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mercoledì 18 dicembre 2013

Esercito italiano e sentimenti popolari-2

Esercito italiano e sentimenti popolari-2: la protesta delle tazzine in tutta Italia


Nel silenzio dei mezzi di informazione, sembra che i militari italiani, in maniera non eclatante, si stiano riunendo in vari luoghi pubblici, come alcuni bar, e in varie città, allo scopo di confrontarsi sulla difficile situazione sia loro lavorativa, sia nazionale, dato il malcontento e le proteste, pacifiche o violente, dei giorni passati.

Sarebbe un ulteriore segno dell'agitarsi, sotto la placida inconsistenza dei partiti governativi e finto-all'opposizione, di correnti di malumore o di disperazione tra i nostri compatrioti.

Un consiglio: nell'articolo proposto, si dice che nel caso della città di Roma i militari si stanno riunendo nel famoso bar gelateria Giolitti, non distante sia dal Parlamento, sia da quella piazza del Popolo che nelle prossime ore vedrà la prima manifestazione di uno dei tronconi del movimento del "9 Dicembre". Non sarebbe male se quei militari facessero una capatina alla manifestazione. Non come militari, ma come cittadini. Non come pezzi dello Stato, ma come italiani.

  • Via il casco, militari e poliziotti alzano la testa. La tazzina di caffè è il simbolo del malcontento (Luca Marco Comellini, Tiscali Notizie, 17 dicembre 2013):

Se dalla TAV ai Forconi, escludendo i violenti, si può affermare che non vi è alcun estremismo ma che c'è solo la presa di coscienza di chi vuole alzare la testa e rivendicare civilmente i propri diritti allora è anche possibile affermare lo stesso riferendosi a quanto accade tra i militari e i poliziotti, dove è sempre più evidente il malcontento.

Quel “Giù i caschi!” a cui è seguito il gesto “apparentemente distensivo” degli appartenenti alle forze di polizia di togliersi gli elmetti e abbassare gli scudi, che per molti è stata una palese condivisione della protesta, lo abbiamo sentito e visto ripetere su tutte le piazze italiane dove i difensori delle istituzioni sono stati schierati e usati come baluardo ai palazzi del potere e per difendere la partitocrazia e le istituzioni dall'assalto di quel popolo esasperato che ormai non ha più nulla da perdere.

Ciò che in questi giorni emerge chiaramente dalle proteste che dilagano da nord a sud dell'intera penisola è sempre più evidente ma quello che non tutti sanno, o hanno notato, è l'esistenza di una protesta non violenta che stanno facendo i militari in tantissime città d'Italia: da Roma a Catania, passando per Padova e Cagliari.

I "sit-in" organizzati nei più noti locali e bar di molte città per discutere davanti a una tazzina di “caffè espresso” non sono sempre una novità, ma quando sono i militari a farlo allora tutto cambia. I sergenti e i brigadieri hanno adottato questa forma di protesta per esprimere il loro dissenso verso i provvedimenti del governo Letta che li sta mortificando rendendogli sempre più difficile resistere alla tentazione di passare dall'altra parte della barricata e unirsi agli altri manifestanti.

Dalla voglia di prendersi “un caffé” al più significativo gesto di levarsi il casco di fronte ai manifestanti sono tutte azioni che evidenziano come la misura sia ormai colma e che superare determinati i limiti potrebbe essere pericoloso. Dopo sarebbe difficile mantenere il controllo della situazione e del Paese, nonostante diversi e non più autorevoli esponenti politici e di governo abbiano comunque cercato di smentire la lettura in tal senso.

Quella del caffè è una legittima manifestazione di civile dissenso verso le azioni del Governo e della politica che, se apparentemente non ha nulla a che vedere – forse - con i caschi tolti dai poliziotti, carabinieri e finanzieri, ci riporta alla mente le “adunate” di piazza del 1975. La prima manifestazione avvenne nel settembre del 1975 a Treviso dove 600 militari in divisa scesero in piazza per protestare contro l'arresto del sergente Soggiu, che con altri colleghi e senza autorizzazione ava deposto una corona di fiori al milite ignoto. Successive manifestazioni avvennero a Mestre e Milano con afflusso di 1500 e 5000 militari.

Dopo più di 38 anni quella iniziata nei giorni scorsi al bar “Giolitti” di Roma, proprio difronte agli uffici della Camera,  è la prima e concreta forma protesta fatta dai “cittadini in divisa” che non può non essere condivisa, sia nel metodo che nel merito. Se i militari, i finanzieri e i carabinieri, ma anche i poliziotti, sono pronti a difenderci in ogni occasione anche a costo della vita, figuriamoci se non abbiano voglia di offrirci un bel caffè per spiegare anche a noi, semplici cittadini, le ragioni della loro protesta. Allora, che facciamo?

Ci vediamo tutti in piazza per un bel caffè?

martedì 17 dicembre 2013

A Roma il 18 dicembre ci saranno due manifestazioni

A Roma il 18 dicembre ci saranno due manifestazioni: una (comunque sia) italiana, l'altra (comunque sia) anti-italiana


Non stiamo parlando dei due tronconi del movimento "9 Dicembre", ma che, oltre alla manifestazione di Piazza del Popolo, ci sarà nella "multietnica" Piazza Esquilino una manifestazione fantasiosa le cui parole d'ordine sono "casa a chiunque", "meticciamento", "risoluzione dei problemi del mondo con l'abbattimento delle frontiere", ecc.

Nel comunicato della manifestazione, che fa parte di una serie di eventi italiani ed esteri per la cosiddetta "giornata di mobilitazione globale per i diritti dei migranti e rifugiati", si afferma anche quanto segue:

[...] Rifiutiamo con forza ogni rivendicazione identitaria e nazionalista, ogni richiesta di “poteri autoritari nazionali”. Le “risposte italiane” all’austerity significano solo nuove guerre tra poveri. Per questo, invitiamo la Roma meticcia, quella che non si identifica con i tricolori sventolati in tante piazze d’Italia, a partecipare al corteo per dire che le strade appartengono a chi lotta. Solo le lotte meticce possono permetterci di riappropriarci veramente di diritti, dignità e reddito.
Abbatteremo i muri e le frontiere che ingabbiano le nostre vite, anche quelli più invisibili.

Il riferimento è alle manifestazioni del "9 Dicembre" dei giorni prima, dove lo sventolare del tricolore italiano deve aver irritato la fragile psiche di multietnicisti e allogeni assortiti, a dimostrazione del loro attaccamento all'Italia. Altrettanto ironico questo ridicolo riferirsi alle lotte meticce come ad una panacea di tutti i mali, nel più tipico stile dell'ideologizzazione della realtà vivente. Perché vivo è il diverso, non la chimera meticcia. Da questo punto di vista, meticcianti ed europeisti appartengono allo stesso mondo ideale delirante.

  • Corteo cittadino nella giornata di mobilitazione globale per i diritti dei migranti e rifugiati


Mercoledì prossimo, in moltissime città del mondo e d’Europa, si terranno manifestazioni che rivendicheranno con forza diritti e libertà per migranti e rifugiati.

Nel mondo, infatti, dilagano guerre e disuguaglianze, uno sfruttamento sempre più feroce saccheggia territori e si abbatte sulle vite del 99% della popolazione mondiale. A garanzia di un modello di sviluppo che produce soltanto povertà e sfruttamento, si impongono frontiere sempre più arcigne e militarizzate allo scopo di sbarrare il passo a chi cerca, migrando, un presente ed un futuro diverso.

Frontiere che uccidono, come è accaduto soltanto poche settimane fa a Lampedusa e come continua ad accadere in tutto il Mediterraneo. Frontiere che costringono chi riesce a penetrare nelle spesse mura della “fortezza Europa” ad essere perennemente ricattato, soggiogato da un lavoro sempre più precario, dentro una società che vorrebbero individualista e divisa, in preda a meccanismi di rivalità e concorrenza, di isolamento se non di conflitto fra culture, territori, persone.

Del resto, la strage di Lampedusa sembra già dimenticata ed archiviata da una governance italiana ed europea che continua ad avere come unico scopo quello di portare avanti il massacro delle politiche di austerity e precarietà. Nulla, infatti, è cambiato nelle politiche d’immigrazione e d’asilo. Le modifiche al trattato di Dublino, che entreranno in vigore dal primo gennaio 2014, sono insufficienti e non garantiscono la libertà di movimento dei rifugiati. Mentre l’impianto repressivo e ricattatorio disegnato dalla Turco-Napolitano prima e dalla Bossi-Fini poi, rimane sempre lo stesso.

Per queste ragioni abbiamo deciso di scendere in piazza il prossimo mercoledì 18 Dicembre, per affermare ancora una volta che il potere non può annientare la dignità dei migranti e dei rifugiati, come non può soffocare la rabbia e le lotte di chi vuole riconquistare i propri diritti.

La Roma meticcia, la Roma delle lotte sociali e dell’antirazzismo, attraverserà le strade del centro cittadino perché non vuole dare tregua a questo “democratico” governo ed all’Europa dei banchieri e dei potenti. Perché vuole inchiodare alle proprie responsabilità gli enti locali e le altre istituzioni competenti, sempre più immobili, indifferenti e per questo complici.

Chiudere la vergogna dei CIE. Stracciare la Bossi-Fini senza tornare alla Turco- Napolitano. Conquistare una legge organica che garantisca il diritto d’asilo. Spazzare via il business dell’accoglienza per conquistare condizioni di vita degne per chi arriva in Italia, partendo dal diritto alla casa e all’abitare.

Vogliamo questo e molto altro.

Vogliamo determinare insieme un’alternativa ad un presente e ad un futuro che vorrebbero già scritto. Un’alternativa che già vive, in embrione, nelle lotte e nei processi di riappropriazione che si realizzano in tante città del nostro paese ed in tanti luoghi del mondo. Un’alternativa che non può prescindere dall’affermazione concreta dell’uguaglianza nella diversità, come del diritto alla libera circolazione delle persone.

Rifiutiamo con forza ogni rivendicazione identitaria e nazionalista, ogni richiesta di “poteri autoritari nazionali”. Le “risposte italiane” all’austerity significano solo nuove guerre tra poveri. Per questo, invitiamo la Roma meticcia, quella che non si identifica con i tricolori sventolati in tante piazze d’Italia, a partecipare al corteo per dire che le strade appartengono a chi lotta. Solo le lotte meticce possono permetterci di riappropriarci veramente di diritti, dignità e reddito.
Abbatteremo i muri e le frontiere che ingabbiano le nostre vite, anche quelli più invisibili.

Occupazione dei Rifugiati di piazza Indipendenza
Movimenti Sociali di Roma
Scuole di italiano degli spazi sociali
Sportelli di tutela dei diritti di migranti e rifugiati
Associazioni antirazziste

Esercito italiano e sentimenti popolari

Esercito italiano e sentimenti popolari: stanno controllando la fedeltà dei soldati alle istituzioni?


Secondo quanto riporta l'Osservatorio Militare (centro studi dedicato al mondo militare e della polizia) esisterebbero dei monitoraggi informali, nelle caserme militari, per valutare il grado di fedeltà dei soldati italiani alle istituzioni, questo a seguito dell'appoggio mostrato, nei giorni scorsi, da diversi esponenti delle forze dell'ordine alle manifestazioni del movimento "9 Dicembre" (UGL Polizia Veneto, SIAP, SIULP e altri).

Concordiamo con quanto affermato dal portavoce dell'Osservatorio Militare: "Fedeltà alle istituzioni e al paese significano fedeltà al popolo italiano, ai cittadini, non ai politici e ai presidenti di turno: quelli passano, gli italiani restano".

  • Forconi, la denuncia: “Monitoraggi nell’esercito per verificare fedeltà a Stato” (Enrico Piovesana, Il Fatto Quotidiano, 16 dicembre 2013):

Dopo il caso dei poliziotti che avrebbero fraternizzato con i manifestanti togliendosi il casco, in alcune caserme dell’esercito è stato ordinato un monitoraggio informale degli umori della truppa per capire se qualcosa del genere potrebbe verificarsi anche in caso di impiego dei soldati per esigenze di ordine pubblico ( http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/12/09/torino-poliziotti-si-tolgono-caschi-gente-in-piazza-applaude/257396/ ). La denuncia è stata lanciata dall’ex maresciallo Domenico Leggiero, responsabile di Osservatorio Militare, centro studi per la tutela del personale delle forze armate.

“Qualcuno molto in alto vuole capire se il crescente malcontento che serpeggia anche tra i dipendenti pubblici con le stellette rischia di far traballare la fedeltà dei soldati nell’eventualità di un loro impiego in ausilio alle forze dell’ordine per contrastare manifestazioni di massa”, spiega alfattoquotidiano.it l’ex pilota di elicotteri dell’esercito, che è stato anche consigliere comunale di An a Sesto Fiorentino. “Segnalazioni di queste verifiche informali ci sono arrivate da diverse caserme in giro per l’Italia in cui hanno sede i reggimenti potenzialmente impiegabili a scopo di ordine pubblico. Questi test per sondare l’affidabilità del personale, condotti in modo riservato, scattano solitamente in situazioni di pericolo per la sicurezza nazionale: in trent’anni di servizio - afferma Leggiero - mi è capitato solo all’epoca dell’operazione Vespri Siciliani contro la mafia e dopo l’11 settembre in piena fase antiterrorismo”.

“Oggi – continua Leggiero – evidentemente per qualcuno il pericolo nazionale sono i cittadini che protestano: ma un pericolo per chi? Iniziative del genere vengono decise a livello politico. Qualcuno è rimasto molto spaventato dal gesto dei poliziotti che si sono tolti il casco per esprimere la loro vicinanza alle ragioni della protesta e ora teme che anche i soldati potrebbero fare lo stesso e che cada così anche l’ultimo baluardo a difesa del potere. Beh, potrebbe succedere benissimo visto che lo scontento è forte e dilagante a tutti i livelli, dal soldato semplice agli ufficiali”.

La Difesa non conferma. “Non ci risultano iniziative in tal senso”, dicono dallo Stato Maggiore, “anche perché è da escludere la possibilità che un militare si tolga il casco davanti a dei manifestanti, e questo per una semplice ragione: noi che portiamo le stellette, simbolo della Repubblica italiana, abbiamo fatto un giuramento di fedeltà alle istituzioni per una vocazione che va ben al di là di qualsiasi altra considerazione di carattere economico o lavorativo”. Il portavoce di Osservatorio Militare la pensa diversamente: “Fedeltà alle istituzioni e al paese significano fedeltà al popolo italiano, ai cittadini, non ai politici e ai presidenti di turno: quelli passano, gli italiani restano”.