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domenica 21 maggio 2017

20 maggio 2017 e tre manifestazioni

20 maggio 2017 e tre manifestazioni

Eh, sì! Ieri, 20 maggio 2017, le manifestazioni di rilievo erano tre:

  • Milano: la marcia genocida pro-stranieri, con personalità politiche ed associazioni e gruppi di ogni risma, dai centri sociali di sinistra al cattolicesimo più ipocrita.
  • Umbria: la marcia del Movimento 5Stelle, in favore del reddito di cittadinanza.
  • Roma: la Marcia per la Vita, organizzata per lo più dai gruppi cattolici più allarmati dal calo di natalità e dalle ideologie gender e di morte.

I mezzi di comunicazione di massa, mai come in questa occasione, hanno parlato solo della prima marcia, accennando solo alla seconda ed evitando, in maniera pressoché completa, la terza. Non solo: alcune delle personalità politiche più in vista hanno partecipato alla marcia genocida milanese, di fatto esprimendosi per una loro idea di futuro, in cui il popolo italiano non è compreso, ma nessuno ha partecipato alla marcia romana. Quello che è avvenuto ieri, e il modo in cui è stato presentato, indica chiaramente quale sia l'idea di futuro e quale sia la priorità per chi appartiene alla galassia liberal-progressista-radicale.

Il genocidio è una realtà in atto, permessa dalla confusione socio-culturale dominante tra i cittadini italiani, che si riflette nell'assenza di un voto politico centrato, ma è anche un progetto di fatto di un certo mondo culturale e politico, che ormai preferisce le proprie fantasie sugli immigrati alla dolorosa realtà attuale del reale popolo italiano.

Gli sponsor del genocidio contro gli autoctoni, italiani od europei, di solito dicono che non si può disconoscere la realtà dell'immigrazione e la presenza degli stranieri, non-europei in particolare. Dagli atti compiuti quotidianamente, invece, è evidente che costoro disconoscono il problema della natalità e della sopravvivenza demografica degli autoctoni, inventandosi, giorno dopo giorno, futuri meticci a loro immagine e somiglianza, ossia liberal-progressisti-radicali, senza radici di alcun genere. Peccato che, invece, la realtà concreta degli allogeni in Europa e nel resto dell'Occidente, dica tutt'altro, ossia la riduzione delle realtà autoctone e l'espandersi di realtà alloctone. Basti pensare al clamoroso reportage uscito in Francia in questi giorni, post-sbornia elettorale pro-Macron, dove risulta che in una zona di Parigi, nell'ultimo anno, hanno iniziato, arabi ed africani, a cacciare le donne, impedendo loro di circolarvi liberamente. Questo nella Parigi che ha votato al 90% per Macron (non a caso? Ognuno per i propri, contrastanti ed anti-patriottici interessi?) ed anche questo nell'indifferenza dei soliti liberal-progressisti-radicali (Paris: des femmes victimes de harcèlement dans les rues du quartier Chapelle-Pajol, Cécile Beaulieu, Le Parisien, 18 maggio 2017) . Per quanto tempo lasceremo che a governare l'esistente siano liberal-progressisti-radicali, il cui futuro, indipendentemente dalle misere apparenze contemporanee, è già segnato, ossia la completa sparizione dalla Storia?

domenica 14 maggio 2017

"Get out", un film razzista

"Get out", un film razzista

Nei prossimi giorni, in Italia, uscirà quello che probabilmente è il primo film apertamente razzista contro i bianchi, con in aggiunta l'essere stato anche un successo di pubblico. Parliamo dell'horror "Get out", scritto e diretto dall'afro Jordan Peele, conosciuto negli USA soprattutto come attore di commedie.

Ovviamente, vi invitiamo a non spendere del denaro nel vederlo, in modo da non contribuire alla fortuna di questa produzione (tanto, vi racconteremo tutto). Comunque sia, il film racconta della relazione di un ragazzo afro e di una ragazza bianca, i quali, per la prima volta, si presentano ai genitori di lei. Il soggetto inizia come un classico "indovina chi viene a cena?". Il film prosegue con il disagio crescente dell'afro (in realtà imbronciato già dalla primissima scena, nel bagno di casa sua. Mah?!), circondato da battutine blandamente politicamente scorrette (ma che in certi ambienti USA vengono considerate al limite del blasfemo). Questo, nonostante la famiglia di lei sembri liberal e progressista.

Questo è stato, probabilmente, l'aspetto che maggiormente è stato sottolineato e sfruttato per pompare il film: l'ipocrisia progressista, in pratica. Su questo, non siamo d'accordo. L'aspetto progressista nel film è soltanto un veloce mezzo per disorientare lo spettatore. Ha anche, ovviamente, un aspetto intradiegetico, dato che è anche il mezzo usato per disorientare il protagonista afro. Perché, in pratica, lo scopo della famiglia progressista, e dei loro amici e conoscenti, è attirare individui afro ed impossessarsi di loro, schiavizzandoli in una particolare maniera, ossia introducendo nel loro cervello porzioni di cervello di vecchi bianchi, ormai malandati, in modo che ritrovino una po' di giovinezza, grazie alla presunta prestanza fisica afro (e già su questo...).

In tutto ciò si palesano le contraddizioni ideologiche dell'autore. Partiamo da quello che il film sarebbe potuto essere e non è, per i limiti di Peele stesso: poteva essere una sorta di satira proprio contro l'ideologia liberal, che dichiara di appoggiare le minoranze, ma che di fatto vuole solo perpetuare sè stessa, disconoscendo ogni diversità. Entro un certo limite, questo elemento è presente, ma il problema è che Peele non lavora su questo, quanto sull'opposizione bianchi e afro. Neanche è una satira sull'ideologia liberal come fatto imperfetto, ossia incapace di arrivare compiutamente a riconoscere gli altri nella loro diversità. Se fosse stato questo, sarebbero state migliori una commedia od un dramma.

Ma a Peele, siamo onesti, piace vedere i bianchi rantolare nel proprio sangue, rimpolpando la storiella di tanti piccoli elementi che dimostrano i suoi pregiudizi razziali. Così abbiamo il fratello della fidanzata che beve il latte (nuova frontiera del razzismo nero, ci crediate o no: VIDEO.); abbiamo il riferimento al serial-killer Jeffrey Dahmer, associato alla violenza bianca (ma non agli omosessuali, ma guarda un po'!), con battute, dette in contesti allarmati, quindi sinceri (solo da parte del personaggio che le dice?), sulle pulsioni sessuali dei bianchi associate proprio alla violenza (date piuttosto un'occhiata alle statistiche di stupri ed etnie, poi ne riparliamo); abbiamo il riferimento alle presunte doti sessuali degli afro (c'è ancora chi ci crede?); c'è poi, e questo è un aspetto interessante, tutta l'estetica scenografica, che rimanda moderatamente a sessant'anni fa, e che contrasta invece con la modernità in cui vive il protagonista afro. In questo, si palesa l'ipocrisia di Peele, che si inventa una polarizzazione estetica etno-sociale, pretendendo poi di fare qualcosa di onesto. In realtà, dimostra l'accettazione, voluta o meno, di una lunga tradizione razzista hollywoodiana, contro la provincia ed i piccoli centri. Che dimostra, a sua volta, la cattiva coscienza di Peele.

Perché Peele fa salvare il protagonista grazie alla propria forza, come se fosse una specie di superman, dimenticando, invece, che è proprio la riorganizzazione socio-politica della realtà statunitense bianca che ha permesso agli afro di uscire dalla segregazione. Di conseguenza, se può essere giusto immaginare sacche di ostilità razziale, limitate localmente, non si può pretendere di farne una sorta di ritratto del periodo attuale. Se Peele pensava solo a qualcosa di limitato localmente, allora, in pratica, tutti gli strani riferimenti dislocati nel film non hanno senso. Peele ha anche affermato che i fantasmi della segregazione razziale sono ancora presenti e ancora metterebbero paura. Sarà, peccato che lui abbia solo ripresentato (ed accettato) il razzismo occidentale comtemporaneo delle grandi città contro le piccole realtà (che è cosa ben diversa e conduce verso qualcosa di non mai abbastanza discusso e contrastato, ossia il livellamento e, poi, l'azzeramento del reale), sommandolo ad un suo pregiudizio  razziale. Tematicamente non c'è altro, tanto più che il film esteticamente non sembra un prodotto attuale, ma di una ventina di anni fa (se volete vedere degli horror contemporanei realmente di buon livello ed esteticamente e metaforicamente interessanti, vi consigliamo cose come "Oculus" di Mike Flanagan oppure come "It follows"di David Robert Mitchell).

Dato tutto questo, bisogna dire che il film è stato mostruosamente fortunato. Prodotto con cinque milioni di dollari circa, ne avrebbe incassati circa 200, raccogliendo critiche sempre entusiaste (per i motivi detti, il che la dice lunga su certa critica. Sul pubblico, invece, c'è poco da dire. I tempi sono quelli che sono). I bianchi accorsi a "godere" di tale spettacolo, a sentire Wikipedia e collegamenti lì presenti, sarebbero stati circa un terzo degli spettatori. Il che significa che molti non bianchi... Fatte voi le vostre valutazioni. In ultimo, se si sono citati, come fonte di ispirazione, film come "La fabbrica delle mogli" di Bryan Forbes oppure "Society" di Brian Yuzna, ci si dimentica che, un paio di anni prima, era uscito "Self/less" di Tarsem Singh, molto simile per quanto riguarda il nocciolo fantascientifico della trama. Quindi, anche come inventiva...

giovedì 4 maggio 2017

Enrico Letta e gli scheletri nel Mediterraneo

Enrico Letta e gli scheletri nel Mediterraneo

L'ex presidente del Consiglio (non eletto, né amato dal popolo italiano) Enrico Letta (attualmente espatriato in Francia, con occupazione universitaria), ieri 3 maggio 2017, durante la trasmissione di informazione politica L'aria che tira su La7 (una specie di contenitore di banalità assortite), ha affermato che, fra cento anni, gli studiosi troveranno migliaia di scheletri nel Mare Mediterraneo e si chiederanno quale genere di guerra possa averli prodotti, con riferimento polemico contro coloro che criticano le associazioni pro-immigrati e che dubitano dell'onestà di queste. (L'aria che tira, 3 maggio 2017)

L'immagine, fantasiosa e ricattatoria, ovviamente è infondata. Purtroppo per la patetica fantasia lettiana, gli scheletri in mare non durano cento anni, perché il solo mare accelera il tempo di decomposizione rispetto alla sepoltura in terra, ma poi, tra correnti violente e, soprattutto, pesci, praticamente nulla di organico può salvarsi. Citando:
"Scoprire un scheletro antico in mare è davvero raro, concorda Mark Dunkley, archeologo subacqueo di Historic England. A meno che non siano coperti da sedimenti o da qualche altro materiale di protezione, i corpi dei naufraghi  di solito sono spazzati via dal mare, degradati, o divorati dai pesci." (Ritrovato uno scheletro umano nel famoso relitto di Antikythera, Le Scienze, 24 settembre 2016).

Inoltre:
Il tempo necessario perché un corpo umano si riduca ad uno scheletro può variare notevolmente. Normalmente il corpo di un adulto sepolto in terreno ordinario senza una bara richiede dieci-dodici anni per decomporsi ad uno scheletro, in un clima temperato. Immergendo il corpo in acqua, la scheletrificazione accade circa quattro volte più velocemente; esponendo il cadavere all'aria aperta, otto volte più velocemente.
Lo scheletro, in sé, non è permanente poiché gli acidi a cui il cadavere è esposto possono disintegrarlo (questo è uno dei motivi della mancanza di resti umani nel relitto del Titanic anche in parti della nave inaccessibili ai pesci ed agli altri agenti degradanti).
(Wikipedia

Ora, dato che, come sappiamo, in realtà i morti in mare sono aumentati proprio con l'intervenire delle ambigue ONG, dato che tra il 2014 e il 2016 la percentuale di immigrati via mare morti sono passati dall'1,86% al 2,40% ("Senza Ong, più morti in mare". Ma i dati smentiscono la Kyenge, Giuseppe di Lorenzo, Il Giornale, 28 aprile 2017), la tirata moralistica lettiana è pura spazzatura.

Piuttosto, rimangono ancora lì, pianti dai propri cari, gli scheletri sepolti degli italiani e degli altri europei o uccisi dalla crescente violenza allogena o uccisi dalle politiche socio-economiche fallimentari di personaggi indegni come il citato Enrico Letta. Altrettanto rimangono i mille scheletri nell'armadio della classe élitaria a cui lo stesso Letta appartiene. Discutiamo di questi, non di fantasie marittime, e semmai discutiamo anche di cosa diranno gli studiosi fra cento anni, se lasciamo che il genocidio degli italiani e degli europei continui indisturbato.

lunedì 1 maggio 2017

Il business del microcredito e dei prestiti bancari dietro l'immigrazione di massa

Il business del microcredito e dei prestiti bancari dietro l'immigrazione di massa

Veloce segnalazione per l'interessante articolo del sito anarchico Comidad, sui legami tra i servizi di microcredito e di prestiti bancari e l'immigrazione massificata,  generanti situazioni di indebitamento personale.

Pertanto, non esistono solo le ambigue ONG che caricano immigrati nel Mediterraneo, ma esiste tutta un'economia parallela, anche se legale, che di fatto spinge all'immigrazione, senza alcun interesse per le economie reali di partenza e di arrivo e che parassita queste ultime, svuotando al contempo le prime. Ogni business dell'immigrazione si nasconde dietro una verniciatura di moralità, ma di fatto è solo parassitismo senza regole, senza progetti concreti, senza equilibrio.

  • Le ONG nel business del microcredito ai migranti (Comidad, 27 aprile 2017):

Dopo le dichiarazioni del vicepresidente della Camera ed esponente del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, sulle responsabilità delle Organizzazioni Non Governative nel traffico di migranti, sono immediatamente cominciate sui media le esegesi alternative sul documento dell’agenzia europea Frontex che aveva dato origine a quelle stesse dichiarazioni. La parola d’ordine è “minimizzare”, ricondurre il rapporto Frontex al rango di lamentela per le inevitabili agevolazioni per il traffico di migranti che l’attività “umanitaria” delle ONG involontariamente determinerebbe. In questo senso si esprime, ad esempio, il quotidiano “La Repubblica”. Nulla di più prevedibile di questa levata di scudi dei media a favore delle ONG, se si considera che le stesse ONG, le fondazioni ed in genere il settore del cosiddetto “non profit” (ovvero della non tassazione), con il loro imperialismo “umanitario” svolgono un ruolo decisivo, e complementare al ruolo delle multinazionali, sia nella circolazione internazionale dei capitali, sia nella destabilizzazione dei Paesi attraversati da quella circolazione. L’ultima “manovrina” del governo Gentiloni riconferma tra i suoi provvedimenti persino una “immunizzazione” dall’IVA già decisa lo scorso anno a beneficio delle ONG; ciò a riprova del potere lobbistico del “non profit” ad alibi umanitario. La guerra è un effetto, una conseguenza diretta, della mobilità dei capitali, ma la povertà ne costituisce invece la precondizione essenziale. I capitali non possiedono alcuna vitalità economica intrinseca e la loro circolazione può esercitarsi soltanto in condizione di vantaggio assoluto nei territori che vanno a conquistare. Per questo motivo è così importante che esistano agenzie sovranazionali come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale che impongano ai governi politiche di austerità, di privatizzazione dei servizi pubblici e di vincolo di bilancio in nome di un illusorio “sviluppo” futuro: è la pauperizzazione forzata dei popoli a conferire potere contrattuale agli investimenti esteri. L’analisi economica del capitalismo può arrivare solo sino ad un certo punto, oltre il quale diventa fuorviante, poiché il capitalismo va analizzato soprattutto come fenomeno criminale. Oggi il linguaggio moralistico è diventato pervasivo, perciò anche il termine “criminale” rischia di essere interpretato in questo senso morale. In realtà il capitalismo è criminale nel senso tecnico-giuridico del termine, in quanto si basa sulla svalutazione preventiva e fraudolenta di ciò che va a saccheggiare, sia il lavoro, sia i beni immobili, sia le attività produttive. La migrazione, ad esempio, viene presentata o come fuga dalle guerre (ed in parte è vero) o come fuga da condizioni economiche insopportabili. Questo quadro viene spesso corredato da ipocrite recriminazioni sui Paesi sviluppati che non aiuterebbero abbastanza i Paesi sottosviluppati. Di fatto sono invece i vincoli imposti ai governi dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale ad imporre la disoccupazione; e questa stessa disoccupazione non serve solo ad abbassare i salari di chi ancora lavora, ma costituisce la materia prima per business finanziari come i prestiti in funzione della migrazione. In un Paese come il Bangladesh i “migration loans” costituiscono un business che avviene alla luce del sole, con agenzie come BRAC, specializzate nei prestiti ai lavoratori disoccupati per finanziare la loro migrazione. Popoli che vengono considerati ai margini dello sviluppo, risultano in effetti integrati pienamente nel circuito dei “servizi” finanziari. BRAC agisce non solo in Asia ma anche in Africa, dove evidentemente fa un buon lavoro, viste le masse africane che spinge alla migrazione. Non ci si sorprenderà infine di sapere che BRAC è una Organizzazione Non Governativa che ostenta finalità umanitarie. Il coinvolgimento delle ONG nella migrazione va quindi ben oltre la quisquilia segnalata da Frontex sulle relazioni illecite con i famigerati scafisti. Il microcredito non è un “servizio” finanziario per chi vuole migrare, ma costituisce una vera spinta alla migrazione poiché per il disoccupato quel prestito rappresenta l’unica risorsa disponibile per coprire esigenze personali e familiari. Il microcredito ai migranti è uno di quei business “poveri” in cui sono coinvolte le grandi multinazionali finanziarie, a dimostrazione che la povertà è la fondamentale materia prima del capitalismo. Più si è poveri, più facilmente si diventa vittime del microcredito, cosicché la migrazione si rivela come uno dei comparti sociali più finanziarizzati. Si tratta di un business finanziario a basso rischio in quanto composto da milioni di piccoli prestiti; persino i casi di insolvenza rientrano nel business tramite il business collaterale delle agenzie di recupero crediti. In uno studio del Forum Internazionale ed Europeo di Ricerche sulla Immigrazione (FIERI) del 2013 proprio sul tema del sovraindebitamento dei migranti, è stata concentrata la ricerca sulla comunità filippina in Italia, scoprendo così che la situazione è drammatica: dopo essersi indebitati per poter emigrare, si continua ad indebitarsi per coprire i debiti, all’infinito. Lo studio si conclude proponendo come “terapia” al sovraindebitamento dei migranti l’offrire loro prestiti in condizioni di “maggiore tutela”. Quindi si prospetta altro indebitamento. Niente di strano se si considera che il FIERI è finanziato da fondazioni bancarie, prima di tutte la Compagnia di San Paolo. Ciò che poteva apparire come una ricerca finalizzata ad alleviare dei disagi sociali, era in effetti tutt’altro, cioè un’analisi di marketing per individuare un “target” per i propri servizi finanziari. Il “non profit” delle fondazioni private esiste solo in funzione di maggiore profit.