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sabato 5 dicembre 2015

"Islamic terror? I just don't see it"

"Islamic terror? I just don't see it" - Dopo la strage di San Bernardino

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Tralasciamo il quotidiano in sé e le polemiche che, anno dopo anno, riesce a scatenare il New York Post, trattandosi di giornale scandalistico (proprietà di Rupert Murdoch, per inciso...), che almeno ha di buono di riuscire a scontentare un po' tutti, i liberals bianchi, come gli afro-americani, come i giudei newyorkesi. Ma il titolo della copertina di qualche mese fa, 19 febbraio 2015, sembra proprio fatto apposta per i fatti degli ultimi giorni.

Come sapete, il 02 dicembre scorso, uno statunitense di origini pachistane, Syed Rizwan Farook, e la moglie, Tashfeen Malik, pachistana, hanno massacrato 14 persone in un centro per disabili di San Bernardino, in California, dove l'uomo lavorava. Una possibile ragione sarebbe un litigio di Farook con i colleghi, proprio il giorno del massacro, ma subito sono emersi elementi che lasciano ipotizzare qualcosa di più complesso e inquietante.

Quel litigio, viene da pensare, possa essere una scusa (più che la ragione) per l'azione stragista, dato che rimane il dubbio sia sull'arsenale da guerra trovato in casa dei due, sia sull'identità di entrambi. Il profilo della coppia era quello di due giovani coniugi, con un bambino nato da pochi mesi, con un buon lavoro (con lui nato, cresciuto e laureatosi negli USA). Perché scatenare un massacro, in coppia, dopo un litigio, pur (chissà) quanto spiacevole? No, il profilo non è quello di chi "normalmente" si dice compia atti simili, spesso solitario e, magari, imbottito di farmaci (escludendo, ovviamente, tutti quelli esplicitamente e variamente ideologizzati). L'arsenale (non semplicemente la classica pistola nel cassetto, che moltissime famiglie statunitensi hanno per difesa personale. In casa dei due sono stati trovati diversi tubi-bombe, oltre quelli poi effettivamente usati nella giornata del 2 dicembre, assieme alle altre armi), inoltre, toglie plausibilità all'ipotesi del raptus o della vendetta. A questo, si aggiunge che i due, sunniti devoti, conoscevano personaggi vicini al radicalismo islamico, in particolare nell'estremismo somalo e nell'al-Qaeda siriano. A questo, nelle ultime ore, si aggiungerebbe il ritrovamento della dichiarazione di fedeltà della Malik all'ISIS, effettuata on-line.

Che la scusa sia un litigio, che il massacro fosse pianificato o meno, indipendentemente dal perché, lascia un forte dubbio sulla questione dell'integrazione dei non-europei nelle società occidentali, specialmente quando si tratti di comunità fortemente identitarie e fortemente storicamente ostili, quali quelle islamico-sunnite.

Inoltre, di riflesso, la strage di San Bernardino potrebbe fornire una nuova accelerata all'ostilità del cittadino medio statunitense nei confronti dell'islamico medio. Questa nuova strage, infatti, porta quasi in parità il numero di morti per massacri perpetrati, in territorio USA dopo l'11-9, da parte di islamici rispetto ad autoctoni ideologizzati. Dal 2001 al 2015, infatti, il numero di uccisioni da parte dei secondi (etichettati come estremisti di destra) è di 48, mentre le uccisioni da parte di islamici è arrivata a 45. Le prime due stragi, per numero di morti, sono proprio quella di San Bernardino e quella di Fort Hood del 2009, ad opera dell'arabo Nidal Malik Hasan. Inoltre, il numero di persone variamente accusate di terrorismo dentro il territorio statunitense sono, sempre per lo stesso periodo, 317 islamici (di cui ben 146 nati negli USA) e 182 non islamici. (Homegrown Extremism 2001-2015, International Security, New America Foundation) Obama forse non vedrà il "terrore islamico", di cui parlava il New York Post, ma per il cittadino medio difficilmente sarà altrettanto.

Questo episodio avrà anche un altro probabile effetto (più volte riscontrato in passato): nel mentre che Obama continuerà la sua polemica contro il libero commercio di armi (secondo la ridicola idea che si debba puntare il dito contro gli strumenti, piuttosto che sul perché muova alcuni ad usare quegli strumenti), i cittadini statunitensi vorranno ancor di più armarsi.

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mercoledì 25 novembre 2015

Martiri europei: Oleg Peshkov e Alexandr Pozynich

Martiri europei: Oleg Peshkov e Alexandr Pozynich

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Breve intervento, per ricordare i due caduti russi, causati dal mostrarsi plateale del vero volto della Turchia a guida neo-ottomana di Recep T. Erdogan. Oleg Peshkov [foto a sx] era uno dei due piloti russi, catapultatisi dopo la distruzione del loro caccia ad opera dell'aviazione turca, per soli, e probabilmente falsi, 15 secondi circa di sconfinamento nello spazio aereo turco.

Peshkov non è riuscito a paracadutarsi in zona sicura, venendo ucciso poi da ribelli turkmeni siriani. Successivamente, nell'operazione di salvataggio del secondo pilota, Konstantin Murakhtin, arrivato poi in zona sicura, un altro militare russo, Alexandr Pozynich [foto a dx], è morto, dopo che il suo elicottero è stato crivellato di colpi da altri ribelli anti-Assad.

Una prima ragione dell'azione turca potrebbe essere una sorta di minaccia, stando il modo in cui la Russia sta mettendo in ombra gli USA e alleati nell'azione di contrasto all'ISIS, nonostante le reciproche accuse di fare ognuno i propri interessi. Una seconda ragione potrebbe essere la messa in pericolo del commercio illegale di petrolio, dai territori controllati dall'ISIS proprio verso la Turchia, a causa della presenza militare russa. (La Turchia finanzia ISIS attraverso l'acquisto di petrolio di contrabbando, Sputniknews, 25 novembre 2015) La scorsa settimana, centinaia di camion-cisterna, diretti verso il confine turco, sono stati distrutti dall'aviazione russa, causando un danno economico diretto all'ISIS e indiretto alla Turchia, accusata ormai di comprare a basso prezzo quel petrolio, per poi rivenderlo altrove. (Siria: 500 camion cisterna del Daesh polverizzati dalla Russia!, post di Kefos93 nel forum di Comedonchisciotte, 19 novembre 2015)

Quali effetti avrà il grave episodio ancora non lo sappiamo. Ma quello che è certo è che sempre più semi vengono gettati in quel pericoloso terreno che, forse, condurrà verso una probabile guerra mondiale. Intanto, ricordate: la Turchia non è Europa e non deve entrare nell'Unione Europea.

lunedì 23 novembre 2015

Video "With Open Gates: The forced collective suicide of European Nations"

Video "With Open Gates: The forced collective suicide of European Nations"

Ci hanno segnalato il video in questione, presente nella piattaforma Youtube. E' un video dal montaggio veloce e dalle immagini violente, in cui si denuncia il genocidio in atto contro le popolazioni europee, ad opera delle loro stesse élites. Il video ha il suo fulcro soprattutto nelle mille marcie dei pretendenti-asilo dell'ultimo anno.

Non c'è una ragione vera e propria del perché lo pubblichiamo, a parte la sua l'efficacia emotiva. Però ci ha colpiti, nel montaggio, l'alternarsi dei bambini nord-europei, usati per propaganda multietnicista, che usano il dito indice alzato al cielo come modo per mostrare la fermezza della loro convinzione auto-genocida, con i predicatori e i fedeli islamici, che usano il dito indice alzato al cielo come modo per mostrare la fermezza della loro fede e della loro convinzione nel genocidio etno-culturale degli europei. Oltre a questo, potete trovare nella pagina di Youtube altri video di denuncia anti-immigrazionista.

https://www.youtube.com/watch?v=44vzMNG2fZc

domenica 22 novembre 2015

Flop manifestazioni islamiche

Flop manifestazioni islamiche: perché stupirsi?

Nei giorni scorsi, Davide Piccardo, del CAIM, Coordinamento delle Associazioni Islamiche di Milano e Monza Brianza, e figlio del convertito alla religione maomettana Roberto Piccardo, detto Hamza, aveva affermato che nessuno avrebbe potuto negare la visibilità dei maomettani nelle manifestazioni post-strage, contro il terrorismo islamico.

Ebbene, invece, possiamo benissimo negare.

Alla luce delle manifestazioni di Milano, Roma, Palermo e qualche altro centro, le presenze probabilmente sono quantificabili dalle 3.000 alle 6.000 persone, complessivamente, con un buon 30 o 40% di non appartenenti alla religione maomettano sunnita (o altra forma), data anche la forte presenza di politici, sindacalisti, giornalisti e altre differenti figure (nella "piazzetta" romana ci è sembrato di veder fare capolino il solito Moni Ovadia).

La manifestazione milanese, quella un po' più corposa, tra l'altro, si divideva tra generici slogan e richieste di moschee. (Musulmani a Milano contro il terrore, photo-gallery, Il Giornale, 21 novembre 2015) I cartelli branditi proprio dagli appartenenti al CAIM dicevano appunto "no al terrorismo, sì alle moschee", secondo una reiterata formula ricattatoria, espressa più volte in Italia in questi giorni. D'altronde, sia a Milano che a Roma, molti erano i cartelli che parlavano della necessità di ricordare morti di ogni dove, facendo piombare il tutto in una generica denuncia, senza riferimenti chiari a chi e a quando (la comunità bengalese romana, ad esempio, si riferiva anche a Cesare Tavella? Chissà!?). (Striscioni e cartelli alla manifestazione "Not in my name" in piazza Santi Apostoli a Roma, photo-gallery, La Repubblica, 21 novembre 2015) D'altronde, nei giorni immediatamente successivi alla strage, anche la manifestazione spontanea nel sobborgo parigino di Saint-Denis ha visto una presenza maggioritaria europea, nonostante quasi il 40% di non-europei lì abitanti, e il 70% di minorenni allogeni. (Saint-Denis - Seine-Saint-Denis, Wikipedia)

Questi numeri esigui dovrebbero stupire? Giorni fa avevamo citato un sondaggio eseguito per Porta a Porta, da parte di IPR. [intervento del 19 novembre 2015 - Seine-Saint-Denis 2005-2015] In esso si riporta che ben il 12% dei maomettani presenti in Italia simpatizza per l'ISIS e l'8% evita di rispondere alla domanda. Il 24% incolpa di tutto gli occidentali e circa (solo) uno su due, il 46%, nega che i terroristi abbiano a che fare con la loro religione, con un 75% che afferma nettamente che il terrorismo è negativo per la religione maomettana.  Il 70% denuncerebbe i terroristi, il che significa che ben il 30% ha altre priorità, per così dire (il 10% afferma esplicitamente che non denuncerebbe). Il 21% è favorevole allo Stato islamico, ma non ci vivrebbe, mentre il 3% non esclude di emigrarci (più un 5% che non risponde). Il 18% considera negativo lo stile di vita italiano e il 4% non risponde. Il 13% non si sente integrato e lo vorrebbe essere, contro un 12% che non intende farlo. L'11% afferma che l'islam deve diventare religione dominante in Italia. Esiste perciò una percentuale che esplicitamente non sembra intenzionata a volersi integrare nella società italiana, come, d'altronde, aveva confermato l'associazione dei Giovani Musulmani qualche tempo fa. [intervento del 16 novembre 2015 - Rifiutate l'umanità (a proposito dei nuovi fatti di Parigi)] [per il sondaggio di Porta a Porta del 19 novembre 2015, VIDEO a partire dal minuto 23' al 45' circa] Il sondaggio in questione, ha riguardato circa 500 maomettani con residenza in Italia, interpellati telefonicamente.

Nel nostro intervento appena citato, inoltre, si riportava un sondaggio on-line di Al-Jazeera, in cui circa l'81% dei cittadini di varie nazioni arabe mostrava simpatia per l'ISIS. Tale sondaggio è della metà del 2015 e ha riguardato quasi 40.000 persone.

Nel 2014, un sondaggio invece telefonico su circa 5.000 persone di sette nazioni arabe, effettuato dall'Arab Opinion Index, per conto del qatariota Arab Center for Research and Policy Studies, riporta dati in qualche modo in linea con quelli del sondaggio IPR, dato che complessivamente circa l'11% degli intervistati giudica variamente positivo l'ISIS, con variazioni comunque significative a seconda dei contesti (i palestinesi per il 24%, i rifugiati siriani per il 13% (!?), come i tunisini, ecc., sino a circa lo zero percentuale dei libanesi). (A Majority of Arabs Oppose ISIL, Support Air strikes on the Group, Arab Opinion Index, 14 novembre 2014)

Aggiungiamo quanto riportato su Comedonchisciotte, qualche giorno fa, sui tweet pro-ISIS e la loro dislocazione geografica, ampiamente presente nei Paesi arabi, non solo colpiti da guerre, dato che in testa c'è l'Arabia Saudita, ma ben posizionati sono anche Kuwait e Turchia, con un curioso e inquietante, ma non sorprendente, quarto posto degli USA. (I paesi con più tweet a favore di ISIS, post di Adestil, forum di Comedonchisciotte, 19 novembre 2015)

Il dubbio è che molto conti la modalità con cui vengono interpellati i maomettani, dato che il telefono identifica più facilmente la persona, rispetto alla risposta on-line.

Altro dubbio, per concludere, riguarda la strage del 13 novembre scorso. A luglio 2015, vicino Marsiglia, furono rubate armi da guerra da un deposito militare. (Gli esplosivi usati nelle stragi di Parigi provenivano da un deposito militare francese?, Paolo Becchi e Cesare Sacchetti, L'Antidiplomatico, 18 novembre 2015) L'idea di alcuni, come sapete, è che molto venga lasciato accadere, forse per imporre un controllo totalitario delle società europee. E' un'idea probabilmente giusta, ma che va corretta. Ciò che avviene non è costruito ad arte, ma, se viene lasciato accadere, ciò è possibile in funzione di eventi, situazioni e fenomeni non artificiali. Ossia, c'entra nulla che la Francia abbia la comunità islamica più ampia d'Europa (un cittadino su dieci) e c'entra nulla che nelle forze armate francesi gli islamici siano dal 10 al 20% (con dati aggiornati a circa una decina di anni fa)? (Forces armées françaises - Par religion, Wikipedia)

venerdì 20 novembre 2015

Banlieues (non più) francesi

Banlieues (non più) francesi: diffidate della letteratura buonista e giustificazionista

Vi segnaliamo un articolo, pubblicato su Il Primato Nazionale, riguardante cosa sono le banlieues francesi cariche di allogeni, oggigiorno. Rappresenta una buona sintesi storico-sociologica di queste aree, trattante temi di cui anche noi ci siamo occupati varie volte (si vedano, ad esempio, Costi dell'immigrazione in Francia [del 01 febbraio 2012] oppure I bianchi, nuovi poveri e nuovi discriminati: Francia [del 17 settembre 2013]).

Ma prima di proseguire con la lettura (abbiamo evidenziato soprattutto alcune parti, come vedrete), tenete a mente una cosa: molti opinionisti, esperti, politici stanno continuano a ripetere la stanca formula che i racailles allogeni in Francia soffrirebbero chissà che povertà, e ciò spiegherebbe la violenza, il terrorismo, l'adesione all'ISIS, ecc. La realtà, invece, è appunto diversa. Pochi altri, al contrario, affermano che, sì, non è vero che ci sia povertà, ma non ci sarebbe rappresentazione, riconoscimento della loro presenza nella realtà francese. La verità, invece, è un'altra, palesemente: non c'è rappresentazione, perché non c'è alcunché da rappresentare. Culturalmente le comunità allogene in Francia non producono alcunché di originale o di rilevante (si dimostri il contrario. Ma non accadrà). E ciò non avviene per colpa di chicchessia, perché l'originalità e la volontà comunicativa non necessitano di particolari condizioni economiche (si pensi agli ultimi due secoli europei). Questo, inoltre, si somma ad un'altra questione, ossia la crescita quantitativa insensata di quegli stessi allogeni, senza ragione alcuna, se non teorie sghembe, che hanno permesso, nel corso degli anni, ricongiungimenti famigliari, anche se mancava il lavoro, o nuovi arrivi, anche se i problemi si stavano già palesando.

  • Assistiti, nichilisti, estremisti: viaggio nel pianeta banlieue (Adriano Scianca, Il Primato Nazionale, 18 novembre 2015):

Accade periodicamente: di tanto in tanto finisce sotto i riflettori la “cosa” chiamata banlieue. Per esempio stamattina, quando il sobborgo a nord di Parigi di Saint-Denis, ex cintura operaia “rossa”, si è svegliato in stato di guerra ( http://www.ilprimatonazionale.it/esteri/spari-esplosioni-saint-denis-34432/ ). Ma la guerra, da quelle parti, non se n’è mai davvero andata.

Il primo brusco risveglio, a proposito di questa parte di Francia che non è più Francia, risale esattamente a 10 anni fa. Il termine banlieue è infatti diventato noto al pubblico italiano in occasione delle rivolte del 2005, iniziate a Clichy-sous-Bois per la morte accidentale dei due adolescenti inseguiti dalla polizia. Pochi chilometri a nord di Parigi, Clichy-sous-Bois è un agglomerato in cui all’epoca vivevano più di 28mila persone appartenenti a trentasei etnie differenti. In 20 giorni si conteranno 8.720 auto date alle fiamme e 2.599 arresti. Si calcola che in tutto il 2005 furono date alle fiamme circa 45mila auto. A metà novembre, la polizia francese stabilì che la violenza in Francia era tornata a livelli “normali”, in quanto le auto bruciate di notte rientravano nella media pre-rivolte di un centinaio per sera.

Sempre del 2005 è un altro evento piuttosto emblematico: è l’8 marzo, quando durante una manifestazione studentesca vari studenti vengono pestati e derubati da giovani di origine araba venuti dalle periferie. La polizia parlò di circa 700/1000 ragazzi venuti essenzialmente da Seine-Saint-Denis (appunto) con il solo scopo di compiere razzie e violenze. È un meccanismo abbastanza tipico, visto spesso all’opera anche in Italia: ci si accorge di un certo fenomeno sociale solo quando finiscono coinvolte certe scuole inevitabilmente frequentate dai figli dei politici, dei giornalisti, degli intellettuali. In quel caso fu Le Monde ad alzare il sipario sulla vicenda, con un articolo in cui si intervistavano vari ragazzi delle banlieue pronti a confessare candidamente le motivazioni razziste delle loro aggressioni. «Se sono andato in piazza non era per la manifestazione ma per prendere telefonini e picchiare la gente. Lì in mezzo c’erano dei buffoni, dei piccoli francesi con teste da vittima», dice il franco-tunisino Heikel, 18 anni. L’obbiettivo è tanto sociale quanto etnico. «È come se avessero scritto “vieni a prendere la mia roba” sulla fronte», spiega Patty, 19 anni, che chiosa: «Sono i neri che si vendicano del razzismo dei francesi e della polizia». Le Monde riporta altre testimonianze: «I bianchi guardano per terra perché hanno paura, perché sono dei vigliacchi», spiega un liceale di 19 anni. I bianchi, per questi ragazzi, sono caratteristicamente coloro che non sanno battersi e che non hanno la mentalità del clan. Abdel 18 anni, spiega che «neri e arabi fanno più figli, dunque tu non puoi sapere se colui che sta in piazza avrà un fratello più grande».

Ma non si è dovuto aspettare il 2005 per saggiare il tasso di esplosività dei nuovi ghetti etnici. La Francia, anzi, ha vissuto i suoi primi scontri inter-etnici fin dalla fine degli anni ’70. Pensiamo solo alla “estate calda” del 1981 e agli scontri a Vénissieux, Villeurbanne e Vaulx-en-Velin, tre comuni dell’area urbana di Lione a forte densità immigrata. All’epoca il conflitto nacque per un intervento della polizia contro i “rodei” dei giovani maghrebini, ovvero la loro abitudine di rubare auto e poi lanciarle a folle velocità, devastandole o incendiandole. Disordini su vasta scala sono avvenuti nel 1990 al quartiere Mas de Taureu di Vaulx-en-Velin e nel 1991 alla Cité des Indes di Sartrouville, nella banlieue di Parigi, e in quella di Val-Fourré, a Mantes-la-Jolie.

Ma che cosa è, in effetti, una banlieue? Il termine ha origini medievali: si tratta di un luogo (lieu) in cui vale il bando (ban) di un signore, con speciale riferimento ai territori attorno a una città che segnavano il limite fino al quale poteva spingersi l’autorità signorile. La parola assume connotazione dispregiativa a partire dal XIX secolo, quando si comincia a guardare alla periferia come il luogo in cui vive una popolazione vicina ma arretrata, non al passo con la modernità cittadina. Il termine “banlieusard” è attestato per la prima volta nel 1889, quando gli eletti di Parigi presero ad accusare i rappresentanti delle periferie di essere dei contadini reazionari. Per ironia della sorte, all’inizio la banlieue fu accusata di rappresentare la Francia rurale, il “paese profondo”, poco avvezzo al cosmopolitismo modernista della capitale.

Da decenni ormai, questi sobborghi hanno assunto la dimensione di veri e propri banlieueghetti etnici, con la popolazione bianca letteralmente cacciata casa per casa e la creazione di una zona di non diritto dove le bande di strada fanno il bello e il cattivo tempo. La violenza nichilista e ormai la regola. Secondo Walter Laqueur «nel 2000 c’era ormai un migliaio di zone nei quartieri di immigrati dove la polizia non entrava più – a meno che naturalmente non si presentasse in forze – e allo stesso tempo si stimava che più della metà dei carcerati fosse di origine musulmana» (Gli ultimi giorni dell’Europa, Marsilio 2008).

Secondo i dati riportati dallo studioso Christophe Guilluy (Fractures françaises, Flammarion, 2010), tra il 1968 e il 2005, i giovani di origine straniera sono passati dall’11,5% al 18,1% in Francia, dal 16% al 37% nell’Île-de-France, dal 18,8% al 50,1% a Seine-Saint-Denis. In quest’ultimo dipartimento, i bambini di cui entrambi i genitori sono nati in Francia sono passati, nello stesso periodo, da 41% al 13,5%. Sempre tra il 1968 e il 2005, in molti comuni dell’Île-de-France la percentuale di giovani di origine straniera è cresciuta su livelli analoghi: a Clichy-sous-Bois è passata dal 22 al 76%, ad Aubervilliers dal 23 al 75%, a La Courneuve dal 22 al 74%, a Grigny dal 23 al 71%, Pierrefitte-sur-Seine dal 12 al 71%, a Garges-lès-Gonesse dal 30 al 71%, a Saint-Denis dal 28 al 70%, a Saint-Ouen dal 19 al 67%, a Sarcelles dal 20 al 66%, a Bobigny dal 17 al 66%, a Stains dal 21 al 66%, a Villiers-le-Bel dal 21 al 65%, a Épinay-sur-Seine dal 12 al 65%, a Mantes-la-Jolie dal 10 al 65%, a Pantin dal 14 al 64%, a Bondy dal 16 al 63%, ai Mureaux dal 18 al 62%, a Sevran dal 19 al 62%, a Trappes dal 9 al 61%.

Sulle cause del degrado socio-culturale delle banlieue si è molto discusso. Ovviamente va per la maggiore il pietismo sociologizzante. I dati, tuttavia, ci portano in tutt’altra direzione. Secondo l’inchiesta Immigrés et descendants d’immigrés en France condotta dall’Insee (l’Istat francese), negli ultimi anni è stato in media il 30% dei figli di immigrati africani a uscire dal sistema scolastico senza la maturità, il doppio rispetto ai discendenti di francesi non immigrati. Inoltre il numero dei discendenti degli immigrati africani disoccupati e triplo rispetto ai figli dei francesi non immigrati: in particolare, cinque anni dopo la fine degli studi, il 29% contro l’11%. Le ragioni? Persino gli statistici transalpini finiscono per ammettere che la sociologia non può spiegare tutto: «Il livello del diploma, le origini sociali e il luogo di residenza possono giustificare al 61% il divario, che per il resto rimane inesplicato». Anche la difficoltà economica, pure spesso reale, non aiuta a capire: con il passare delle generazioni la condizione sociale migliora ma la conflittualità aumenta. La seconda generazione, infatti, vive meglio di quella che l’ha preceduta. Il tasso di povertà è sceso dal 37 al 20%. Un terzo dei figli di immigrati nella fascia d’età 35-50 anni svolge un lavoro più qualificato del padre alla stessa eta. Sono meno numerosi a lavorare come operai (42% contro il 66%). E il 14% sono “cadres” (dirigenti di primo livello) contro il 4% dei genitori. Insomma, la spiegazione economicista (la conflittualità come figlia della miseria) non funziona.

Come nota lo studioso Guilluy, già il governo Jospin (1997-2002) aveva cercato di migliorare le condizioni di vita delle banlieue intervenendo contro la disoccupazione. «Sfortunatamente, i buoni risultati in materia di occupazione non ebbero alcuna incidenza sul tasso di delinquenza [delle banlieue], che al contrario è esploso proprio in quel periodo». Del resto altre comunità egualmente o forse più svantaggiate non danno gli stessi problemi e anche nella stessa popolazione maghrebina delle banlieue le ragazze, pure cresciute nello stesso contesto sociale degradato dei loro coetanei maschi, dimostrano una capacita di ascesa sociale ben diversa. Anche il continuo battersi il petto dei media mainstream per il preteso “abbandono” dei quartieri sensibili fa a pugni con la realtà. Il sociologo Dominique Lorrain ha realizzato uno studio comparativo sugli investimenti pubblici nel quartiere di Hautes-Noues, a Villiers-sur-Marne, e quelli nella periferia di Verdun. Il livello di povertà dei due quartieri è analogo, ma il primo viene classificato come “sensibile”, appunto per la forte e irrequieta presenza di immigrati. Ebbene, si scopre intanto che il reddito degli abitanti di Hautes-Noues è del 20% superiore a quello dei residenti a Verdun. Contando gli investimenti pubblici spesi per i due quartieri, inoltre, Lorrain ha calcolato come lo Stato abbia investito ben 12.450 euro per abitante a Hautes-Noues contro gli 11,80 euro per abitante di Verdun. Insomma, gli investimenti pubblici nel quartiere “sensibile” sono mille volte superiori rispetto a quello più povero, più decentrato e più sfortunato che tuttavia ha il torto di non attirare l’attenzione di sociologi, giornalisti e politici.
Nicolas Sarkozy, all’Université du Medef del 2004, ebbe l’impudenza di dichiarare: «Il figlio di Nicolas e Cécilia ha meno bisogno di essere aiutato del figlio di Mohamed e Latifa». L’85% delle famiglie povere di Francia non vive nei quartieri “sensibili”, ma questi poveri non fanno notizia, non interessano ai sociologi. Scrive Guilluy: «I quartieri sensibili non rappresentano che il 7% della popolazione, ma la loro influenza mediatica, culturale e ideologica è considerevole». Senza contare che, di regola, i poveri bianchi evitano di aprire il fuoco sugli avventori dei ristoranti. Il che, comunque, non è poco.

"Je suis en terrasse"?!

"Je suis en terrasse"?!

L'ultimo slogan post-strage, in Francia, è "je suis en terrasse", ossia "rimango seduto ai tavolini dei bar e dei bistros".

In pratica, gli islamici gridano "allah u akbar".
Certi europei gridano "noi stiamo al bar".

Una generazione di ritardati pretende di poter sorseggiare il caffé, come se nulla fosse...

giovedì 19 novembre 2015

Seine-Saint-Denis 2005-2015

Seine-Saint-Denis 2005-2015: dalle rivolte dei racailles allogeni ai guerriglieri islamici

  • Testo aggiornato alle ore 22.32 circa (si vedano le parti indicate in rosso)
  • Secondo aggiornamento delle ore 23.53

Sono passati dieci anni dalle rivolte dei racailles allogeni in Francia, iniziate verso la fine di ottobre 2005, proseguite e terminate verso la metà di novembre dello stesso anno. Più o meno in quegli stessi giorni iniziò anche l'attività di questo blog, nella vecchia piattaforma (permetteteci questa piccola nota). Da allora, poche cose sono cambiate. Noi, siamo ancora qua, a provare a dare un piccolo contributo informativo/controinformativo. I racailles sono ancora là, stavolta non limitantisi a bruciare automobili a migliaia, ma ormai capaci, anche grazie alle molte correnti finanziarie e di supporto logistico-militare internazionali, di uccidere centinaia di persone in territori europei, non più con le "vecchie" modalità terroristiche, ma con azioni di combattimento sul campo.

Le rivolte del 2005 iniziarono nel dipartimento di Seine-Saint-Denis, precisamente a Clichy-sous-Bois, per poi estendersi in altre zone, attorno a Parigi o altrove in Francia. Le rivolte furono giustificate artatamente dalla morte di due nordafricani minorenni, fatto di cui, in realtà, non si conosce la dinamica, essendo morti per una scarica, dentro una cabina elettrica, dove forse si erano rifugiati a causa di un inseguimento della polizia, cosa non chiarita del tutto. Migliaia furono gli arrestati e da allora divenne evidente a tutti , anche fuori dal Paese, che esisteva una sorta di nazione estranea, incuneatasi nei confini francesi, fatta di violenza metropolitana, risentimento ipocrita, razzismo religioso e culturale, rap americano declinato à la beur o à l'africaine e veramente poco altro.

Il risentimento anti-borghese di un secolo fa o poco più, in Francia, derivante dalle speranze disattese delle rivolte e rivoluzioni del XIX secolo, aveva dato linfa alle avanguardie artistiche, detestabili o eccitanti, a seconda dei punti di vista. Il nuovo risentimento ha dato vita invece a banlieues in cui armi, droga, stupri, videoclip musicali tutti uguali e sermoni islamici sono quello che rimane, ma che anche connota quanto valgano queste moltitudini allogene.

Ieri, 18 novembre, dieci anni dopo, a Saint-Denis, proprio nel dipartimento di Seine-Saint-Denis, si è chiusa la fuga di una parte di coloro che, venerdì 13 scorso a Parigi, hanno causato la morte di circa 130 persone o che hanno fornito supporto all'azione di guerra.

Le scuse, ora come allora

In questi dieci anni non molto altro è cambiato. I Governi occidentali continuano a fare errori dentro e fuori i confini nazionali (veloci ad attaccare militarmente o politicamente legittimi o solidi governanti stranieri od europei, ma meno veloci a colpire i finanziatori dell'islamismo o a frenare l'immigrazione di massa). Il parassitismo multietnicista continua a nutrirsi voracemente di tutto quello che agguanta, rivelando ormai anche la sua natura criminogena, se non criminale. Le comunità allogene non-europee continuano a lamentarsi di quanto sarebbero poco capite/seguite/foraggiate in Europa o di come-va-il-mondo-a causa-dell'Occidente-madama-dorè verso cui continuano, però, ad accorrere a frotte o in cui continuano a rimanere pur disprezzandolo a vario titolo e in vario modo, in un insensato circolo vizioso.

Tralasciando Governi occidentali e parassiti multietnicisti, vediamo di sottolineare qualche scusa o contraddizione o vecchio o nuovo luogo comune ripetuto dalle comunità allogene presenti da noi, in questi giorni post-strage. Ad esempio:
  • gli islamici italiani, dopo le stragi del 13 novembre, continuano a ripetere che è necessario che loro abbiano luoghi di culto ufficiali in numero maggiore rispetto all'oggi. Un che di ricattatorio accompagna tale richiesta, come se non dar loro moschee possa essere una scusa bell'e pronta per l'incancrenirsi di certe situazioni. Naturalmente, in Francia o Belgio o altrove tali luoghi di culto ci sono, in numero elevato, in forma ufficiale, magari anche finanziata dallo Stato, ma ciò non ha impedito azioni violente. La scusa della mancanza di luoghi di culto ufficiali non funziona, pertanto.
  • se in Italia si sta provando a far filtrare l'idea che l'assenza di più moschee potrebbe generare l'odio islamico o impedire un più efficace controllo dello stesso, altrove ogni nazione ha la propria scusa. In Francia la scusa sono le banlieues: l'ammassarsi di nordafricani e subsahariani (che, finito il colonialismo francese nelle loro nazioni, hanno deciso di festeggiare fuggendo, pochi anni dopo, proprio nella terra del loro vecchio colonizzatore) ha prodotto quartieri ingestibili e flussi di denaro pubblico gettato nel vuoto [intervento del 01 febbraio 2012: Costi dell'immigrazione in Francia]. Famiglie poligame che ricevono grosse somme dall'assistenza pubblica, vari operatori del pubblico, dai vigili del fuoco alle ambulanze, impossibilitati ad operare in certe zone, quartieri con percentuali di criminalità quasi degne del Sud America o dell'Africa (il dipartimento di Seine-Saint-Denis è tra i peggiori di Francia e d'Europa, da questo punto di vista), fanno delle banlieues cariche di allogeni realtà non integrabili, prodotti dell'accoglienza indiscriminata, senza valutazione della capacità di integrazione socio-economica e lavorativa.
  • curiosamente, la presenza degli stranieri oscilla, nei dibattiti pubblici, a seconda dei momenti, tra presunti benefici da loro derivanti o sopravvalutati singoli personaggi pubblici, da una parte, oppure i sopraccitati problemi, dall'altra. Ossia, sino all'anno scorso, le società multietniche erano le più avanzate, le più belle, le più tutto. Oggi, specie dopo le ultimissime stragi parigine, la Francia ha fallito l'integrazione (per razzismo degli autoctoni. Confermando, di fatto, che la società multietnica non esiste), il Regno Unito ha fallito l'integrazione (per indifferenza. Confermando che la società multietnica non esiste), il Belgio ha fallito l'integrazione (perché sono belgi. Ecc.), ecc. Al massimo si ritira fuori una sorta di primato morale multietnicistico degli USA, dimenticando la maratona di Boston del 2013 (sì, per alcuni è un false flag. Certo che questi maomettani si fanno gabbare con facilità...), ma, soprattutto, dimenticando che è la nazione con più carcerati al mondo; che è una nazione fortemente sorvegliata dalle proprie autorità, a dispetto delle presunte libertà di cui si vanta; che è una nazione in cui gli islamici sono una minoranza esigua tra altre minoranze più numerose e altrettanto aggressive. Soprattutto, che è una delle nazioni più odiate dagli islamici di tutto il globo.
  • perché poi, l'altro punto sono le colpe dell'Occidente. In questi giorni è tutto un additare agli occidentali qualunque colpa, mescolando varie questioni o dimenticandone. E' persino facile sentir questo anche da parte di esponenti del PD, ossia di un partito prono comunque e sempre ad accettare le decisioni di chicchessia nell'UE o nella NATO o nell'ONU. I pidioti, per mostrarsi capaci di critica, incolpano l'Occidente delle guerre che loro stessi hanno sostenuto in precedenti occasioni. Gli attacchi contro la Libia di Gheddafi o la Siria di Assad, e anche noi l'abbiamo detto più volte, sono stati insensati, ma dire, come si sta facendo spesso, che esisterebbe un risentimeno islamico anche per i bombardamenti in Siria o Libia, che farebbe crescere l'ISIS, significa dimenticare che l'ISIS è cresciuta grazie a questi bombardamenti, il che è ormai riconosciuto da quasi tutti (a posteriori). Cioè, ci si dimentica che l'ISIS sta riempendo un vuoto in Nord Africa e in Medio Oriente. Non lo sta mica vendicando! Ci si dimentica anche che, alla fin fine, tra gli islamici sunniti, né Assad, ma neanche Gheddafi erano particolarmente amati, difatti chi, tra gli islamici sunniti, in qualunque area geografica presente, si è lamentato a suo tempo dell'inizio delle operazioni militari occidentali? Quanti, invece, tra gli islamici hanno desiderato o persino invocato tali interventi? Le guerre, però, poi verrebbero scatenate solo dagli occidentali. L'ISIS sarebbe invece foraggiato solo dagli occidentali. Ecc. Guarda caso, dimenticando troppo spesso quanta responsabilità abbiano Arabia Saudita e Qatar e Turchia, ecc. Tali nazioni, negli ultimi giorni, vengono un po' tirate in ballo nei mezzi di comunicazione, ma solo da noi europei ed occidentali. Gli allogeni presenti in Italia e in Europa non le nominano. Difficilmente dicono quali siano le loro responsabilità con il terrorismo islamico.
  • la ragione per cui siamo solo noi occidentali a tirare in ballo i Paesi arabi ricchi dovrebbe dar da pensare. Prendete il Qatar: compra di tutto e ovunque, in Asia, in Africa o in Europa. Finanzia il terrorismo islamico, ma anche progetti sociali in Nord Africa e Medio Oriente. Gli Stati del Golfo Persico, compreso il Qatar, non accolgono pretendenti-asilo e, in generale, immigrati, che non siano nuovi schiavi esplicitamente richiesti e facilmente gestibili. Allo stesso tempo, migliorano le condizioni di vita (o progetterebbero di farlo) degli abitanti degli Stati arabi più poveri, ma contribuiscono a portare la guerra terroristica in quelle nazioni, specie contro gli occidentali lì presenti. Stupisce che non vengano citati dagli islamici sunniti intervistati in questi giorni? Perché dovrebbero citare accusando chi, in vari modi, sostiene il loro stile di vita?
  • curiosamente, durante le subito sfiorite "primavere arabe", chiunque si sarebbe potuto attendere (anche se poi non l'ha fatto) che, date le recriminazioni sociali delle banlieues francesi, tali "primavere" sarebbero potute sbarcare in Europa. Così non è stato. Perché? Forse perché le recriminazioni sociali nelle banlieues francesi o di altre realtà europee sono solo virtuali. Non si muore di fame e l'orgoglio è punto più dai controlli di polizia, che non dal fatto che i soldi e i lavori non sono molti, anche perché c'è comunque il sostegno sociale, ossia soldi a gratis. Anche perché ci sono i traffici illegali, che rendono bene, pur con qualche rischio. Anche perché c'è ormai il terrorismo internazionale, che aiuta anche la propria identità alloctona e il proprio orgoglio non-europeo e anti-europeo.
  • per cui fa specie che si tiri fuori la disparità delle vittime. Il "piangere solo per ciò di cui abbiamo il ricordino sul frigorifero", per dirla col giullare Maurizio Crozza. La pretesa, insomma, che i nostri morti debbano valere come i morti altrui. Poco importa che a pretenderlo siano appunto gli islamici (momentaneamente) presenti in Europa. Che, evidentemente, non sono così come noi, come affermano di esserlo. Fa specie perché ipocrita e palesemente inutile. Si piange e ci si lamenta di ciò che ci riguarda direttamente. Le "primavere arabe" non sono sbarcate in Europa, perché erano forse troppo localistiche, così come l'Oceano Atlantico riguarda i marocchini, ma non i libici. Sì è sempre nordafricani; si è sempre islamici sunniti, ma senza esagerare. Per cui la pretesa che gli europei debbano piangere chiunque è assurda. Meno assurdo pretendere, ponendoci, ipoteticamente, in un'ottica multietnicista, che gli islamici presenti in Europa piangano per gli europei morti, ma non la facciano lunga con i morti in Pakistan o in Iraq, specie se questi islamici sono tunisini o egiziani o marocchini. Eppure, molti allogeni presenti in Europa pretendono le "Nazioni Unite del Piagnisteo". Peccato che le NUP siano l'assenza di identità, precisamente, invece, ciò che molti allogeni vorrebbero comunque conservare. Il piagnisteo globale rappresenterebbe l'assenza di realtà storica, ossia l'assenza di responsabilità identificabili, così come la notizia di vari morti sotto una frana in Colombia, rappresenta, per noi italiani, solo qualche riga d'agenzia. Non può rappresentare né un dove, né un perché, né altro di precisabile e collocabile spazio-temporalmente (parlando di cittadini comuni, anche di buona cultura e ben informati).
  • [aggiunta alle ore 22.32 circa] nella giornata di oggi, abbiamo notato che alcuni islamici, presenti in Italia, hanno partecipato a marcie o manifestazioni (di varia fortuna, per così dire...) contro il terrorismo dell'ISIS. La questione islamica non è il terrorismo o l'ISIS, non prendiamoci per i fondelli, sia perché non esiste solo l'ISIS, sia perché bisogna correggere quel che alcuni dicono, ossia che "non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani". Tale frase viene contestata, da islamici e altri, affermando che esistono terrorismi vari, esiste la mafia, ecc. La frase invece corretta, a nostro parere, dovrebbe concludersi con "tutti i terroristi globali sono anche musulmani". L'anche è per ricordarsi che Washington è altrettanto simile. Terroristi globali perché la problematica dell'islamismo armato riguarda praticamente tutti i continenti, ad eccezione forse solo di parte delle Americhe e dei Poli. Detto questo, è interessante quanto riportavano alcuni cartelli dei manifestanti citati, ossia che loro, gli islamici manifestanti, erano contro il terrorismo (senza ulteriori aggettivi) e "per il mondo"... Proprio così, genericamente, il mondo. Certo, poi, senti dire che le principali vittime del terrorismo islamico sono altri islamici. Cosa opinabile, perché quelle vittime islamiche sono in realtà appartenenti di altre correnti. I terroristi sono per lo più sunniti, le vittime sono per lo più sciite, alawite, yazide, ecc. Oppure le vittime sono cristiani, hindu, buddisti, ecc. Ma, ricordiamo, che in Francia (o in altre parti dell'Occidente) le stragi non hanno riguardato i quartieri abitati da islamici sunniti, così come gli arabi o gli africani uccisi lo sono stati perché si trovavano nel posto sbagliato, nel momento sbagliato. Sentire, in questi giorni, gli islamici italiani dire che hanno paura a causa del terrorismo fa sorridere. Paura di cosa? Di trovarsi, appunto, nel posto sbagliato, nel momento sbagliato? [fine aggiunta]
  • [seconda aggiunta delle ore 23.53] per quello che vale, un sondaggio odierno di Porta a Porta, afferma che l'80% degli islamici presenti in Italia condanna l'ISIS, il 12% lo giustifica (ossia, senza ipocrisie, simpatizza per esso) e il resto non si sa. Il 12%, se fosse corretto, sarebbe già quattro volte tanto quanto riportato dalla Fondazione Moressa qualche mese, che parlava di circa 50.000 simpatizzanti, a vario titolo, in Italia. Ossia, secondo quest'ultimo sondaggio, siamo passati a 200.000. [fine seconda aggiunta]

Un rumoroso minuto di silenzio

Come abbiamo detto, la questione islamica non è solo il terrorismo. I fatti di Varese, con le studentesse marocchine uscite dall'aula per non ricordare i morti di Parigi, o i fischi e i cori nazionalisti (forse conditi di slogan islamici) dei tifosi turchi, durante il minuto di silenzio dell'amichevole Turchia-Grecia, dimostrano che, al di là della questione terroristica, c'è un problema identitario. (Studentesse boicottano il minuto di silenzio, Mario Visco, La Prealpina, 18 novembre 2015) [VIDEO dei fischi turchi]

Tale problema si situa nell'alveo di quanto già abbiamo segnalato nel precedente intervento [del 16 novembre 2015 - Rifiutate l'umanità (a proposito dei nuovi fatti di Parigi)]. Ossia, ognuno ha le proprie priorità e le nostre non sono le loro. Che importa la polemica se i tifosi turchi abbiano inneggiato al loro dio o si siano limitati a gridare che la nazione non si divide? Certo, nel primo caso il tutto suonerebbe più sinistro, ma nel secondo suona comunque sgradevole. Che importa che le marocchine a Varese volessero protestare contro le disparità di trattamento delle vittime (quali?) di altre stragi? L'avrebbero fatto, ad esempio, se il minuto di silenzio avesse riguardato le vittime del crollo di una palazzina, sempre a Parigi? Sospettiamo di no. E una ragione c'è, come detto: ognuno piange ciò che lo riguarda. Ognuno non piange ciò che non lo riguarda. Ognuno ha le proprie priorità, appunto.

In questi dieci anni, se ricordiamo bene, non abbiamo mai citato Oriana Fallaci (neanche nella vecchia piattaforma). Non siamo cresciuti con lei, né ci interessa particolarmente, ma in questi giorni, siamo incapati in una sua frase, che forse nasconde molto altro, e che ci sembra appropriata:

"se ho il diritto di amare chi voglio, ho anche e devo avere il diritto di odiare chi voglio"

E' una frase, ci pare tratta da "Le radici dell'odio", più vertiginosa di quel che sembra, perché, sotto-sotto, sembra ridiscutere un mondo intero, quello occidentale dei diritti umani (non ce ne occupiamo adesso). Non crediamo che lei se ne sia resa conto, ma non conosciamo il testo nella sua interezza. E' una frase però che rende bene l'idea di come sentano i non-europei, rispetto agli europei. E di come gli europei debbano tornare a sentire. Di come torneranno a sentire, anche perché l'odio, piano-piano, si sta facendo strada sempre più.

[seconda aggiunta delle ore 22.32 circa] P.S. fuori tema: i fatti di questi giorni, con l'aumento di controlli e presenze di militari nelle città italiane, ha avuto una inaspettata conseguenza: sono spariti gli zingari! Non ne vediamo da alcuni giorni, tranne le vecchine vecchio stampo, completamente incurvate.

lunedì 16 novembre 2015

Rifiutate l'umanità (a proposito dei nuovi fatti di Parigi)

Rifiutate l'umanità (a proposito dei nuovi fatti di Parigi)

Breve intervento, dopo le nuove stragi parigine del 13 novembre ad opera di "nuovi europei pagatori di pensioni" di fede maomettana sunnita. Nel mentre che continuano ad aumentare le uccisioni e i massacri nelle terre europee, le parole d'ordine della politica d'apparato e della grande stampa o delle televisioni, così come di personaggi variamente ben inseriti dove conta, sono le solite, ossia "evitiamo di fare d'ogni erba un fascio", oppure "che si colpisca spesso in Francia non ha a che fare col fatto che Oltralpe c'è la più grande comunità maomettana in Europa", oppure "lasciar vincere la paura significa tradire i principi europei di libertà e tolleranza", oppure "la gran parte dei morti da parte dei terroristi islamici sono altri islamici", e così via, di scemenza in scemenza.

Altrettanto, dopo fatti come quelli di venerdì, si ripetono le immagini noiose di ragazzetti e ragazzette (che poi magari hanno trent'anni e passa) che piagnucolano abbracciati nelle piazze parigine; si ripetono mobilitazioni sterili sui social networks, condite di "non ci piegheranno, continueremo a vivere come sempre" (e non ne dubitiamo, purtroppo); si ripete che i morti di Parigi erano "cittadini del mondo" (ma gli unici "cittadini del mondo" per davvero erano e sono i terroristi, che si muovono di nazione e nazione, di continente e continente, come meglio credono) e così via.

Consideriamo tre spunti:
  • a Crema, ai primi di giugno di quest'anno, l'associazione dei "Giovani musulmani italiani" (italiani...) ha organizzato un incontro presso il locale Consultorio Diocesano Familiare dal titolo "Integrazione? No grazie! Convivenza pacifica!". Detto alla francese: comunitarismo, ossia separazione per non imbastardirsi con i valori occidentali. (I giovani musulmani italiani: "Integrazione? No, grazie!", Matteo Carnieletto, Il Giornale, 03 giugno 2015)
  • un sondaggio di inizio estate, condotto per la Fondazione Moressa, riporta che circa il 3,1% dei maomettani in Italia ha esplicitamente simpatia per l'ISIS. Si tratta di circa 50.000 persone. Quanti invece non esplicitano le loro simpatie? Quanti, invece, semplicemente non sono stati raggiunti dai sondaggisti? Tanto per capirsi, i dati riportati da Angelino Alfano il 14 novembre, nello speciale di Porta a Porta, parlavano di 50.000 persone controllate a vario titolo, in Italia nel 2015, riguardo il terrorismo islamico. La domanda è: questi due gruppi quantitativamente simili sono sovrapponibili o no? Nel secondo caso, ovviamente, altro che 3,1%! (In Italia 50mila musulmani pronti a sostenere il Califfato, Matteo Carnieletto, Il Giornale, 29 giugno 2015)
  • qualche mese fa, Al Jazeera ha effettuato un sondaggio on-line tra le popolazioni arabe, riguardo l'approvazione o meno per il nuovo Califfato. Il risultato è stato un clamoroso 81% di sostegno per l'ISIS. Si tenga presente che nel 2006, un analogo sondaggio, in quel caso riguardante la simpatia per Osama Bin Laden e al-Qaeda, diede un risultato del 50%. (Shock poll: 81% of Al Jazeera Arabic poll respondents support Islamic State, Jordan Schachtel, Breitbart, 25 maggio 2015)

Dopo queste nuove stragi, vere e proprie azioni di guerra, personaggi come Barack Obama, Matteo Renzi o Jorge Mario Bergoglio hanno parlato di atti contro l'umanità e, come detto, le vittime vengono descritte come "cittadini del mondo".

Peccato che anche l'islamismo terrorista sia una sorta di umanitarismo, perché fa riferimento a tutti e tutte, ovunque. Non è un radicamento. E' radicalismo. E' fondamentalismo. Non è e non vuole essere radicamento, perché questo è sempre riferito ad una storia generazionale in un dato luogo di un certo gruppo.

E chi ha compiuto le stragi del 13 novembre o in altre occasioni, così come altri atti sanguinari compiuti da chicchessia in chissà che altre occasioni, lungo la Storia mondiale, non compie tali atti contro l'umanità, generica espressione ideologica, che maschera un concetto artificiale inventato da alcuni europei negli ultimi secoli, con sviluppo accelerato nel corso del Novecento (non entriamo nel merito del perché). Le stragi o le guerre si compiono sempre per scopi precisi, da parte di gruppi precisi contro altri gruppi o individui precisi. C'è sempre un chi, un dove, un perché, oltre che un quando e un come.

L'untuosa ideologia umanitaria impedisce di riflettere correttamente proprio sul chi, sul dove e sul perché. Permette anche ai maomettani (sunniti, ricordiamo) di adulterare il discorso su accoglienza, su identità e su azioni di contrasto al terrorismo, nascondendo dietro una generica e fasulla non-identità multietnica di alcune nazioni europee il pretesto per non mettere in discussione la loro presenza in quelle stesse nazioni. In pratica, se la Francia vuole rimanere Francia, non dovrebbe, secondo costoro, mettere in discussione la presenza maomettana in terra francese, ecc., di delirio in delirio. Ciò non è in contrasto con i tre punti che abbiamo riportato sopra, perché quei tre punti non parlano di una volontà di difendere radici etno-culturali, da parte degli islamici sunniti, quanto di lasciare che l'islam sia ciò che poi è ovvio che sia, ossia un fenomeno globale (tanto quanto l'umanitarismo europeo), valido ovunque e difendibile sempre. Ovviamente, a noi, invece, viene in mente la questione dei Pieds-Noirs e il confronto che si può fare con l'oggi [intervento del 10 gennaio 2015].

La presenza allogena, in particolare araba e subsahariana, in Europa è nata male e lo è grazie proprio all'umanitarismo, ossia grazie ad una generica accoglienza, motivata come volete, nel corso degli anni, ma comunque sempre senza alcun rispetto per le prerogative etnico-culturali di tutti; e, in genere, ciò che nasce male non si sviluppa bene. All'orizzonte non si vede alcunché di positivo, se non nelle troppe e ripetitive e stanche chiacchiere di alcuni multietnicisti di professione.

Finché non rifiuteremo l'umanità, per quanto tale concetto sia inculcato in molti, non faremo molti passi avanti. Si continuerà a vedere sempre e solo il ripetersi degli osceni spettacoli dello sradicamento e della distruzione, dato che è proprio nella lunga epoca della vittoria dell'umanità che è cresciuta la distruzione di popoli, culture, lingue, specie animali e vegetali.

domenica 27 settembre 2015

Martiri europei: Vincenzo Solano e Mercedes Ibanez (+ nota su Palagonia)

Martiri europei: Vincenzo Solano e Mercedes Ibanez (+ nota su Palagonia)


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Abbiamo lasciato un po' di tempo, prima di parlare del feroce omicidio dei coniugi Vincenzo Solano e Mercedes Ibanez (lui sgozzato e lei forse violentata, poi scaraventata dal balcone), nella cittadina siciliana di Palagonia, in modo da capire se le voci nei mezzi d'informazione, riguardo eventuali complicità (persino italiane) nel caso, fossero concrete o meno, ma, dopo un mese, l'unico indagato rimane Mamadou Kamara (difeso dall'avvocatessa Gianna Catania [foto sotto]), pretendente-asilo della Costa d'Avorio. D'altronde, la notte in cui uccise i coniugi, l'africano uscì da solo dal Cara di Mineo e solo vi ritornò (con un carico di indizi importanti).

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Kamara sembra sia arrivato in Italia a giugno 2015, quindi, dopo solo due mesi di permanenza pagata dai contribuenti italiani, ha deciso di ringraziare la comunità locale per l'accoglienza. Specularmente, alle polemiche seguite dopo l'omicidio, con la figlia delle vittime che accusava sia i pretendenti-asilo, sia la politica italiana, cieca e sorda sui pericoli dell'invasione immigratoria dall'Africa, più attacco alla signora Solano da parte della parassita mediatica Selvaggia Lucarelli, le autorità nazionali, sollecitate, appunto, dalla signora Solano, si sono limitate ad una telefonata di circostanza del ministro dell'Interno Angelino Alfano.

Ma c'è un particolare interessante: le varie interviste ai cittadini del posto, così come le polemiche innescate dalla figlia degli uccisi, danno l'impressione che questo duplice omicidio sia il primo in cui, consapevolmente, una porzione di cittadinanza italiana ha compreso trattarsi di "martirio europeo", proprio nell'accezione che intendiamo noi. Non che alcuni abbiano usato tale espressione, ma sostanzialmente si è arrivati al nocciolo del concetto.

C'è anche un altro punto da considerare: Palagonia stessa o, meglio, le sue origini, che rendono tale tragico fatto qualcosa di profondamente simbolico. Perché Palagonia significa Paliké Nea, ossia la nuova Palica. La Palica antica venne fondata da Ducezio, autoctono in rivolta contro gli alloctoni Greci, che costruì la nuova città nei pressi di un tempio dedicato agli Dei Palici. Tale tempio aveva una caratteristica: in esso potevano trovare rifugio gli schiavi, senza che gli potesse venir torto un capello dai propri padroni. L'oggi, pertanto, rappresenta un completo ribaltamento rispetto alle origini. Certi avvenimenti non avvengono a caso e rappresentano un monito, cui bisogna prestare ascolto.

domenica 20 settembre 2015

Dati sparsi riguardo l'onda immigratoria attuale

Dati sparsi riguardo l'onda immigratoria attuale: a che gioco (truccato) stanno giocando gli immigrazionisti-genocidi?

Dopo il precedente intervento, dedicato alla fortissima disoccupazione degli stranieri non-europei nei Paesi dell'Unione Europea [07 settembre 2015], vediamo di dare un'occhiata a qualche altro dato aggiuntivo, in particolare per l'Italia, ma non solo.

Pensioni e lavoro in Italia

L'avete probabilmente sentito nelle ultime settimane: come si farà, in futuro, a sostenere le pensioni italiane dato che adesso ci sarebbero 4 lavoratori ogni singolo pensionato? Per cui gli immigrazionisti-genocidi affermano che siano necessari gli immigrati per poter sostenere ciò. Peccato che andando poi a guardare i dati, si scopre che, dividendo nei due sessi, ogni 100 lavoratrici ci sono 91 pensionate, mentre ogni 100 lavoratori ci sono 58,2 pensionati. [1] Sommando i due sessi, ogni 200 lavoratori, ci sono perciò 149,2 pensionati. Non 400 lavoratori ogni 100 pensionati, secondo la menzogna raccontata nelle TV e nei giornali. Interessante, inoltre, è notare come, secondo gli ultimi dati disponibili, al 2013, oltre a 15.833.735 pensionati "sopravviventi", ce ne sono 559.634 nuovi, ma, soprattutto, 760.157 sono le pensioni cessate. Notata la differenza tra nuove pensioni e cessate? Non c'è crescita, ma diminuizione di oltre 200.000 unità. Diminuzione che, per altro, magari aumenterebbe se venissero rafforzati i controlli sui beneficiari di certi tipi di pensioni, in particolare quelle di invalidità... Ora, fatte mente locale rispetto alla disoccupazione in Italia, che negli ultimi due anni è praticamente sempre stata sopra il 12% complessivo, con un tasso di oltre il 40% per la fascia di età 15-24 anni ed un tasso di quasi il 20% se invece consideriamo la fascia 25-34 anni. [2] Dopo ciò, ritornate alla disoccupazione allogena in Italia, che abbiamo detto essere del 17,4% al 2013. In ultimo, consideriamo i posti vacanti al secondo trimestre del 2015, con la gran parte delle voci che si confermano da diversi anni sotto l'1%. [3] Quindi, a che accidenti dovrebbero servire più immigrati, in Italia?

Crescita demografica internazionale

Altra questione, è quella dell'invecchiamento della popolazione, problematica complessa, ma che viene liquidata ormai con lo slogan decerebrato del "più immigrati per ringiovanire la popolazione". Se guardiamo alla Storia, è facile trovare esempi di popolazioni che si sono ridotte fortemente ed in tempi brevissimi, ad esempio quelle europee, ma non solo, a causa della peste, oppure che hanno visto quote importanti di popolazione giovane ridursi, magari dopo una guerra, come nell'Europa della Guerra dei Trent'anni. In ogni caso, per gli anticorpi presenti, le popolazioni non sono scomparse, riprendendo semplicemente a far figli, aspettando tempi migliori. Per altro verso, invece, esistono esempi di società estremamente evolute e potenti, divenute incapaci di gestire il quotidiano, essendo cresciute nel frattempo, per ragioni interne o per apporti dall'esterno, in maniera caotica, come la Cina nel XIX secolo o l'Impero Romano nel IV secolo. Da dove nasca invece questa pulsione alla crescita illimitata, ossia sregolata e caotica, in Occidente è un mistero? L'esempio statunitense, forse? Probabile, ma parliamo, sarebbe il caso di ricordarlo, di una società forse nata no, ma cresciuta sradicata sì, che attualmente è la più armata e guerrafondaia al mondo, la più indebitata al mondo e con il sistema carcerario più ampio al mondo, specie per numero di carcerati. Non esattamente un esempio ideale. Al di là di questo, vediamo però anche un po' di dati, aiutandoci col World Population Prospects delle Nazioni Unite, aggiornato al 2015. [4] Ormai sappiamo che le stime attuali parlano di una crescita della popolazione mondiale senza sosta, arrivando ad oltre 11 miliardi di morti di fame nel 2100. Qualcuno pensa che non saranno "morti di fame"? Contento lui! I dati dicono anche altro: la crescita sarà il risultato di una probabile flessione, in ogni nazione, della mortalità infantile, sommata ad un aumento significativo delle fasce d'età più anziane (globalmente, non solo in Occidente), sommati ad una flessione globale dei tassi di fertilità, sommati ad un aumento globale nelle aspettative di vita. Nel 1950 l'età media globale era di 23,5 anni; nel 2015 è di 29,5; nel 2100 potrebbe essere di 41,7 anni. Facendo un confronto, l'Italia del 2015 ha una età media di 45,9 anni, mentre gli USA 38 anni. In pratica: nel 2100 il pianeta Terra avrà bisogno degli alieni per potersi pagare le pensioni! La cosa interessante è che per l'Italia ci si aspetta, tra il 2015 e il 2050, un decremento della popolazione del 5,5%, con tre milioni di persone in meno, a fronte di una età media di 51,7 anni, destinata però a scendere in seguito. [5] Ma tra 46 e 51, voi vedete drammi particolari? Dobbiamo far sparire il popolo italiano solo per questo? Dobbiamo sprecare denaro nostro, pubblico, per coccolare i pretendenti-asilo, quando per decenni ci hanno fatto una testa così con sesso libero, diritti degli omosessuali, "la donna è donna e non madre", "il lato oscuro della famiglia", ecc., ecc.?

Una nota sul mondo islamico-sunnita

Ma nel documento delle Nazioni Unite c'è anche un altro punto interessante: se osserviamo il rapporto tra uomini e donne, quello globale è 102. Che significa? Che ogni 100 donne, ci sono 102 uomini. Ora, date un'occhiata a chi è oltre questo dato del 102. Si tratta per lo più di nazioni islamico-sunnite, con in aggiunta India e Cina, di cui ben sapete di cosa sono accusate. Quali sono poi le nazioni con un tasso maschile più elevato? Emirati Arabi con 274 (274 maschi ogni 100 donne), Qatar con 265, Bahrain con 163, Arabia Saudita con 130, Kuwait con 128. Se guardiamo ad India e Cina, 108 la prima e 106 la seconda. Ora, le monarchie assolute arabe importano schiavi di sesso maschile e ciò spiega almeno in parte il perché di tassi così innaturali. Quello che è curioso, ma che è comprensibile e facilmente giustificabile, è che comunque una gran parte delle nazioni mondiali sta sotto quella media del 102 e spesso dal 100 in giù. Le nazioni islamico-sunnite, invece, tendono a stare praticamente sempre dal 100 in su.

Qualche nota/dubbio sulla Siria

La Siria, delle fiumane umane in marcia verso la Mitteleuropa e la Scandinavia nelle ultimissime settimane, ha un tasso del 103. Come avrete sentito innumerevoli volte, i siriani sarebbero anche particolarmente istruiti, pertanto la Germania di Angela Merkel starebbe per appropriarsi dell'intera classe media di un altro Paese. Se andiamo a vedere il tasso di alfabetizzazione in Siria, vediamo che è del 79,6%, inferiore quindi all'84,1% mondiale, ed inferiore anche all'86% dell'Algeria, al 94,2% della Libia di Gheddafi (per il futuro, chissà), al 96,5% della Palestina, all'88,3% della Tunisia, ecc. [6] Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, su 179 nazioni, la Siria stava al 119 posto per grado di alfabetizzazione. [7] Ma vengono anche altri dubbi. Osservate l'immagine presente al seguente collegamento: [gruppi etnico-religiosi in Siria, Wikipedia-English]. In Siria, circa il 70% della popolazione è costituita da islamico-sunniti (di cui meno del 10% sono curdi). La classe dirigente e militare, Assad in primis, è però composta da alauiti. Il resto da cristiani, drusi e altro. Ora, prendete l'immagine riportata sopra e sovrapponetela ad una qualche immagine che mostri i territori occupati dall'ISIS. Vedrete che questi ultimi combaciano quasi perfettamente con le aree a maggioranza sunnita araba e non-curda, non-drusa o altro. Tutta l'area occidentale, ancora controllata da Assad, e quella settentrionale, controllata dai curdi (e attaccata spesso dai turchi), come pensate che stiano in piedi? Pensate che le rispettive popolazioni siano scappate in massa? Non vi viene il dubbio che molti dei pretendenti-asilo siriani, in Europa orientale od occidentale, possano essere quei siriani che prima hanno osteggiato Assad, poi magari collaborato con gli islamisti accorsi dall'estero e poi... Chi sono, in pratica? Non basta alzare un bambino a mo' di stendardo per togliere il dubbio che dietro molti di loro ci sia... la parte sbagliata della Siria. E come tale, una promessa di tragedia in Europa. Ad esempio, questa estate, in Svezia, alcune famiglie di siriani cristiani hanno abbandonato una residenza per profughi, dopo le vessazioni subite da altri profughi siriani, di fede islamico-sunnita. (Christian asylum seekers hounded out of immigrant housing by muslim residents, Oliver Lane, Breitbart, 21 luglio 2015). Allargando, ma di poco, la visuale, esponenti del cristianesimo residuale in Iraq hanno chiesto affinché gli aiuti siano più mirati, dato che i cristiani in Medio Oriente sono vittime tra le vittime. (I vescovi iracheni chiedono aiuto: salvate i vostri fratelli in pericolo, Fausto Biloslavo, Il Giornale, 20 settembre 2015) Ma, appunto, lo scontro, piano-piano, si sposterà in Europa. Altro che "gli immigrati ci pagheranno le pensioni"!

NOTE

[1] ISTAT - Trattamenti pensionistici e beneficiari: approfondimenti territoriali e di genere: http://www.istat.it/it/archivio/162977 Testo integrale [in PDF]: http://www.istat.it/it/files/2015/06/focus_pensioni-2013.pdf?title=Trattamenti+pensionistici+e+beneficiari+-+25%2Fgiu%2F2015+-+Testo+integrale.pdf
[2] ISTAT - Selezionare "Lavoro", quindi "Disoccupazione" e relative opzioni: http://dati.istat.it/
[3] ISTAT - Posti vacanti nelle imprese dell’industria e dei servizi - Stime preliminari: http://www.istat.it/it/archivio/166642
[4] World Population Prospects: The 2015 Revision, Key Findings and Advance Tables [in PDF]: http://esa.un.org/unpd/wpp/Publications/Files/Key_Findings_WPP_2015.pdf
[5] Per il decremento si veda la tabella 5 a pagina 26, nel rapporto delle Nazioni Unite. La Germania avrebbe un decremento del 7,7%. La Spagna del 2,8%. La Francia neanche è tra le oltre 40 nazioni con decrementi rilevanti.
[6] Dati CIA via Wikipedia - Lista delle nazioni per alfabetizzazione: https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_by_literacy_rate
[7] https://it.wikipedia.org/wiki/Stati_per_tasso_di_alfabetizzazione

venerdì 11 settembre 2015

Massonerie europee unite per l'immigrazione di massa

Massonerie europee unite per l'immigrazione di massa: una iniziativa senza precedenti

Sul francese L'Express, François Koch parla di mobilitazione internazionale senza precedenti, in riferimento al documento del 07 settembre scorso, voluto da ben 28 obbedienze massoniche di varie nazioni europee (più l'asiatica Turchia), in cui si chiede a gran voce ai governanti europei il rispetto dei principi europeisti nell'accoglienza delle nuove masse allogene. («Migrants»: les francs-maçons en appellent aux gouvernements, François Koch, L'Express, 09 settembre 2015)

Le obbedienze massoniche firmatarie sono:
- Grande Oriente di Francia
- Grande Loggia Femminile di Francia
- Grande Loggia di Francia
- Federazione francese del Droit Humain
- Grande Loggia Mista di Francia
- Grande Loggia Mista Universale (Francia)
- Ordine iniziatico tradizionale dell'Arte Reale (Francia)
- G.L.R.I. S.R.U. (nota nostra: non è chiaro quale sia. Forse la GLISRU, ossia la Grande Loggia indipendente e sovrana dei Riti Uniti, sempre in Francia?)
- Grande Loggia liberale d'Austria
- Grande Oriente di Belgio
- Grande Loggia di Belgio
- Grande Loggia Femminile di Belgio
- Federazione belga del Droit Humain
- Lithos (Belgio)
- Grande Loggia di Croazia
- Federazione spagnola del Droit Humain
- Ordine massonico Misto Internazionale DELPHI (Grecia)
- Serenissimo Grande Oriente di Grecia
- Grande Oriente d'Irlanda
- Grande Loggia d'Italia degli ALAM
- Grande Oriente del Lussemburgo
- Grande Oriente di Polonia
- Grande Loggia simbolica di Portogallo
- Grande Oriente lusitano (Portogallo)
- Grande Loggia Femminile di Romania
- Grande Oriente di Svizzera
- Grande Loggia Femminile di Turchia
- Associazione adogmatica dell'Europa Centrale (Polonia, Ungheria, Romania, Slovenia)

Ci viene da notare due cose. La prima è: i massoni non si sono mobilitati in precedenza a questo modo, neanche per i disastri socio-economici dell'Unione Europea? Interessante, molto interessante... La seconda cosa è: notate le assenze, specie in termini di nazioni?

lunedì 7 settembre 2015

Tassi di disoccupazione extraeuropea nei Paesi UE: ed i nuovi immigrati dove li metteremo?

Tassi di disoccupazione extraeuropea nei Paesi UE: ed i nuovi immigrati dove li metteremo?

Quando si dice che gli immigrati danno più di quel che ricevono (almeno in Italia), è soltanto per un fatto anagrafico passeggero, ossia perché per lo più sono in età inferiore a quella prevista per la pensione. Non perché necessariamente abbiano meno in termini di paga/diritti/ecc. Qualora ciò avvenga, non è perché sia previsto dalla Costituzione o da regole particolari, ma perché, da un lato, chi governa l'Italia lo fa formalmente, ma non sostanzialmente, lasciando correre molti fenomeni perniciosi (concorrendo attivamente alla distruzione della nazione italiana), ma anche perché, da altro lato, moltissimi allogeni non-europei accettano condizioni lavorative peggiori (concorrendo anch'essi attivamente a distruggere il mondo del lavoro italiano. Smettiamo di considerarli dei pupazzetti: sanno benissimo, la gran parte di loro, ciò che fanno/accettano). Queste sono cose risapute, ma è bene ripeterle nuovamente.

Inoltre, quando si dice che gli immigrati pagherebbero le pensioni (agli italiani) si dice una parziale verità. La verità, infatti, banalmente, sta nel fatto che chi lavora, pagando le tasse, se paga le tasse, contribuisce in parte allo stato sociale, quindi anche alle pensioni. Ma quando lo si dice, infatti, chi lo fa lascia filtrare l'idea che gli immigrati numericamente dovrebbero crescere, perché è nella loro crescita numerica, nel mondo del lavoro, che si baserebbe la possibilità di sostenere il sistema pensionistico. Togliendoci dalla testa che il lavoro di ieri abbia pagato le pensioni di oggi, significa almeno che il lavoro di oggi paga le pensioni di oggi? In realtà, come detto, in parte. Perché le pensioni, così come qualunque cosa sia pubblica, in realtà sono pagate dallo Stato e dalle tasse. Le tasse sono il lavoro? Non esclusivamente e d'altronde il punto è un altro. Non pigliamoci per i fondelli: se si dice che gli immigrati, almeno nel mondo del lavoro italiano, dovrebbero crescere, chi lo dice lo fa perché sa che si sta arrivando (o punta) ad un mercato del lavoro degradato, dove i minori diritti e le minori paghe verrebbero controbilanciati al limite, terzomondisticamente, dal numero crescente di lavoratori.

Le frontiere aperte servono (anche) a questo: a creare sempre più vasti bacini di potenziali lavoratori, per sostenere quanto più possibile un sistema lavorativo e pensionistico e sociale che, invece, dovrebbe venir ripensato integralmente, ma sotto altri presupposti (maggiore specializzazione, maggiore attenzione alla riqualificazione, difesa salariale e del potere d'acquisto, rilancio industriale, ecc., ecc.).

Tra l'altro, non esiste alcuno studio che preveda come si possa tenere in piedi un sistema del lavoro in via di crescente terzomondizzazione, al contempo difendendo o migliorando le pensioni (se esiste questo studio, mostratecelo!). L'ipotetico aumento numerico della massa lavoratrice, di fronte ad una economia stagnante o peggio, non significa difesa di alcunché. E non crea magicamente nuovo denaro circolante. Serve al limite a puntellare momentaneamente proprio il sistema pensionistico, non nel senso riferito abitualmente, ma solo sotto l'aspetto della convenienza di quei pochi che i propri diritti riescono a farli valere sempre (classe politica, magistratura e dintorni).

Oltre a questo, l'arrivo, il transito e la permanenza allogena non-europea sappiamo bene, ormai, serve ad una economia criminale, criminogena e parassitaria, composta dai fantomatici 30.000 mercanti di immigrati che sarebbero presenti in Europa, i quali però, non dimentichiamo, vanno a braccetto, di fatto, con tutta quell'altra economia, anch'essa parassitaria, composta di ONG, associazioni per i diritti umani e per gli immigrati, ecc., che spesso ha i propri referenti nella Chiesa Cattolica, nelle associazioni giudaiche in Europa, nelle associazioni maomettane in Europa, nei partiti politici (specie di sinistra, ma non solo. Mafia Capitale insegna), ecc., ecc.

Curiosamente, insomma, gruppi variamente criminali e gruppi variamente rappresentativi del dirittumanismo stanno contribuendo, assieme, ad uno stesso fenomeno, definibile come "genocidio dei popoli europei". La stessa premura e lo stesso sforzo mediatico e la stessa capacità organizzativa utilizzata per aumentare l'immigrazione di massa, non è e non è stata utilizzata per regolare l'immigrazione in questi anni, né per contrastare o almeno meglio gestire guerre palesatesi fin da subito come pericolose ed assurde, come quella in Libia o in Siria, né per contrastare fenomeni in crescita come il "comunitarismo" allogeno nelle nostre città, di cui il fondamentalismo islamista in Europa è uno dei suoi frutti avvelenati. Tanto meno per creare un movimento d'opinione favorevole ad una crescita virtuosa (ossia non alla maniera scriteriata di africani ed asiatici) delle popolazioni autoctone europee. Tanto meno per contrastare l'europeismo neo-totalitario, nelle sue varie forme, economica, sociale, politica, e così via.

Tornando alle pensioni, tutti questi immigrazionisti interessati, puntano, ognuno secondo i propri interessi, ad aumentare queste masse straniere, ma queste masse straniere non sono "a gratis", quindi necessiteranno di servizi sociali e lavoro. Se l'Europa attuale ha necessità di masse crescenti di nuovi lavoratori per pagare le pensioni, l'Europa di domani di quanti lavoratori ancora avrà bisogno per pagarle alle crescenti masse odierne, in un continuo rilancio di cui non si vede la fine? Esiste un progetto, un limite, un qualcosa che ci mostri un minimo di razionalità in quanto sta avvenendo?

Ma il problema è anche un altro: perché se andiamo poi a vedere come, in questi ultimi anni (quindi senza riferimento all'ultimissima e sospetta migrazione di massa afro-mediorientale del 2015 in corso), si sia polarizzata la disoccupazione nell'Unione Europea, vediamo che c'è un problema grande quanto il continente europeo stesso. Se vediamo i dati Eurostat [1], infatti, aggiornati al 2013, la disoccupazione nell'UE-28 è al 10%, con la fascia d'età 25-54 anni messa leggermente peggio di quella 55-64 (9,3% contro 7,3%). Questo per quanto riguarda i cittadini europei.

Ma se andiamo a vedere gli stranieri, se si tratta di altri europei, la percentuale è 12,4% (con l'11,9% per la fascia 25-54 e 10,6% per quella 55-64); se si tratta, invece, di non europei (qui nel senso di non-UE in senso lato) la percentuale complessiva è ben il 21,5% (con il 20,7% per la fascia 25-54 e il 18,7% per quella 55-64). Da questi pochi dati complessivi si ricavano tre cose fondamentali: il lavoro per chi non è europeo c'è molto meno che per chi è europeo (si veda anche la tendenza dal 2007 al 2013 [2] [3]); il lavoro per chi è più giovane è meno che per chi è meno giovane; i non-europei presenti nell'UE e non occupati pesano sulle casse degli Stati, togliendo denaro pubblico (anche alle pensioni, ovviamente).

Se guardiamo ai singoli Stati, qualche esempio è illuminante: a parte i casi ovvi come Grecia o Spagna, dove i non-europei hanno tassi di disoccupazione che sfiorano il 40% o il Portogallo con il 30%, ma che vogliamo dire del Belgio con il 29,7%, la Francia con il 25%, la Svezia (meta ambita da molti africani ed arabi, nelle ultime settimane) con il 28,7%, l'Olanda con il 18,3% o l'Italia con il 17,4%! Di quali accidenti di pensioni pagate vogliamo parlare? Di quale crescita vogliamo parlare? Di quale accoglienza (viscida e idiota e genocida) vogliamo parlare? E' tutta una menzogna e chi applaude all'arrivo dei presunti profughi, a Monaco di Baviera, come altrove, è solo un povero idiota. O, forse, un (futuro) nemico.

NOTE

[1] Migrant integration statistics - Employment: http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Migrant_integration_statistics_-_employment.Tabella 2.1: http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/File:Unemployment_rates_by_broad_groups_of_country_of_citizenship_and_age_groups_in_EU-28,_2013.png
[2] Figura 2.1: http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/File:Evolution_of_unemployment_rates,_population_aged_20-64_by_broad_groups_of_citizenship,_in_EU-28,_2007-13.png
[3] Figura 2.3: http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/File:Evolution_of_youth_unemployment_rate_(population_aged_15-29)_by_country_of_birth,_2007-13.png

domenica 23 agosto 2015

Monsignor Nunzio Galantino: il senso del limite (o del ridicolo)

Monsignor Nunzio Galantino: il senso del limite (o del ridicolo)

Due giorni fa, durante l'annuale Meeting della nota lobby cattolica Comunione e Liberazione, Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, e protagonista di molte polemiche, nei giorni scorsi, in particolare con il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, per quanto riguarda l'immigrazione di massa, ha rilasciato delle dichiarazioni riguardanti il "senso del limite":

"Una società che fa del limite una risorsa non considera i gruppi e gli Stati per quanto sanno produrre o per le risorse finanziarie di cui dispongono, e tenta anzitutto e con i mezzi di cui realisticamente dispone di risollevare i poveri, per noncreare un mondo a due velocità. Lo fa con l’attenzione a tutti i poveri, a quelli che non hanno il lavoro o lo hanno perso, a quelli che provengono da zone più povere ed economicamente arretrate, a quelli che non sono in grado di difendersi perché attendono di nascere e godere della vita." [1]

Puro dadaismo. Oppure applicazione di ciò che preoccupava George Orwell, con, al posto di "guerra è pace", si potrebbe dire "limite è sregolatezza". Galantino nei giorni scorsi è stato una delle figure che maggiormente si sono evidenziate nel rifiutare l'idea che si debba frenare, in qualunque modo, l'immigrazione sregolata che da alcuni mesi sta seppellendo il vecchio concetto e la vecchia realtà che chiamavamo "immigrazione di massa". Da buon cattolico mondialista contemporaneo, dissimulato sotto una spessa cortina fatta di viscido sentimentalismo, riesce a dire che, fregandosene delle "risorse disponibili", dobbiamo, usando "i mezzi di cui realisticamente [si] dispone", salvare il mondo intero. Appunto: o dadaismo, con parole in libertà, oppure discorso ideologico oltranzista. Propenderemo per il primo, se non fosse che ben sappiamo come molta Chiesa Cattolica si nutra dell'ampio fiume di denaro pubblico o privato italiano, che iperalimenta le sue associazioni e organizzazioni, a scapito della società civile italiana ed europea, il cui futuro viene compromesso da questa caccia all'aumento sfrenato di possibili nuovi credenti (e nonostante i lunghi silenzi passati vaticani e le attuali timidezze sui massacri di cristiani in Siria, o altrove, con ovvi effetti sull'immigrazione che vediamo oggigiorno).

Sentir blaterare Galatino di limiti è come sentire al-Baghdadi parlare di pace e tolleranza. Se si parla di limiti bisognerebbe anche aver presente che "limiti" e "mezzi a disposizione" sono espressioni tra loro legate, così come sono legate alla programmazione socio-economica (e magari anche al rispetto delle prerogative etno-culturali).

"Una società che fa del limite una risorsa", per usare le sue parole, è una società che programma e che si impone i mezzi per gestire il reale; non per subirlo e farlo subire ai propri cittadini, come sta avvenendo e come rischia di avvenire sempre di più. Il grosso dell'immigrazione, attuale e soprattutto futura, sarà comunque probabilmente dall'Africa (araba o subsahariana). Nel 1950 (praticamente ieri) gli africani erano poco più di 200 milioni; nel 2000 erano già diventati 800 milioni; ora sono oltre un miliardo e, dalle ultime proiezioni, nel 2050 saranno oltre due miliardi. [2] [3] Eppure, nelle nostre televisioni è tutto un florilegio di pubblicità per nutrire o curare l'africano di turno.

Sappiamo benissimo, leggendo le cronache dei giornali, che (nel mentre le varie associazioni laiche o di sinistra o cattoliche, manovrano, con i loro referenti politici e lobbistici, affinché né il fiume di denaro, né il fenomeno immigratorio vengano frenati e realmente regolati) molti italiani vivono situazioni di disagio, senza che alcuno faccia qualcosa. Questa corsa senza limiti al di più immigratorio prima o poi cozzerà contro qualche limite "naturale". Il Vaticano o le sinistre o i mille altri contaballe immigrazionisti che daranno da mangiare alle masse sregolate? Il "soylent green"? [4]

NOTE

[1] Il senso del limite non è mediocrità, Paolo Viana, Avvenire, 21 agosto 2015
[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Popolazione_mondiale#Statistiche
[3] L’Onu si ricrede: la popolazione mondiale continua a correre, Agobit, Un pianeta non basta, 7 agosto 2015
[4] Sempre che la dignità della vita sia solo aver da mangiare e pregare tutti lo stesso dio...

lunedì 17 agosto 2015

Martiri europei: Giovanna Ferrari e Francesco Seramondi

Martiri europei: Giovanna Ferrari e Francesco Seramondi

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E' la notizia di cronaca multietnicista di questi giorni (pur non essendo l'unica, purtroppo e ovviamente): l'uccisione dei due coniugi bresciani Giovanna Ferrari e Francesco Seramondi ha sconvolto non solo Brescia, ma anche l'Italia, forse perché si trattava di persone ordinarie e ben volute nella loro città; forse anche perché si trattava di gente che lavorava da una vita.

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Ma ora, i nuovi dettagli sulla loro esecuzione, nel loro locale, mostrano appunto come la questione non sia semplice cronaca nera, ma si inserisca in quel processo di disfacimento nazionale (economico, politico, culturale, etnico), di cui l'immigrazione di massa e il multietnicismo coatto rappresentano uno degli aspetti più truci. Ormai sappiamo, infatti, che ad ucciderli sono stati due allogeni, il pakistano Muhammad Adnan [foto a dx] e l'indiano Sarbjit Singh [foto a sx]. La ragione è pura e semplice concorrenza commerciale: i due stranieri avevano acquistato per 200.000 euro il locale proprio da Francesco Seramondi, ma i loro affari non andavano bene. Non riuscivano a pagare il debito con Seramondi; i clienti preferivano andare dalla coppia di italiani, piuttosto che nel loro locale. Oltre a questo, una ordinanza comunale del 2010 li costringeva, per ragioni di ordine pubblico, a chiudere presto (a differenza del locale degli italiani, con chiusura all'alba). (Arrestati i due assassini: un indiano e un pakistano, Mario Pari, BresciaOggi, 17 agosto 2015)

Come ricorderete, quando c'è stato l'omicidio, e ancora non si sapeva chi fossero gli assassini, si parlava di quanto i coniugi Seramondi-Ferrari cercassero di contrastare il degrado nella zona della loro pizzeria. Il quadro sembra chiaro: allogeni che cercano di fare il passo più lungo della propria gamba (sempre che dietro non ci sia dell'altro), magari attirando nella zona una clientela discutibile, finendo per degradare il circondario ulteriormente (divertente scoprire che il pakistano, il giorno dopo l'omicidio, in tv chiedesse più controlli da parte delle forze dell'ordine: ormai gli allogeni hanno capito l'andazzo claudicante dell'ordine pubblico in Italia, con la benedizione di prefetti alla Gabrielli, di monsignori alla Galantino e di magistrati alla un-po'-come-viene-viene). Il resto è cronaca, appunto, multietnicista: ossia, crescita disordinata, senza controlli e freni, di cui l'esito tragico è un finale inevitabile. Quanti negozi o locali (in generale, non solo di stranieri) sono stati lasciati aprire, senza controlli prima o dopo? Prima, per capire se è il caso che quella via, quel quartiere ospiti un nuovo esercizio commerciale; oppure, per capire se ci sono le capacità per portarlo avanti a certe condizioni (quelle legali). Dopo, per capire come incida nel vissuto cittadino, in termini di legalità e ordine pubblico (vogliamo parlare dell'assenza di controlli della finanza nei confronti di certi esercizi commerciali con titolare straniero? Problematica ben conosciuta, ormai).

Anni fa, ricordiamo che c'era chi parlava di Brescia come di una sorta di esperimento multietnico/multietnicista ben riuscito: chiacchiere, naturalmente. Solo chiacchiere, che nascondono interessi politico-associativi o ecclesiastici o criminali.

Oggi, ad esempio, leggiamo che in un centro per immigrati proprio a Brescia, tre nigeriani hanno accoltellato, ferendolo, un cuoco, colpevole di non avergli concesso il bis con il pasto del giorno. (Il cuoco non concede il bis: tre nigeriani lo accoltellano, Luca Romano, Il Giornale, 17 agosto 2015) E' una sorta di ritornello, quello del pretendente-asilo che pretende tutto e subito, spesso con le cattive. Ormai lo si sente quasi ogni giorno. Basta controllare la cronaca nazionale o locale: scegliete voi di quale regione.

domenica 21 giugno 2015

Family Day del 20 giugno 2015

Family Day del 20 giugno 2015: alcuni spunti

Solo alcuni brevi spunti dalla giornata di ieri, che ha visto, secondo gli organizzatori, un milione di persone a San Giovanni a Roma, tutte riunite per far sentire la loro opposizione nei confronti dell'ideologia gender. Non sappiamo se erano effettivamente un milione, perché è difficile valutare stando sul posto, ma sicuramente erano parecchie centinaia di migliaia, di tutte le età e provenienze (visibili anche qualche bandiera russa ed egiziana). Altrettanto sicuro che la presenza politica era tutto sommato scarna, così come l'appoggio ecclesiastico è stato minimo, nonostante l'organizzazione e la gran parte dei presenti fossero cattolici.

Come qualcuno ha fatto notare, erano più i politici per le poche centinaia di persone presenti alla contemporanea manifestazione pro-clandestini (cosiddetti rifugiati), così come maggiormente ampia la comunicazione vaticano-ecclesiastica a proposito sempre degli immigrati.

Eppure i temi trattati erano non da poco, sconfinando la questione morale individuale, per arrivare a problematiche filosofiche e sociali tali da scuotere cielo e terra. Perché parlare di personalità fluida e, giustamente, arrivare a riconoscerne la problematicità, specie indovinandone la natura passiva, facilmente manovrabile, collegando il tutto anche con la pan-sessualità contemporanea, non è argomento minimo, ma di massima importanza.

Altrettanto importante è il collegare il tutto alla sempre crescente artificialità, anche negli aspetti più intimi della persona. Non a caso, il giornalista Mario Adinolfi, in un intervento di grande efficacia, ha citato il "Manifesto Cyborg" di Donna Haraway, che negli ultimi decenni ha spinto la vulgata gender verso la piena reificazione dell'esistenza. Perché il pericolo è che l'ideologia gender, mascherando il tutto dietro una universale uguaglianza (già opinabile di suo), altro non faccia che aprire la porta alla trasformazione degli individui, con le loro differenze sessuali, ma anche culturali, etniche, ecc., in semplici cose, facilmente, in quanto cose, disponibili ad altrui uso e consumo.

Forse non a caso, in vari momenti della manifestazione, continuava ad uscir fuori l'espressione "popolo". Pur essendo una manifestazione cattolica (poco contano la testimonianza di un religioso maomettano abitante a Roma o la presenza, tra i manifestanti, di singoli di altre confessioni o ragioni), la parola "popolo" non veniva usata in senso confessionale, ma proprio nell'uso più consueto, di nazione di persone radicate nel tempo e nello spazio. Usciva fuori dalle testimonianze di padri e madri che non vogliono che gli insegnanti decidano, per proprio conto, indifferenti alle ragioni della famiglia del singolo alunno, di propagandare posizioni genderiste. Usciva fuori dal timore che il genderismo venga imposto per legge. Usciva fuori riguardo il problema della natalità (e no! L'arrivo di stranieri in massa non è stato citato come sostitutivo del popolo italiano. Per fortuna!). Usciva fuori anche dal timore che, anche in questo ambito (ma la cosa non deve minimamente stupire), il denaro possa imporsi sul rapporto radicato. Esempio paradigmatico, in questo senso, è la recente e inquietante vicenda del cantante Elton John e dell'acquisto di suo "figlio", come riportato dal racconto fattone da Adinolfi stesso (https://www.youtube.com/watch?v=gIouCXLymRc). Fermo restando che non è semplicemente il denaro il punto centrale, quanto il potere (altrui). Ossia: la Natura andrebbe vista come fonte di libertà; ben diverso il controllo artificiale. Come far interagire i differenti popoli, la Natura e la capacità performante "umana", senza che l'artificiale prenda il sopravvento e cancelli la libertà, questo è un problema fondamentale, quanto fondamentalmente disatteso oggigiorno da tutti, compresa la Chiesa Cattolica per la gran parte. Nonostante questo, una parte numericamente importante del popolo (cattolico) sabato c'era.

domenica 26 aprile 2015

Guerra alla tratta atlantica vs guerra (?) ai viaggi della morte nel Mediterraneo

Guerra alla tratta atlantica vs guerra (?) ai viaggi della morte nel Mediterraneo: breve confronto storico

L'isteria di massa, seguita ai mai confermati 700 o 900 morti del naufragio di africani al largo delle coste libiche una settimana fa, oscilla tra proclami allarmati e ridicole cautele. Prendiamo il Vaticano (col Pontificio Consiglio per i Migranti), che accusa la paventata (e, al momento, inesistente) azione militare europea contro il traffico di immigrati di essere un vero e proprio atto di guerra (giudizio coincidente con quanto avrebbe affermato la NATO, secondo quanto riferiva il 20 aprile Lilli Gruber -ma non abbiamo trovato conferma su internet-[1]).[2]

Ora, sarebbe interessante capire in che maniera il Vaticano stesso o altri oppositori dell'opzione militare pensino si possa frenare l'immigrazione di massa, perlomeno la sua variante "marittima". Perché le cautele riportate, per quanto ovvie (il rischio di danni collaterali), non dicono che un altro tipo di tratta, quella propriamente schiavistica nel XIX secolo, fu interrotta anche via manu militari. La guerra al commercio di schiavi fu anche guerra propriamente detta, dichiarata in parte unilateralmente dal Regno Unito, in parte avendo l'appoggio di altre nazioni occidentali.

Non faremo un excursus storico troppo approfondito, ma, nel momento in cui i britannici (che furono i primi e i più convinti della necessità e dell'opportunità di eliminare tratta e schiavismo) si mossero, non si limitarono a portare avanti le estreme conseguenze delle retoriche dirittumaniste, applicandole al diritto, con eventuali conseguenze nei rapporti tra Stati, facendo pressioni perché venissero stipulati trattati internazionali, ma misero a disposizione della causa navi da guerra, pattuglianti i mari e gli oceani, sequestrarono navi altrui e in alcuni casi le distrussero, imposero tribunali militari in territorio altrui (come in Sierra Leone), dove giudicare i negrieri. Secondo quanto riporta lo storico Seymour Drescher, tra i primi dell'800 e il 1860 circa, la repressione della tratta costò ai cittadini britannici l'1,8% del reddito nazionale, mentre, per fare un confronto, agli stessi, un secolo dopo, tra il 1970 e la fine degli anni novanta, l'aiuto ai Paesi in via di sviluppo costò lo 0,33%.[3]

Certo, c'erano sicuramente ragioni dietro tale azione e volontà dei britannici, sia per quanto sospettato e denunciato ai tempi (in particolare dai francesi, compreso Alexis de Tocqueville), secondo cui il Regno Unito approffitava dei controlli contro le navi negriere per sfruttare ulteriormente la propria posizione dominante nei mari, sia per quanto di recente riportato da alcuni storici, secondo cui l'abolizionismo fu una cortina fumogena dietro cui nascondere le contraddizioni crescenti dell'industrializzazione (come altrettanto fanno oggi genderismo e immigrazionismo).

Non a caso, una delle motivazioni per l'abolizione della tratta e della schiavitù fu il suo costo (secondo l'espressione "lo schiavo fa di tutto per mangiare il più possibile e lavorare il meno possibile"). Dopo la guerra civile negli USA, fu chiaro che, se lo schiavismo non veniva considerato "umano", cionnonostante gli schiavi venivano seguiti totalmente nella loro vita (il cosiddetto "paternalismo" spiega molto anche del perché non sempre e non ovunque gli schiavi si ribellarono), mentre i "liberati" dovevano arrangiarsi da soli. C'è anche da dire che, demograficamente, l'Europa crebbe molto nel corso dell'Ottocento, passando dai 180 milioni circa di inizio secolo agli oltre 400 milioni di inizio Novecento. Ciò significò una mole considerevole di nuove braccia utili in tutto l'Occidente. Oltre a ciò, crebbe l'uso di lavoratori temporanei asiatici (si pensi ai cinesi nella costruzione delle ferrovie statunitensi, ad esempio). In pratica, lo schiavismo divenne semplicemente inutile, in un contesto ideologicamente avverso, sia per quanto riguarda il versante dirittumanista (con l'opinione pubblica post-illuminista occidentale ormai sempre più contraria), sia per quanto riguarda il versante economico (col capitalismo occidentale sempre meno interessato a quel tipo di gestione della forza lavoro).

Certo, ora, rimanendo al Regno Unito, le cose sono cambiate e l'ex-impero non sembra più particolarmente disposto a prendersi responsabilità in prima persona, data anche la sua contrarietà all'accoglienza di immigrati arrivati su suolo non britannico. Per quanto i britannici intendano mettere a disposizione una nave militare per il pattugliamento, è indicativo il confronto con la Germania che intenderebbe farne partire tre.[4]

Aggiungiamo le dichiarazioni delle cosiddette Nazioni Unite, che premono, alla moda vaticana, per la sola accoglienza, in numeri crescenti, senza alcun uso delle armi.[5] E' indicativo dell'ipocrisia di questa organizzazione globalista il fatto che abbia, nel 2011, approvato una risoluzione per l'intervento militare, da cui poi deriveranno il crollo del regime libico e l'uccisione barbara del leader Gheddafi, eventi a cui seguiranno l'esplodere migratorio che conosciamo, la violenza quotidiana in terra libica e non solo e il consolidarsi di fenomeni terroristici islamisti nel Nord Africa. Ora, si vorrebbe, senza alcun intervento mitigante armato, far crescere il sistema dell'accoglienza, già fin troppo ampio in Europa, Italia compresa.

E' interessante notare che, durante gli anni della polemica e dell'azione abolizionista, tra le tesi sposate, come ricorda il già citato Drescher, ci fu quella della natalità degli africani: per gli abolizionisti britannici la tratta e lo schiavismo mettevano in pericolo l'esistenza dei popoli neri, rischiando, addirittura, di portare allo spopolamento l'Africa. Allo stesso tempo, si sottolineava quanto la tratta fosse pericolosa anche per gli europei, dato che secondo Keith Davies tra la fine del XVII secolo e l'inizio del XIX, vi morirono circa 50.000 marinai britannici.[6]

Oggigiorno, al contrario, il tutto viene letto in maniera unilateralmente individuale, ossia seconda l'ottica dei presunti diritti umani del singolo. Masse crescenti, ormai si parla di milioni di persone, potrebbero voler lasciare il proprio Paese o continente, ma si continua a dipingere il tutto come somma di singole necessità e volontà. Non "un milione di immigrati irregolari". Non "masse". Si dipinge il tutto quasi come se ogni volta si avesse a che fare col singolo, indifeso e solo. Dimenticando che la quantità diviene qualità, delle volte. E in questo caso è già diventata disastro (cosa ipotizzata e denunciata nell'indifferenza generale da diversi anni, da diverse personalità o movimenti o siti e blog di informazione, compreso il nostro).

Se nell'Ottocento occidentale la retorica sembrava voler "preservare", attualmente la retorica occidentale sembra voler soltanto portare avanti la macchina immigrazionista, che non è solo i viaggi illegali, sostenuti da organizzazioni criminali. La macchina immigrazionista è tutto quell'insieme di accoglienza parolaia illimitata e immotivata e ideologizzata, di soldi pubblici stornati in favore dell'economia parassitaria delle organizzazioni e delle associazioni pro-richiedenti asilo (veri o presunti), di denaro sempre pubblico stornato in favore dell'altrettanto parassitaria e palesemente inutile economia dell'integrazione pro-alloctoni. Una macchina creatrice solo di facili crediti personali e di stipendi e di competenze inevitabilmente destinate al ripiegamento e non al benessere, in senso lato, della società ospitante. Quando si sente dire che certe associazioni danno lavoro agli italiani (come è capitato di sentire nei giorni scorsi), bisognerebbe anche essere onesti nel riconoscere che tali lavori servono ormai solo a creare situazioni di ulteriore spesa futura e, forse, crescita di problematiche sociali e culturali (dall'associazionismo criminale alla Buzzi-Carminati-Odevaine sino ai quartieri di soli maomettani e allo spettro di una nuova guerra civile europea); non all'avanzamento delle società di partenza ed ospitanti.

Certo, la retorica ottocentesca finì, forse, come qualcuno pensa, per liberare gli schiavi, lasciando moralmente libere le nazioni occidentali di penetrare in Africa, dando il via al colonialismo propriamente detto.[7] Ma continuando il confronto, quale sarà e dove e come si materializzerà la nuova libertà morale derivante dal lasciare invadere l'Europa a milioni di anime perse, senza prospettive per l'oggi né per il futuro?

NOTE

[1] Giudizio dalla stessa riportato per controbattere a Matteo Salvini della Lega Nord, favorevole invece all'intervento militare. http://www.la7.it/otto-e-mezzo/rivedila7/chi-ferma-lecatombe-20-04-2015-152711
[2] http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/24/migranti-vaticano-allue-bombardare-i-barconi-e-un-atto-di-guerra/1621207/
[3] "The mighty experiment: free labor versus slavery in british emancipation", 2002
[4] http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/immigrazione-cameron-pronti-a-fornire-aiuti-ma-non-accoglieremo-migranti-_2107590-201502a.shtml
[5] http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Libia-Ban-Ki-moon-su-migranti-no-soluzione-militare-8eb4b3cb-aec3-42a8-befa-dc6f97e2781f.html?refresh_ce
[6] "The living and the dead. White mortality in West Africa 1684-1732," in S. L. Engerman and E. D. Genovese (a cura di), "Race and Slavery in the western hemisphere: quantitative studies", 1975
[7] In genere, quando si parla di colonialismo si tende ormai a fare un minestrone assurdo, tanto che la tratta viene quasi legata ad esso. Ricordiamo, se ce ne fosse bisogno, che il colonialismo iniziò, appunto, quando la tratta atlantica, ossia occidentale, declinava. Questo anche per ricordare, se ce ne fosse bisogno, che lo schiavismo non fu solo o principalmente occidentale, ma soprattutto africano ed arabo, prima e dopo quello occidentale. Mediaticamente ciò non viene raccontato. Moralmente rende africani e arabi rancorosi verso gli occidentali, senza che si preoccupino di autoanalizzarsi a sufficienza. Questo spiega molte cose, nonostante i continui errori ed orrori occidentali, anche odierni.