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mercoledì 25 novembre 2015

Martiri europei: Oleg Peshkov e Alexandr Pozynich

Martiri europei: Oleg Peshkov e Alexandr Pozynich

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Breve intervento, per ricordare i due caduti russi, causati dal mostrarsi plateale del vero volto della Turchia a guida neo-ottomana di Recep T. Erdogan. Oleg Peshkov [foto a sx] era uno dei due piloti russi, catapultatisi dopo la distruzione del loro caccia ad opera dell'aviazione turca, per soli, e probabilmente falsi, 15 secondi circa di sconfinamento nello spazio aereo turco.

Peshkov non è riuscito a paracadutarsi in zona sicura, venendo ucciso poi da ribelli turkmeni siriani. Successivamente, nell'operazione di salvataggio del secondo pilota, Konstantin Murakhtin, arrivato poi in zona sicura, un altro militare russo, Alexandr Pozynich [foto a dx], è morto, dopo che il suo elicottero è stato crivellato di colpi da altri ribelli anti-Assad.

Una prima ragione dell'azione turca potrebbe essere una sorta di minaccia, stando il modo in cui la Russia sta mettendo in ombra gli USA e alleati nell'azione di contrasto all'ISIS, nonostante le reciproche accuse di fare ognuno i propri interessi. Una seconda ragione potrebbe essere la messa in pericolo del commercio illegale di petrolio, dai territori controllati dall'ISIS proprio verso la Turchia, a causa della presenza militare russa. (La Turchia finanzia ISIS attraverso l'acquisto di petrolio di contrabbando, Sputniknews, 25 novembre 2015) La scorsa settimana, centinaia di camion-cisterna, diretti verso il confine turco, sono stati distrutti dall'aviazione russa, causando un danno economico diretto all'ISIS e indiretto alla Turchia, accusata ormai di comprare a basso prezzo quel petrolio, per poi rivenderlo altrove. (Siria: 500 camion cisterna del Daesh polverizzati dalla Russia!, post di Kefos93 nel forum di Comedonchisciotte, 19 novembre 2015)

Quali effetti avrà il grave episodio ancora non lo sappiamo. Ma quello che è certo è che sempre più semi vengono gettati in quel pericoloso terreno che, forse, condurrà verso una probabile guerra mondiale. Intanto, ricordate: la Turchia non è Europa e non deve entrare nell'Unione Europea.

lunedì 23 novembre 2015

Video "With Open Gates: The forced collective suicide of European Nations"

Video "With Open Gates: The forced collective suicide of European Nations"

Ci hanno segnalato il video in questione, presente nella piattaforma Youtube. E' un video dal montaggio veloce e dalle immagini violente, in cui si denuncia il genocidio in atto contro le popolazioni europee, ad opera delle loro stesse élites. Il video ha il suo fulcro soprattutto nelle mille marcie dei pretendenti-asilo dell'ultimo anno.

Non c'è una ragione vera e propria del perché lo pubblichiamo, a parte la sua l'efficacia emotiva. Però ci ha colpiti, nel montaggio, l'alternarsi dei bambini nord-europei, usati per propaganda multietnicista, che usano il dito indice alzato al cielo come modo per mostrare la fermezza della loro convinzione auto-genocida, con i predicatori e i fedeli islamici, che usano il dito indice alzato al cielo come modo per mostrare la fermezza della loro fede e della loro convinzione nel genocidio etno-culturale degli europei. Oltre a questo, potete trovare nella pagina di Youtube altri video di denuncia anti-immigrazionista.

https://www.youtube.com/watch?v=44vzMNG2fZc

domenica 22 novembre 2015

Flop manifestazioni islamiche

Flop manifestazioni islamiche: perché stupirsi?

Nei giorni scorsi, Davide Piccardo, del CAIM, Coordinamento delle Associazioni Islamiche di Milano e Monza Brianza, e figlio del convertito alla religione maomettana Roberto Piccardo, detto Hamza, aveva affermato che nessuno avrebbe potuto negare la visibilità dei maomettani nelle manifestazioni post-strage, contro il terrorismo islamico.

Ebbene, invece, possiamo benissimo negare.

Alla luce delle manifestazioni di Milano, Roma, Palermo e qualche altro centro, le presenze probabilmente sono quantificabili dalle 3.000 alle 6.000 persone, complessivamente, con un buon 30 o 40% di non appartenenti alla religione maomettano sunnita (o altra forma), data anche la forte presenza di politici, sindacalisti, giornalisti e altre differenti figure (nella "piazzetta" romana ci è sembrato di veder fare capolino il solito Moni Ovadia).

La manifestazione milanese, quella un po' più corposa, tra l'altro, si divideva tra generici slogan e richieste di moschee. (Musulmani a Milano contro il terrore, photo-gallery, Il Giornale, 21 novembre 2015) I cartelli branditi proprio dagli appartenenti al CAIM dicevano appunto "no al terrorismo, sì alle moschee", secondo una reiterata formula ricattatoria, espressa più volte in Italia in questi giorni. D'altronde, sia a Milano che a Roma, molti erano i cartelli che parlavano della necessità di ricordare morti di ogni dove, facendo piombare il tutto in una generica denuncia, senza riferimenti chiari a chi e a quando (la comunità bengalese romana, ad esempio, si riferiva anche a Cesare Tavella? Chissà!?). (Striscioni e cartelli alla manifestazione "Not in my name" in piazza Santi Apostoli a Roma, photo-gallery, La Repubblica, 21 novembre 2015) D'altronde, nei giorni immediatamente successivi alla strage, anche la manifestazione spontanea nel sobborgo parigino di Saint-Denis ha visto una presenza maggioritaria europea, nonostante quasi il 40% di non-europei lì abitanti, e il 70% di minorenni allogeni. (Saint-Denis - Seine-Saint-Denis, Wikipedia)

Questi numeri esigui dovrebbero stupire? Giorni fa avevamo citato un sondaggio eseguito per Porta a Porta, da parte di IPR. [intervento del 19 novembre 2015 - Seine-Saint-Denis 2005-2015] In esso si riporta che ben il 12% dei maomettani presenti in Italia simpatizza per l'ISIS e l'8% evita di rispondere alla domanda. Il 24% incolpa di tutto gli occidentali e circa (solo) uno su due, il 46%, nega che i terroristi abbiano a che fare con la loro religione, con un 75% che afferma nettamente che il terrorismo è negativo per la religione maomettana.  Il 70% denuncerebbe i terroristi, il che significa che ben il 30% ha altre priorità, per così dire (il 10% afferma esplicitamente che non denuncerebbe). Il 21% è favorevole allo Stato islamico, ma non ci vivrebbe, mentre il 3% non esclude di emigrarci (più un 5% che non risponde). Il 18% considera negativo lo stile di vita italiano e il 4% non risponde. Il 13% non si sente integrato e lo vorrebbe essere, contro un 12% che non intende farlo. L'11% afferma che l'islam deve diventare religione dominante in Italia. Esiste perciò una percentuale che esplicitamente non sembra intenzionata a volersi integrare nella società italiana, come, d'altronde, aveva confermato l'associazione dei Giovani Musulmani qualche tempo fa. [intervento del 16 novembre 2015 - Rifiutate l'umanità (a proposito dei nuovi fatti di Parigi)] [per il sondaggio di Porta a Porta del 19 novembre 2015, VIDEO a partire dal minuto 23' al 45' circa] Il sondaggio in questione, ha riguardato circa 500 maomettani con residenza in Italia, interpellati telefonicamente.

Nel nostro intervento appena citato, inoltre, si riportava un sondaggio on-line di Al-Jazeera, in cui circa l'81% dei cittadini di varie nazioni arabe mostrava simpatia per l'ISIS. Tale sondaggio è della metà del 2015 e ha riguardato quasi 40.000 persone.

Nel 2014, un sondaggio invece telefonico su circa 5.000 persone di sette nazioni arabe, effettuato dall'Arab Opinion Index, per conto del qatariota Arab Center for Research and Policy Studies, riporta dati in qualche modo in linea con quelli del sondaggio IPR, dato che complessivamente circa l'11% degli intervistati giudica variamente positivo l'ISIS, con variazioni comunque significative a seconda dei contesti (i palestinesi per il 24%, i rifugiati siriani per il 13% (!?), come i tunisini, ecc., sino a circa lo zero percentuale dei libanesi). (A Majority of Arabs Oppose ISIL, Support Air strikes on the Group, Arab Opinion Index, 14 novembre 2014)

Aggiungiamo quanto riportato su Comedonchisciotte, qualche giorno fa, sui tweet pro-ISIS e la loro dislocazione geografica, ampiamente presente nei Paesi arabi, non solo colpiti da guerre, dato che in testa c'è l'Arabia Saudita, ma ben posizionati sono anche Kuwait e Turchia, con un curioso e inquietante, ma non sorprendente, quarto posto degli USA. (I paesi con più tweet a favore di ISIS, post di Adestil, forum di Comedonchisciotte, 19 novembre 2015)

Il dubbio è che molto conti la modalità con cui vengono interpellati i maomettani, dato che il telefono identifica più facilmente la persona, rispetto alla risposta on-line.

Altro dubbio, per concludere, riguarda la strage del 13 novembre scorso. A luglio 2015, vicino Marsiglia, furono rubate armi da guerra da un deposito militare. (Gli esplosivi usati nelle stragi di Parigi provenivano da un deposito militare francese?, Paolo Becchi e Cesare Sacchetti, L'Antidiplomatico, 18 novembre 2015) L'idea di alcuni, come sapete, è che molto venga lasciato accadere, forse per imporre un controllo totalitario delle società europee. E' un'idea probabilmente giusta, ma che va corretta. Ciò che avviene non è costruito ad arte, ma, se viene lasciato accadere, ciò è possibile in funzione di eventi, situazioni e fenomeni non artificiali. Ossia, c'entra nulla che la Francia abbia la comunità islamica più ampia d'Europa (un cittadino su dieci) e c'entra nulla che nelle forze armate francesi gli islamici siano dal 10 al 20% (con dati aggiornati a circa una decina di anni fa)? (Forces armées françaises - Par religion, Wikipedia)

venerdì 20 novembre 2015

Banlieues (non più) francesi

Banlieues (non più) francesi: diffidate della letteratura buonista e giustificazionista

Vi segnaliamo un articolo, pubblicato su Il Primato Nazionale, riguardante cosa sono le banlieues francesi cariche di allogeni, oggigiorno. Rappresenta una buona sintesi storico-sociologica di queste aree, trattante temi di cui anche noi ci siamo occupati varie volte (si vedano, ad esempio, Costi dell'immigrazione in Francia [del 01 febbraio 2012] oppure I bianchi, nuovi poveri e nuovi discriminati: Francia [del 17 settembre 2013]).

Ma prima di proseguire con la lettura (abbiamo evidenziato soprattutto alcune parti, come vedrete), tenete a mente una cosa: molti opinionisti, esperti, politici stanno continuano a ripetere la stanca formula che i racailles allogeni in Francia soffrirebbero chissà che povertà, e ciò spiegherebbe la violenza, il terrorismo, l'adesione all'ISIS, ecc. La realtà, invece, è appunto diversa. Pochi altri, al contrario, affermano che, sì, non è vero che ci sia povertà, ma non ci sarebbe rappresentazione, riconoscimento della loro presenza nella realtà francese. La verità, invece, è un'altra, palesemente: non c'è rappresentazione, perché non c'è alcunché da rappresentare. Culturalmente le comunità allogene in Francia non producono alcunché di originale o di rilevante (si dimostri il contrario. Ma non accadrà). E ciò non avviene per colpa di chicchessia, perché l'originalità e la volontà comunicativa non necessitano di particolari condizioni economiche (si pensi agli ultimi due secoli europei). Questo, inoltre, si somma ad un'altra questione, ossia la crescita quantitativa insensata di quegli stessi allogeni, senza ragione alcuna, se non teorie sghembe, che hanno permesso, nel corso degli anni, ricongiungimenti famigliari, anche se mancava il lavoro, o nuovi arrivi, anche se i problemi si stavano già palesando.

  • Assistiti, nichilisti, estremisti: viaggio nel pianeta banlieue (Adriano Scianca, Il Primato Nazionale, 18 novembre 2015):

Accade periodicamente: di tanto in tanto finisce sotto i riflettori la “cosa” chiamata banlieue. Per esempio stamattina, quando il sobborgo a nord di Parigi di Saint-Denis, ex cintura operaia “rossa”, si è svegliato in stato di guerra ( http://www.ilprimatonazionale.it/esteri/spari-esplosioni-saint-denis-34432/ ). Ma la guerra, da quelle parti, non se n’è mai davvero andata.

Il primo brusco risveglio, a proposito di questa parte di Francia che non è più Francia, risale esattamente a 10 anni fa. Il termine banlieue è infatti diventato noto al pubblico italiano in occasione delle rivolte del 2005, iniziate a Clichy-sous-Bois per la morte accidentale dei due adolescenti inseguiti dalla polizia. Pochi chilometri a nord di Parigi, Clichy-sous-Bois è un agglomerato in cui all’epoca vivevano più di 28mila persone appartenenti a trentasei etnie differenti. In 20 giorni si conteranno 8.720 auto date alle fiamme e 2.599 arresti. Si calcola che in tutto il 2005 furono date alle fiamme circa 45mila auto. A metà novembre, la polizia francese stabilì che la violenza in Francia era tornata a livelli “normali”, in quanto le auto bruciate di notte rientravano nella media pre-rivolte di un centinaio per sera.

Sempre del 2005 è un altro evento piuttosto emblematico: è l’8 marzo, quando durante una manifestazione studentesca vari studenti vengono pestati e derubati da giovani di origine araba venuti dalle periferie. La polizia parlò di circa 700/1000 ragazzi venuti essenzialmente da Seine-Saint-Denis (appunto) con il solo scopo di compiere razzie e violenze. È un meccanismo abbastanza tipico, visto spesso all’opera anche in Italia: ci si accorge di un certo fenomeno sociale solo quando finiscono coinvolte certe scuole inevitabilmente frequentate dai figli dei politici, dei giornalisti, degli intellettuali. In quel caso fu Le Monde ad alzare il sipario sulla vicenda, con un articolo in cui si intervistavano vari ragazzi delle banlieue pronti a confessare candidamente le motivazioni razziste delle loro aggressioni. «Se sono andato in piazza non era per la manifestazione ma per prendere telefonini e picchiare la gente. Lì in mezzo c’erano dei buffoni, dei piccoli francesi con teste da vittima», dice il franco-tunisino Heikel, 18 anni. L’obbiettivo è tanto sociale quanto etnico. «È come se avessero scritto “vieni a prendere la mia roba” sulla fronte», spiega Patty, 19 anni, che chiosa: «Sono i neri che si vendicano del razzismo dei francesi e della polizia». Le Monde riporta altre testimonianze: «I bianchi guardano per terra perché hanno paura, perché sono dei vigliacchi», spiega un liceale di 19 anni. I bianchi, per questi ragazzi, sono caratteristicamente coloro che non sanno battersi e che non hanno la mentalità del clan. Abdel 18 anni, spiega che «neri e arabi fanno più figli, dunque tu non puoi sapere se colui che sta in piazza avrà un fratello più grande».

Ma non si è dovuto aspettare il 2005 per saggiare il tasso di esplosività dei nuovi ghetti etnici. La Francia, anzi, ha vissuto i suoi primi scontri inter-etnici fin dalla fine degli anni ’70. Pensiamo solo alla “estate calda” del 1981 e agli scontri a Vénissieux, Villeurbanne e Vaulx-en-Velin, tre comuni dell’area urbana di Lione a forte densità immigrata. All’epoca il conflitto nacque per un intervento della polizia contro i “rodei” dei giovani maghrebini, ovvero la loro abitudine di rubare auto e poi lanciarle a folle velocità, devastandole o incendiandole. Disordini su vasta scala sono avvenuti nel 1990 al quartiere Mas de Taureu di Vaulx-en-Velin e nel 1991 alla Cité des Indes di Sartrouville, nella banlieue di Parigi, e in quella di Val-Fourré, a Mantes-la-Jolie.

Ma che cosa è, in effetti, una banlieue? Il termine ha origini medievali: si tratta di un luogo (lieu) in cui vale il bando (ban) di un signore, con speciale riferimento ai territori attorno a una città che segnavano il limite fino al quale poteva spingersi l’autorità signorile. La parola assume connotazione dispregiativa a partire dal XIX secolo, quando si comincia a guardare alla periferia come il luogo in cui vive una popolazione vicina ma arretrata, non al passo con la modernità cittadina. Il termine “banlieusard” è attestato per la prima volta nel 1889, quando gli eletti di Parigi presero ad accusare i rappresentanti delle periferie di essere dei contadini reazionari. Per ironia della sorte, all’inizio la banlieue fu accusata di rappresentare la Francia rurale, il “paese profondo”, poco avvezzo al cosmopolitismo modernista della capitale.

Da decenni ormai, questi sobborghi hanno assunto la dimensione di veri e propri banlieueghetti etnici, con la popolazione bianca letteralmente cacciata casa per casa e la creazione di una zona di non diritto dove le bande di strada fanno il bello e il cattivo tempo. La violenza nichilista e ormai la regola. Secondo Walter Laqueur «nel 2000 c’era ormai un migliaio di zone nei quartieri di immigrati dove la polizia non entrava più – a meno che naturalmente non si presentasse in forze – e allo stesso tempo si stimava che più della metà dei carcerati fosse di origine musulmana» (Gli ultimi giorni dell’Europa, Marsilio 2008).

Secondo i dati riportati dallo studioso Christophe Guilluy (Fractures françaises, Flammarion, 2010), tra il 1968 e il 2005, i giovani di origine straniera sono passati dall’11,5% al 18,1% in Francia, dal 16% al 37% nell’Île-de-France, dal 18,8% al 50,1% a Seine-Saint-Denis. In quest’ultimo dipartimento, i bambini di cui entrambi i genitori sono nati in Francia sono passati, nello stesso periodo, da 41% al 13,5%. Sempre tra il 1968 e il 2005, in molti comuni dell’Île-de-France la percentuale di giovani di origine straniera è cresciuta su livelli analoghi: a Clichy-sous-Bois è passata dal 22 al 76%, ad Aubervilliers dal 23 al 75%, a La Courneuve dal 22 al 74%, a Grigny dal 23 al 71%, Pierrefitte-sur-Seine dal 12 al 71%, a Garges-lès-Gonesse dal 30 al 71%, a Saint-Denis dal 28 al 70%, a Saint-Ouen dal 19 al 67%, a Sarcelles dal 20 al 66%, a Bobigny dal 17 al 66%, a Stains dal 21 al 66%, a Villiers-le-Bel dal 21 al 65%, a Épinay-sur-Seine dal 12 al 65%, a Mantes-la-Jolie dal 10 al 65%, a Pantin dal 14 al 64%, a Bondy dal 16 al 63%, ai Mureaux dal 18 al 62%, a Sevran dal 19 al 62%, a Trappes dal 9 al 61%.

Sulle cause del degrado socio-culturale delle banlieue si è molto discusso. Ovviamente va per la maggiore il pietismo sociologizzante. I dati, tuttavia, ci portano in tutt’altra direzione. Secondo l’inchiesta Immigrés et descendants d’immigrés en France condotta dall’Insee (l’Istat francese), negli ultimi anni è stato in media il 30% dei figli di immigrati africani a uscire dal sistema scolastico senza la maturità, il doppio rispetto ai discendenti di francesi non immigrati. Inoltre il numero dei discendenti degli immigrati africani disoccupati e triplo rispetto ai figli dei francesi non immigrati: in particolare, cinque anni dopo la fine degli studi, il 29% contro l’11%. Le ragioni? Persino gli statistici transalpini finiscono per ammettere che la sociologia non può spiegare tutto: «Il livello del diploma, le origini sociali e il luogo di residenza possono giustificare al 61% il divario, che per il resto rimane inesplicato». Anche la difficoltà economica, pure spesso reale, non aiuta a capire: con il passare delle generazioni la condizione sociale migliora ma la conflittualità aumenta. La seconda generazione, infatti, vive meglio di quella che l’ha preceduta. Il tasso di povertà è sceso dal 37 al 20%. Un terzo dei figli di immigrati nella fascia d’età 35-50 anni svolge un lavoro più qualificato del padre alla stessa eta. Sono meno numerosi a lavorare come operai (42% contro il 66%). E il 14% sono “cadres” (dirigenti di primo livello) contro il 4% dei genitori. Insomma, la spiegazione economicista (la conflittualità come figlia della miseria) non funziona.

Come nota lo studioso Guilluy, già il governo Jospin (1997-2002) aveva cercato di migliorare le condizioni di vita delle banlieue intervenendo contro la disoccupazione. «Sfortunatamente, i buoni risultati in materia di occupazione non ebbero alcuna incidenza sul tasso di delinquenza [delle banlieue], che al contrario è esploso proprio in quel periodo». Del resto altre comunità egualmente o forse più svantaggiate non danno gli stessi problemi e anche nella stessa popolazione maghrebina delle banlieue le ragazze, pure cresciute nello stesso contesto sociale degradato dei loro coetanei maschi, dimostrano una capacita di ascesa sociale ben diversa. Anche il continuo battersi il petto dei media mainstream per il preteso “abbandono” dei quartieri sensibili fa a pugni con la realtà. Il sociologo Dominique Lorrain ha realizzato uno studio comparativo sugli investimenti pubblici nel quartiere di Hautes-Noues, a Villiers-sur-Marne, e quelli nella periferia di Verdun. Il livello di povertà dei due quartieri è analogo, ma il primo viene classificato come “sensibile”, appunto per la forte e irrequieta presenza di immigrati. Ebbene, si scopre intanto che il reddito degli abitanti di Hautes-Noues è del 20% superiore a quello dei residenti a Verdun. Contando gli investimenti pubblici spesi per i due quartieri, inoltre, Lorrain ha calcolato come lo Stato abbia investito ben 12.450 euro per abitante a Hautes-Noues contro gli 11,80 euro per abitante di Verdun. Insomma, gli investimenti pubblici nel quartiere “sensibile” sono mille volte superiori rispetto a quello più povero, più decentrato e più sfortunato che tuttavia ha il torto di non attirare l’attenzione di sociologi, giornalisti e politici.
Nicolas Sarkozy, all’Université du Medef del 2004, ebbe l’impudenza di dichiarare: «Il figlio di Nicolas e Cécilia ha meno bisogno di essere aiutato del figlio di Mohamed e Latifa». L’85% delle famiglie povere di Francia non vive nei quartieri “sensibili”, ma questi poveri non fanno notizia, non interessano ai sociologi. Scrive Guilluy: «I quartieri sensibili non rappresentano che il 7% della popolazione, ma la loro influenza mediatica, culturale e ideologica è considerevole». Senza contare che, di regola, i poveri bianchi evitano di aprire il fuoco sugli avventori dei ristoranti. Il che, comunque, non è poco.

"Je suis en terrasse"?!

"Je suis en terrasse"?!

L'ultimo slogan post-strage, in Francia, è "je suis en terrasse", ossia "rimango seduto ai tavolini dei bar e dei bistros".

In pratica, gli islamici gridano "allah u akbar".
Certi europei gridano "noi stiamo al bar".

Una generazione di ritardati pretende di poter sorseggiare il caffé, come se nulla fosse...

giovedì 19 novembre 2015

Seine-Saint-Denis 2005-2015

Seine-Saint-Denis 2005-2015: dalle rivolte dei racailles allogeni ai guerriglieri islamici

  • Testo aggiornato alle ore 22.32 circa (si vedano le parti indicate in rosso)
  • Secondo aggiornamento delle ore 23.53

Sono passati dieci anni dalle rivolte dei racailles allogeni in Francia, iniziate verso la fine di ottobre 2005, proseguite e terminate verso la metà di novembre dello stesso anno. Più o meno in quegli stessi giorni iniziò anche l'attività di questo blog, nella vecchia piattaforma (permetteteci questa piccola nota). Da allora, poche cose sono cambiate. Noi, siamo ancora qua, a provare a dare un piccolo contributo informativo/controinformativo. I racailles sono ancora là, stavolta non limitantisi a bruciare automobili a migliaia, ma ormai capaci, anche grazie alle molte correnti finanziarie e di supporto logistico-militare internazionali, di uccidere centinaia di persone in territori europei, non più con le "vecchie" modalità terroristiche, ma con azioni di combattimento sul campo.

Le rivolte del 2005 iniziarono nel dipartimento di Seine-Saint-Denis, precisamente a Clichy-sous-Bois, per poi estendersi in altre zone, attorno a Parigi o altrove in Francia. Le rivolte furono giustificate artatamente dalla morte di due nordafricani minorenni, fatto di cui, in realtà, non si conosce la dinamica, essendo morti per una scarica, dentro una cabina elettrica, dove forse si erano rifugiati a causa di un inseguimento della polizia, cosa non chiarita del tutto. Migliaia furono gli arrestati e da allora divenne evidente a tutti , anche fuori dal Paese, che esisteva una sorta di nazione estranea, incuneatasi nei confini francesi, fatta di violenza metropolitana, risentimento ipocrita, razzismo religioso e culturale, rap americano declinato à la beur o à l'africaine e veramente poco altro.

Il risentimento anti-borghese di un secolo fa o poco più, in Francia, derivante dalle speranze disattese delle rivolte e rivoluzioni del XIX secolo, aveva dato linfa alle avanguardie artistiche, detestabili o eccitanti, a seconda dei punti di vista. Il nuovo risentimento ha dato vita invece a banlieues in cui armi, droga, stupri, videoclip musicali tutti uguali e sermoni islamici sono quello che rimane, ma che anche connota quanto valgano queste moltitudini allogene.

Ieri, 18 novembre, dieci anni dopo, a Saint-Denis, proprio nel dipartimento di Seine-Saint-Denis, si è chiusa la fuga di una parte di coloro che, venerdì 13 scorso a Parigi, hanno causato la morte di circa 130 persone o che hanno fornito supporto all'azione di guerra.

Le scuse, ora come allora

In questi dieci anni non molto altro è cambiato. I Governi occidentali continuano a fare errori dentro e fuori i confini nazionali (veloci ad attaccare militarmente o politicamente legittimi o solidi governanti stranieri od europei, ma meno veloci a colpire i finanziatori dell'islamismo o a frenare l'immigrazione di massa). Il parassitismo multietnicista continua a nutrirsi voracemente di tutto quello che agguanta, rivelando ormai anche la sua natura criminogena, se non criminale. Le comunità allogene non-europee continuano a lamentarsi di quanto sarebbero poco capite/seguite/foraggiate in Europa o di come-va-il-mondo-a causa-dell'Occidente-madama-dorè verso cui continuano, però, ad accorrere a frotte o in cui continuano a rimanere pur disprezzandolo a vario titolo e in vario modo, in un insensato circolo vizioso.

Tralasciando Governi occidentali e parassiti multietnicisti, vediamo di sottolineare qualche scusa o contraddizione o vecchio o nuovo luogo comune ripetuto dalle comunità allogene presenti da noi, in questi giorni post-strage. Ad esempio:
  • gli islamici italiani, dopo le stragi del 13 novembre, continuano a ripetere che è necessario che loro abbiano luoghi di culto ufficiali in numero maggiore rispetto all'oggi. Un che di ricattatorio accompagna tale richiesta, come se non dar loro moschee possa essere una scusa bell'e pronta per l'incancrenirsi di certe situazioni. Naturalmente, in Francia o Belgio o altrove tali luoghi di culto ci sono, in numero elevato, in forma ufficiale, magari anche finanziata dallo Stato, ma ciò non ha impedito azioni violente. La scusa della mancanza di luoghi di culto ufficiali non funziona, pertanto.
  • se in Italia si sta provando a far filtrare l'idea che l'assenza di più moschee potrebbe generare l'odio islamico o impedire un più efficace controllo dello stesso, altrove ogni nazione ha la propria scusa. In Francia la scusa sono le banlieues: l'ammassarsi di nordafricani e subsahariani (che, finito il colonialismo francese nelle loro nazioni, hanno deciso di festeggiare fuggendo, pochi anni dopo, proprio nella terra del loro vecchio colonizzatore) ha prodotto quartieri ingestibili e flussi di denaro pubblico gettato nel vuoto [intervento del 01 febbraio 2012: Costi dell'immigrazione in Francia]. Famiglie poligame che ricevono grosse somme dall'assistenza pubblica, vari operatori del pubblico, dai vigili del fuoco alle ambulanze, impossibilitati ad operare in certe zone, quartieri con percentuali di criminalità quasi degne del Sud America o dell'Africa (il dipartimento di Seine-Saint-Denis è tra i peggiori di Francia e d'Europa, da questo punto di vista), fanno delle banlieues cariche di allogeni realtà non integrabili, prodotti dell'accoglienza indiscriminata, senza valutazione della capacità di integrazione socio-economica e lavorativa.
  • curiosamente, la presenza degli stranieri oscilla, nei dibattiti pubblici, a seconda dei momenti, tra presunti benefici da loro derivanti o sopravvalutati singoli personaggi pubblici, da una parte, oppure i sopraccitati problemi, dall'altra. Ossia, sino all'anno scorso, le società multietniche erano le più avanzate, le più belle, le più tutto. Oggi, specie dopo le ultimissime stragi parigine, la Francia ha fallito l'integrazione (per razzismo degli autoctoni. Confermando, di fatto, che la società multietnica non esiste), il Regno Unito ha fallito l'integrazione (per indifferenza. Confermando che la società multietnica non esiste), il Belgio ha fallito l'integrazione (perché sono belgi. Ecc.), ecc. Al massimo si ritira fuori una sorta di primato morale multietnicistico degli USA, dimenticando la maratona di Boston del 2013 (sì, per alcuni è un false flag. Certo che questi maomettani si fanno gabbare con facilità...), ma, soprattutto, dimenticando che è la nazione con più carcerati al mondo; che è una nazione fortemente sorvegliata dalle proprie autorità, a dispetto delle presunte libertà di cui si vanta; che è una nazione in cui gli islamici sono una minoranza esigua tra altre minoranze più numerose e altrettanto aggressive. Soprattutto, che è una delle nazioni più odiate dagli islamici di tutto il globo.
  • perché poi, l'altro punto sono le colpe dell'Occidente. In questi giorni è tutto un additare agli occidentali qualunque colpa, mescolando varie questioni o dimenticandone. E' persino facile sentir questo anche da parte di esponenti del PD, ossia di un partito prono comunque e sempre ad accettare le decisioni di chicchessia nell'UE o nella NATO o nell'ONU. I pidioti, per mostrarsi capaci di critica, incolpano l'Occidente delle guerre che loro stessi hanno sostenuto in precedenti occasioni. Gli attacchi contro la Libia di Gheddafi o la Siria di Assad, e anche noi l'abbiamo detto più volte, sono stati insensati, ma dire, come si sta facendo spesso, che esisterebbe un risentimeno islamico anche per i bombardamenti in Siria o Libia, che farebbe crescere l'ISIS, significa dimenticare che l'ISIS è cresciuta grazie a questi bombardamenti, il che è ormai riconosciuto da quasi tutti (a posteriori). Cioè, ci si dimentica che l'ISIS sta riempendo un vuoto in Nord Africa e in Medio Oriente. Non lo sta mica vendicando! Ci si dimentica anche che, alla fin fine, tra gli islamici sunniti, né Assad, ma neanche Gheddafi erano particolarmente amati, difatti chi, tra gli islamici sunniti, in qualunque area geografica presente, si è lamentato a suo tempo dell'inizio delle operazioni militari occidentali? Quanti, invece, tra gli islamici hanno desiderato o persino invocato tali interventi? Le guerre, però, poi verrebbero scatenate solo dagli occidentali. L'ISIS sarebbe invece foraggiato solo dagli occidentali. Ecc. Guarda caso, dimenticando troppo spesso quanta responsabilità abbiano Arabia Saudita e Qatar e Turchia, ecc. Tali nazioni, negli ultimi giorni, vengono un po' tirate in ballo nei mezzi di comunicazione, ma solo da noi europei ed occidentali. Gli allogeni presenti in Italia e in Europa non le nominano. Difficilmente dicono quali siano le loro responsabilità con il terrorismo islamico.
  • la ragione per cui siamo solo noi occidentali a tirare in ballo i Paesi arabi ricchi dovrebbe dar da pensare. Prendete il Qatar: compra di tutto e ovunque, in Asia, in Africa o in Europa. Finanzia il terrorismo islamico, ma anche progetti sociali in Nord Africa e Medio Oriente. Gli Stati del Golfo Persico, compreso il Qatar, non accolgono pretendenti-asilo e, in generale, immigrati, che non siano nuovi schiavi esplicitamente richiesti e facilmente gestibili. Allo stesso tempo, migliorano le condizioni di vita (o progetterebbero di farlo) degli abitanti degli Stati arabi più poveri, ma contribuiscono a portare la guerra terroristica in quelle nazioni, specie contro gli occidentali lì presenti. Stupisce che non vengano citati dagli islamici sunniti intervistati in questi giorni? Perché dovrebbero citare accusando chi, in vari modi, sostiene il loro stile di vita?
  • curiosamente, durante le subito sfiorite "primavere arabe", chiunque si sarebbe potuto attendere (anche se poi non l'ha fatto) che, date le recriminazioni sociali delle banlieues francesi, tali "primavere" sarebbero potute sbarcare in Europa. Così non è stato. Perché? Forse perché le recriminazioni sociali nelle banlieues francesi o di altre realtà europee sono solo virtuali. Non si muore di fame e l'orgoglio è punto più dai controlli di polizia, che non dal fatto che i soldi e i lavori non sono molti, anche perché c'è comunque il sostegno sociale, ossia soldi a gratis. Anche perché ci sono i traffici illegali, che rendono bene, pur con qualche rischio. Anche perché c'è ormai il terrorismo internazionale, che aiuta anche la propria identità alloctona e il proprio orgoglio non-europeo e anti-europeo.
  • per cui fa specie che si tiri fuori la disparità delle vittime. Il "piangere solo per ciò di cui abbiamo il ricordino sul frigorifero", per dirla col giullare Maurizio Crozza. La pretesa, insomma, che i nostri morti debbano valere come i morti altrui. Poco importa che a pretenderlo siano appunto gli islamici (momentaneamente) presenti in Europa. Che, evidentemente, non sono così come noi, come affermano di esserlo. Fa specie perché ipocrita e palesemente inutile. Si piange e ci si lamenta di ciò che ci riguarda direttamente. Le "primavere arabe" non sono sbarcate in Europa, perché erano forse troppo localistiche, così come l'Oceano Atlantico riguarda i marocchini, ma non i libici. Sì è sempre nordafricani; si è sempre islamici sunniti, ma senza esagerare. Per cui la pretesa che gli europei debbano piangere chiunque è assurda. Meno assurdo pretendere, ponendoci, ipoteticamente, in un'ottica multietnicista, che gli islamici presenti in Europa piangano per gli europei morti, ma non la facciano lunga con i morti in Pakistan o in Iraq, specie se questi islamici sono tunisini o egiziani o marocchini. Eppure, molti allogeni presenti in Europa pretendono le "Nazioni Unite del Piagnisteo". Peccato che le NUP siano l'assenza di identità, precisamente, invece, ciò che molti allogeni vorrebbero comunque conservare. Il piagnisteo globale rappresenterebbe l'assenza di realtà storica, ossia l'assenza di responsabilità identificabili, così come la notizia di vari morti sotto una frana in Colombia, rappresenta, per noi italiani, solo qualche riga d'agenzia. Non può rappresentare né un dove, né un perché, né altro di precisabile e collocabile spazio-temporalmente (parlando di cittadini comuni, anche di buona cultura e ben informati).
  • [aggiunta alle ore 22.32 circa] nella giornata di oggi, abbiamo notato che alcuni islamici, presenti in Italia, hanno partecipato a marcie o manifestazioni (di varia fortuna, per così dire...) contro il terrorismo dell'ISIS. La questione islamica non è il terrorismo o l'ISIS, non prendiamoci per i fondelli, sia perché non esiste solo l'ISIS, sia perché bisogna correggere quel che alcuni dicono, ossia che "non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani". Tale frase viene contestata, da islamici e altri, affermando che esistono terrorismi vari, esiste la mafia, ecc. La frase invece corretta, a nostro parere, dovrebbe concludersi con "tutti i terroristi globali sono anche musulmani". L'anche è per ricordarsi che Washington è altrettanto simile. Terroristi globali perché la problematica dell'islamismo armato riguarda praticamente tutti i continenti, ad eccezione forse solo di parte delle Americhe e dei Poli. Detto questo, è interessante quanto riportavano alcuni cartelli dei manifestanti citati, ossia che loro, gli islamici manifestanti, erano contro il terrorismo (senza ulteriori aggettivi) e "per il mondo"... Proprio così, genericamente, il mondo. Certo, poi, senti dire che le principali vittime del terrorismo islamico sono altri islamici. Cosa opinabile, perché quelle vittime islamiche sono in realtà appartenenti di altre correnti. I terroristi sono per lo più sunniti, le vittime sono per lo più sciite, alawite, yazide, ecc. Oppure le vittime sono cristiani, hindu, buddisti, ecc. Ma, ricordiamo, che in Francia (o in altre parti dell'Occidente) le stragi non hanno riguardato i quartieri abitati da islamici sunniti, così come gli arabi o gli africani uccisi lo sono stati perché si trovavano nel posto sbagliato, nel momento sbagliato. Sentire, in questi giorni, gli islamici italiani dire che hanno paura a causa del terrorismo fa sorridere. Paura di cosa? Di trovarsi, appunto, nel posto sbagliato, nel momento sbagliato? [fine aggiunta]
  • [seconda aggiunta delle ore 23.53] per quello che vale, un sondaggio odierno di Porta a Porta, afferma che l'80% degli islamici presenti in Italia condanna l'ISIS, il 12% lo giustifica (ossia, senza ipocrisie, simpatizza per esso) e il resto non si sa. Il 12%, se fosse corretto, sarebbe già quattro volte tanto quanto riportato dalla Fondazione Moressa qualche mese, che parlava di circa 50.000 simpatizzanti, a vario titolo, in Italia. Ossia, secondo quest'ultimo sondaggio, siamo passati a 200.000. [fine seconda aggiunta]

Un rumoroso minuto di silenzio

Come abbiamo detto, la questione islamica non è solo il terrorismo. I fatti di Varese, con le studentesse marocchine uscite dall'aula per non ricordare i morti di Parigi, o i fischi e i cori nazionalisti (forse conditi di slogan islamici) dei tifosi turchi, durante il minuto di silenzio dell'amichevole Turchia-Grecia, dimostrano che, al di là della questione terroristica, c'è un problema identitario. (Studentesse boicottano il minuto di silenzio, Mario Visco, La Prealpina, 18 novembre 2015) [VIDEO dei fischi turchi]

Tale problema si situa nell'alveo di quanto già abbiamo segnalato nel precedente intervento [del 16 novembre 2015 - Rifiutate l'umanità (a proposito dei nuovi fatti di Parigi)]. Ossia, ognuno ha le proprie priorità e le nostre non sono le loro. Che importa la polemica se i tifosi turchi abbiano inneggiato al loro dio o si siano limitati a gridare che la nazione non si divide? Certo, nel primo caso il tutto suonerebbe più sinistro, ma nel secondo suona comunque sgradevole. Che importa che le marocchine a Varese volessero protestare contro le disparità di trattamento delle vittime (quali?) di altre stragi? L'avrebbero fatto, ad esempio, se il minuto di silenzio avesse riguardato le vittime del crollo di una palazzina, sempre a Parigi? Sospettiamo di no. E una ragione c'è, come detto: ognuno piange ciò che lo riguarda. Ognuno non piange ciò che non lo riguarda. Ognuno ha le proprie priorità, appunto.

In questi dieci anni, se ricordiamo bene, non abbiamo mai citato Oriana Fallaci (neanche nella vecchia piattaforma). Non siamo cresciuti con lei, né ci interessa particolarmente, ma in questi giorni, siamo incapati in una sua frase, che forse nasconde molto altro, e che ci sembra appropriata:

"se ho il diritto di amare chi voglio, ho anche e devo avere il diritto di odiare chi voglio"

E' una frase, ci pare tratta da "Le radici dell'odio", più vertiginosa di quel che sembra, perché, sotto-sotto, sembra ridiscutere un mondo intero, quello occidentale dei diritti umani (non ce ne occupiamo adesso). Non crediamo che lei se ne sia resa conto, ma non conosciamo il testo nella sua interezza. E' una frase però che rende bene l'idea di come sentano i non-europei, rispetto agli europei. E di come gli europei debbano tornare a sentire. Di come torneranno a sentire, anche perché l'odio, piano-piano, si sta facendo strada sempre più.

[seconda aggiunta delle ore 22.32 circa] P.S. fuori tema: i fatti di questi giorni, con l'aumento di controlli e presenze di militari nelle città italiane, ha avuto una inaspettata conseguenza: sono spariti gli zingari! Non ne vediamo da alcuni giorni, tranne le vecchine vecchio stampo, completamente incurvate.

lunedì 16 novembre 2015

Rifiutate l'umanità (a proposito dei nuovi fatti di Parigi)

Rifiutate l'umanità (a proposito dei nuovi fatti di Parigi)

Breve intervento, dopo le nuove stragi parigine del 13 novembre ad opera di "nuovi europei pagatori di pensioni" di fede maomettana sunnita. Nel mentre che continuano ad aumentare le uccisioni e i massacri nelle terre europee, le parole d'ordine della politica d'apparato e della grande stampa o delle televisioni, così come di personaggi variamente ben inseriti dove conta, sono le solite, ossia "evitiamo di fare d'ogni erba un fascio", oppure "che si colpisca spesso in Francia non ha a che fare col fatto che Oltralpe c'è la più grande comunità maomettana in Europa", oppure "lasciar vincere la paura significa tradire i principi europei di libertà e tolleranza", oppure "la gran parte dei morti da parte dei terroristi islamici sono altri islamici", e così via, di scemenza in scemenza.

Altrettanto, dopo fatti come quelli di venerdì, si ripetono le immagini noiose di ragazzetti e ragazzette (che poi magari hanno trent'anni e passa) che piagnucolano abbracciati nelle piazze parigine; si ripetono mobilitazioni sterili sui social networks, condite di "non ci piegheranno, continueremo a vivere come sempre" (e non ne dubitiamo, purtroppo); si ripete che i morti di Parigi erano "cittadini del mondo" (ma gli unici "cittadini del mondo" per davvero erano e sono i terroristi, che si muovono di nazione e nazione, di continente e continente, come meglio credono) e così via.

Consideriamo tre spunti:
  • a Crema, ai primi di giugno di quest'anno, l'associazione dei "Giovani musulmani italiani" (italiani...) ha organizzato un incontro presso il locale Consultorio Diocesano Familiare dal titolo "Integrazione? No grazie! Convivenza pacifica!". Detto alla francese: comunitarismo, ossia separazione per non imbastardirsi con i valori occidentali. (I giovani musulmani italiani: "Integrazione? No, grazie!", Matteo Carnieletto, Il Giornale, 03 giugno 2015)
  • un sondaggio di inizio estate, condotto per la Fondazione Moressa, riporta che circa il 3,1% dei maomettani in Italia ha esplicitamente simpatia per l'ISIS. Si tratta di circa 50.000 persone. Quanti invece non esplicitano le loro simpatie? Quanti, invece, semplicemente non sono stati raggiunti dai sondaggisti? Tanto per capirsi, i dati riportati da Angelino Alfano il 14 novembre, nello speciale di Porta a Porta, parlavano di 50.000 persone controllate a vario titolo, in Italia nel 2015, riguardo il terrorismo islamico. La domanda è: questi due gruppi quantitativamente simili sono sovrapponibili o no? Nel secondo caso, ovviamente, altro che 3,1%! (In Italia 50mila musulmani pronti a sostenere il Califfato, Matteo Carnieletto, Il Giornale, 29 giugno 2015)
  • qualche mese fa, Al Jazeera ha effettuato un sondaggio on-line tra le popolazioni arabe, riguardo l'approvazione o meno per il nuovo Califfato. Il risultato è stato un clamoroso 81% di sostegno per l'ISIS. Si tenga presente che nel 2006, un analogo sondaggio, in quel caso riguardante la simpatia per Osama Bin Laden e al-Qaeda, diede un risultato del 50%. (Shock poll: 81% of Al Jazeera Arabic poll respondents support Islamic State, Jordan Schachtel, Breitbart, 25 maggio 2015)

Dopo queste nuove stragi, vere e proprie azioni di guerra, personaggi come Barack Obama, Matteo Renzi o Jorge Mario Bergoglio hanno parlato di atti contro l'umanità e, come detto, le vittime vengono descritte come "cittadini del mondo".

Peccato che anche l'islamismo terrorista sia una sorta di umanitarismo, perché fa riferimento a tutti e tutte, ovunque. Non è un radicamento. E' radicalismo. E' fondamentalismo. Non è e non vuole essere radicamento, perché questo è sempre riferito ad una storia generazionale in un dato luogo di un certo gruppo.

E chi ha compiuto le stragi del 13 novembre o in altre occasioni, così come altri atti sanguinari compiuti da chicchessia in chissà che altre occasioni, lungo la Storia mondiale, non compie tali atti contro l'umanità, generica espressione ideologica, che maschera un concetto artificiale inventato da alcuni europei negli ultimi secoli, con sviluppo accelerato nel corso del Novecento (non entriamo nel merito del perché). Le stragi o le guerre si compiono sempre per scopi precisi, da parte di gruppi precisi contro altri gruppi o individui precisi. C'è sempre un chi, un dove, un perché, oltre che un quando e un come.

L'untuosa ideologia umanitaria impedisce di riflettere correttamente proprio sul chi, sul dove e sul perché. Permette anche ai maomettani (sunniti, ricordiamo) di adulterare il discorso su accoglienza, su identità e su azioni di contrasto al terrorismo, nascondendo dietro una generica e fasulla non-identità multietnica di alcune nazioni europee il pretesto per non mettere in discussione la loro presenza in quelle stesse nazioni. In pratica, se la Francia vuole rimanere Francia, non dovrebbe, secondo costoro, mettere in discussione la presenza maomettana in terra francese, ecc., di delirio in delirio. Ciò non è in contrasto con i tre punti che abbiamo riportato sopra, perché quei tre punti non parlano di una volontà di difendere radici etno-culturali, da parte degli islamici sunniti, quanto di lasciare che l'islam sia ciò che poi è ovvio che sia, ossia un fenomeno globale (tanto quanto l'umanitarismo europeo), valido ovunque e difendibile sempre. Ovviamente, a noi, invece, viene in mente la questione dei Pieds-Noirs e il confronto che si può fare con l'oggi [intervento del 10 gennaio 2015].

La presenza allogena, in particolare araba e subsahariana, in Europa è nata male e lo è grazie proprio all'umanitarismo, ossia grazie ad una generica accoglienza, motivata come volete, nel corso degli anni, ma comunque sempre senza alcun rispetto per le prerogative etnico-culturali di tutti; e, in genere, ciò che nasce male non si sviluppa bene. All'orizzonte non si vede alcunché di positivo, se non nelle troppe e ripetitive e stanche chiacchiere di alcuni multietnicisti di professione.

Finché non rifiuteremo l'umanità, per quanto tale concetto sia inculcato in molti, non faremo molti passi avanti. Si continuerà a vedere sempre e solo il ripetersi degli osceni spettacoli dello sradicamento e della distruzione, dato che è proprio nella lunga epoca della vittoria dell'umanità che è cresciuta la distruzione di popoli, culture, lingue, specie animali e vegetali.