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domenica 15 gennaio 2017

USA: il colore del crimine è "black" (dedicato a Dylann Storm Roof)

USA: il colore del crimine "black" (dedicato a Dylann Storm Roof)

Dylann Storm Roof sarà il primo cittadino statunitense ad essere giustiziato per un "crimine di odio". Roof, bianco ventiduenne, nel giugno 2015 entrò in una chiesa metodista "africana" a Charleston in Sud Carolina e aprì il fuoco contro gli afro-americani lì presenti, uccidendone 9. La ragione della strage, di cui Roof mai si è si voluto pentire, né negare la sua responsabilità, starebbe, a detta dello stesso autore, nell'atteggiamento degli afro-americani, aggressivo e violento nei confronti dei bianchi, e nella netta preponderanza statistica degli afro sui bianchi, per quanto riguarda l'essere autori di crimini in generale e, in particolare, di crimini tra etnie differenti. Tale preponderanza statistica contrasta però con la fortissima copertura mediatica che ogni episodio di violenza sugli afro riesce ad avere.

La denuncia di Roof, scandalosa per gli USA delle perenni colpe dei bianchi, ovviamente non è stata presa seriamente dalla gran parte dei mezzi di comunicazione, piattamente per lo più schierati su una narrazione acritica pro-minoranze. Roof è il classico ragazzo proveniente da un contesto degradato, con problemi famigliari e abuso di alcool e droga. In quanto bianco non gode, né sembra aver goduto di particolari attenzioni per la sua situazione personale e sociale, frustrata e senza futuro. In questo "niente" che gli è stato imposto molto presto, si è innestata la consapevolezza di quanto differente fosse l'atteggiamento dei mezzi di comunicazione rispetto ai temi della violenza e dell'appartenenza etnica.

Il salto di qualità, a dire dello stesso Roof, è iniziato con la verifica delle statistiche sul crimine negli USA e con la netta preponderanza degli afro come autori di atti criminosi. La miscela di criminalizzazione mediatica dei bianchi, specie poliziotti, e di silenzio sulle colpe afro lo ha condotto a voler, coscientemente, realizzare un atto eclatante, che fosse una sorta di spartiacque nella relazione tra le etnie negli USA (tanto che Roof arriva a voler desiderare l'inizio della guerra razziale). L'episodio di Charleston è pertanto la prima rabbiosa e sanguinosa denuncia della finzione dell'America multietnica, ma è anche una dichiarazione di guerra alla concreta realtà statunitense.

Naturalmente, la finzione multietnicista sta continuando. Se Roof è il primo condannato a morte per "crimine di odio" (forse non a caso, negli ultimi giorni della pompatissima e fallimentare messinscena politico-istituzionale che è stata la parabola di Barack Obama come presidente degli USA), in questi stessi giorni un episodio di "crimine di odio" viene, al contrario, discusso, ma, più spesso derubricato a "comune caso di cronaca". Parliamo del rapimento di un bianco disabile a Chicago da parte di quattro afro e delle torture che l'uomo ha poi subito, il tutto condito da insulti razziali contro i bianchi e... contro Donald Trump, con tanto di video su Facebook (il rapito non è stato ucciso, fortunatamente). Ovviamente, in Italia di questo episodio non se ne sente parlare, né è stato mostrato ripetutamente nei telegiornali. Se un afro brandisce un coltello e viene ucciso da un poliziotto, bianco o afro che sia, sarà in prima serata in televisione, ma di questo episodio sarà già tanto se si troverà una citazione breve dell'ANSA o sul televideo. Negli USA, però, forse è anche peggio, perché, per quanto se ne parli, tocca sentire un Don Lemon sulla CNN dire che non si tratta di "qualcosa di intrisecamente malvagio. E' solo l'atto di alcuni giovani con scarsi insegnamenti in famiglia" (CNN's Don Lemon: anti-Trump violence against disabled man 'Not evil', Tyler O'Neil, PJ Media, 5 gennaio 2017), oppure Tavis Smiley della PBS che sul Time ammonisce dal voler troppo sottolineare questo episodio rispetto alle brutture della polizia "bianca" contro gli afro (Tavis Smiley: The other tragedy of the Chicago torture, Tavis Smiley, Time, 6 gennaio 2017).

Ma Tavis Smiley, che pure nell'articolo citato ricorda anche come la Chicago di Barack Obama abbia visto negli ultimi tempi un aumento vertiginoso dei crimini, non ne trae le conseguenze corrette: partendo dalle baggianate del solito "Obamba", che negli ultimi giorni farneticava di "USA divenuti migliori (dopo la sua presidenza)", e considerando invece tutte le statistiche, il risultato è semmai negativo. Nel 2008, proprio all'arrivo di "Obamba" alla Casa Bianca, l'Ufficio Federale per le statistiche sul crimine interruppe la pubblicazione di dati aggiornati riguardanti i crimini tra etnie, non fornendo un servizio corretto alla verità. Tali dati, in realtà, sono comunque estrapolabili da altre statistiche, locali o federali, pertanto un'idea è possibile farsela, anche se con qualche fatica in più.

In ogni caso, al 2008, il 93% delle morti violente tra gli afro, per qualunque tipo di crimine e situazione, era dovuto ad altri afro. Il 93%! Se gli USA fossero governati da razzisti (bianchi), gli afro sarebbero la loro migliore arma mortale. E' possibile credere che, in così pochi anni, la situazione sia cambiata, censura federale o meno? Ad esempio: secondo il National Crime Victimization Survey, nel 2012-2013, per circa 4 milioni di vittime di vari atti di violenza di etnia bianca , solo il 56% dei colpevoli sono altrettanto bianchi, mentre il resto è costituito da altre etnie, di cui gli afro vantano un 13%. Al contrario, su circa 955.000 vittime afro, il 62% degli autori sono afro, mentre i bianchi sono il 10%. In pratica, gli afro sono stati autori di oltre 500.000 atti violenti contro i bianchi contro i meno di 100.000 compiuti dai bianchi contro gli afro, nonostante questi ultimi siano il 13% circa della popolazione statunitense (A window into a depraved culture, Heather Mac Donald, City Journal, 9 gennaio 2017).

Per avere una sorta di controprova, basta guardare due grafici presenti in un rapporto appunto del Bureau of Justice Statistics riguardanti gli omicidi negli USA dal 1980 ad, appunto, il 2008. In essi, pagina 11, è visualizzato l'andamento statistico, sia come autori sia come vittime di omicidi, sia dei bianchi che degli afro. Ora, essendo i bianchi la maggioranza della popolazione, l'andamento possiamo ipotizzare che nel loro caso possa mutare più lentamente, qualora il confronto sia con altre etnie. Nel caso invece degli afro, essendo minoranza, si potrebbe ipotizzare una maggiore predisposizione ad essere influenzati statisticamente dalle azioni delle etnie maggioritarie, soprattutto nel caso dell'essere vittime. Invece, la variazione degli afro, sia per quanto riguarda gli autori di omicidi, sia per quanto riguarda l'essere vittime, è simile. Se diminuiscono gli autori afro, diminuiscono le vittime afro. Un caso? Ovviamente no. [fig. 17 e 18, pagina 11, Homicide trends in the United States, 1980-2008, Alexia Cooper + Erica L. Smith, Bureau of Justice Statistics, novembre 2011 - PDF]

Nello stesso rapporto, pagina 13, figure 19 e 20a-20b, gli afro uccidono più bianchi rispetto ai bianchi con gli afro, sia in termini generali, sia qualora assassino e vittima si conoscano.

Tutto questo viene giustificato con le condizioni socio-economiche degli afro e con ipotetiche ingiustizie o politiche definite razziste. Ad esempio, per quanto riguarda il comportamento della polizia. Sappiamo però che questo non è vero: come detto, nel 2015 i bianchi uccisi dalla polizia sono stati il doppio rispetto agli afro [articolo del 15 luglio 2016: Polizia USA razzista? I dati che dicono?].

Il problema è che questa colpevolizzazione della polizia statunitense ha degli effetti concreti, con esiti che andranno valutati. Ad esempio, non solo le tensioni sociali ed etniche aumentano, ma c'è una maggiore difficoltà, da parte delle forze dell'ordine, ad intervenire in certe situazioni. La tentazione, in pratica, è incominciare a guardare "dall'altra parte", non intervenendo in certi casi o in certe zone. Consideriamo anche un aspetto: i poliziotti bianchi hanno una colluttazione durante un tentativo di arresto per il 36% delle volte, gli "hispanici" per il 33%, mentre gli afro solo per il 20% delle volte. In questi casi, in genere, si sottolineano solo i casi riguardanti i bianchi, dipingendoli appunto come brutali e razzisti. Ma data la piccola differenza percentuale tra bianchi e "hispanici", ci viene il dubbio che, data la forte presenza degli afro nelle varie statistiche criminali, tali colluttazioni si producano spesso non solo per l'atteggiamento generico o dell'arrestato o del poliziotto, ma anche per ragioni etniche, non derivanti però sempre dal poliziotto. In pratica, data la costruzione ideologica del "razzismo istituzionalizzato bianco", l'arrestato afro si sente e vuole sentirsi vittima a prescindere

In quanto afro arrestato da un bianco, l'afro vuole sentirsi comunque vittima.

Controprova? Gli agenti bianchi e "hispanici" ritengono entrambi al 72% che gli scontri mortali tra poliziotti e afro siano solo incidenti isolati, mentre gli agenti afro lo ritengono al 43%. A chi credere? Se guardiamo al trattamento degli arrestati, gli agenti afro affermano al 53% che i bianchi sono trattati meglio delle minoranze, ma questa percentuale scivola al 19% se parlano gli agenti "hispanici" e all'1% se si tratta di agenti bianchi. Ma, se si guarda invece alla parità di trattamento, bianchi e "hispanici" rispondono entrambi al 60% che c'è equità, a differenza degli afro col 39%. Di nuovo, a chi credere? (Behind the badge, Rich Morin + Kim Parker + Renee Stepler + Andrew Mercer, Pew Research Center, 11 gennaio 2016 - PDF)

Dovremmo credere agli afro? O, piuttosto, non dovremmo pensare che si sta producendo una sorta di scollamento sociale e culturale ed etnico, con varie e complesse cause, ma che l'attuale narrazione vittimistica afro non aiuta di certo? Pensate alla recente dichiarazione di un avvocato afro, Elie Mystal, che ha chiesto a tutti gli afro-americani che dovessero sedere in una qualche giuria con un processato afro da giudicare per omicidio nei confronti di un bianco, di optare sempre e comunque per la non colpevolezza! (Here’s how black people could use jury nullification to break the justice system, Elie Mystal, Above The Law, 7 dicembre 2016)

Ma perché tutto questo non avviene appunto con gli "hispanici" di varia etnia o gli asiatici o altri? Le considerazioni valgono in entrambi i sensi: non solo le altre etnie hanno meno problemi con i bianchi, ma, se i bianchi sono razzisti, perché poi loro hanno meno problemi con le altre etnie, piuttosto che con gli afro-americani con cui, negli USA, hanno convissuto per secoli? Perché le altre etnie, inoltre, raggiungono in pochi anni o decenni risultati che molti afro non hanno raggiunto in secoli?

Controprova: se confrontiamo le vittime di atti violenti tra il 2002 e il 2013, i bianchi hanno visto ridursi la loro percentuale del 29% circa, gli afro del 20% e gli "hispanici" hanno visto, al contrario, un aumento del 25%. Se guardiamo agli arrestati per crimini violenti, dal 2001 al 2013, i bianchi si sono ridotti del 7%, gli afro del 5%, ma gli "hispanici" sono aumentati del 58%. Nonostante questo, nella gran parte degli atti criminosi, violenti o no, quel 13% di popolazione afro raggiunge o supera abbondantemente in certi casi il 30% per quanto rigurda gli arresti. (The color of crime - 2016 Revised Edition, Edwin S. Rubenstein, New Century Foundation - PDF)

Traetene le conseguenze. Nel mentre, forse nei prossimi mesi o poco più, un ragazzo di 22 anni verrà giustiziato. Una volta ucciso, si dimenticheranno di lui. Eppure, qualcosa cova sotto gli USA e non è la narrazione ufficiale che abbiamo sentito negli ultimi decenni ed anni. Il resto verrà da sé.