – as a result – use it to discriminate against middle-class applicants in order to curry favour with the university access watchdog, the Office for Fair Access.

The watchdog "can look at a range of disadvantaged groups – social class and ethnicity, for instance – when it comes to access agreements, so I don't see why they couldn't look at white, working-class boys," Mr Willetts says in an interview with The Independent.

He also warns, in an accompanying article: "There are now more women who enter university each year than there are men who submit a Ucas [university application] form."

The final figures for last autumn's intake show the slump in applications from men last year was 22,000 – and the decrease in the entry rate for men to university was four times higher than that for women.

Mr Willetts called this "the culmination of a decades-old trend in our education system which seems to make it harder for boys and men to face down the obstacles in the way of learning … That is a challenge for all policymakers and all parties."

He added: "I do worry about what looks like increasing under-performance by young men."

Mr Willetts said he plans to advance the question of including white, working-class boys as a target group for recruitment in university access agreements – which universities have to sign to gain permission to charge higher fees –in his forthcoming meeting with Professor Les Ebdon, the director of the access watchdog Offa.

If universities fail to deliver their access agreements, they can be refused permission to charge fees of higher than £6,000 a year – although this sanction has not yet been invoked.

William Richardson, the general secretary of the Headmasters' and Headmistresses' Conference, which represents 250 of Britain's independent schools, said reaction would depend on how universities reacted to "tie-breaks" in admissions – where two candidates have exactly the same qualifications.

"We wouldn't expect middle-class girls' applications to be turned down in favour of working-class boys. Each application should be looked at individually."

Dr Wendy Piatt, director general of the Russell Group, which represents 24 of the country's most selective universities, said: "Universities cannot solve this problem alone.

"The root causes of the under-representation of students from disadvantaged backgrounds are under-achievement at school and poor advice on the best choices of A-level subjects and university degree course."

Many universities would be able to convince the watchdog they had met the requirement to attempt to recruit more white, working-class boys by pointing to summer schools they already run in disadvantaged areas, it was being argued last night.

The latest gender breakdown on applications for university (for 2011) show that girls outnumber boys in medicine and dentistry (10,145 to 7,190), and also in law (19,080 to 13,255). In applying for courses to gain teaching qualifications, they lead by 60,335 to 19, 725.

In terms of this year's A-level results, they massively outperform boys in the creative arts and drama, English, languages and psychology.

The performance of boys – particularly the white working classes – has worried Ofsted, the education standards watchdog, for more than a decade ever since a report it published bluntly said they concentrated more on the three Fs (fighting, football and f***ing) than the three Rs.

In his article, Mr Willetts also reveals there will be a major increase in funding for teaching in universities over the next two years – up from £8bn now to £9.1bn in 2014 – as income from the higher fees begins to roll in.

This will allow them to improve teaching standards and cut back on the size of classes, he says.

In addition, he wants to increase the flexibility for universities to recruit students by removing the rigid cap on over-recruiting students (whereby universities face stiff fines for going above their target number).

Parents will also be targeted in a new drive to convince school leavers they should not be fearful of the new fees structure, he added.

He said they "reportedly understand the details of the student finance system less well than their children – for example, no eligible student has to pay upfront fees".

giovedì 19 settembre 2013

Aggiornamento dell'articolo del 28 maggio 2013

Aggiornamento dell'articolo del 28 maggio 2013: ad Atene insistono con la moschea


Nonostante siano passati alcuni mesi, nella evidente contrarietà di tantissimi cittadini e personalità politiche e religiose, così come nonostante diverse gare d'appalto andate a vuoto, il Governo mondialista greco sembra intenzionato ad andare avanti col progetto da circa un milione di euro, riguardante una moschea da costruire ad Atene [28 maggio 2013], costi quel che costi (ossia, come detto, contro il volere della gran parte del proprio popolo. Vecchio refrain, ormai).

Il fatto che ora l'intenzione sia quella di coinvolgere solo aziende di grandi dimensioni, lascia diffidenti. Quali saranno le possibili candidate? Saranno, in particolare, greche? Perché in una Grecia con una crisi socio-economica devastante, non è così improbabile che possano essere straniere. Nel caso così fosse, sarebbe ulteriormente confermato il proposito di spossessamento della nazione greca, a danno dei greci autoctoni, da parte della propria classe politica, sotto diversi punti di vista. Ma il pericolo per alcuni è Alba Dorata, no? [1]

[1] No, le risse tra tifosi di calcio non ci interessano. Al massimo possono interessare il Consiglio d'Europa e simili ammenicoli, che però non si interessano, nonostante il nome, dell'Europa e degli europei...

  • Grecia: nuova gara d'appalto per costruzione moschea Atene (ANSAmed, 19 settembre 2013):
Sarà riservata esclusivamente a grandi imprese edilizie la quarta gara indetta dal ministero delle Infrastrutture greco per assegnare l'appalto per la costruzione della tanto controversa moschea nel quartiere Votanikòs di Atene, una delle poche capitali europee ancora sprovvista di un tempio per i suoi circa 300mila residenti di fede islamica. Lo riferiscono oggi i giornali locali ricordando che le prime tre gare (8, 18 e 26 luglio) erano andate deserte perché diverse compagnie non si erano presentate in quanto avevano ricevuto minacce e intimidazioni da parte di gruppi di estrema destra come il partito filo-nazista Chrysi Avgì (Alba dorata) o di residenti del quartiere Votanikòs dove il tempio islamico dovrebbe sorgere. Però al progetto, del valore di 946mila euro, si oppone strenuamente anche il vescovo del vicino quartiere del Pireo, Seraphim.

"Riteniamo che importanti compagnie edilizie, proprio perché impegnate in grandi progetti, non avranno alcun problema con eventuali reazioni popolari", a detto al giornale Kathimerini Stratos Simopoulos, segretario generale del ministero dei Lavori Pubblici. "E questa volta pensiamo che il progetto sarà realizzato ed anche prima del previsto proprio grazie alle capacità di tali aziende", ha concluso.

martedì 17 settembre 2013

I bianchi, nuovi poveri e nuovi discriminati: Francia

I bianchi, nuovi poveri e nuovi discriminati: Francia


Proseguiamo la breve panoramica sui bianchi, nuovi discriminati nelle proprie terre, dopo l'articolo sugli USA [15 settembre 2013], con un'altra importante realtà occidentale, ossia la...

Francia

Le classi popolari sembrano essere scomparse oltralpe. Nei discorsi pubblici, sembra quasi che le situazioni di difficoltà riguardino solo gli stranieri (di prima, seconda o ennesima generazione), più per il loro essere allogeni, che per ragioni sociali od economiche propriamente dette. D'altronde, l'associazionismo è fortemente cittadino. Gli stranieri, tendenti ad essere concentrati nelle città più grandi, finiscono per godere di attenzioni maggiori da parte delle varie associazioni ed organizzazioni per i diritti umani et similia.

Ciò però non spiega tutto. Se si considerano le cosiddette ZUS (zone urbane sensibili), in cui le situazioni sociali tendono ad essere più delicate od esplosive, la concentrazione è di circa il 24% di allogeni (alcuni studi arrivano però ad affermare il 50%). Al di fuori delle ZUS, tale concentrazione scende a circa il 4%. Ora, al di là dell'implicazione di queste percentuali sul panorama quotidiano in dette zone, è interessante il fatto che, riguardo le ZUS, tendano a godere di particolari attenzioni mediatiche soprattutto, appunto, gli allogeni. E gli altri tre quarti di popolazione?

In Francia, circa il 13,5% della popolazione è in condizioni economiche difficili. Possibile che siano solo allogeni? Possibile che gli autoctoni vogliano continuare ad abitare le ZUS nonostante tutto? Tenete presente che nelle ZUS la percentuale di disoccupazione è doppia rispetto al resto della Francia (arriviamo, ed in alcuni casi superiamo, il 20%). E' chiaro che qualcosa non torna.

Esempio: nei vari programmi televisivi, la presenza non-bianca è attestabile tra il 10 e il 20%, a seconda della tipologia di trasmissione. Ciò è, quasi, in linea con i dati affermanti che circa il 20% della popolazione in Francia non è autoctona, Quasi perché quel 20% citato riguarderebbe appunto tutti gli allogeni, bianchi o neri o a pallini. Ossia, c'è già, in certi casi, un sovradimensionamento della presenza non-bianca (ma, non stupitevi, voi sentirete dire il contrario...). Se, invece, consideriamo le classi popolari, gli operai (senza riferimenti etnici) rappresentano il 23% della popolazione francese, ma sono rappresentati solo per il 2% sui programmi televisivi. Va un po' meglio per gli impiegati, che sono il 30% della popolazione, ma godono di una visibilità al 16%.

In quello che è ancora il mezzo di informazione più pervasivo e più dipendente da certi importanti circuiti economico-finanziari, quindi, le classi popolari vengono lasciate da parte, per privilegiare le masse allogene delle città maggiori. Niente operai, niente cittadine rurali, tanti video hip-hop dalle periferie parigine o marsigliesi (per quanto possano ancora aver valore gli aggettivi "parigine" e "marsigliesi")... Chiaro no? La povertà o le difficoltà sociali vengono mediatizzate perlopiù tramite la coppia indivisibile allogeno-urbano. Ma il resto?

Prendiamo la questione scolastica. In un saggio del 2009, gli autori Annick Kieffer e Yaël Brinbaum facevano notare come ci sia un problema, ossia che "non ci si interessi più a l'origine sociale" riguardo la questione della riuscita in campo scolastico. Se lo si facesse, tenendo conto anche del loro saggio, si vedrebbe come i giovani usciti da famiglie di immigrati abbiano migliori risultati scolastici rispetto a quelli usciti da famiglie autoctone di operai. Ad esempio, a parità di genitori operai, il 46% di chi termina positivamente le scuole superiori ha origini allogene, mentre il 40% ha origini autoctone. Come leggere questi dati? Secondo Kieffer e Brinbaum, ci sarebbe tra i genitori allogeni un forte sostegno ai figli (mancante tra gli autoctoni?). Ma non giocano anche altri fattori? Ad esempio, il citato fattore "urbano", così come la forza persuasiva delle citate associazioni ed organizzazioni, così come la retorica sull'allogeno svantaggiato? Quando pochi anni fa, in Francia si propose il curriculum vitae anonimo, per favorire gli allogeni, i risultati, per quanto contestati, non mostrarono grosse differenze rispetto a prima (e così altrettanto in qualche altre realtà europee, come Svezia, Svizzera e Olanda). Quindi in Francia non c'era una discriminazione contro gli allogeni nelle assunzioni?

Se c'era una situazione tale che alcuni chiedevano il CV anonimo per aiutare gli allogeni, significava che costoro trovavano maggiore difficoltà nel farsi assumere. Ma se i risultati del CV anonimo non erano rilevanti, a meno di grossi errori nella sperimentazione dello stesso, allora significava che gli allogeni erano meno preparati. Allora, questa migliore riuscita scolastica? Dal 2006 al 2010, i giovani provenienti da famiglie di agricoltori, operai ed impiegati hanno visto scendere, anche in maniera importante, la loro percentuale tra gli studenti universitari, passando dal 35 al 31%, escludendo i corsi di economia ed ingegneria. Considerando invece lauree o diplomi a carattere tecnologico e tecnico, c'è stata una diminuzione dal 42 al 34% e dal 53 al 49%. Qualcuno potrebbe anche pensare a fattori demografici, ma in soli quattro anni è difficile crederlo. Più facile che c'entri la crisi economica, che potrebbe aver allontanato molti da un percorso di studi superiore. Ma così, torniamo a bomba: la crisi colpisce le classi più deboli, ma le "chiacchiere" ruotano attorno solo agli allogeni.

  • Blancs et pauvres: les études qui montrent comment cette catégorie sociale est devenue l’une des plus défavorisées et des moins aidées en France (intervista a Guylain Chevrier di Alexandre Devecchio, Atlantico, 24 giugno 2013):
Atlantico : Difficultés d'accès aux aides sociales, éloignement des grands centres d'activités, les natifs français issus des classes populaires semblent être encore plus pénalisés que d'autres catégories pauvres de la population. Peut-on parler d'une émergence des "white trash" à la française ?

Guylain Chevrier : White trash, que l’on traduit littéralement par « déchet blanc », terme d’argot américain, désignant à l'origine la population blanche pauvre se situant encore plus bas que les noirs américains sur l'échelle sociale : travailleurs non qualifiés ou agriculteurs pauvres. Une réalité qui appartient à la société américaine avant tout divisée sur un mode racial.

Pour autant, on peut en retrouver une part dans l’état d’esprit aujourd’hui en France, en reflet d’une évolution de la lecture politique des inégalités sociales de notre société tendant à se réduire à une opposition entre Français d’origine et population issue de l’immigration.

Tout un courant idéologique dans ce sens tend à faire passer pour invisible une partie non négligeable de notre population qui se paupérise et se dévalorise, formée de personnes, de familles originaires du cru, ouvriers ou employés à faible niveau de rémunération ou au chômage après un licenciement dans des zones à faible taux d’emploi, travaillant à temps partiel ou en contrat précaire, travailleurs pauvres par excellence. Selon une enquête de l’INSEE de 2009, les employés et ouvriers non qualifiés ont un niveau de vie inférieur d’un quart à la moyenne des salariés, population au regard de cette problématique qui reste non-située. Aujourd’hui, on évalue selon le seuil de pauvreté à 60% du niveau de vie médian, que le taux de pauvreté en France est de 13,5%, c’est-à-dire, 8,2 millions de personnes (La Documentation française), dont inévitablement une large majorité de Français de longue date.

Pourtant, on ne parle pour répondre à cette situation que de la prise en compte des critères ethniques et culturels dans l’action publique, comme le voit le Centre d’analyse stratégique (CAS) dans sa note d’analyse de 2011. Selon lui, pour établir un équilibre entre respect de règles universelles et prise en compte des difficultés particulières liées à l’appartenance communautaire il faudrait introduire une dose de discrimination positive. On justifie cette démarche en expliquant que le modèle républicain, qui ne voit dans chaque individu qu’un citoyen, quelles que soient leurs appartenances communautaires ou culturelle, serait ainsi fondé sur un idéal rigide, pouvant s’aveugler sur les réalités sociales.

Pour repenser la politique de la ville, l’association Terra Nova le think-tank proche du PS, a proposé dans son rapport (Le Monde du 12 avril 2012) d'importer le "community organizing" à l'américaine dans les banlieues françaises. Venu des pays anglo-saxons, ce modèle prône la mise en place de conseils de quartier dit « réellement représentatifs » pour porter les projets de la politique de la ville, comprenant des habitants « sélectionnés en fonction de leur pays d’origine, de leur genre, de leur âge… »

En matière de réalités sociales, en dehors de ceux issus de l’immigration, n’y aurait-il donc rien à voir ni à prendre en compte ? Selon le Haut Conseil à l’Intégration, dans son étude sur Les défis de l’intégration à l’école (Janvier 2011), on explique que dans les ZUS les élèves issus de l’immigration sont particulièrement nombreux, car la part des familles immigrées y représente près d’un quart de la population, 23,6 %, contre 4% hors ZUS. Mais pourquoi alors n’entend-t-on pas plus parler des 76,4 % des enfants issus des autres familles en ZUS ? Où sont les études qui en rendent compte et comment pense-t-on les représenter ?

L’immigré semble bien devenir le nouveau prisme des réponses publiques à la problématique de la pauvreté indiquant combien s’est déjà réalisé l’abandon des autres pauvres, pourtant largement plus nombreux. Un choix politique qui pourrait être lourd de conséquences.

Le CSA en 2008 révélait le contenu d’une enquête éloquente à ce sujet. Elle montrait que dans tous les genres de programmes, la représentation des personnes "vues comme Noires" atteignait 10 %, la population non blanche atteignant 20 % dans le divertissement, 19 % dans l'information, 16 % dans la fiction, 11 % dans la fiction française. On y relevait aussi que les classes populaires sont délaissées par la télé, les ouvriers ne représentant que 2 % de la population observée alors qu'ils sont 23 % dans la population française. Les employés 16 % alors qu’ils sont 30 % dans la population.

De plus, même du côté d’une certaine gauche radicale, l’immigré, nouveau damné de la terre, est venu remplacer avec la chute du communisme une classe ouvrière qui était vue jusque-là comme le moteur de l’histoire de la libération humaine. Les transformations du monde du travail ont ringardisé l’industrie à la faveur de l’explosion des services, l’ouvrier étant soudain désigné comme appartenant au passé, et même, un obstacle à l’évolution inéluctable des choses. Ainsi, les luttes ouvrières contre les fermetures d’entreprises sont traitées sur le mode d’une bienveillance nostalgique par les médias.

Les ouvriers ont perdu aussi avec cette transformation leurs bastions et en plus les fleurons de l’industrie qui les montrait comme l’alpha et l’oméga de l’économie. Avec tout cela, le Parti communiste qui les représentait, est lui-même devenu une force d’appoint à un PS ou à un Front de gauche où ce « petit peuple » est conçue à la marge d’un électorat formé essentiellement de classes moyennes travaillant dans l’enseignement, la Fonction publique et les services, tolérantes aux accommodements dits raisonnables, réclamant la fin des frontières à la faveur d’une immigration sans contrainte, autrement dit l’enterrement de l’idée de souveraineté du peuple dans laquelle la classe ouvrière se reflétait avec une affection certaine pour la nation et le drapeau tricolore. Le peuple est fréquemment désigné dans ce contexte comme du côté de la xénophobie et du rejet de l’autre.

On retrouve cette population pour une part enclavée dans des ghettos dans des cités populaires de banlieue où elle est laissée à l’abandon, avec pour tragique recours, un FN qui fait son succès sur cette réalité invisible mais assourdissante. Il y a une cote d’alerte qui est déjà atteinte ici mais qu’on ne veut pas voir.

Autre chose est, quant aux difficultés d’accès aux aides sociales de ceux pouvant relever de cette population. La répartition dans ce domaine entre population immigrée et Français d’origine sur le fondement d’une catégorie sociale, par exemple les foyers modestes, n’est pas aujourd’hui repérée par des études chiffrées, et pour cause, ce seraient des statistiques ethniques. Par-delà, il s’agirait plutôt de questionner la position des uns et des autres et de la façon dont se répartissent les aides dans la population socialement en difficulté.

Du côté des services sociaux, il n’ya pas d’altération de cet accès, car l’égalité de traitement préserve les choses, mais on peut aussi constater que les familles d’origine immigrée sont, proportionnellement à ce qu’elles représentent dans la population en général, plus bénéficiaires que les autres des aides sociales en raison de leur situation sociale. Rien d’étonnant, si on considère qu’elles cumulent souvent des difficultés d’intégration économique et sociales que ne facilitent pas certains aspects cultuels. La place faite aux femmes dans certaines familles réduites à un rôle de mère n’est pas favorable à leur intégration par le travail, voire la polygamie que l’on sous-estime qui tire encore vers le bas la condition de ces femmes, parfois une monoparentalité qui découle du délaissement après décohabitation qui les fait encore plus pauvres.

On pourrait rajouter toutefois que leur part parmi ceux qui demandent une aide sociale est majorée du soutien qu’apporte tout un milieu associatif à ces populations, parfois doublé d’un clientélisme politique, qui favorise leur accès à certains biens sociaux comme le logement, tel que le squat de Cachan l’a bien montré en faisant aboutir l’essentiel de ceux qui en faisaient partie à un logement. On pourrait faire référence aussi à l’action de Droit au logement, qui n’hésite pas à occuper dans ce sens des logements dans des villes communistes embarrassées, qui pourtant ne peuvent être accusées de discrimination et comme d’autres obtempères.

Ces inégalités "silencieuses" se font-elles remarquer dès l'école ? De quelle manière ?

Concernant la comparaison entre enfants d’ouvriers et d’immigrés, «A caractéristiques sociales comparables des parents, on observe (…) un avantage des enfants d’immigrés essentiellement dû à l’investissement très forts des parents », explique Annick Kieffer, auteur avec Yaël Brinbaum de l’étude La scolarité des enfants d’immigrés de la sixième au baccalauréat (2009). « C’est vrai à l’entrée en sixième et c’est vrai également au niveau du BEPC » rajoutent les auteurs. Ne serait-ce pas plutôt en raison de la répartition géographique des ouvriers et des immigrés, les premiers étant principalement concentrés dans des bassins industriels à la dérive sur tous les plans, sans perspective et sans soutien, alors que les seconds sont essentiellement concentrés dans les banlieues des grands centres urbains, bénéficiant de leur dynamique, de leurs moyens et de tout un réseau associatif aux multiples soutiens ?

Selon cette étude, parmi les élèves dont les parents sont ouvriers et employés, 46% ont le bac chez les enfants d’immigrés, contre 40% chez les Français d’origine. Ils sont aussi plus nombreux à aller vers une seconde générale. « Le problème, c’est qu’on ne s’intéresse plus à l’origine sociale, déplore Annick Kieffer. On compare deux populations (enfants issus de l’immigration et français d’origine) dont les caractéristiques socioprofessionnelles n’ont absolument rien à voir. » Là, on ne peut que rejoindre les auteurs.

Les études supérieures sont de moins en moins accessibles aux enfants d'ouvriers selon l'observatoire national de la vie étudiante. En 2010, il y avait moins d'enfants d'ouvriers dans l'enseignement supérieur qu'en 2006. La sixième édition de l’enquête annuelle que l’Observatoire national de la vie étudiante(OVE-2010) met en évidence certains ratés de la démocratisation des études supérieures avec une surreprésentation des professions intellectuelles supérieures qui s'accentue dans les filières sélectives telles les écoles de management (52 %), les études de santé à l'université (49 %), les classes préparatoires aux grandes écoles (48 %) ou encore les écoles d'ingénieurs (46 %). Inversement, les enfants d'ouvriers et d'employés "sont sous-représentés". Depuis 2006, la part des étudiants issus des milieux populaires dans l'enseignement supérieur (hors écoles de commerce et d'ingénieurs) a baissé de 35 % à 31 % alors que ceux issus des classes favorisées a progressé de 32 % à 36 %. Pis, dans les filières que constituent les Instituts universitaires de technologie (IUT) et les Sections de techniciens supérieurs (STS), la part des enfants d'agriculteurs, d'ouvriers et d'employés a reculé respectivement de 42 % à 34 % et de 53 % à 49 %.

Sur le plan des valeurs collectives et des idées, il y encore fracture au-delà de ces réalités chiffrées. L’intégration dans les programmes scolaire d’un enseignement du fait religieux, comme y invitait le rapport de Régis Debray sur L’enseignement du fait religieux dans l’Ecole laïque réalisé à la demande de Jack Lang, ministre de l'Education national (2002), visant à intégrer les enfants issus de l’immigration par leurs différences pour mieux qu’ils s’y reconnaissent, a fait beaucoup de mal sans aucune évaluation sérieuse depuis. Ainsi, ceux qui ne se reconnaissent dans aucune de ces différences se retrouvent encore ici en situation d’invisibilité, la minorité imposant par cette entremise à la majorité sa différence. Sans compter avec un enseignement qui dès la primaire se fait trop fréquemment en citant des extraits de textes religieux sans aucune contextualisation ou mise au conditionnel. Un enseignement donc aux antipodes de la laïcité et de la science qui favorise l’idée que de n’avoir pas de religion c’est ne pas avoir de morale, renvoyant encore des familles ouvrières souvent en dehors de toute pratique religieuse ou non croyantes à la marge.

Christophe Guilly évoquait déjà en 2010 à travers son livre "Fractures françaises" l'inquiétante paupérisation des natifs ruraux éloignés des grands centres d'activités. Un ouvrage qui a fait réagir une bonne partie de la classe politique française en son temps. Comment expliquer que depuis, le sujet soit resté lettre morte ?

Christophe Guilly avait défendu une thèse reprenant pour une part celle de Christophe Noyé dans son très pertinent Atlas des nouvelles fractures sociales. Les classes moyennes oubliées et précarisées (Paris : Autrement, 2004). Ainsi, contrairement au halo médiatique constitué par le "problème des banlieues", la France des petits, des sans grade qui souffre des effets de la mondialisation (au sens économique et culturel), apparaitrait comme la vraie France. La question sociale serait à analyser par opposition à celle médiatique des émeutes urbaines avec leurs écoles et voitures brûlées, comme s'étant déplacée dans le péri-urbain ou le rural profond. Elle en serait devenue du coup invisible.

Les politiques publiques feraient ainsi largement erreur dans leur focalisation sur les banlieues parce qu’elles réagissent plus à chaud à des hauts faits médiatisés qu’à la vague de fond qui restructure le territoire, ce qui n’est pas faux. Sans pour autant oublier la réalité aussi des banlieues et de ce qu’elles cristallisent d’inégalités sociales malgré tout, avec aussi un fond de discrimination qu’il ne faut pas taire pour autant mais combattre pour être plus fort encore sur l’égalité entre tous, y compris et particulièrement concernant ces invisibles dont nous parlons.

Plus loin peut-être, faut-il encore replacer la lecture de la question sociale sous celle des classes sociales, en revenant aux causes des inégalités qui devraient faire s’unir ceux du cru et immigrés dans un même mouvement revendicatif qu’une lecture opposant Français de souche et immigrée au contraire divise. Un sujet qui reste lettre morte, pour une large part, car il met en cause une lecture de l’immigration victimisée sur le mode d’une culpabilisation postcoloniale qui offre plus d’intérêt dans ce qu’elle procure de bonne conscience générale. Ceci, d’autant plus dans le contexte d’une mondialisation libérale qui tend à minorer l’ouvrier devenu son mauvais objet pour promouvoir l’immigré comme celui qui transgresse les frontières à l’image de l’argent qui n’en a pas, qui fait se tromper une certaine gauche radicale de combat projetant illusoirement dans celui-ci le nouveau combat anticapitaliste.

Cette paupérisation des natifs se fait nettement ressentir dans plusieurs pays occidentaux, dont l'Angleterre et les Etats-Unis. Ces phénomènes peuvent-ils être pour autant reliés entre eux ?

Elle reflète une réalité commune qui tient à la lecture politique qui en est faite. Le développement du communautarisme, qui impose une société dont les divisions apparaissent d’abord comme culturelles et/ou religieuses, voire ethniques, tend à faire oublier toute lecture en termes de classes sociales qui arrange une mondialisation libérale qui s’accommode très bien du multiculturalisme qui divise les forces sociales, oppose les immigrés au reste de la société en désignant un bouc-émissaire à tous les maux, faisant passer pour effectivement invisibles la nature de classe de la problématique de la pauvreté.

La place qu’à pu prendre l’immigration au regard de la mondialisation, est à relier à un nouveau phénomène depuis une trentaine d’années qui touche l’ensemble des pays occidentaux y compris la France, qui n’est pas pourtant une société organisée sur le mode multiculturelle. C’est la laïcité qui l’organise, c’est-à-dire l’égalité de traitement devant la loi indépendamment de l’origine, de la religion, de la couleur, ce que l’on met en commun étant considéré comme supérieur à ce qui nous différencie, ce qui favorise le mélange des populations de toutes origines qui a fait le fameux creuset français.

Pour autant, la lecture des inégalités sociales se fait sur le même mode que dans les pays où le multiculturalisme organise la société en espaces divisés selon les différences, comme une voie qui ne devrait souffrir aucun débat en renonçant ainsi à l’égalité, pour faire se réjouir les chantres de la mondialisation libérale qui y voient l’obstacle principale en France à une libéralisation totale des besoins sociaux. Voilà par quoi ce phénomène est sans doute relié, ce peuple invisible d’ouvriers et d’employés modestes qui n’ont aucun intérêt à la mondialisation libérale doit disparaitre comme force sociale s’y opposant.

Peut-on imaginer un retour de ces oubliés dans le discours social ?

Il faudrait pour cela une petite révolution. Mais elle n’est pas sans espoir dans la mesure où l’immigration ne met pas en branle la simple question économique ou sociale, mais aussi culturelle et religieuse, faisant apparaitre des dangers qui avaient été sous-estimés par la gauche comme la droite, trop longtemps, face au risque du communautarisme. L’affirmation communautaire d’une partie croissante de l’islam à travers le mouvement de revoilement auquel on assiste dans les sociétés occidentales, avec une auto mise à part fondée sur le refus dorénavant de se mélanger au-delà de la communauté de croyance, pousse dans le sens d’imposer au nom du droit à la différence d’une minorité des accommodements vécus comme de plus en plus insupportables à nombre de Français ou d’immigrés, qui entendent ne pas se voir imposer leur façon de vivre ou de penser au nom du respect d’une religion. En janvier 2013, le journal Le Monde publiait une enquête qui s’en faisait le reflet disant que 74% des sondés interrogés par Ipsos estimaient que l’islam était une religion « intolérante », « pas compatible avec les valeurs républicaines ».

La décision concernant le cas de la crèche Baby loup, de donner raison à la femme voilée contre l’association laïque et sa directrice, contre le service social qu’elle rendait au point de donner carte blanche ainsi aux communautaristes qui a force d’intimidation ont imposé le déménagement de celle-ci, est remarquable de ce point de vue, montrant le décalage entre les élites institutionnelles et le ressentis légitime de la France populaire.

Ils étaient 8 sur 10 dans l’étude en référence à juger que cette religion cherchait « à imposer son mode de fonctionnement aux autres ». Le droit à la différence justifiant une différence des droits y étaient clairement rejeté de façon très majoritaire, en reflet de cette France oubliée, qui fulmine où bout une marmite que d’aucun n’entendent toujours pas voir. Si cela est vrai spécialement à gauche où globalement on nie encore le problème, cette situation n’épargne pas la droite qui, si elle dit vouloir en prendre en compte les effets n’entend pas s’intéresser sérieusement à sa principale cause, la mondialisation ultralibérale, comme le signe d’un suicide politique général et annoncé qui fait le lit de ce que l’on sait.

domenica 15 settembre 2013

I bianchi, nuovi poveri e nuovi discriminati: USA

I bianchi, nuovi poveri e nuovi discriminati: USA


Conosciamo ormai la retorica multietnicista, focalizzata non sull'ordine sociale e sulle sue identità fondanti, quanto su costruzioni fantasiose e futuristiche, senza concreta aderenza alla realtà. Ciò ha due effetti: indifferenza per i popoli che hanno costruito la società (parassitata dai multietnicisti); sviamento di una parte più o meno ampia di risorse dagli autoctoni a sempre nuovi allogeni, in costante arrivo grazie proprio a tali risorse. Il tutto, naturalmente, si situa in un panorama economico senza controlli da parte delle élites politiche e giudiziarie, in cui molti imprenditori sfruttano i nuovi arrivati, allontanando al contempo i lavoratori autoctoni [14 gennaio 2012]. Questo, per completare il quadro, senza che vi siano sufficienti voci (giornalisti, scrittori, ecc.) che dicano come realmente stanno le cose e non perdano tempo solo in supposti diritti universali.

Vediamo perciò che effetti ha avuto negli ultimi anni questa preferenza pro-allogeni, discriminante i bianchi autoctoni, partendo dagli...

USA

Secondo quanto riportato dall'agenzia Associated Press, basandosi su uno studio dell'Oxford University Press, più altre università ed agenzie, quattro statunitensi adulti su cinque ha conosciuto la povertà durante il corso della propria vita. Ciò è il segno di una crescente disuguaglianza tra ricchi e poveri, essendo crescente, tranne, appunto, per i più ricchi, l'insicurezza economica. I bianchi in particolare sono, al 63%, coloro che vedono in maniera maggiormente negativa lo stato dell'economia attuale, non potendo godere, tra l'altro, di aiuti particolari, come il discriminatorio affirmative action, creato per sostenere solo neri e ispanici. Solo il 45% dei bianchi ritiene che esistano, allo stato attuale, possibilità di migliorare la propria posizione socio-economica.

Negli USA, il numero di poveri è oltre 46 milioni di individui (15% della popolazione), di cui 19 milioni sono bianchi. Il problema di questi numeri è che i bianchi, sotto la soglia della povertà, sono soprattutto distribuiti nei piccoli centri dell'America profonda, finendo per rappresentare quella che è definita "povertà invisibile", perché lontana dalle associazioni e dai mezzi di comunicazione, per lo più orientati verso le grosse città, dove sono concentrati i non-bianchi. Nei piccoli centri, i poveri sono per il 60% bianchi.

Si tengano presenti altri dati: le famiglie bianche senza padri hanno raggiunto numericamente le famiglie nere (1,5 milioni per entrambi i gruppi. 1,2 per le famiglie ispaniche).

Dal 2000, il gruppo etnico con la maggiore crescita nelle statistiche della povertà è quello bianco, passato da un tasso del 3% all'11%. Neri e ispanici hanno tassi più alti (il 23%), ma senza crescite altrettanto importanti, indicando che i bianchi sono quelli che hanno subito maggiormente gli effetti negativi della mutazione socio-economica e della crisi dall'inizio del secolo [si valuti però anche la crescente immigrazione: 16 luglio 2013].

I bambini bianchi, negli ultimi anni, sono diminuiti percentualmente considerando la popolazione complessiva. Eppure, quelli in condizioni di povertà sono passati dal 13% del 2000 al 17% attuale, mentre i bambini afro-americani, in condizioni analoghe, sono passati dal 43 al 37% e gli ispanici dal 38 al 39%.

Il sociologo afro-americano William Julius Wilson, dell'Università di Harvard, afferma che, mentre i non-bianchi, nonostante tutto, vedano con un minimo di ottimismo il futuro, i bianchi, che continuano ad essere la maggioranza del Paese, si dimostrano decisamente più pessimisti, rischiando di far crescere fenomeni di alienazione (con quali effetti?). Lo stesso Wilson consiglia di valutare le disuguaglianze soprattutto da un punto di vista economico (rispetto, immaginiamo, a valutazioni etniche, che avvantaggiano solo le minoranze non-bianche). [1]

Analisti politici, specie democratici, fanno notare che, nonostante quanto avvenuto nelle ultime due elezioni, dove le minoranze sono state importanti per il successo di Barack Obama, in futuro i bianchi (insoddisfatti) potrebbero rappresentare il gruppo etnico decisivo.

[1] Si tenga presente che William J. Wilson tende a sposare una visione delle cose "color-blind", quindi un po' indifferente alle etnie e alla questione razzismo, ma privilegiando altre spiegazioni e altri punti di partenza.

  • Four out of five American adults experience poverty at some point during their lifetime (Associated Press via Daily Mail, 28 luglio 2013):
Four out of 5 U.S. adults struggle with joblessness, near-poverty or reliance on welfare for at least parts of their lives, a sign of deteriorating economic security and an elusive American dream.

Survey data exclusive to The Associated Press points to an increasingly globalized U.S. economy, the widening gap between rich and poor, and the loss of good-paying manufacturing jobs as reasons for the trend.

The findings come as President Barack Obama tries to renew his administration's emphasis on the economy, saying in recent speeches that his highest priority is to "rebuild ladders of opportunity" and reverse income inequality.

As nonwhites approach a numerical majority in the U.S., one question is how public programs to lift the disadvantaged should be best focused - on the affirmative action that historically has tried to eliminate the racial barriers seen as the major impediment to economic equality, or simply on improving socioeconomic status for all, regardless of race.

Hardship is particularly growing among whites, based on several measures. Pessimism among that racial group about their families' economic futures has climbed to the highest point since at least 1987. In the most recent AP-GfK poll, 63 percent of whites called the economy "poor."

'I think it's going to get worse,' said Irene Salyers, 52, of Buchanan County, Va., a declining coal region in Appalachia. Married and divorced three times, Salyers now helps run a fruit and vegetable stand with her boyfriend but it doesn't generate much income. They live mostly off government disability checks.

'If you do try to go apply for a job, they're not hiring people, and they're not paying that much to even go to work,' she said. Children, she said, have 'nothing better to do than to get on drugs.'

While racial and ethnic minorities are more likely to live in poverty, race disparities in the poverty rate have narrowed substantially since the 1970s, census data show. Economic insecurity among whites also is more pervasive than is shown in the government's poverty data, engulfing more than 76 percent of white adults by the time they turn 60, according to a new economic gauge being published next year by the Oxford University Press.

The gauge defines 'economic insecurity' as a year or more of periodic joblessness, reliance on government aid such as food stamps or income below 150 percent of the poverty line. Measured across all races, the risk of economic insecurity rises to 79 percent.

Marriage rates are in decline across all races, and the number of white mother-headed households living in poverty has risen to the level of black ones.

'It's time that America comes to understand that many of the nation's biggest disparities, from education and life expectancy to poverty, are increasingly due to economic class position,' said William Julius Wilson, a Harvard professor who specializes in race and poverty. He noted that despite continuing economic difficulties, minorities have more optimism about the future after Obama's election, while struggling whites do not.

'There is the real possibility that white alienation will increase if steps are not taken to highlight and address inequality on a broad front,' Wilson said.

Nationwide, the count of America's poor remains stuck at a record number: 46.2 million, or 15 percent of the population, due in part to lingering high unemployment following the recession. While poverty rates for blacks and Hispanics are nearly three times higher, by absolute numbers the predominant face of the poor is white.

More than 19 million whites fall below the poverty line of $23,021 for a family of four, accounting for more than 41 percent of the nation's destitute, nearly double the number of poor blacks.

Sometimes termed 'the invisible poor' by demographers, lower-income whites generally are dispersed in suburbs as well as small rural towns, where more than 60 percent of the poor are white. Concentrated in Appalachia in the East, they are numerous in the industrial Midwest and spread across America's heartland, from Missouri, Arkansas and Oklahoma up through the Great Plains.

Buchanan County, in southwest Virginia, is among the nation's most destitute based on median income, with poverty hovering at 24 percent. The county is mostly white, as are 99 percent of its poor.

More than 90 percent of Buchanan County's inhabitants are working-class whites who lack a college degree. Higher education long has been seen there as nonessential to land a job because well-paying mining and related jobs were once in plentiful supply. These days many residents get by on odd jobs and government checks.

Salyers' daughter, Renee Adams, 28, who grew up in the region, has two children. A jobless single mother, she relies on her live-in boyfriend's disability checks to get by. Salyers says it was tough raising her own children as it is for her daughter now, and doesn't even try to speculate what awaits her grandchildren, ages 4 and 5.

Smoking a cigarette in front of the produce stand, Adams later expresses a wish that employers will look past her conviction a few years ago for distributing prescription painkillers, so she can get a job and have money to 'buy the kids everything they need.'

'It's pretty hard,' she said. 'Once the bills are paid, we might have $10 to our name.'

Census figures provide an official measure of poverty, but they're only a temporary snapshot that doesn't capture the makeup of those who cycle in and out of poverty at different points in their lives. They may be suburbanites, for example, or the working poor or the laid off.

In 2011 that snapshot showed 12.6 percent of adults in their prime working-age years of 25-60 lived in poverty. But measured in terms of a person's lifetime risk, a much higher number - 4 in 10 adults - falls into poverty for at least a year of their lives.

The risks of poverty also have been increasing in recent decades, particularly among people ages 35-55, coinciding with widening income inequality. For instance, people ages 35-45 had a 17 percent risk of encountering poverty during the 1969-1989 time period; that risk increased to 23 percent during the 1989-2009 period. For those ages 45-55, the risk of poverty jumped from 11.8 percent to 17.7 percent.

Higher recent rates of unemployment mean the lifetime risk of experiencing economic insecurity now runs even higher: 79 percent, or 4 in 5 adults, by the time they turn 60.

By race, nonwhites still have a higher risk of being economically insecure, at 90 percent. But compared with the official poverty rate, some of the biggest jumps under the newer measure are among whites, with more than 76 percent enduring periods of joblessness, life on welfare or near-poverty.

By 2030, based on the current trend of widening income inequality, close to 85 percent of all working-age adults in the U.S. will experience bouts of economic insecurity.

'Poverty is no longer an issue of `them', it's an issue of `us',' says Mark Rank, a professor at Washington University in St. Louis who calculated the numbers. 'Only when poverty is thought of as a mainstream event, rather than a fringe experience that just affects blacks and Hispanics, can we really begin to build broader support for programs that lift people in need.'

The numbers come from Rank's analysis being published by the Oxford University Press. They are supplemented with interviews and figures provided to the AP by Tom Hirschl, a professor at Cornell University; John Iceland, a sociology professor at Penn State University; the University of New Hampshire's Carsey Institute; the Census Bureau; and the Population Reference Bureau.

Among the findings:

-For the first time since 1975, the number of white single-mother households living in poverty with children surpassed or equaled black ones in the past decade, spurred by job losses and faster rates of out-of-wedlock births among whites. White single-mother families in poverty stood at nearly 1.5 million in 2011, comparable to the number for blacks. Hispanic single-mother families in poverty trailed at 1.2 million.

-Since 2000, the poverty rate among working-class whites has grown faster than among working-class nonwhites, rising 3 percentage points to 11 percent as the recession took a bigger toll among lower-wage workers. Still, poverty among working-class nonwhites remains higher, at 23 percent.

-The share of children living in high-poverty neighborhoods - those with poverty rates of 30 percent or more - has increased to 1 in 10, putting them at higher risk of teenage pregnancy or dropping out of school. Non-Hispanic whites accounted for 17 percent of the child population in such neighborhoods, compared with 13 percent in 2000, even though the overall proportion of white children in the U.S. has been declining.

The share of black children in high-poverty neighborhoods dropped from 43 percent to 37 percent, while the share of Latino children went from 38 percent to 39 percent.

-Race disparities in health and education have narrowed generally since the 1960s. While residential segregation remains high, a typical black person now lives in a nonmajority black neighborhood for the first time. Previous studies have shown that wealth is a greater predictor of standardized test scores than race; the test-score gap between rich and low-income students is now nearly double the gap between blacks and whites.

Going back to the 1980s, never have whites been so pessimistic about their futures, according to the General Social Survey, a biannual survey conducted by NORC at the University of Chicago. Just 45 percent say their family will have a good chance of improving their economic position based on the way things are in America.

The divide is especially evident among those whites who self-identify as working class. Forty-nine percent say they think their children will do better than them, compared with 67 percent of nonwhites who consider themselves working class, even though the economic plight of minorities tends to be worse.

Although they are a shrinking group, working-class whites - defined as those lacking a college degree - remain the biggest demographic bloc of the working-age population. In 2012, Election Day exit polls conducted for the AP and the television networks showed working-class whites made up 36 percent of the electorate, even with a notable drop in white voter turnout.

Last November, Obama won the votes of just 36 percent of those noncollege whites, the worst performance of any Democratic nominee among that group since Republican Ronald Reagan's 1984 landslide victory over Walter Mondale.

Some Democratic analysts have urged renewed efforts to bring working-class whites into the political fold, calling them a potential "decisive swing voter group" if minority and youth turnout level off in future elections. "In 2016 GOP messaging will be far more focused on expressing concern for `the middle class' and `average Americans,'" Andrew Levison and Ruy Teixeira wrote recently in The New Republic.

'They don't trust big government, but it doesn't mean they want no government,' says Republican pollster Ed Goeas, who agrees that working-class whites will remain an important electoral group. His research found that many of them would support anti-poverty programs if focused broadly on job training and infrastructure investment. This past week, Obama pledged anew to help manufacturers bring jobs back to America and to create jobs in the energy sectors of wind, solar and natural gas.

'They feel that politicians are giving attention to other people and not them,' Goeas said.

sabato 14 settembre 2013

Due reazioni alla morte di Eleonora Cantamessa

Due reazioni alla morte di Eleonora Cantamessa: la signora Mariella, madre dell'uccisa, ed Enzo Iacchetti


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Passati alcuni giorni, abbiamo qualche dettaglio in più riguardo la strage di Chiuduno dell'8 settembre scorso [9 settembre 2013], a cominciare dal nome dell'indiano ucciso (probabilmente di religione sikh), Baldev Kumar, fratello dell'investitore Vicky Vicky. Quest'ultimo, forse involontariamente per muovere a pietà, ha urlato disperato di non essersi accorto di aver ucciso il fratello, ma senza citare l'altra vittima, Eleonora Cantamessa, né i molti feriti, anche gravi.

Ancora non si conosco i dettagli di quanto avvenuto prima della strage, ad esempio il perché delle aggressioni precedenti all'investimento mortale. Quel che si conosce sono un paio, in particolare, di reazioni a quella serata di follia omicida.

La prima è quella della signora Mariella Armati, madre di Eleonora, che già in precedenza aveva ricordato quanto la figlia fosse disponibili nei confronti degli altri, stranieri compresi. Ora aggiunge, riferendosi ai figli dell'indiano morto:

[...] «Mi chiedono se provo odio - riprende la mamma -, ma io non sento niente. Non so perché, non so se è per Eleonora, che amava tutti e prima di tutti gli ultimi. Ma non provo rabbia, niente. Non mi sento neanche di parlare di perdono. Che cosa vuole dire perdono? Sarà il Padre eterno a perdonare». «L'unica cosa che mi sento di fare - aggiunge - è aiutare i quattro bambini di quel papà. E non mi interessa incontrarli o sapere chi sono, quanto sono grandi, dove abitano, cosa fanno. Non importa». [...]
(I genitori di Eleonora Cantamessa: aiutiamo i figli di Kumar, Corriere della Sera, ed. di Bergamo, 12 settembre 2013)

Sulla volontà dei genitori di Eleonora di aiutare i figli minorenni di Baldev Kumar non ci esprimiamo, ma è il resto che ci lascia perplessi. La signora dice che non prova odio, che neanche vuole parlare di perdono, così come nemmeno le interessa chi siano i bambini dell'indiano. Tutti o la gran parte notano il possibile aiuto a questi, quando è quel "non" che è più importante. Quel "non importa". Sentendo quelle parole, la sensazione che abbiamo avuto è di trovarci di fronte a quelle persone che, di fronte a qualcosa di traumatico, svengono. La signora Mariella ha tolto "dalla vista" l'evento traumatico, riproducendo quanto viveva la sua famiglia (e sua figlia) prima dello stesso evento. Il resto non conta, come nello svenimento, dove si taglia d'un botto la realtà traumatica. Peccato che un corpo svenuto sia un corpo (una persona) alla mercé degli eventi.

Ma c'è anche una seconda reazione che vogliamo sottolineare, ossia quella del personaggio televisivo Enzo Iacchetti [foto sopra], il quale ha annullato il proprio spettacolo alla fiera settembrina di Chiuduno, volendo rispettare, in questo modo, le morti di domenica scorsa. Peccato che però abbia aggiunto dell'altro, ossia che voleva prendere le distanze da commenti politici da lui ritenuti discriminatori, così come evitare di "respirare l'aria xenofoba della caccia all'extracomunitario", in quanto i morti sarebbero "tutti uguali". (Iacchetti: io non vengo. Ma lo show non si ferma, Rosanna Scardi, Corriere della Sera, ed. di Bergamo, 11 settembre 2013)

Ora, i morti saranno pure uguali (ma nulla sappiamo su chi fosse effettivamente l'indiano e sul perché è morto), ma i vivi no. Nella sola Lombardia, nel giro di pochi mesi è la seconda strage perpetrata da stranieri. Quante stragi di italiani contro italiani o di italiani contro stranieri nello stesso arco di tempo? Solo un caso oppure, come insegnano le vicende di altre nazioni europee, una tendenza dovuta all'aumento caotico delle presenze allogene? Ora, qualcuno citerà i casi di Castelvolturno o di Firenze, degli anni passati, ma si tratta di due eventi molto differenti tra loro, con dinamiche molto diverse (un caso di malavita organizzata e un caso di depressione con esiti tragici). Le due stragi lombarde sono invece l'esito di una società caotica, se non caoticizzata, dove masse crescenti e disordinate di allogeni, portatori di forme di sentire e vivere differenti, reagiscono ai loro eventi personali anche in forme violente e con esiti devastanti, aumentando il caos.

E non sarà di certo la favola dell'integrazione a cambiare le cose, dato che essa nasconde solo gli interessi economici di gruppi e associazioni varie (da Stranieriinitalia a EveryOne alla stessa Caritas, ecc.), che, in maniera parassitaria, invece di spendere energie intellettuali o materiali nella rinascita italiana, creano una mitologia dell'accoglienza, il cui effetto è aumentare il potere attrattivo per nuovi stranieri, i cui continui arrivi aumentano anche il giro di denaro dei detti gruppi ed associazioni.

Questa mitologia, inoltre, viene condivisa, più o meno volutamente, anche da personaggi pubblici, come Iacchetti, i quali arrivano a puntare il dito contro comunità locali, come quella del bergamasco, piuttosto che contro assassini o contro il crollo dell'ordine sociale. E' ridicolo che un uomo di spettacolo, il cui successo è dovuto sicuramente anche ai cittadini del bergamasco, accusi questi ultimi di razzismo, quando l'unica violenza è stata proprio la strage causata da alcuni indiani. E' il segno di uno squilibrio tra delirio ideologizzato e realtà.

venerdì 13 settembre 2013

[Segnalazione televisiva] Airport Security [DMax]

[Segnalazione televisiva] Airport Security [DMax]


Ci è capitato di vedere un paio di puntate della trasmissione Airport Security (titolo originale: Border Security: Australia's Front Line. In Italia è visibile sul canale digitale DMax) che, ormai dal 2004, mostra l'attività degli ispettori doganali aeroportuali australiani contro immigrazione irregolare e traffici illeciti.

Trattandosi di televisione è facile immaginare che una certa costruzione degli eventi, almeno in fase di montaggio, sia avvenuta, così come è probabile che si tenda a privilegiare i successi, piuttosto che gli errori, degli ispettori. Un paio di anni fa, in effetti, uno studio condotto tra gli spettatori, ha evidenziato quanto la trasmissione renda un ottimo servizio alla popolarità del servizio doganale, curiosamente soprattutto tra coloro che non viaggiano. In pratica, aiuta gli australiani a sentirsi meglio protetti in casa loro. Sul fatto che poi lo siano veramente è un altro paio di maniche. (Customs sniffs out a winner with reality TV, Amanda Meade, The Australian, 2 maggio 2011)

Eppure, se quanto si vede dovesse essere sostanzialmente affine alla realtà, c'è di che pensare, a partire dalla sensazione che abbiamo che in Italia, ma forse anche in molte altre realtà europee, in fase di controllo doganale non esista la stessa insistenza, diffidenza e, probabilmente, serietà. Vedere ispettori che indagano realmente, oltre ad ispezionare realmente, per poi rimandare ai loro Paesi personaggi a volte anche apparentemente innocui [1], può anche indignare certuni, ma indica una linea netta di demarcazione (la front line del titolo originale) tra ciò che è consentito e ciò che non lo è. E' come una lettera di presentazioni. Ma meno sgualcita di quella italiana o di alcuni altri Paesi europei.

[1] Sappiamo benissimo tutti che il grosso dell'immigrazione irregolare in Italia è frutto di viaggi in nave, treno o aereo, motivati con ragioni di studio o vacanza.

giovedì 12 settembre 2013

Qatar in Francia

Qatar in Francia: Tariq Ramadan e fondo per le periferie


Velocissime segnalazioni (dall'interessantissimo blog Qatarbook o Qatar - L'assolutismo del XXI secolo), per ricordare un paio di cose.

  • Il predicatore Tariq Ramadan è l’emissario del Qatar in Francia (Lilia Ben Rejeb, Tunisie Secret via Qatarbook, 16 / 29 aprile 2013):
In diretta dal Salon du Livre, France Culture ha organizzato il 15 aprile 2013 un dibattito tra Mohamed-Ali Adraoui, ricercatore presso l’IEP di Parigi, e Nicolas Beau, giornalista e co-autore di “The Ugly Qatar. Questo emirato che ci vuole bene”, che sarà pubblicato da Fayard a maggio. Questa trasmissione alquanto critica sulle azioni del Qatar è stata intitolata “On the road… il Qatar in Francia.” Si poteva anche ascoltare questo sul link di France Culture, ma è stata tolta! Ecco un pezzo scelto dell’intervento di Nicolas Beau che Tunisie-Secret ha potuto trascrivere prima della rimozione del link… per ragion di stato! 
Abbiamo questa parola saggia che è soft power (probabilmente riferendosi allo zelota del Qatar in Francia, il Fratello musulmano Nabil al-Nasri). Vale a dire che la strategia del Qatar sarebbe dolce, semplicemente tra quegli intellettuali, accademici, che effettivamente numerosi sono stati invitati in Qatar, in seminari in cui non accade nulla, sotto un sole cocente. E’ vero che ci hanno provato con lo sport, la famosa diplomazia dello sport…
L’UOIF, l’Unione delle organizzazioni islamiche di Francia e FNMF, Federazione Nazionale dei musulmani in Francia, la seconda federazione più grande, il cui leader Bishari ha avuto per il suo Centro di Studi Islamici di Lilla, 200.000 euro dal Qatar… Quando Bishari chiama l’ambasciatore del Qatar, lo segue e gli organizza l’assegnazione del premio della diversità allo sfortunato che crede che poi troverà lavoro in Qatar…
Un altro importante fattore di influenza è come il Qatar ha attratto Tariq Ramadan, di cui sappiamo oggi il ruolo di predicatore messianico nelle periferie francesi, a propagare un islam molto conservatore. Tariq Ramadan oggi s’è recato… a Doha, dove ha una fondazione sovvenzionata, e potrebbe avere una poltrona a Oxford, in Inghilterra, grazie ai fondi del Qatar. Tariq Ramadan è molto seguito dalle personalità della comunità musulmana in Francia, ed oggi è assolutamente un emissario del Qatar.
Tra gli elettori francesi, e ora al governo, si inizia a preoccuparsi della diffusione wahhabita influenzata dal Qatar, soprattutto quando si scopre che attraverso i canali umanitari, il Qatar ha finanziato molte associazioni in Niger e Mali. In Mali abbiamo inviato 4.000 uomini a combattere contro i jihadisti e sappiamo che il Qatar li sostiene finanziariamente… Vi è una rivelazione in questo libro di cui voglio parlare, la doppiezza del Qatar verso la Libia. La Banca Mondiale ha cercato i fondi dei Gheddafi all’estero e ha trovato la modica cifra di 150 miliardi di dollari nelle banche di 32 Paesi. Di questo importo, 50 miliardi erano in Qatar!

L’investimento iniziale era di 50.000.000 di euro ( http://www.atlantico.fr/decryptage/arnaud-montebourg-va-t-reussir-hold-50-millions-euros-promis-qatar-pour-financer-projets-entreprises-en-banlieue-leila-leghmara-485687.html ). La somma di 100.000.000 di euro è stata poi discussa ( http://www.bfmtv.com/international/qatar-banlieue-c-est-normal-qu-ils-acceptent-cet-argent-343096.html ). Ma in ultima analisi il Qatar investirà un miliardo nelle periferie povere francesi. L’informazione è stata confermata su I-TV, da Fleur Pellerin, ministro delle PMI, l’innovazione e l’economia digitale ( http://www.itele.fr/ ).
Il ministro della Ripresa produttiva, Arnaud Montebourg, ha approvato la scorsa settimana la creazione di questo fondo del Qatar per i quartieri svantaggiati ( http://www.lemonde.fr/societe/article/2012/09/24/le-fonds-du-qatar-pour-les-banlieues-aurait-ete-accepte_1764333_3224.html ). Ma a differenza del progetto originale, sarà esteso a tutte le “aree povere francesi”, rurali e urbane. Per un certo tempo, Arnaud Montebourg aveva suggerito che i fondi non finissero alle periferie, ma alle PMI francesi. Inoltre, lo Stato avrà una quota del capitale del fondo, per garantire un minimo di controllo. Resta da vedere quanto sarà questa partecipazione. Secondo il Vicepresidente della Aneld, citato da Atlantico, i fondi saranno diviso 50/50 tra il Qatar e la Francia ( http://www.atlantico.fr/decryptage/arnaud-montebourg-renonce-hold-50-millions-euros-promis-qatar-aux-banlieues-et-double-mise-leila-leghmara-491420.html ). A sua volta, il comunicato dice che il governo francese sarà in minoranza.
La creazione di questo fondo d’investimento è stata annunciata alla fine del 2011 dall’ambasciatore dell’emirato a Parigi, dopo una visita nei ricchi Stati del Golfo Persico dei rappresentanti dell’Aneld (Associazione Nazionale degli enti locali eletti per la diversità). L’iniziativa è stata rinviata prima delle elezioni in Francia, al fine di evitarne la strumentalizzazione politica. Ha soprattutto suscitato le proteste dalla destra estrema, che teme l’”islamizzazione” delle periferie. “Lasciate che un Paese straniero scelga i suoi investimenti in base alla religione“, ha ironizzato anche la presidente del Fronte nazionale, Marine Le Pen.
I difensori dei fondi si sentono “contenuti ma vigili” dopo l’annuncio di Arnaud Montebourg. Per il momento nessuna scadenza è stata impostata. “Nessun calendario è stato impostato, si rammarica il Vicepresidente della Aneld. Ho chiarito al ministro che c’è un’aspettativa molto alta, è urgente istituire questo fondo, e non si può non fissare una data.”

lunedì 9 settembre 2013

Martiri europei: Eleonora Cantamessa

Martiri europei: Eleonora Cantamessa

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La dottoressa Eleonora Cantamessa è morta ieri sera, a Chiuduno, nel bergamasco, mentre, tornando a casa, è incappata in due indiani, almeno uno dei quali ferito a coltellate da alcuni connazionali. La donna, assieme ad un amico, ha tentato di soccorrere l'immigrato, quando i suoi inseguitori si sono lanciati a bordo di un'auto contro il gruppetto, uccidendo sul colpo il ferito e la donna e ferendo gravemente il terzo, più un quarto uomo, originario di Trescore, accorso anch'egli per prestare soccorso. Inoltre, nella fuga, hanno speronato varie automobili, ferendo un'altra mezza dozzina di persone.

La madre Mariella ricorda che la figlia visitava gratuitamente molte delle immigrate che frequentavano il suo ambulatorio.

Una strage, perché di questo si è trattato [foto sotto], ha però messo la parola fine a quell'impegno. E nessuno si stupisca se i frutti del caos attuale siano questi. Senza limiti, i frutti possono essere solo questi.

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  • Chiuduno, rissa e investimento. Morti una dottoressa e un indiano  (L'Eco di Bergamo, 9 settembre 2013):
Far west ieri sera attorno alle 22.30 sull'ex provinciale 91 a Chiuduno. Una rissa, poi la strage: un indiano di 32 anni e un medico di 44 anni, di Trescore - la ginecologa Eleonora Cantamessa - sono stati falciati e uccisi dall'auto su cui c'erano tre, forse quattro persone, che prima avevano accoltellato l'indiano, lasciandolo gravemente ferito a terra. 
Secondo una prima ricostruzione dei fatti. La dottoressa, accompagnata da un amico, stava tornando a casa quando hanno visto la rissa fra gli indiani, uno dei quali a terra sanguinante. A questo punto, la donna ha chiesto insistentemente all'amico di fermarsi per prestare appunto soccorso all'indiano. Mentre era china sul ferito, l'auto degli aggressori è tornata indietro - in via Fratelli Kennedy -, forse per «finire» l'indiano e ha falciato entrambi, schiantandosi contro altre auto, tra cui una Audi A2 su cui c'erano due giovani che lavorano in un bar di Grumello e che stavano tornano a casa.
REGOLAMENTO DI CONTI Pare che ci fosse anche una terza auto con a bordo altri indiani coinvolti in quello che dovrebbe essere stato un tragico regolamento di conti, e che quest'auto sia fuggita. Come sono fuggiti gli uomini che hanno ucciso l'indiano e la dottoressa, ginecologa alla clinica Sant'Anna di Brescia, con studio anche nel centro di Trescore. Ferito anche un giovane di Trescore: pure lui si era fermato per soccorrere l'accoltellato. In ospedale l'amico di Eleonora Cantamessa che era sulla Golf con lei, e che dopo aver accostato l'auto è stato sfiorato dalla tragedia rimediando comunque varie ferite. Si tratta di L. B. architetto ricoverato sotto choc in ospedale con due costole rotte e due punti di sutura in testa. Ferito anche un altro giovane indiano che guidava una Audi su cui viaggiava l'amico ucciso. I feriti - tra cui Mbaye Saloiu, che abita nei pressi e che era accorso per dare il suo aiuto - sono stati portati in ambulanza negli ospedali di Bergamo (Papa Giovanni e Humanitas Gavazzeni), Seriate, Chiari.
LE INDAGINI Per tutta la notte le forze dell'ordine hanno tentato di ricostruire la dinamica dei fatti e soprattutto risalire ai protagonisti della rissa. L'uomo al volante dell'auto che ha investito Eleonora Cantamessa, l'indiano accoltellato, e altre persone è stato identificato e portato in caserma a Bergamo. Al comando di via delle Valli è in corso una vera e propria sfilata di testimoni per riuscire a comprendere come sono andati effettivamente i fatti, i motivi scatenanti della rissa, l'autore o gli autori dell'accoltellamento dell'indiano poi deceduto.

  • «Eleonora, tutta la sua vita per gli altri» Il racconto straziante della mamma (L'Eco di Bergamo, 9 settembre 2013):
[...] Eleonora Cantamessa, 44 anni, lavorava come ginecologa alla Clinica Sant'Anna di Brescia, ma aveva anche uno studio privato nel centro di Trescore. E tutta la gente del suo paese questa mattina - appresa la notizia - è rimasta incredula e sgomenta. 
A Trescore del resto la conoscevano tutti. «Aveva fatto nascere tantissimi bambini», ricorda in lacrime una donna. «Il suo ambulatorio era sempre pieno di mamme, italiane e straniere, senza nessuna differenza», aggiunge un'altra.
E' ancora la mamma Mariella a ricordare un altro aspetto del carattere e dell'impegno della figlia: «Dopo aver ricevuto le mamme per la visita, il suo ambulatorio spesso rimaneva aperto anche per le ragazze straniere che visitava gratuitamente, che avevano bisogno di un consulto. Non ha mai chiuso la porta in faccia a nessuno». [...]

  • Salvini (Lega) sui fatti di Chiuduno: «Non c'è più posto per gli immigrati» (L'Eco di Bergamo, 9 settembre 2013):
In merito ai fatti di Chiuduno (BG) sono intervenuti il Vice Segretario federale della Lega Nord, On. Matteo Salvini e il Sindaco, Stefano Locatelli. «E' l'ennesima tragedia – commenta Matteo Salvini – figlia del lassismo su sicurezza e immigrazione. Sarebbe bene che qualche ministro troppo chiacchierone, che non conosce nulla sulla realtà del Nord, prima di chiedere a gran voce l'abolizione della Legge Bossi- Fini, di voler regalare cittadinanze a piene mani e di distribuire gratuite accuse di razzismo, si facesse un bel giro per Milano, Torino, Venezia o, più urgentemente, per le vie di Chiuduno. E' inutile girarci intorno: la realtà è che in Italia, oggi, non c'è più spazio neanche per un immigrato in più».

«I sindaci – spiega Stefano Locatelli, Sindaco di Chiuduno – sono lasciati soli. Mentre lo Stato utilizza vagonate di quattrini per andare a prendere i barconi al largo e per elargire a piene mani assistenza (spesso non necessaria), le caserme delle Forze dell'Ordine sono costrette a ridurre i turni di sorveglianza delle strade perché mancano persino i soldi per la benzina delle volanti. Da quando è stato cancellato il potere di ordinanza contenuto nel "Pacchetto sicurezza" dell'allora Ministro Maroni, la situazione è precipitata. Per colpa dello Stato i sindaci non hanno più nessun tipo di strumento atto a fronteggiare l'emergenza sicurezza sulle nostre strade. Oltre al danno c'è poi la beffa: siamo costretti a concedere la residenza a chiunque e non possiamo più operare nessun tipo di controllo concreto. Purtroppo non c'è da stupirsi se accadono episodi come questo: si tratta – conclude Locatelli – della conseguenza ovvia di un sistema dove all'immigrato è ormai concesso tutto».

domenica 8 settembre 2013

Criminalità allogena nei Paesi europei

Criminalità allogena nei Paesi europei: dati sintetici


Diamo un sintetico quadro della criminalità allogena in diverse realtà dell'Europa occidentale.

  • Germania: al 2008, il 22,6% degli atti criminali erano opera di turchi, rappresentati il 5,7% della popolazione (fonte: Der Spiegel)
  • Londra (Inghilterra): nel 2010, nella capitale del Regno Unito, il 67% dei crimini a mano armata erano opera di allogeni d'origine subsahariana, così come il 54% di furti e aggressioni, così come il 32% di molestie e violenze sessuali. A Londra, il 12% degli abitanti hanno origine subsahariana (fonte: Office for National Statistics)
  • Belgio: il 20% degli atti criminali riguardano stranieri, cifra che sale al 30% nella capitale Bruxelles. Il 42% dei detenuti sono stranieri (cifra quadruplicatasi in 30 anni). Nel 2012, i marocchini rappresentavano il 10,7% degli autori di crimini, mentre gli algerini il 5,4%. Al 2005, l'80% dei minorenni incarcerati per reati vari erano allogeni, di cui 36% di maghrebini. I maghrebini rappresentano lo 0,8% della popolazione (fonti: La Libre; De Telegraaf; 7sur7; ricerche di Charlotte Vanneste)
  • Olanda: il 24% dei criminali hanno origini surinamesi, il 22% hanno origini marocchine, il 7% turche, il 4% hanno origini antillesi. Questi gruppi rappresentano a mala pena il 7% della popolazione complessiva. Il 63% della criminalità ha come responsabili immigrati di seconda generazione (fonte: ricerche di Coby Vreugdenhil e altri)
  • Svizzera: nel 2009, il tasso criminale di angolani, nigeriani, algerini, ivoriani e dominicani è sei volte più elevato di quello autoctono. Il tasso criminale di singalesi, congolesi, camerunesi, marocchini, tunisini e iracheni è quattro volte più alto. Il 72% dei detenuti sono allogeni. (fonte: Ufficio federale di statistica)
  • Italia: nel 2008, il 15% degli omicidi, il 16% degli stupri, il 19% delle aggressioni, il 30% dei furti d'auto, il 15% dei furti in appartamento, il 15% delle estorsioni sono opera di cittadini romeni (senza, purtroppo, distinzione tra romeni autoctoni o zingari). Inoltre, il 9% degli omicidi, il 16% degli stupri, il 21% delle aggressioni, il 13% dei furti d'auto, il 10% dei furti in appartamento e il 10% delle estorsioni sono opera di marocchini. I romeni rappresentavano, al 2008, l'1,4% della popolazione, mentre i marocchini lo 0,6% (fonti: Ministero dell'Interno; ISTAT)
  • Spagna: gli stranieri sono autori del 30% dei crimini, pur essendo l'8% della popolazione al 2008. Nel 2007, il 40% degli incarcerati è straniero (fonti: INE; DGIP)
  • Danimarca: al 2007, il tasso criminale, rispetto agli autoctoni, era 4 volte superiore considerando i marocchini, 3,6 per i libanesi, 3,5 per i somali, 2,1 per i turchi e 2 volte per i pakistani (fonte: Statistics Denmark)
  • Francia: i francesi autoctoni hanno due volte più probabilità di essere vittime di crimini "gravi", piuttosto che autori, mentre nordafricani e subsahariani sono autori di crimini "gravi" tre volte più che esserne vittime. Il 72% degli stupri di gruppo sono opera di nordafricani e subsahariani, anche se il 75% di costoro sono cittadini francesi. Il "fichier Canonge" (database dedicato alle "vecchie conoscenze" di commissariati e carceri), su 100.000 personaggi classificati, riporta un 37% di individui europei, un 29% di nordafricani e un 19% di subsahariani. Inoltre, ogni anno, gli stranieri (quindi, senza cittadinanza francese) sono almeno il 20% degli autori di crimini. Il 45% dei crimini "non gravi" e il 43% di quelli "gravi" sono opera di maghrebini. Il tasso relativamente alle condanne per crimini è dello 0,28% tra i maghrebini, dello 0,85% tra i romeni (senza distinzione tra romeni autoctoni e zingari) e dello 0,13% tra i francesi autoctoni. Gli allogeni in Francia rappresentano circa il 20% della popolazione, di cui l'8% senza cittadinanza (fonti: L'Express; ricerche di Sébastien Roché e Monique Dagnaud; ricerche di Patrice Huerre; INSEE; ONDRP)

I dati citati sono tratti da "La France Orange Mécanique", di Laurent Obertone, best-seller scandalo del 2013 in Francia (di cui probabilmente parleremo ancora).

domenica 1 settembre 2013

[Segnalazione cinematografica] Skytten (di Annette K. Olesen)

[Segnalazione cinematografica] Skytten (di Annette K. Olesen)

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Remake dell'omonimo film del 1977 (che non conosciamo), Skytten di Annette K. Olesen è un thriller politico uscito nei mesi scorsi in Danimarca. Non sappiamo se verrà proposto anche in Italia, ma non vi sarà difficile rintracciarlo in un modo o nell'altro.

Al centro della vicenda, ambientata nella Danimarca odierna, vi sono un attivista ecologista, passato alla lotta armata, e una giornalista di successo, progressista, single e col cruccio di adottare un ragazzino, purchessia indiano. La storia ipotizza la scoperta di un ingente giacimento petrolifero. Inizialmente, la notizia viene presentata limitatamente dal locale Governo a guida verde, che parla anche di accordi con gli USA, scatenando subito i malumori di molti. L'unico che cerca di diffondere la notizia nella sua pienezza è l'attivista, grazie ad alcuni documenti riservati, che propone alla giornalista; documenti in cui si paventano i rischi ambientali di un simile importante sfruttamento di risorse, così vicino all'area artica. La direzione del giornale però tergiversa; di conseguenza, l'attivista decide di passare all'azione, con azioni terroristiche, inizialmente limitate, finché non inizierà a scorrere il sangue. L'uomo, frequentatore di poligoni di tiro (da cui il titolo, che indica il sagittario, ma anche il cecchino), morirà durante un tentativo di colpire direttamente un esponente del Governo, mentre la giornalista... coronerà il suo sogno di un figlio indiano. Sullo sfondo, la notizia del giacimento viene presentata, stavolta, integralmente (meno gli effetti), così come si informerà della costruzione, nelle vicinanze, di una nuova base militare statunitense, in accordo col Governo verde e progressista danese.

Il film, in cui spiccano alcuni dei volti più noti dell'odierno cinema danese (Trine Dyrholm è la giornalista; Kim Bodnia è l'attivista; Nikolaj Lie Kaas è il ministro), è di difficile interpretazione, perché mostra con freddezza non tanto le posizioni, in realtà chiare, di quasi tutti, quanto perché sbatte in faccia allo spettatore il potere politico, senza lasciare spazi per alternative possibili. Di fronte a ciò, la media degli spettatori cosa potrebbe pensare? Si rimane col dubbio che l'opzione violenta, contro le menzogne governative, se rimasta come unica possibilità, venga presentata come la pietra tombale della stessa alternativa al potere.

Eppure, quel finale raggela. Quando la giornalista, grazie all'interessamento del ministro, suo amico, sì, ma che sino a qualche giorno prima criticava, riesce a diventare "madre" di un bimbetto speditole dal Bengala, il primissimo piano della mano di lei che prende la manina di lui non dà la sensazione della speranza e del futuro, ma del solo ripiegamento.

L'attivista l'aveva avvertita che solo le parole non possono bastare. Lo sfruttamento rischia di portare a gravi effetti sull'ambiente, con una probabile accelerazione dello scioglimento dei ghiacci... Ed aumento di inondazioni ed altri eventi disastrosi, magari anche nell'area indo-bengalese. Allora, farsi spedire un ragazzino dall'Asia è salvare il mondo o, in assenza d'altro, è lasciare che il mondo sprofondi?