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domenica 14 maggio 2017

"Get out", un film razzista

"Get out", un film razzista

Nei prossimi giorni, in Italia, uscirà quello che probabilmente è il primo film apertamente razzista contro i bianchi, con in aggiunta l'essere stato anche un successo di pubblico. Parliamo dell'horror "Get out", scritto e diretto dall'afro Jordan Peele, conosciuto negli USA soprattutto come attore di commedie.

Ovviamente, vi invitiamo a non spendere del denaro nel vederlo, in modo da non contribuire alla fortuna di questa produzione (tanto, vi racconteremo tutto). Comunque sia, il film racconta della relazione di un ragazzo afro e di una ragazza bianca, i quali, per la prima volta, si presentano ai genitori di lei. Il soggetto inizia come un classico "indovina chi viene a cena?". Il film prosegue con il disagio crescente dell'afro (in realtà imbronciato già dalla primissima scena, nel bagno di casa sua. Mah?!), circondato da battutine blandamente politicamente scorrette (ma che in certi ambienti USA vengono considerate al limite del blasfemo). Questo, nonostante la famiglia di lei sembri liberal e progressista.

Questo è stato, probabilmente, l'aspetto che maggiormente è stato sottolineato e sfruttato per pompare il film: l'ipocrisia progressista, in pratica. Su questo, non siamo d'accordo. L'aspetto progressista nel film è soltanto un veloce mezzo per disorientare lo spettatore. Ha anche, ovviamente, un aspetto intradiegetico, dato che è anche il mezzo usato per disorientare il protagonista afro. Perché, in pratica, lo scopo della famiglia progressista, e dei loro amici e conoscenti, è attirare individui afro ed impossessarsi di loro, schiavizzandoli in una particolare maniera, ossia introducendo nel loro cervello porzioni di cervello di vecchi bianchi, ormai malandati, in modo che ritrovino una po' di giovinezza, grazie alla presunta prestanza fisica afro (e già su questo...).

In tutto ciò si palesano le contraddizioni ideologiche dell'autore. Partiamo da quello che il film sarebbe potuto essere e non è, per i limiti di Peele stesso: poteva essere una sorta di satira proprio contro l'ideologia liberal, che dichiara di appoggiare le minoranze, ma che di fatto vuole solo perpetuare sè stessa, disconoscendo ogni diversità. Entro un certo limite, questo elemento è presente, ma il problema è che Peele non lavora su questo, quanto sull'opposizione bianchi e afro. Neanche è una satira sull'ideologia liberal come fatto imperfetto, ossia incapace di arrivare compiutamente a riconoscere gli altri nella loro diversità. Se fosse stato questo, sarebbero state migliori una commedia od un dramma.

Ma a Peele, siamo onesti, piace vedere i bianchi rantolare nel proprio sangue, rimpolpando la storiella di tanti piccoli elementi che dimostrano i suoi pregiudizi razziali. Così abbiamo il fratello della fidanzata che beve il latte (nuova frontiera del razzismo nero, ci crediate o no: VIDEO.); abbiamo il riferimento al serial-killer Jeffrey Dahmer, associato alla violenza bianca (ma non agli omosessuali, ma guarda un po'!), con battute, dette in contesti allarmati, quindi sinceri (solo da parte del personaggio che le dice?), sulle pulsioni sessuali dei bianchi associate proprio alla violenza (date piuttosto un'occhiata alle statistiche di stupri ed etnie, poi ne riparliamo); abbiamo il riferimento alle presunte doti sessuali degli afro (c'è ancora chi ci crede?); c'è poi, e questo è un aspetto interessante, tutta l'estetica scenografica, che rimanda moderatamente a sessant'anni fa, e che contrasta invece con la modernità in cui vive il protagonista afro. In questo, si palesa l'ipocrisia di Peele, che si inventa una polarizzazione estetica etno-sociale, pretendendo poi di fare qualcosa di onesto. In realtà, dimostra l'accettazione, voluta o meno, di una lunga tradizione razzista hollywoodiana, contro la provincia ed i piccoli centri. Che dimostra, a sua volta, la cattiva coscienza di Peele.

Perché Peele fa salvare il protagonista grazie alla propria forza, come se fosse una specie di superman, dimenticando, invece, che è proprio la riorganizzazione socio-politica della realtà statunitense bianca che ha permesso agli afro di uscire dalla segregazione. Di conseguenza, se può essere giusto immaginare sacche di ostilità razziale, limitate localmente, non si può pretendere di farne una sorta di ritratto del periodo attuale. Se Peele pensava solo a qualcosa di limitato localmente, allora, in pratica, tutti gli strani riferimenti dislocati nel film non hanno senso. Peele ha anche affermato che i fantasmi della segregazione razziale sono ancora presenti e ancora metterebbero paura. Sarà, peccato che lui abbia solo ripresentato (ed accettato) il razzismo occidentale comtemporaneo delle grandi città contro le piccole realtà (che è cosa ben diversa e conduce verso qualcosa di non mai abbastanza discusso e contrastato, ossia il livellamento e, poi, l'azzeramento del reale), sommandolo ad un suo pregiudizio  razziale. Tematicamente non c'è altro, tanto più che il film esteticamente non sembra un prodotto attuale, ma di una ventina di anni fa (se volete vedere degli horror contemporanei realmente di buon livello ed esteticamente e metaforicamente interessanti, vi consigliamo cose come "Oculus" di Mike Flanagan oppure come "It follows"di David Robert Mitchell).

Dato tutto questo, bisogna dire che il film è stato mostruosamente fortunato. Prodotto con cinque milioni di dollari circa, ne avrebbe incassati circa 200, raccogliendo critiche sempre entusiaste (per i motivi detti, il che la dice lunga su certa critica. Sul pubblico, invece, c'è poco da dire. I tempi sono quelli che sono). I bianchi accorsi a "godere" di tale spettacolo, a sentire Wikipedia e collegamenti lì presenti, sarebbero stati circa un terzo degli spettatori. Il che significa che molti non bianchi... Fatte voi le vostre valutazioni. In ultimo, se si sono citati, come fonte di ispirazione, film come "La fabbrica delle mogli" di Bryan Forbes oppure "Society" di Brian Yuzna, ci si dimentica che, un paio di anni prima, era uscito "Self/less" di Tarsem Singh, molto simile per quanto riguarda il nocciolo fantascientifico della trama. Quindi, anche come inventiva...

3 commenti:

  1. https://thezog.info/who-controls-hollywood/
    da ollivud solo spazzatura velenosa più pericolosa di quella della terra dei fuochi.

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  2. Ciao Lif, il link del video rimanda ad un indirizzo errato o inesistente.

    Roblif

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  3. La presidenza Trump, pur essendo ambigua e claudicante, ha comunque portato alla ribalta certi umori (probabilmente, non grazie a Trump). Sino a tre anni fa, non si parlava di "alt-right". Sarei curioso di vedere, con dati aggiornati, quanti euro-americani siano stati così stupidi da farsi gettare escrementi addosso con questo filmetto. Comunque troppi, ma adesso c'è maggiore visibilità per posizioni identitarie e c'è maggiore possibilità di fare pressione. Tanto per dire, noto che nell'ultimo anno l'ostilità di certi ambienti bianchi (neanche tra i più oltranzisti) verso Hollywood è cresciuta. D'altronde, a furia di sentire parlare di "white privilege" o di "whitewashing", ad un certo punto uno si può anche alterare.

    Comunque, indirizzo corretto. Saluti.

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