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domenica 26 aprile 2015

Guerra alla tratta atlantica vs guerra (?) ai viaggi della morte nel Mediterraneo

Guerra alla tratta atlantica vs guerra (?) ai viaggi della morte nel Mediterraneo: breve confronto storico

L'isteria di massa, seguita ai mai confermati 700 o 900 morti del naufragio di africani al largo delle coste libiche una settimana fa, oscilla tra proclami allarmati e ridicole cautele. Prendiamo il Vaticano (col Pontificio Consiglio per i Migranti), che accusa la paventata (e, al momento, inesistente) azione militare europea contro il traffico di immigrati di essere un vero e proprio atto di guerra (giudizio coincidente con quanto avrebbe affermato la NATO, secondo quanto riferiva il 20 aprile Lilli Gruber -ma non abbiamo trovato conferma su internet-[1]).[2]

Ora, sarebbe interessante capire in che maniera il Vaticano stesso o altri oppositori dell'opzione militare pensino si possa frenare l'immigrazione di massa, perlomeno la sua variante "marittima". Perché le cautele riportate, per quanto ovvie (il rischio di danni collaterali), non dicono che un altro tipo di tratta, quella propriamente schiavistica nel XIX secolo, fu interrotta anche via manu militari. La guerra al commercio di schiavi fu anche guerra propriamente detta, dichiarata in parte unilateralmente dal Regno Unito, in parte avendo l'appoggio di altre nazioni occidentali.

Non faremo un excursus storico troppo approfondito, ma, nel momento in cui i britannici (che furono i primi e i più convinti della necessità e dell'opportunità di eliminare tratta e schiavismo) si mossero, non si limitarono a portare avanti le estreme conseguenze delle retoriche dirittumaniste, applicandole al diritto, con eventuali conseguenze nei rapporti tra Stati, facendo pressioni perché venissero stipulati trattati internazionali, ma misero a disposizione della causa navi da guerra, pattuglianti i mari e gli oceani, sequestrarono navi altrui e in alcuni casi le distrussero, imposero tribunali militari in territorio altrui (come in Sierra Leone), dove giudicare i negrieri. Secondo quanto riporta lo storico Seymour Drescher, tra i primi dell'800 e il 1860 circa, la repressione della tratta costò ai cittadini britannici l'1,8% del reddito nazionale, mentre, per fare un confronto, agli stessi, un secolo dopo, tra il 1970 e la fine degli anni novanta, l'aiuto ai Paesi in via di sviluppo costò lo 0,33%.[3]

Certo, c'erano sicuramente ragioni dietro tale azione e volontà dei britannici, sia per quanto sospettato e denunciato ai tempi (in particolare dai francesi, compreso Alexis de Tocqueville), secondo cui il Regno Unito approffitava dei controlli contro le navi negriere per sfruttare ulteriormente la propria posizione dominante nei mari, sia per quanto di recente riportato da alcuni storici, secondo cui l'abolizionismo fu una cortina fumogena dietro cui nascondere le contraddizioni crescenti dell'industrializzazione (come altrettanto fanno oggi genderismo e immigrazionismo).

Non a caso, una delle motivazioni per l'abolizione della tratta e della schiavitù fu il suo costo (secondo l'espressione "lo schiavo fa di tutto per mangiare il più possibile e lavorare il meno possibile"). Dopo la guerra civile negli USA, fu chiaro che, se lo schiavismo non veniva considerato "umano", cionnonostante gli schiavi venivano seguiti totalmente nella loro vita (il cosiddetto "paternalismo" spiega molto anche del perché non sempre e non ovunque gli schiavi si ribellarono), mentre i "liberati" dovevano arrangiarsi da soli. C'è anche da dire che, demograficamente, l'Europa crebbe molto nel corso dell'Ottocento, passando dai 180 milioni circa di inizio secolo agli oltre 400 milioni di inizio Novecento. Ciò significò una mole considerevole di nuove braccia utili in tutto l'Occidente. Oltre a ciò, crebbe l'uso di lavoratori temporanei asiatici (si pensi ai cinesi nella costruzione delle ferrovie statunitensi, ad esempio). In pratica, lo schiavismo divenne semplicemente inutile, in un contesto ideologicamente avverso, sia per quanto riguarda il versante dirittumanista (con l'opinione pubblica post-illuminista occidentale ormai sempre più contraria), sia per quanto riguarda il versante economico (col capitalismo occidentale sempre meno interessato a quel tipo di gestione della forza lavoro).

Certo, ora, rimanendo al Regno Unito, le cose sono cambiate e l'ex-impero non sembra più particolarmente disposto a prendersi responsabilità in prima persona, data anche la sua contrarietà all'accoglienza di immigrati arrivati su suolo non britannico. Per quanto i britannici intendano mettere a disposizione una nave militare per il pattugliamento, è indicativo il confronto con la Germania che intenderebbe farne partire tre.[4]

Aggiungiamo le dichiarazioni delle cosiddette Nazioni Unite, che premono, alla moda vaticana, per la sola accoglienza, in numeri crescenti, senza alcun uso delle armi.[5] E' indicativo dell'ipocrisia di questa organizzazione globalista il fatto che abbia, nel 2011, approvato una risoluzione per l'intervento militare, da cui poi deriveranno il crollo del regime libico e l'uccisione barbara del leader Gheddafi, eventi a cui seguiranno l'esplodere migratorio che conosciamo, la violenza quotidiana in terra libica e non solo e il consolidarsi di fenomeni terroristici islamisti nel Nord Africa. Ora, si vorrebbe, senza alcun intervento mitigante armato, far crescere il sistema dell'accoglienza, già fin troppo ampio in Europa, Italia compresa.

E' interessante notare che, durante gli anni della polemica e dell'azione abolizionista, tra le tesi sposate, come ricorda il già citato Drescher, ci fu quella della natalità degli africani: per gli abolizionisti britannici la tratta e lo schiavismo mettevano in pericolo l'esistenza dei popoli neri, rischiando, addirittura, di portare allo spopolamento l'Africa. Allo stesso tempo, si sottolineava quanto la tratta fosse pericolosa anche per gli europei, dato che secondo Keith Davies tra la fine del XVII secolo e l'inizio del XIX, vi morirono circa 50.000 marinai britannici.[6]

Oggigiorno, al contrario, il tutto viene letto in maniera unilateralmente individuale, ossia seconda l'ottica dei presunti diritti umani del singolo. Masse crescenti, ormai si parla di milioni di persone, potrebbero voler lasciare il proprio Paese o continente, ma si continua a dipingere il tutto come somma di singole necessità e volontà. Non "un milione di immigrati irregolari". Non "masse". Si dipinge il tutto quasi come se ogni volta si avesse a che fare col singolo, indifeso e solo. Dimenticando che la quantità diviene qualità, delle volte. E in questo caso è già diventata disastro (cosa ipotizzata e denunciata nell'indifferenza generale da diversi anni, da diverse personalità o movimenti o siti e blog di informazione, compreso il nostro).

Se nell'Ottocento occidentale la retorica sembrava voler "preservare", attualmente la retorica occidentale sembra voler soltanto portare avanti la macchina immigrazionista, che non è solo i viaggi illegali, sostenuti da organizzazioni criminali. La macchina immigrazionista è tutto quell'insieme di accoglienza parolaia illimitata e immotivata e ideologizzata, di soldi pubblici stornati in favore dell'economia parassitaria delle organizzazioni e delle associazioni pro-richiedenti asilo (veri o presunti), di denaro sempre pubblico stornato in favore dell'altrettanto parassitaria e palesemente inutile economia dell'integrazione pro-alloctoni. Una macchina creatrice solo di facili crediti personali e di stipendi e di competenze inevitabilmente destinate al ripiegamento e non al benessere, in senso lato, della società ospitante. Quando si sente dire che certe associazioni danno lavoro agli italiani (come è capitato di sentire nei giorni scorsi), bisognerebbe anche essere onesti nel riconoscere che tali lavori servono ormai solo a creare situazioni di ulteriore spesa futura e, forse, crescita di problematiche sociali e culturali (dall'associazionismo criminale alla Buzzi-Carminati-Odevaine sino ai quartieri di soli maomettani e allo spettro di una nuova guerra civile europea); non all'avanzamento delle società di partenza ed ospitanti.

Certo, la retorica ottocentesca finì, forse, come qualcuno pensa, per liberare gli schiavi, lasciando moralmente libere le nazioni occidentali di penetrare in Africa, dando il via al colonialismo propriamente detto.[7] Ma continuando il confronto, quale sarà e dove e come si materializzerà la nuova libertà morale derivante dal lasciare invadere l'Europa a milioni di anime perse, senza prospettive per l'oggi né per il futuro?

NOTE

[1] Giudizio dalla stessa riportato per controbattere a Matteo Salvini della Lega Nord, favorevole invece all'intervento militare. http://www.la7.it/otto-e-mezzo/rivedila7/chi-ferma-lecatombe-20-04-2015-152711
[2] http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/24/migranti-vaticano-allue-bombardare-i-barconi-e-un-atto-di-guerra/1621207/
[3] "The mighty experiment: free labor versus slavery in british emancipation", 2002
[4] http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/immigrazione-cameron-pronti-a-fornire-aiuti-ma-non-accoglieremo-migranti-_2107590-201502a.shtml
[5] http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Libia-Ban-Ki-moon-su-migranti-no-soluzione-militare-8eb4b3cb-aec3-42a8-befa-dc6f97e2781f.html?refresh_ce
[6] "The living and the dead. White mortality in West Africa 1684-1732," in S. L. Engerman and E. D. Genovese (a cura di), "Race and Slavery in the western hemisphere: quantitative studies", 1975
[7] In genere, quando si parla di colonialismo si tende ormai a fare un minestrone assurdo, tanto che la tratta viene quasi legata ad esso. Ricordiamo, se ce ne fosse bisogno, che il colonialismo iniziò, appunto, quando la tratta atlantica, ossia occidentale, declinava. Questo anche per ricordare, se ce ne fosse bisogno, che lo schiavismo non fu solo o principalmente occidentale, ma soprattutto africano ed arabo, prima e dopo quello occidentale. Mediaticamente ciò non viene raccontato. Moralmente rende africani e arabi rancorosi verso gli occidentali, senza che si preoccupino di autoanalizzarsi a sufficienza. Questo spiega molte cose, nonostante i continui errori ed orrori occidentali, anche odierni.